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Italia: poca prevenzione sugli eventi estremi, un danno per le casse dello Stato

Lo studio del laboratorio Ref ricerche: negli ultimi sei anni i danni certificati ammontano a 9,4 miliardi di euro, ma i fondi assegnati non arrivano al miliardo. Campania e Emilia Romagna le più colpite. 7/8/2019

Secondo il laboratorio Ref ricerche gli italiani sono tra i popoli più sensibili ai fattori ambientali e climatici. Una consapevolezza acquisita durante gli anni in base alle esperienze negative che hanno investito il nostro Paese, da sempre hotspot climatico (una zona da monitorare, perché al crescere della temperatura subisce più danni rispetto ad altri Paesi) per via della sua posizione geografica, che senza una prevenzione nazionale e globale in materia, è destinato a subire i colpi della crisi climatica.

Per questa ragione nel mese di luglio Ref Ricerche ha pubblicato il rapporto dal titolo “Dall’emergenza alla prevenzione: urge un cambio di paradigma”.

Attualmente il 17% della superficie nazionale è in forte pericolo, con quasi 1,3 milioni di abitanti a rischio frane (due terzi di tutte le frane censite in Europa dal 2000 si sono verificate in Italia) e con oltre 6 milioni di persone minacciate dalle alluvioni. Inoltre, due siccità gravi su tre degli ultimi 45 anni hanno avuto luogo proprio su territorio italiano.

“Quattro italiani su cinque sono a conoscenza del fenomeno” si legge nello studio, “e si dicono anche preoccupati delle sue conseguenze (l’85% dei rispondenti è abbastanza preoccupato, il 32% è estremamente preoccupato), e sono testimoni di esperienze quotidiane di questo cambiamento (86%). A preoccupare sono tutte le diverse manifestazioni degli impatti, dai fenomeni meteorologici estremi (90% abbastanza o molto preoccupato), alla siccità e all’arretramento dei ghiacciai (88%), all’aumento del livello dei mari e alla minore portata dei fiumi (85%)”.

Ma anche se il tema del cambiamento climatico è entrato ormai nelle agende politiche mondiali, si sta facendo troppo poco, e spesso si opera nella maniera sbagliata.

A confermarlo sono, per esempio, gli interventi messi in piedi per la riduzione del rischio idrogeologico, poco focalizzati sull’attività di prevenzione e concentrati solamente sulla riparazione dei danni. In questo campo serve un cambio totale di visione, in grado da una parte di ridurre le spese post evento estremo, e dall’altra di salvare un maggior numero di vite umane.

“Nel corso del tempo, gli effetti del cambiamento climatico in Italia sono stati affrontati in un’ottica di intervento di carattere emergenziale, pensato per lenire gli effetti di calamità già avvenute. E’ invece mancata la prevenzione, coerente con l’aumento di intensità e frequenza degli eventi climatici estremi: l’emergenza è sempre stata nella pratica preferita ad una azione di prevenzione del rischio”, scrive il laboratorio di ricerca.

Un tesi sostenuta dai numeri, basti pensare che solamente negli ultimi sei anni (dal maggio 2013 al maggio 2019) i danni monetari accertati per eventi estremi ammontano a 9,4 miliardi di euro, con 87 dichiarazioni di “stato di emergenza” da parte delle istituzioni per via di siccità, alluvioni e frane. Una quota ripagata soltanto in minima parte, dato che i fondi già assegnati non raggiungono nemmeno il miliardo di euro (circa 950 milioni di euro).

A livello regionale, è stata l’Emilia Romagna quella che ha chiesto più volte assistenza allo Stato (12 volte) a causa di calamità naturali, con una quota di danni pari a poco meno di 1,1 miliardi di euro. La Campania, nonostante abbia dichiarato solamente una volta lo stato di emergenza, risulta però aver subito danni simili alle regioni del centro nord Italia, con un fabbisogno riconosciuto di poco superiore a 1,1 miliardi di euro. Seguono Piemonte (870 milioni di euro di danni) e Liguria (850 milioni di euro).

Interessante è poi la valutazione che Ref ricerche fa sullo stato di avanzamento degli interventi finanziati. Si legge infatti che sul piano nazionale solo “il 44% delle risorse stanziate è stato effettivamente speso. Il fatto che meno di un euro su due di quanto previsto si sia tradotto in progetti conclusi appare grave, alla luce della rilevanza della tematica in analisi. Altrettanto negativo è anche che il 15% dei lavori non sia stato avviato o, peggio ancora, sia stato definanziato. Sarebbe opportuno accrescere le risorse in gioco, anziché ridurle”.

Un cambio di approccio è dunque necessario, anche per una questione puramente finanziaria. Puntare infatti maggiormente sulla prevenzione consentirebbe risparmi per le casse dello Stato pari a sette volte la quota che attualmente viene erogata per recuperare i danni da eventi estremi.

Infine, Ref ricerche ricorda che la recente iniziativa messa in piedi dal Ministero dell’ambiente, il Piano “ProteggItalia”, va sì nella giusta direzione, ma deve rappresentare l’inizio di un nuovo corso: bisogna dare continuità all’azione intrapresa attraverso l’adozione di politiche coerenti con l’attività di prevenzione ambientale.

 

di Ivan Manzo

mercoledì 07 agosto 2019
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