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Unctad: 5,4 mila mld di dollari per implementare piani climatici dei Pvs

Diversificazione, istruzione, trasferimenti tecnologici. Questi gli strumenti per permettere ai Paesi in via di sviluppo di partecipare alla rivoluzione sostenibile. Senza, rischiano di scomparire.

"La crisi climatica rappresenta una minaccia esistenziale per i Paesi in via di sviluppo, e comporterà il collasso delle loro economie se non si intraprendono azioni decisive". Mukhisa Kituyi, segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), in occasione della pubblicazione del Commodities and Development Report 2019, avverte la comunità internazionale sulle condizioni critiche in cui versano le economie della fetta di mondo più povera. "Ora più che mai questi Paesi hanno bisogno di valutare il loro potenziale di diversificazione”, prosegue Kituyi, “riducendo la dipendenza dalle materie prime che per decenni li ha tenuti esposti ai mercati volatili e ai cambiamenti climatici”.

Sebbene questi Paesi contribuiscano quasi per nulla al surriscaldamento globale, infatti, rientrano tra i territori maggiormente a rischio, dipendendo da settori altamente esposti a eventi meteorologici estremi. Tra questi Stati le isole sono le più colpite. L'aumento della temperatura della superficie del mare, ad esempio, comporta rischi notevoli per i Paesi che fanno dell’esportazione di merci provenienti dalla pesca il loro principale sostentamento, come il Kiribati (88% nel 2013-2017), le Maldive (79%) e gli Stati Federati di Micronesia (75%). “Gli effetti negativi sulla produzione agricola e della pesca sono più gravi nelle regioni a bassa latitudine, dove si trovano la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo dipendenti da materie prime” osserva il Rapporto. Altrettanto a rischio per altri versi sono i Paesi ad alto reddito dipendenti dai combustibili fossili, come il Brunei Darussalam, il Kuwait e il Qatar, che hanno alcuni dei più alti livelli di emissioni di gas serra pro capite. 

Come si può notare nel grafico qui sotto, i Commodity dependent developing countries (Cdds), ovvero i Paesi dipendenti quasi esclusivamente dalle materie prime, hanno la percentuale minore di emissioni (21%) a confronto con gli ex Paesi in via di sviluppo ormai sviluppati (Ddcs, 35%) e l’area del mondo sviluppata (44%).  

         

“La condizione precaria in cui versano questi Paesi rafforza la loro necessità di adattare, diversificare e modernizzare” sottolinea il Rapporto. La lotta ai cambiamenti climatici offre infatti alcune opportunità, che queste nazioni non sono però in grado di poter cogliere senza un aiuto da parte della comunità internazionale, sia in termini economici che di competenze tecnologiche.

Tra le varie soluzioni, “la diversificazione economica e delle esportazioni è la risposta migliore alla sfida climatica” afferma il Rapporto. Questa diversificazione può svilupparsi su due piani: 

  • orizzontale, avventurandosi in nuovi settori per ridurre la dipendenza da una gamma ristretta di materie prime e rafforzando il capitale umano attraverso investimenti in istruzione e sanità; 
  • verticale, modificando la catena di produzione di un bene per aumentarne il valore. 

Inoltre, la spinta globale verso l'energia rinnovabile crea opportunità in Paesi con grandi riserve di materiali impiegati nelle tecnologie sostenibili, come celle solari fotovoltaiche, turbine eoliche e batterie. Ad esempio, nel 2018 la Repubblica Democratica del Congo rappresentava il 58% della fornitura globale di cobalto, un prodotto chiave utilizzato nella produzione di batterie per veicoli elettrici, mentre Cile e Argentina riunivano congiuntamente il 71% delle riserve globali di litio, un altro componente chiave nella produzione di batterie.

La lotta ai cambiamenti climatici potrebbe anche creare opportunità per aumentare la produzione di alimenti alternativi a carne o latte bovino. In Africa, per esempio, l’incremento dei periodi di siccità e la diminuzione della disponibilità di mangimi hanno incoraggiato i pastori a adottare cammelli per integrare o sostituire il bestiame. Inoltre, l'utilizzo di celle fotovoltaiche nei Paesi in via di sviluppo potrebbe rafforzare la sicurezza energetica e supportare i settori delle materie prime in aree remote non raggiungibili dalle reti elettriche nazionali.

“Gli impegni assunti a Parigi per mitigare i cambiamenti climatici non sono comunque abbastanza ambiziosi” osserva il documento. “Gli oneri devono quadruplicare per limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali”. Il Rapporto sottolinea infatti che i finanziamenti legati al clima devono essere notevolmente ampliati, dato l'alto costo che mitigazione e adattamento comportano per Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, il Rapporto rileva che il costo totale dell'attuazione dei piani d'azione per il clima per 80 Paesi in via di sviluppo è stimato a 5,4 mila miliardi di dollari. 

Inoltre, il Rapporto evidenzia che politiche di bilancio più ecologiche possono utilizzare tasse, sussidi e altri strumenti finanziari come colonne portanti della lotta per il clima. Un passo significativo in questo senso è, ad esempio, riformare le sovvenzioni ai combustibili fossili per direzionare i finanziamenti verso il settore green. Si stima che il 20% più ricco delle famiglie nei Paesi in via di sviluppo, infatti, riceva il 43% dei benefici dai sussidi ai combustibili fossili, mentre il 20% più povero ne ottiene solo il 7%. Per questa ragione è necessario sviluppare capacità tecniche e normative autonome, oltre a implementare il trasferimento tecnologico dai Paesi sviluppati, in modo che queste nazioni possano progettare istituzioni e attuare politiche sostenibili a lungo termine. 

 

di Flavio Natale

mercoledì 18 settembre 2019
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