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Il cambiamento climatico sta mettendo a dura prova la criosfera e gli oceani

L’ultimo rapporto dell’Ipcc, presentato alla 51ma sessione del Panel, fa il punto sullo stato di salute di due ecosistemi vitali: l’oceano è sempre più caldo, Groenlandia e Artico fondono, e c’è il pericolo permafrost. 1/10/2019

Il riscaldamento globale ha già raggiunto e sfondato la quota di 1°C (grado centigrado) di aumento medio della temperatura terrestre rispetto all’epoca industriale, siamo ora a 1.1°C, e la quantità di CO2 in atmosfera non è mai stata così elevata, da almeno 800mila anni a questa parte. 

Nel sistema climatico terrestre un ruolo decisivo viene svolto dagli oceani e dalla criosfera, la parte ghiacciata del Pianeta. In generale, oltre 670milioni di persone risiedono in zone di alta montagna, mentre 680milioni di individui dipendono direttamente dalle aree costiere, vivendo allo stesso livello del mare e in alcuni casi al di sotto.

Per far luce sui benefici che oceano e criosfera offrono alla popolazione globale, e per comprenderne i drammatici effetti generati dall’inazione, l’Ipcc durante la 51esima sessione, andata in scena tra il 20 e il 23 settembre, ha approvato la relazione “Special report on the ocean and cryosphere in a changing climate”, pubblicata il 25 settembre. 

Il rapporto, a cui hanno preso parte oltre 100 scienziati provenienti da 30 Paesi diversi, valuta la vulnerabilità e la capacità ad adattarsi di questi ecosistemi, e per la prima volta “evidenzia l'importanza dell'istruzione per affrontare la crisi climatica”.

"Il mare aperto, l'Artico, l'Antartico e le alte montagne possono sembrare lontane per molte persone", ha dichiarato Hoesung Lee, presidente dell'Ipcc, "ma noi dipendiamo e siamo influenzati direttamente e indirettamente, e in diversi modi. Clima, cibo, acqua, energia, commercio, trasporti, svago, turismo, salute, benessere, cultura e identità, sono tutti fattori che si collegano agli oceani e alla criosfera".

È praticamente certo che l’oceano, capace di assorbire fin ora addirittura il 90% del calore in eccesso generato dal cambiamento climatico, si è riscaldato senza sosta dal 1970, e che la criosfera ha subito un diffuso restringimento negli ultimi anni. 

Il livello del mare è cresciuto maggiormente di quello che si pensava in precedenza, arrivato nel periodo 2005-2015 a un ritmo pari a 3,6 millimetri l’anno. Si tratta di un “aumento senza precedenti” avvenuto nel corso dell’ultimo secolo e che sta accelerando ancor di più per via della fusione dei ghiacciai in Groenlandia e in Antartide, che insieme al riscaldamento e all’acidificazione degli oceani, minaccia le popolazioni che vivono nelle piccole isole e nei pressi delle coste e dei fiumi. Inoltre, il tasso di riscaldamento è più che raddoppiato dal 1993 e i dati mostrano che le ondate di calore marino sono anch’esse raddoppiate tra il 1982 e il 2016, oltre a diventare più lunghe e intense. 

E andando di questo passo (perseverando con il business as usual) il rischio è che il processo possa accelerare ancora di più: facendo aumentare rispetto al 1986-2005 il livello del mare di 0,43 metri entro fine secolo, secondo lo scenario in cui le emissioni vengono fortemente contrastate, o di 0,84 metri, secondo lo scenario peggiore ad alte emissioni.

Per quanto riguarda la criosfera, che si riferisce alle parti ghiacciate sul Pianeta (neve, ghiacciai, calotte glaciali, banchi di ghiaccio, iceberg, ghiaccio marino, ghiaccio di lago, ghiaccio di fiume, permafrost e terreno ghiacciato stagionalmente), lo studio conferma che si è ridotta del 13% durante ogni decennio compreso tra il 1981 e il 2010. “Se il cambiamento climatico non dovesse essere stabilizzato entro l’aumento medio di 1.5°C”, si legge nel documento, “l’Artico potrebbe essere libero dai ghiacciai nel mese di Settembre entro fine secolo una volta ogni cento anni. Una volta ogni tre anni, invece, se le temperature dovessero restare entro i 2°C di aumento”.

C’è poi il problema permafrost (tipologia di suolo formata da composti organici imprigionati nel terreno dalle basse temperature, ma che una volta liberi si trasformano in anidride carbonica e metano) che copre il 17% dell’intera superficie terrestre. Pur restando nei 2°C, si stima che circa il 25% del permafrost si scongelerà entro il 2100, ma esiste il pericolo che “se le emissioni continuassero a salire il permafrost potrebbe perdere il 70 % della sua massa attuale”. Con gravissime conseguenze non solo per le popolazioni locali, ma per l’intera stabilità del sistema climatico terrestre: lo scioglimento del permafrost potrebbe raddoppiare o triplicare l’effetto serra generato dall’attività antropica.

"Se riduciamo drasticamente le emissioni, le conseguenze per le persone e il loro sostentamento saranno sì difficili, ma potenzialmente più gestibili, soprattutto per coloro che sono maggiormente esposti e vulnerabili. Dobbiamo aumentare la nostra capacità di costruire resilienza, ci saranno così più benefici anche per lo sviluppo sostenibile", ha infine dichiarato Lee. 

 

di Ivan Manzo

martedì 01 ottobre 2019
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