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La rigenerazione delle periferie, una sfida per il Paese

Presentato il Rapporto sulle città a cura di Urban@it. Strategie, prospettive e soluzioni contro la marginalità e il degrado: serve un piano decennale, no ai bandi una tantum. 27/1/20

Ripensare le periferie con un approccio integrato. Riqualificare le città partendo dal contrasto delle diseguaglianze sociali e dai divari nell’accesso alle opportunità. Sono alcune delle conclusioni a cui giunge il quinto Rapporto sulle città curato dal Centro nazionale di studi per le politiche urbane (Urban@it) e dedicato quest’anno al tema “Politiche urbane per le periferie”, che è stato presentato il 24 gennaio a Bologna.

Il dossier parte da un assunto: la categoria analitica di periferia non è più soddisfacente. “La sofferenza urbana pervade l’intero territorio metropolitano, con alcune zone in cui il disagio è particolarmente concentrato e che, in diversi casi, non hanno una relazione con la distanza dal centro della città”. Perché non esiste una periferia, ne esistono molte. E nascono sempre più “periferie di periferie”, isole di cemento, vuoti urbani. Ecco allora, secondo Urban@it, la necessità di articolare una strategia decennale che sia in grado di coniugare coesione sociale, sicurezza urbana e politiche abitative, “in modo da combinare l’intervento sulla città di pietra con quello, più difficile e critico, sulla città di carne”, si legge nel Rapporto. Con un monito: è ora di abbandonare la logica della cantierizzazione a tutti i costi, o dei bandi una tantum per abbracciare questioni più attuali come il riutilizzo e l’efficientamento energetico.

Insomma, nella strategia per le periferie 2020-2030 lanciata dal gruppo di lavoro di Urban@it, coordinato da Giovanni Laino dell’Università Federico II di Napoli, viene declinato un orientamento con al centro i luoghi e le persone che li abitano (place-based e people-oriented) concepito entro un universalismo inclusivo e al contempo selettivo nella scelta dei beneficiari. “Rigenerare il tessuto sociale più che rammendare lo spazio” implica un approccio alla periferia come questione di sicurezza sociale, rispettoso delle persone e dei loro bisogni, a prescindere da dove esse si trovino: “contenuti prima dei contenitori, servizi alle popolazioni prima che trattamento dello spazio”, prosegue il Rapporto.

Proprio il tema di un rinnovato concetto di periferia, slegato dal fattore spaziale, era stato al centro della relazione con cui si era concluso il 14 dicembre 2017 il lavoro della Commissione parlamentare sulle periferie. Un testo che proponeva una cabina di regia che coordinasseentro una qualificata governance multilivello un lungo programma pluriennale, collegato a una significativa nuova edizione di politiche abitative (anche con il rilancio della locazione) e un rinnovato sforzo per qualificate politiche sociali di sicurezza urbana”.

Ed è quel lavoro condiviso in Parlamento che punta ora a rilanciare il Rapporto, auspicando, ad esempio, politiche nazionali sull’accesso alla casa a basso costo. La scuola, elemento di coesione sociale, può essere coinvolta in piattaforme sperimentali nel campo del welfare, pensando ad esempio a specifici contratti scuola. In un contesto sociale che rischia di diventare sempre più frammentato, arriva la proposta di introdurre agenzie sociali di quartiere che funzionino come hub tra i servizi sociali dei comuni, i centri per l’impiego e il terzo settore. Riprendendo, invece, una proposta di Fabrizio Barca, Urban@it suggerisce di formare giovani agenti di sviluppo da impiegare in 200 quartieri delle città italiane dove è più grave il disagio. Il Rapporto propone una fiscalità ad hoc per almeno 10 anni, un comitato di sorveglianza in cui coinvolgere le città metropolitane e una mappa delle aree di intervento.

Se la realizzazione di politiche efficaci è legata a doppio filo alla quantità e la qualità delle risorse, il bando periferie, per il quale sono stati stanziati 2,2 miliardi di euro, può rappresentare un volano formidabile per la rigenerazione urbana. Ne è convinta Carmen Giannino, responsabile del piano periferie per la presidenza del Consiglio che, intervenendo al convegno, ha dichiarato: “I progetti che le città hanno messo in campo sono tutti validi e consentono la riqualificazione di interi quartieri e la realizzazione di infrastrutture orientate alle politiche di sviluppo sostenibile. Un modello che rappresenta un esempio di progettualità”. Per raggiungere target di sostenibilità cittadina, sono stati approvati i Piani urbani per la mobilità sostenibile (Pums) (d.lgs 257/16), che al momento, però, vengono rispettati solo da due città metropolitane su 14. E, a proposito di policy interessanti, provenienti dall’Unione europea, il Rapporto osserva che il 6% del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) sarà destinato allo sviluppo urbano sostenibile.

Su una nuova forma di partecipazione democratica ha posto l’accento il ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano, che ha osservato:

Le diseguaglianze si sommano nei luoghi più marginali. I divari territoriali, in Italia, non si riducono più alla frattura storica tra Nord e Sud, che rappresenta il primo vincolo da rimuovere per lo sviluppo. Negli ultimi anni se ne sono consolidati altri: tra centri e periferie, tra città e campagne, tra aree urbane e aree interne. Le aree interne rappresentano il 60% del territorio nazionale, sono abitate da oltre 10 milioni di persone, in Paesi in via di spopolamento, lontani dai centri di offerta di servizi e di lavoro. Alla luce di tutto ciò ritengo fondamentale effettuare una mappatura dei luoghi marginali sui quali concentrare le risorse.

A conclusione del workshop, la lettura del cardinale arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, sul tema “Le periferie dell’anima”.

 

Guarda le foto della presentazione

 

di Andrea De Tommasi

 

lunedì 27 gennaio 2020
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