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La situazione abitativa nell’Ue: mancano risposte strutturali

La carenza di case popolari colpisce le famiglie più vulnerabili e costa caro (in sussidi) ai governi. Italia tra gli ultimi in Europa, dice l’Housing Europe observatory, ma il Piano Casa prevede 18.500 nuovi alloggi. 27/11/2019

L'impossibilità di accedere a una casa è - ancora nel 2019 - una dura realtà per molti cittadini dell'Unione europea. I dati, fotografati dal rapporto biennale “The State of Housing in the Eu”, pubblicato dall'Housing Europe observatory a ottobre, confermano quanto era già emerso dalle due edizioni precedenti dello studio: sebbene l'accesso all'abitazione sia chiaramente un problema strutturale, i governi nazionali continuano ad affrontarlo con soluzioni parziali, spesso insostenibili da un punto di vista economico, che lasciano nell'incertezza milioni di cittadini.

Ad essere colpiti da questa situazione sono soprattutto le fasce più deboli della società: nel 2017 il 37,8% delle famiglie a rischio povertà ha speso il 40% del proprio stipendio per una casa, mentre solo il 10,2% dei nuclei familiari a medio reddito ha speso una fetta così ampia dei propri introiti. Una situazione, dunque, disomogenea, che varia da Paese a Paese.

I governi europei, tuttavia, non riescono a fornire risposte convincenti al problema, preferendo una politica di sussidi, piuttosto che affrontare direttamente la questione. Uno studio del 2018 della High-level task force on Global food and nutrition security (Hltf) dell’Onu mostra come le famiglie a basso reddito vengano sempre più spesso aiutate attraverso trasferimenti di tipo sociale, piuttosto che per mezzo di soluzioni strutturali. Per esempio, nell'Ue le indennità di alloggio sono passate da 54,5 miliardi a 80,8 miliardi di euro tra il 2009 e il 2015. Si tratta di provvedimenti necessari, che però non possono risolvere definitivamente li problema.

In un contesto di crescenti difficoltà, la questione abitativa sta comparendo nelle agende politiche dei governi europei come mai era accaduto in passato, anche perché coinvolge un numero sempre maggiore di persone: mentre fino a pochi anni fa l'accesso e il mantenimento di un alloggio dignitoso era principalmente un problema per coloro che percepivano un reddito basso, negli ultimi anni la mancanza di alloggi a prezzi accessibili, in particolare nella grandi città, colpisce anche le classi medie, spingendo migliaia di cittadini europei a mobilitarsi per chiedere canoni più accessibili. Tuttavia, la questione dell'edilizia abitativa e l'interesse che ha suscitato nell'opinione pubblica sono stati spesso intercettati dai movimenti politici xenofobi e anti-immigrazione, che in molti casi l'hanno cavalcata per fini elettorali, collegando la carenza di alloggi a basso costo con l'arrivo dei migranti, e non con la carenza di investimenti e di nuovi edifici. In alcuni casi, addirittura, questa narrazione ha rallentato gli interventi dello Stato nel settore dell'edilizia.

In Europa la carenza di alloggi a prezzi calmierati è un problema che riguarda soprattutto i grandi agglomerati urbani. Per questa ragione sono proprio le città a dover sviluppare nuove politiche per affrontare la questione abitativa. Al riguardo, riescono talvolta a individuare le soluzioni più convincenti. Negli ultimi due anni, in Italia (alla quale il Rapporto dedica un approfondimento) sono state realizzate diverse iniziative positive. Per esempio a Bologna, il Comune, in collaborazione con l'agenzia Accer, ha approvato un investimento da 61 milioni di euro per fornire mille unità abitative nel biennio 2019-2020. La città di Udine, invece, ha lanciato un significativo programma di ristrutturazione delle case popolari, mentre in Calabria l'ufficio regionale Aterp ha lavorato per riqualificare le case sequestrate nella lotta all'occupazione abusiva. Tuttavia, spiega il Rapporto, per reagire alle esigenze multiformi dei cittadini, non ci si può solo limitare all'offerta abitativa, ma occorre offrire in maniera integrata anche altri servizi economici e sociali (ad esempio servizi per l’impiego).

Al di là di alcuni lodevoli iniziative locali, la situazione nel nostro Paese non è in generale positiva. Secondo i dati raccolti dall'Eurostat solo il 4% della popolazione ha accesso ad alloggi con affitto calmierato e circa un terzo degli inquilini che sono costretti a rivolgersi al mercato spendono una quota significativa del proprio reddito per l’affitto. Il dato più grave, tuttavia, rimane il tasso di deprivazione abitativa (la mancanza di un’abitazione sana, dignitosa e sicura nel tempo) che nel nostro Paese raggiunge l'11%. Un risultato scoraggiante, se comparato alla media degli altri Paesi dell'Unione europea (5,6%).

Una delle ragioni di questo problema è da ricercarsi nel ritardo con cui in Italia gli attori non pubblici - in particolare le fondazioni bancarie - sono state coinvolte nell’edilizia popolare, fatto che è avvenuto solo nel 2008 con il Piano Casa. Grazie a questo (tardivo) riconoscimento del ruolo degli attori non pubblici nell’offerta di alloggi accessibili, nei prossimi anni dovrebbero essere realizzate 18.500 unità abitative destinate all'edilizia sociale. La situazione attuale vede ancora un ruolo molto ampio nel campo dell'edilizia popolare del settore pubblico che, con circa 700mila case in tutto il Paese, risponde alle esigenze delle famiglie più vulnerabili e a basso reddito, selezionate dai Comuni attraverso un sistema di liste di attesa. Ad oggi, si stima che le richieste già approvate sarebbero quasi 650mila. Spiega il Rapporto che, in generale, l'intero settore è gravemente sotto-finanziato, e quindi il livello dei nuovi alloggi è basso; a ciò si aggiungono problemi di manutenzione. Queste tendenze, combinate con una politica di cessione degli alloggi pubblici, si traduce in una costante diminuzione dell'offerta.

 

Scarica il Rapporto

 

di William Valentini

 

mercoledì 27 novembre 2019

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