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Global Witness: nel 2018 tre difensori dell’ambiente uccisi ogni settimana

Lotta alle industrie, diritti indigeni, accuse di terrorismo. Questo il terreno sul quale si combatte una guerra silenziosa per difendere territorio e ambiente. Una guerra che ha fatto 164 vittime nel 2018. 6/8/2019

“Le Filippine hanno sostituito il Brasile nel primato del Paese con il maggior numero di omicidi di persone che difendono la propria terra”. Il recente report del Global Witness Enemies of the State 2018 indaga la quantità di soprusi e uccisioni che subiscono nel mondo le persone che si oppongono a industrie minerarie, disboscamento, agroindustria, e altre attività estrattive per difendere il proprio territorio. “Questi non sono attivisti ma persone comuni che cercano di proteggere le loro case e i mezzi di sostentamento così come la salute del Pianeta” afferma il report. La loro terra viene infatti violentemente espropriata per produrre i beni che consumiamo, dal cibo, ai telefoni cellulari, ai gioielli. “Dicono che siamo terroristi, delinquenti, assassini e che qui abbiamo gruppi armati, ma in realtà ci stanno solo uccidendo” afferma Joel Raymundo, membro del movimento Peaceful Resistance of Ixquisis.

Il totale globale di omicidi nel 2018 si attesta a 164 vittime, diminuito rispetto al picco del 2017 (201). Ma il documento avverte: gli strumenti per reprime il dissenso non si fermano all’eliminazione fisica. “L'uso dei tribunali per criminalizzare i difensori è un'altra arma di oppressione che viene utilizzata sia nel sud che nel nord del mondo”. In alcuni casi infatti lo Stato etichetta queste persone come terroristi o nemici del Paese stesso. Il risultato comunque è che nel 2018 sono stati uccisi più di tre difensori dell’ambiente ogni settimana.

 

 

 

Fino al 2018 in cima alla lista dei Paesi con il maggior numero di omicidi c’era il Brasile, che nel 2017 registrava un numero di morti altissimo (57). Questa percentuale è drasticamente diminuita nel 2018 (20) sia per un generale declino degli omicidi nel Paese che per una maggiore attenzione internazionale. Gli attivisti e i difensori dell’ambiente temono però che si tratti di un declino di breve durata, in caso di esplosione di una nuova fase di conflitto a seguito degli sforzi del presidente Jair Bolsonaro di indebolire i diritti territoriali indigeni e le protezioni per le riserve naturali. Ad esempio la scorsa settimana Emyra Waiãpi, una leader indigena, è stata assassinata nella riserva di Waiãpi nello Stato di Amapá per un'invasione illegale di dozzine di minatori.

Altra storia recente è quella di Julián Carrillo, ucciso nell’ottobre 2018, sesto membro della sua famiglia a morire in due anni dopo essersi opposto alle miniere che hanno invaso la terra della propria comunità in Messico. Giorni prima, gruppi armati avevano massacrato nove uomini, donne e bambini per una disputa su un territorio dell'isola di Negros, nelle Filippine centrali. Un altro caso famoso è quello accaduto in Iran, dove l’accademico Kavous Seyed-Emami, uno dei nove ambientalisti incarcerato con l’accusa di utilizzare la battaglia per la protezione dei ghepardi come copertura per lo spionaggio, è morto in prigione in circostanze sospette.

Quest’anno il primato appartiene invece alle Filippine, dove 30 difensori dell’ambiente sono stati uccisi solo l'anno scorso, mentre 48 sono deceduti nel 2017 (il più alto numero mai registrato in un Paese asiatico). Un terzo dei decessi è avvenuto nell'isola di Mindanao, al centro dei piani dell'amministrazione Duterte per l’assegnazione di 1,6 milioni di ettari di terra a piantagioni industriali. La metà delle morti nelle Filippine sono legati al settore dell'agroindustria.

A livello globale, il settore minerario è quello responsabile della maggior parte delle uccisioni (43). L’aumento più marcato si è invece registrato negli omicidi di persone che hanno tentato di proteggere le fonti idriche (da quattro a 17). I conflitti più aspri si sono verificati in Guatemala, il Paese che ha visto il più acuto picco di omicidi, da tre a 16, “rendendola la nazione più mortale a livello pro capite”, afferma il rapporto. Il documento precisa inoltre che il conteggio delle uccisioni è una sottostima del totale globale perché molti omicidi non vengono ancora registrati in numerose parti del mondo.

Ma qualcosa, anche se troppo lentamente, sta cambiando. “L'anno scorso il programma ambientale delle Nazioni Unite ha esercitato maggiori pressioni sui governi per proteggere attivisti e difensori dell’ambiente” afferma il Report; “l’Onu ha organizzato una conferenza a Rio de Janeiro per spingere per il riconoscimento internazionale del diritto umano a un ambiente sano”. Numerosi gruppi indigeni hanno dichiarato di aver contribuito al declino degli omicidi grazie a un migliore meccanismo di segnalazione per comunicare al mondo esterno eventi che altrimenti non sarebbero stati segnalati. "Dovremmo essere quelli riconosciuti per questo cambiamento perché siamo quelli che stanno attirando l'attenzione su ciò che sta accadendo", afferma Sônia Guajajara, un'attivista indigena.

Il cammino è comunque ancora lungo, e il Global Witness avverte: “Mentre ci affrettiamo verso la disgregazione climatica, è più importante che mai spezzare il ciclo del silenzio che consente ai potenti di calpestare i diritti umani e il mondo naturale. Dobbiamo garantire che le voci dei difensori della terra e dell'ambiente siano ascoltate”.

Scarica il rapporto completo

 

di Flavio Natale

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