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Fino a metà delle spiagge del mondo potrebbe sparire entro il 2100

Esperti Ue: l’erosione è accelerata dai cambiamenti climatici e dall’azione dell’uomo, la riduzione delle emissioni di gas serra potrebbe mitigare l’impatto del 40%. Le spiagge australiane quelle più a rischio. 13/3/20 

Quasi la metà delle spiagge sabbiose del mondo potrebbe scomparire entro il 2100 a causa dell’erosione costiera, che peggiorerà con l’innalzamento del livello del mare provocato dai cambiamenti climatici. A lanciare l’allarme è il nuovo studio “Sandy coastlines under threat of erosion” condotto dal Joint research centre (Jrc) della Commissione europea, pubblicato il 2 marzo sulla rivista Nature climate change.

Un team di ricerca internazionale ha analizzato i dati provenienti da 35 anni di osservazioni costiere satellitari e 82 anni di previsioni climatiche, simulando più di 100 milioni di eventi atmosferici. Sulla base di questi dati, sono emersi due scenari di diversa intensità. Uno, noto come Rcp 4.5, prevede una mitigazione delle emissioni di gas a effetto serra, con un conseguente innalzamento del livello dei mari di 50 centimetri entro il 2100. L’altro scenario, noto come Rcp 8.5, prevede invece che il mondo continui a emettere carbonio al ritmo attuale, con un innalzamento del livello delle acque di 80 centimetri. Entro il 2050, evidenzia lo studio, a causa dei cambiamenti antropogenici e geologici, andrà perso tra il 13,6% e il 15,2% delle spiagge sabbiose globali, pari a una superficie compresa tra 36.097 e 40.511 chilometri quadrati. Lo scenario entro il 2100 è ancora più allarmante: scomparirà dal 35,7% al 49,5% delle spiagge, per una superficie compresa tra 95.061 e 131.745 chilometri quadrati. L’autore principale dello studio, Michalis Vousdoukas, ha dichiarato però che “una moderata mitigazione delle emissioni potrebbe impedire il 17% dell’erosione del litorale nel 2050 e il 40% nel 2100”.

L’Australia sarebbe il Paese più colpito, con la perdita di quasi 15mila chilometri quadrati di spiagge, seguita da Canada (14.425), Cile (6.659), Messico (5.488), Cina (5.440) e Stati Uniti (5.530). L’Italia, con i suoi quasi 8mila chilometri quadrati di spiagge sabbiose, non rientra tra i Paesi più a rischio.

"Le spiagge sabbiose coprono circa il 30% delle coste del mondo e, oltre ad essere luoghi ricreativi per le persone, svolgono un'importante funzione come zone cuscinetto naturali che proteggono la costa e gli ecosistemi dalle onde e dalle inondazioni marine, e inoltre forniscono importanti habitat per la fauna selvatica", spiegano i ricercatori. Tuttavia, aggiungono, “affrontano sempre più pressioni a causa dell’azione dell’uomo, una situazione che potrebbe peggiorare se l’urbanizzazione costiera e la crescita della popolazione continuassero”.

La Commissione europea sta lavorando per affrontare le sfide proposte da questi scenari, con una strategia che mira a rendere l’Europa più resiliente all’impatto dei cambiamenti climatici. Tra le misure suggerite per la tutela delle zone costiere, la Commissione raccomanda l'istituzione di una zona di arretramento, estesa per almeno un centinaio di metri verso l'entroterra. Altre misure sono state adottate per controllare il rischio di alluvioni e per ripristinare la funzione naturale dei fiumi di trasporto sedimenti, allo scopo di salvaguardare le spiagge sabbiose.

 

di Andrea De Tommasi

venerdì 13 marzo 2020
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