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Il cambiamento climatico produrrà danni maggiori delle crisi economiche

Continuando con il “business as usual” entro fine secolo l’Italia potrebbe perdere il 7% del Pil pro capite, gli Stati Uniti il 10,5%, a causa dell’impatto dei mutamenti climatici. A sostenerlo un team di economisti. 9/9/2019

Gli impatti del cambiamento climatico potrebbero generare perdite monetarie maggiori rispetto alle crisi subite dal settore economico nel corso della storia. A sostenerlo un recente studio condotto dallo statunitense “National bureau of economic research” dal titolo “Long-term macroeconomic effects of climate change: a cross-country analysis”, reso noto lo scorso 19 agosto. 

Secondo il gruppo di lavoro, composto da economisti impegnati nella ricerca degli effetti negativi sul benessere collettivo a seguito dell’aumento della temperatura, se spalmiamo nel lungo periodo i danni che il cambiamento climatico produrrà, questi potrebbero tagliare una grossa fetta del Pil pro capite mondiale.

Utilizzando dati provenienti da 174 Paesi, in un intervallo di tempo che va dal 1960 al 2014, i ricercatori hanno scoperto che continuando con una crescita media annua della temperatura globale di 0,04 gradi centigradi (quella attuale), e dunque in assenza di politiche di contrasto al fenomeno, il Pil pro capite medio potrebbe ridursi del 7,22% entro fine secolo. 

D’altro canto, se dovessimo riuscire a centrare l’Obiettivo dell’Accordo di Parigi, che ricordiamo mira a mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro i due gradi centigradi rispetto alla media dell’anno 1880 (identificato come l’inizio dell’era industriale), allora le perdite si ridurrebbero di molto: si parla dell’1,07% del Pil pro capite medio globale al 2100.

Ma lo studio, oltre a fornire una stima dei danni su vasta scala, mostra come alcuni Paesi siano destinati a soccombere maggiormente per via dei colpi inferti dal clima che cambia. Per mettere in comparazione le perdite, sono stati valutati due scenari: quello del “business as usual” (in pratica il mondo decide di non far nulla sul clima, portando l’aumento medio della temperatura ad almeno quattro gradi centigradi al 2100) e quello dove l’Accordo di Parigi viene rispettato. 

Un Paese che, a differenza di quanto si pensi (sottolinea il team di lavoro), potrebbe rimetterci dall’inazione climatica è il Canada: entro fine secolo il Pil pro capite potrebbe ridursi del 13%. La riduzione sarebbe, invece, “solo” del 2% attuando efficienti politiche di contrasto al riscaldamento globale. Stesso discorso per gli Stati Uniti, che vedrebbero ridurre il potere economico posseduto dal singolo cittadino del 10,5%. 

“Che si tratti di freddo estremo o di ondate di calore, di siccità, inondazioni o altre catastrofi naturali, in base alle serie storiche analizzate, il mondo andrà incontro a effetti economici negativi”, ha affermato Kamiar Mohaddes, coautore dello studio e professore di economia all’Università di Cambridge, “l'idea che le nazioni ricche e temperate siano economicamente immuni ai cambiamenti climatici è semplicemente non plausibile. Il Canada ad esempio si sta riscaldando al doppio della velocità del resto del mondo con rischi per le sue infrastrutture fisiche, le comunità costiere e settentrionali, la salute e il benessere umano e degli ecosistemi, tutto ha un costo”.

Per far comprendere meglio i disagi che già ora il cambiamento climatico sta creando in giro per il mondo, Mohaddes ha poi ricordato quanto successo nel Regno Unito: “recentemente ha registrato il suo giorno più caldo. I binari del treno si sono slacciati, le strade si sono sciolte e migliaia di persone sono rimaste bloccate. Tali eventi hanno un tributo economico e diventeranno sempre più frequenti e gravi senza politiche di decarbonizzazione”. 

E, come c’era da aspettarsi, anche l’Italia andrà incontro a perdite notevoli. Analizzando nello specifico il documento, infatti, risalta come il nostro Paese si stia riscaldando ad una velocità superiore rispetto alla media globale (più del doppio). Il Pil pro capite, continuando con le politiche business as usual, potrebbe calare drasticamente: riduzione quantificata dello 0,89% entro il 2030, del 2,56% al 2050, e addirittura del 7,01% entro fine secolo. Solo grazie al rispetto dell’Accordo di Parigi, invece, il Belpaese nel 2100 beneficerebbe di un aumento pari allo 0,05% del Pil pro capite.

 

di Ivan Manzo

lunedì 09 settembre 2019
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