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Ocse: le tasse sulle fonti energetiche inquinanti sono troppo basse

Sono le accise sulla benzina le tasse più usate, ma l’85% delle emissioni di CO2 è generato da settori diversi dal trasporto su strada.  È necessaria una riforma del settore fiscale per sostenere l’azione climatica. 30/9/2019

La tassazione delle fonti energetiche inquinanti rappresenta un modo efficace per contenere le emissioni dannose al benessere collettivo, tuttavia il modo in cui si tassa il carbonio non è efficiente, è poco omogeneo, e varia tra le diverse Nazioni. 

È quanto emerso dallo studio pubblicato dall’Ocse il 15 ottobre dal titolo “Taxing energy use 2019”, secondo cui il settore fiscale dovrebbe essere riformato per sostenere l’azione climatica.

Al momento le tasse sul carbonio utilizzate nella stragrande maggioranza dei casi sono rappresentate dalle accise sul carburante, che vanno a impattare soprattutto il trasporto su strada che però rappresenta solo una piccola parte delle intere emissioni globali. L’85% delle emissioni di CO2, infatti, proviene da settori diversi (per esempio dalla generazione elettrica, dal riscaldamento, dall’aviazione e dal trasporto marittimo), eppure solo il 18% del totale di queste emissioni viene effettivamente coperto da tassazione. 

Presentando una fotografia della distribuzione delle aliquote sull'energia e sul carbonio, oltre a un focus globale sull’aviazione e il traporto via mare (due settori che non vengono tassati in alcun modo), il Rapporto traccia i progressi compiuti e formula raccomandazioni fruibili su come i governi potrebbero rendere incisive le proprie politiche climatiche. 

Viene dimostrato come le strutture fiscali non riflettano in modo efficace i danni generati da ogni tonnellata di CO2. Il carbone, per esempio, nonostante rappresenti la forma “più sporca” per produrre energia, ha una tassazione troppo bassa.

“Ci sono diversi strumenti che si potrebbero utilizzare per metter un prezzo equo ed efficiente alle emissioni”, sottolinea l’Ocse, “uno di questi è rappresentato dall’Emission trading system (Ets) che, però, attualmente rappresenta solo il 6% di tutti i prezzi del carbonio registrati”. 

Il sistema dell’Ets in vigore in Europa copre circa il 45% delle emissioni Ue, attribuendo un prezzo a quelle prodotte dai settori definiti “energivori”. Dopo l’ultima riforma subita da questo strumento lo scorso anno, il carbonio ha raggiunto da qualche mese un prezzo che ruota intorno ai 25 euro per tonnellata di CO2 (prima era di circa cinque euro). Un importo che risulta però inefficiente, non in grado di velocizzare la transizione, basti pensare che, per esempio, secondo lo studio “Report of the high-level commission on carbon prices” condotto da due importanti economisti, Nicholas Stern e Joseph Stiglitz, per raggiungere gli obiettivi concordati in sede internazionale, i Paesi, in base allo stato delle proprie economie, devono necessariamente adottare un prezzo del carbonio che oscilli tra i 40 e gli 80 dollari a tonnellata di CO2 entro il 2020 e tra i 50 e i 100 dollari entro il 2030. 

“Sappiamo che dobbiamo bruciare meno combustibili fossili, ma quando le tasse sui carburanti più inquinanti sono pari a zero o vicine allo zero, ci sono pochi incentivi per cambiare", ha affermato il segretario generale dell'Ocse Ángel Gurría, “le tasse sull'energia non sono l'unica soluzione, ma senza di esse non possiamo frenare il cambiamento climatico. Dovrebbero essere applicate in modo equo e utilizzate per migliorare il benessere e facilitare la transizione energetica”.

In generale, solo quattro nazioni hanno un sistema di tassazione che permette il superamento di 30 euro per tonnellata di CO2. Si tratta di Svizzera, Olanda, Norvegia e Danimarca, che hanno integrato all’Ets una carbon tax. In Italia attualmente vige solo il sistema dell’Ets.

In tutti i 44 Paesi studiati, il 97% delle emissioni di CO2 legate all'energia al di fuori del trasporto su strada sono tassate “molto al di sotto dei livelli che rifletterebbero i danni all'ambiente” e alla salute delle persone.

Già portare il prezzo del carbonio ad almeno 30 euro per tonnellata di CO2, fa presente lo studio, creerebbe un gettito fiscale aggiuntivo pari all'1% del Pil, da riutilizzare per diffondere l’innovazione tecnologica legata all’economia verde, e per fini sociali come la riduzione delle imposte sul reddito, l'aumento della spesa per infrastrutture, per la sanità e per la creazione di fondi da destinare alle politiche per la famiglia.

Attribuire dunque un prezzo equo ed efficiente al carbonio è sia capace di incidere in modo significativo sul benessere della collettività, sia in grado di spostare l’onere da chi effettivamente lo subisce a chi lo produce fornendo, in questo modo, un messaggio chiaro ai grandi emettitori che saranno costretti a modificare le proprie attività per non perdere competitività sul mercato.

 

di Ivan Manzo

mercoledì 30 ottobre 2019
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