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Nature: il mondo è sempre più vicino al punto di non ritorno

Antartide, Groenlandia, foresta amazzonica: queste le zone della Terra esposte allo stress maggiore. Obiettivo zero emissioni da raggiungere entro i prossimi trent'anni.13/12/19

 

“Politici, economisti e persino alcuni scienziati hanno a lungo ritenuto che i tipping points, o punti di non ritorno (livello oltre il quale un evento diventa inarrestabile), fossero difficili a verificarsi. A oggi, questa probabilità è molto più reale”. Queste le parole di alcuni tra i più noti scienziati nel campo dei planetary boundaries che, sul numero di novembre della rivista Nature, hanno pubblicato lo studio “Climate tipping points — too risky to bet against”, offrendo una panoramica sull’attuale condizione di sopravvivenza di alcune regioni della Terra. “A nostro avviso, considerare i punti di non ritorno aiuta a renderci conto che ci troviamo ad affrontare un’emergenza climatica, rafforzando così le richieste per azioni urgenti”.

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) ha introdotto l'idea di tipping point due decenni fa. A quel tempo, queste “discontinuità su larga scala” nel sistema climatico erano considerate probabili solo se il riscaldamento globale avesse superato i 5°C rispetto ai livelli preindustriali. Le informazioni riassunte nei due più recenti Rapporti speciali Ipcc (2018 e 2019) suggeriscono invece che i tipping points potrebbero essere superati anche tra uno e due gradi, e calcolando che gli attuali impegni nazionali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra potrebbero condurre a tre gradi di riscaldamento, questa prospettiva è più che reale.

“Riteniamo che diversi punti di non ritorno della criosfera siano pericolosamente vicini” affermano gli studiosi, “ma la mitigazione delle emissioni potrebbe rallentare l’impatto climatico e favorire l’adattamento”. Gli studi dell'ultimo decennio hanno dimostrato che il versamento del Mare dell'Amundsen (parte dell’Oceano Antartico) nell'Antartide occidentale potrebbe aver già superato un punto critico: “la linea di terra in cui ghiaccio, oceano e roccia fresca si incontrano si sta ritirando irreversibilmente”. Se quest’area collassa potrebbe destabilizzare il resto della calotta glaciale dell'Antartico occidentale, portando a circa tre metri l’innalzamento del livello del mare su una scala di tempo che va dai secoli ai millenni.

Ma il surriscaldamento globale non risparmia nemmeno i ghiacci dell’emisfero boreale. “La calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo a un ritmo accelerato”, aggiungono gli esperti, “e potrebbe superare di sette metri l’attuale livello del mare nel corso di migliaia di anni”. Il trend, però, può ancora essere invertito. La velocità di fusione dei ghiacci dipende infatti dall'entità del riscaldamento: a 1,5°C, potrebbero essere necessari 10mila anni per attuarsi completamente; sopra i 2°C potrebbero servire invece meno di mille anni.

Inoltre, raggiungere un punto di non ritorno in una zona della Terra potrebbe innescare un effetto domino in altre aree, e questa consapevolezza potrebbe costituire un ulteriore stimolo a limitare il riscaldamento globale.

Ad esempio, le ondate di calore oceaniche hanno portato allo sbiancamento e perdita della metà dei coralli in acque poco profonde della Grande barriera corallina australiana. Si prevede inoltre che il 99% dei coralli tropicali andrà perso se la temperatura media globale aumenterà di 2°C, a causa delle interazioni tra riscaldamento, acidificazione degli oceani e inquinamento. Ciò rappresenterebbe una profonda perdita per la biodiversità marina, oltre a minare un sistema necessario alla proliferazione della vita sulla Terra. “I punti di ribaltamento della biosfera possono innescare un brusco rilascio di carbonio” aggiungono gli scienziati. “Ciò può amplificare gli effetti del surriscaldamento globale, diminuendo il tempo a nostra disposizione”. La deforestazione e il cambiamento climatico potrebbero inoltre destabilizzare ulteriormente la più grande foresta pluviale del mondo, l’Amazzonia, che ospita una specie su dieci di quelle attualmente conosciute. Le stime su quale sia il punto di non ritorno della foresta amazzonica vanno dal 20% al 40% della perdita di copertura forestale, e circa il 17% è già sparito a partire dal 1970.

“Sosteniamo dunque che il tempo per prevenire il punto di non ritorno potrebbe già essere esaurito, mentre lo spazio di reazione per l’obiettivo zero emissioni è al massimo di 30 anni”. Ma, come detto in precedenza, non avendo ancora raggiunto effettivamente il tipping point, il cambiamento potrebbe essere ancora sotto il nostro controllo, impegnandoci molto di più. “La stabilità e la resilienza del Pianeta sono in pericolo: l'azione internazionale, non solo le parole, devono tenere conto di questo”.

 

di Flavio Natale

venerdì 13 dicembre 2019
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