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L’evoluzione della democrazia nell’ultimo decennio: sfide e possibilità

Un’analisi del Centro europeo per la strategia politica (Epsc) individua quali sono i fenomeni chiave che influenzano i processi democratici a livello globale, evidenziando sfide e possibilità che ne scaturiscono. 27/11/2019

Sebbene a livello globale la maggior parte dei Paesi si consideri uno Stato democratico, secondo uno studio dell’Economist intelligence unit in realtà solo il 4,5% della popolazione mondiale vive in una condizione di “piena democrazia”. È quanto emerge dal rapporto “10 trends shaping democracy in a volatile world”, pubblicato il 31 ottobre dal Centro europeo per la strategia politica (Epsc), che analizza l’evoluzione della democrazia a livello globale, evidenziando le principali tendenze.

Il primo elemento considerato nel Rapporto è che il panorama politico è mutato significativamente nell’ultimo decennio: da una parte, l’efficacia dei partiti nel catalizzare consenso è diminuita, mentre è aumentata la frammentazione delle forze politiche, che per governare devono ricorrere ad alleanze fragili e macchinose; dall’altra, partiti populisti spesso guidati da persone che incarnano la figura dell’ “uomo forte” stanno guadagnando consensi tra le fasce più scontente della società.

Inoltre, sebbene nel corso del 20esimo secolo siano stati istituiti molti enti internazionali (ad esempio, l’Onu) o modelli di governo sovranazionale (come nel caso dell’Unione europea), negli ultimi anni aumentano le critiche verso tali deleghe di sovranità: cresce la percezione di distanza tra i decisori e i cittadini, guadagnano consensi i movimenti nazionalisti e sempre più Stati cercano di recedere da questo tipo di accordi internazionali. Tenendo conto, inoltre, che in Paesi come la Cina e l’India viene messo in dubbio l’assunto secondo cui lo sviluppo tecnologico e quello economico sono paralleli allo sviluppo democratico.

In questo scenario giocano un ruolo fondamentale i sistemi di informazione: le tecnologie digitali stanno cambiando radicalmente il panorama dei media. Viviamo oramai in una società interconnessa, le notizie ci vengono proposte a flusso continuo, senza interruzione. Questo da un lato ha generato una maggior libertà e varietà nei media, ma dall’altro ha anche inevitabilmente ridotto la qualità delle notizie che riceviamo, minando la rielaborazione e la profondità dei contenuti proposti. Fake news e falsi follower oltre ad essere un facile metodo di guadagno sono diventati strumenti per chi della disinformazione fa un’arma politica.

Inoltre, l’enorme mole di dati estrapolati dai sistemi digitali potrebbe essere al servizio dei decisori per orientare le proprie politiche: il condizionale è doveroso, in quanto per la prima volta nella storia diverse aziende private sono in possesso di più dati sensibili delle organizzazioni governative;  questo si collega alla questione della privacy, il cui rispetto è valorizzato dai governi democratici per non sfociare in pratiche di controllo sociale, largamente diffuse nei sistemi di governo autoritari. I social media, d’altro canto, offrono importanti strumenti di partecipazione, consentendo alle persone di dare vita a mobilitazioni transnazionali e proteste diffuse.

Infine, sebbene si sia ancora molto lontani da una fedele rappresentazione della diversità sociale, in Europa stanno aumentando le donne, gli esponenti di minoranze etniche, culturali e movimenti Lgbti che siedono negli organi eletti.

Scarica il Rapporto

 

di Davide Passamonti

mercoledì 27 novembre 2019
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