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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<item>
		<title>Industry 5.0, la competitività europea alla prova dell’attuazione</title>
		<link>https://asvis.it/industry-5-0-la-competitivita-europea-alla-prova-dellattuazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 10:51:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, membro della Community of Practice Industry 5.0 della Commissione europea<br />
Dalla visione all’azione: il report UE spinge verso metriche, competenze e politiche industriali per una competitività sostenibile e centrata sull’uomo nel nuovo scenario europeo globale.<br />
08/07/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="d-box d-box-descrizione">
<div class="d-box d-box-descrizione">
<div class="d-box d-box-descrizione">
<p>di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, membro della Community of Practice Industry 5.0 della Commissione europea</p>
<p><em>Dalla visione all’azione: il report UE spinge verso metriche, competenze e politiche industriali per una competitività sostenibile e centrata sull’uomo nel nuovo scenario europeo globale. <strong>08/07/26</strong></em></p>
</div>
<div class="d-box d-box-testo">
<p>Il Final Report of the Industry 5.0 Community of Practice Plenary Session 2026, pubblicato dalla Commissione europea dopo la plenaria del 20 marzo 2026 a Bruxelles, mostra come il dibattito europeo sull’Industry 5.0 stia entrando in una fase più operativa, nella quale non basta più richiamare <strong>centralità della persona, sostenibilità e resilienza</strong>, ma occorre tradurle in strumenti, metriche, competenze, percorsi di autovalutazione, modelli di collaborazione e politiche industriali capaci di incidere sulle scelte delle imprese. La riunione, con circa 125 membri della Community provenienti da industria, accademia e policy maker, aveva l’obiettivo di fare il punto sui risultati raggiunti, discutere il rapporto tra Industry 5.0, priorità industriali e trasformazione produttiva, e raccogliere indicazioni sul futuro della Community.</p>
<p>Il documento colloca Industry 5.0 dentro una fase di <strong>profondo cambiamento del paesaggio industriale europeo</strong>, segnata dalla twin transition, dall’accelerazione tecnologica e dalle trasformazioni geopolitiche, presentandola come una possibile forma europea di competitività fondata su innovazione al servizio delle persone, della società e dell’ambiente. Questa impostazione non viene contrapposta alla crescita, ma posta al centro di una domanda politica ed economica concreta: quale competitività vuole perseguire l’Europa in un contesto globale nel quale costi dell’energia, investimenti, capacità di portare la ricerca al mercato, disponibilità di competenze e velocità dell’innovazione determinano la tenuta dei sistemi produttivi.<br />Il panel dedicato alla “European way to competitiveness” evidenzia una tensione che il report non semplifica. Alcuni interventi richiamano il rischio che l’applicazione dei principi 5.0 possa aumentare i costi e indebolire settori già esposti alla concorrenza internazionale, mentre altri sostengono che una strategia fondata soltanto sulla riduzione dei costi condurrebbe a una traiettoria regressiva, incompatibile con qualità del lavoro, sostenibilità e resilienza industriale. Da questa discussione emerge l’idea che Industry 5.0 possa sostenere la competitività solo se accompagnata da condizioni strutturali adeguate, tra cui energia accessibile, investimenti, politiche industriali coerenti, regolazione intelligente e capacità di esecuzione. La formula richiamata nel dibattito secondo cui <strong>la sostenibilità senza performance non produce impatto, mentre la performance senza sostenibilità non ha futuro</strong>, sintetizza la necessità di superare una lettura oppositiva tra risultati economici e responsabilità sociale e ambientale.</p>
<p>Il lavoro, le competenze e la partecipazione dei lavoratori sono presenti in modo continuo nel report, perché la <strong>centralità umana dell’Industry 5.0</strong> viene collegata a formazione, reskilling, upskilling, co-progettazione delle tecnologie, apprendimento organizzativo e coinvolgimento attivo delle persone nei processi di trasformazione industriale. Nel keynote speech viene richiamata l’importanza del capitale umano come parte del vantaggio comparativo europeo e, di fronte alla crescita dell’intelligenza artificiale, viene affermata la necessità che l’Europa sviluppi un percorso di AI centrata sull’uomo. Nei panel successivi i lavoratori vengono descritti non come destinatari passivi della trasformazione, ma come soggetti capaci di contribuire a orientarla e renderla sostenibile nei contesti organizzativi reali. Anche i progetti Horizon Europe presentati nella parte finale della plenaria confermano questa impostazione, richiamando assessment, innovazione organizzativa, competenze, fiducia nell’interazione uomo-tecnologia e schemi integrati di finanziamento, mentoring e formazione per le PMI.</p>
<p>Una parte significativa del documento riguarda il passaggio dalla visione alla misurazione, affrontato nella sessione dedicata a monitoraggio, tassonomia e strumenti di autovalutazione. Il report riconosce che esistono diverse interpretazioni di Industry 5.0 e che tale pluralità può essere compatibile con la varietà dei contesti applicativi, purché sia accompagnata da maggiore chiarezza, strumenti semplici, sistemi di monitoraggio trasparenti e migliore integrazione con politiche pubbliche ed esigenze delle imprese. In questo contesto viene presentato uno strumento collaborativo di self-assessment composto da 117 domande articolate intorno ai tre pilastri di human-centricity, sustainability e resilience; i primi riscontri indicano che la centralità umana appare come il pilastro più forte, mentre la sostenibilità risulta quello più debole.</p>
<p>La misurazione non viene però presentata come un mero adempimento, perché il report insiste sulla necessità di collegare l’assessment ai KPI aziendali, alla performance economica, ai quadri regolatori, agli incentivi, ai sistemi ESG e, dove opportuno, a forme di valutazione indipendente. La questione del <strong>business case</strong> diventa centrale, poiché l’adozione dei principi di Industry 5.0 potrà diffondersi solo se le imprese comprenderanno perché resilienza, centralità umana e sostenibilità possano costituire motori di crescita e competitività. Il documento sottolinea che la resilienza può sostenere la crescita di lungo periodo, la centralità umana può favorire innovazione e produttività, mentre la sostenibilità può aprire opportunità di mercato quando è resa economicamente praticabile.<br />Il futuro della Community of Practice viene delineato come una trasformazione verso una comunità più strutturata, operativa e orientata all’azione. I partecipanti propongono che la CoP funzioni come <strong>knowledge hub</strong>, piattaforma di collaborazione, connettore di iniziative e reti, luogo di sviluppo di strumenti, linee guida, benchmark, casi studio, ambienti pilota e percorsi formativi. Viene richiesta una governance più chiara, con obiettivi di breve e lungo periodo, ruoli e responsabilità definiti, risorse dedicate e maggiore capacità di collegare i risultati dei progetti esistenti. La disponibilità di molti partecipanti a guidare, co-guidare o prendere parte ad attività specifiche mostra che la Community può diventare un’infrastruttura collaborativa capace di produrre strumenti, conoscenza applicata e percorsi condivisi.</p>
<p>Il report dedica inoltre attenzione alla dimensione territoriale e anticipatoria di Industry 5.0, riconoscendo che la trasformazione industriale non può essere governata soltanto a livello aziendale o settoriale, ma richiede foresight, strategie regionali, roadmap territoriali e sperimentazioni locali. La previsione viene intesa come possibilità di costruire percorsi verso esiti desiderabili e responsabili, collegando opportunità tecnologiche, sostenibilità, resilienza e competitività. Questa impostazione conferma che <strong>Industry 5.0 può diventare un quadro di dialogo</strong> tra industria, economia, società e territori, soprattutto se riesce a superare divari digitali e territoriali e a includere PMI, lavoratori e società civile.</p>
<p>Per l’Italia, una lettura attenta di questo report dovrebbe spingere ad affrontare seriamente il tema dell’Industry 5.0 evitando di ridurlo a una sequenza di interventi separati, incentivi occasionali o misure costruite per singoli ambiti non sempre ricomposti in una visione organica. Il documento europeo mostra, al contrario, che l’Industry 5.0 richiede una traiettoria riconoscibile, stabile e allineata al quadro dell’Unione, nella quale competitività, competenze, sostenibilità, resilienza, centralità umana, innovazione tecnologica e dimensione territoriale siano pensate insieme. In questa prospettiva, la resilienza richiamata dal paradigma europeo può essere letta anche come capacità delle organizzazioni e dei territori di sviluppare forme di <strong>antifragilità</strong>, cioè di apprendere dalle crisi, dalle discontinuità e dalle pressioni esterne per rafforzare nel tempo la propria capacità di innovare, cooperare e generare valore. Questo non significa negare l’utilità degli incentivi, ma collocarli dentro una prospettiva di medio-lungo periodo capace di dare fiducia alle imprese, orientare gli investimenti, sostenere le PMI e favorire percorsi di trasformazione che non dipendano soltanto dalle misure del momento, ma da una politica industriale coerente e credibile.</p>
<p>Nelle conclusioni, la Commissione riconosce che fattori esterni possono condizionare l’adozione di Industry 5.0, ma sottolinea anche l’esistenza di esempi positivi che ne mostrano il potenziale come strategia utile. Gli strumenti di autovalutazione vengono indicati come una prima azione concreta, mentre il passaggio successivo consisterà nello sviluppo di un programma di lavoro della Community basato sui risultati della plenaria. <strong>La sfida sarà individuare iniziative comuni</strong>, coinvolgere maggiormente industria, istruzione e altri stakeholder, e condividere esperienze capaci di dimostrare alle imprese che adottare i principi di Industry 5.0 ha senso non soltanto dal punto di vista valoriale, ma anche strategico ed economico.</p>
<p>Il messaggio complessivo del documento è che Industry 5.0, per contribuire realmente alla competitività europea e allo sviluppo sostenibile, deve uscire dalla dimensione dichiarativa e diventare una grammatica operativa fatta di competenze, strumenti, misurazione, casi concreti, politiche coerenti, partecipazione dei lavoratori, sostegno alle PMI e strategie territoriali. Se questa integrazione riuscirà a tradursi in pratiche diffuse, Industry 5.0 potrà diventare una delle vie attraverso cui l’Europa, e con essa l’Italia, proverà a rendere la trasformazione industriale non solo tecnologicamente avanzata, ma anche socialmente equilibrata, ambientalmente responsabile e capace di generare valore durevole, <strong>orientando competitività, innovazione, resilienza e antifragilità</strong> verso la tutela delle generazioni future e il bene comune.</p>
</div>
<div class="d-box d-box-datapubb"><span class="week">mercoledì</span> 8 luglio 2026</div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>La pace positiva e il ruolo delle imprese: l’attore che manca</title>
		<link>https://asvis.it/la-pace-positiva-e-il-ruolo-delle-imprese-lattore-che-manca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 12:34:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Raffaella Lebano, Trending Peace<br />
La pace è spesso considerata una responsabilità di governi e istituzioni. Eppure le imprese influenzano ogni giorno le condizioni che favoriscono fiducia, stabilità e sviluppo. E potrebbero avere molto da guadagnare nel farlo.<br />
18/06/2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/la-pace-positiva-e-il-ruolo-delle-imprese-lattore-che-manca/">La pace positiva e il ruolo delle imprese: l’attore che manca</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="d-box d-box-descrizione">
<p>di Raffaella Lebano, Trending Peace</p>
<p><em>La pace è spesso considerata una responsabilità di governi e istituzioni. Eppure le imprese influenzano ogni giorno le condizioni che favoriscono fiducia, stabilità e sviluppo. E potrebbero avere molto da guadagnare nel farlo. <strong>18/06/26</strong></em></p>
</div>
<div class="d-box d-box-testo">
<p>Quando si parla di <strong>pace</strong>, il pensiero corre quasi automaticamente alla diplomazia, alle organizzazioni internazionali o alle istituzioni pubbliche. La pace viene generalmente considerata una <strong>questione politica, sociale o umanitaria</strong>, raramente economica. Eppure esiste un attore che ogni giorno influenza milioni di persone, organizza relazioni, distribuisce risorse, genera opportunità e contribuisce a modellare i territori:<strong> l’impresa</strong>. Per questo motivo, se vogliamo affrontare seriamente il tema della <strong>pace positiva</strong>, forse dovremmo iniziare a guardare alle aziende in modo diverso.</p>
<p>Il concetto di pace positiva, sviluppato a partire dagli studi di <strong>Johan Galtung</strong>, supera l’idea tradizionale di pace come semplice assenza di guerra o di violenza diretta. La pace positiva riguarda invece la <strong>presenza di condizioni</strong> che consentono alle persone e alle comunità di <strong>prosperare</strong>: fiducia, inclusione, collaborazione, accesso alle opportunità, qualità delle istituzioni, capacità di gestire i conflitti e stabilità dei sistemi sociali ed economici.</p>
<p>Osservata da questa prospettiva, la pace non rappresenta più soltanto un obiettivo da perseguire quando emerge un conflitto. Diventa una caratteristica dei sistemi. Una condizione che può essere rafforzata oppure indebolita dalle decisioni quotidiane dei soggetti che ne fanno parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tra questi soggetti vi sono anche le imprese<br /></strong>Le aziende influenzano la qualità delle relazioni interne, il <strong>benessere delle persone</strong>, la gestione dei conflitti organizzativi, la distribuzione delle opportunità, il funzionamento delle filiere, il rapporto con i territori e con le comunità locali. In altre parole, contribuiscono quotidianamente alla qualità e alla stabilità dei contesti in cui operano. La domanda, quindi, non è se le imprese abbiano un impatto sulla pace positiva. La domanda è in che modo questo impatto venga generato e quanto sia <strong>consapevole</strong>.</p>
<p>Per molti anni il <strong>dibattito sulla sostenibilità</strong> ha concentrato l’attenzione soprattutto sulla riduzione degli impatti negativi. Un passaggio fondamentale, che ha consentito alle organizzazioni di comprendere meglio le proprie <strong>responsabilità ambientali e sociali</strong>. Oggi, però, potrebbe essere necessario compiere un passo ulteriore.</p>
<p>Non limitarsi a chiedere alle aziende quali danni evitano di produrre, ma comprendere <strong>quali condizioni positive contribuiscono concretamente a generare</strong>. Questa riflessione appare particolarmente rilevante in un contesto caratterizzato da crescente <strong>instabilità geopolitica</strong>, polarizzazione sociale, tensioni nelle filiere globali, crisi di fiducia nelle istituzioni e crescente difficoltà nel coinvolgimento delle persone all’interno delle organizzazioni.</p>
<p>In scenari di questo tipo, elementi come la fiducia, la qualità delle relazioni, la capacità di collaborazione, la gestione costruttiva dei conflitti, la stabilità dei territori e il coinvolgimento degli stakeholder non rappresentano soltanto valori desiderabili. Sono anche condizioni che incidono direttamente sulla capacità delle organizzazioni di operare, innovare e crescere nel tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È qui che emerge un aspetto spesso trascurato<br /></strong>Molte delle condizioni che favoriscono la pace positiva sono le stesse che contribuiscono alla creazione di <strong>valore per l’impresa</strong>. La fiducia riduce i costi di coordinamento. La qualità delle relazioni favorisce la collaborazione. Una gestione efficace dei conflitti limita inefficienze e dispersione di energie. Territori più stabili riducono l’<strong>esposizione al rischio</strong>. Filiere solide migliorano la continuità operativa. Persone coinvolte e valorizzate contribuiscono a una maggiore capacità di innovazione. Pace positiva e creazione di valore non sono necessariamente obiettivi in contrapposizione. In molti casi possono rafforzarsi reciprocamente. Per questo motivo la pace positiva può essere letta non soltanto come una responsabilità sociale delle imprese, ma anche come una <strong>dimensione organizzativa e strategica</strong>.</p>
<p>Non perché alle aziende debbano essere attribuite responsabilità che spettano alle istituzioni, ma perché <strong>le loro decisioni influenzano concretamente</strong> le condizioni che rendono possibile una società più stabile, inclusiva e prospera.<br />L’<strong>Agenda 2030 </strong>richiama questa sfida attraverso il <strong>Goal 16</strong> dedicato a pace, giustizia e istituzioni solide. Tuttavia, il ruolo delle imprese nella costruzione della pace positiva rimane ancora oggi un tema poco esplorato rispetto ad altri ambiti della sostenibilità.</p>
<p>Nei prossimi anni potrebbe emergere una nuova domanda: come aiutare le organizzazioni a comprendere, misurare e rafforzare il proprio contributo alle <strong>condizioni che favoriscono fiducia, stabilità e sviluppo? </strong>Se accettiamo l’idea che la pace positiva sia una caratteristica dei sistemi e non soltanto una responsabilità delle istituzioni, allora anche il ruolo delle imprese assume una nuova rilevanza.</p>
<p>Non come semplici beneficiarie di contesti stabili e prosperi, ma come attori che possono contribuire attivamente alla loro costruzione. E forse è proprio qui che si trova una delle sfide più interessanti per il <strong>futuro della sostenibilità</strong>: riconoscere che la pace non è soltanto un obiettivo da proteggere, ma una condizione che può essere generata. Anche dalle imprese.</p>
</div>
<div class="d-box d-box-datapubb"><span class="week">giovedì</span> 18 giugno 2026</div>
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			</item>
		<item>
		<title>È dai condomini energivori che può partire una rivoluzione dell’abitare</title>
		<link>https://asvis.it/e-dai-condomini-energivori-che-puo-partire-una-rivoluzione-dellabitare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 00:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal7]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Milano, ingegnere edile, architetto ed urbanista<br />
Vademecum energetico condominiale mostra come i condomini siano in grado di diventare infrastrutture climatiche e sociali. Dalla crisi energetica alle rinnovabili: la transizione è tecnica, ma anche culturale. 21/05/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro <em><a href="https://www.pacinieditore.it/prodotto/vademecum-energetico-condominiale/">Vademecum energetico condominiale</a></em> racconta come il <strong>rapporto tra abitare ed energia</strong> sia diventato, nel tempo, una delle chiavi per comprendere la trasformazione delle citt&agrave;. La storia parte da un passato in cui la casa era un luogo di combustione, fumo e rischio, attraversa l&rsquo;arrivo del gas e dell&rsquo;elettricit&agrave; come infrastrutture pubbliche e approda al dopoguerra, quando il condominio moderno nasce come risposta all&rsquo;emergenza abitativa, costruito rapidamente e senza criteri di efficienza. &Egrave; in questa genealogia che si radicano le fragilit&agrave; attuali: edifici energivori, impianti centralizzati obsoleti, involucro inefficiente. Ma &egrave; proprio da qui che prende forma la consapevolezza che il condominio non &egrave; solo un luogo dell&rsquo;abitare, bens&igrave; una <strong>macchina energetica che oggi deve essere ripensata</strong>.</p>
<p>Il ventunesimo secolo introduce una discontinuit&agrave; radicale. <strong>L&rsquo;energia non &egrave; pi&ugrave; un servizio invisibile</strong>, ma una variabile che determina stabilit&agrave; climatica, sicurezza economica e qualit&agrave; della vita. Le rinnovabili superano i fossili, l&rsquo;elettrificazione diventa il nuovo linguaggio dell&rsquo;energia, la digitalizzazione permette di monitorare e ottimizzare i consumi. Il condominio, da semplice consumatore, diventa potenziale produttore e gestore: <strong>tetti fotovoltaici</strong>, <strong>pompe di calore</strong>, <strong>sistemi di accumulo</strong>, <strong>ricariche elettriche</strong> trasformano le parti comuni in infrastrutture attive. L&rsquo;assemblea condominiale, spesso percepita come luogo di inerzia, pu&ograve; diventare spazio di decisione collettiva e di <strong>cittadinanza energetica</strong>. Ma questa transizione si innesta in un contesto climatico instabile: eventi estremi, consumo di suolo, frane e ondate di calore mostrano che il clima &egrave; ormai una componente strutturale dell&rsquo;abitare e che gli edifici devono diventare infrastrutture climatiche resilienti.</p>
<p>Su questo scenario si innesta la grande architettura normativa europea. Le direttive sull&rsquo;efficienza energetica e la nuova &ldquo;Epbd&rdquo; sulla prestazione energetica degli edifici definiscono un percorso obbligato verso edifici a emissioni quasi zero, <strong>eliminazione progressiva delle caldaie fossili</strong>, integrazione delle rinnovabili e standard minimi di prestazione. L&rsquo;Italia attraversa questa stagione con ambivalenza: ambizione e ritardi, accelerazioni e contraddizioni. Il <strong>Superbonus</strong> rappresenta un caso emblematico, capace di mobilitare il Paese ma anche di evidenziarne le fragilit&agrave; amministrative. Nella fase post-Superbonus, il Vademecum ricostruisce gli strumenti ancora disponibili &#8211; detrazioni, incentivi, <a href="https://www.pacinieditore.it/prodotto/comunita-energetiche/">comunit&agrave; energetiche</a>, fondi PNRR &#8211; e dedica attenzione al Conto termico 3.0, individuandone potenzialit&agrave; e limiti come strumento cardine della transizione termica.</p>
<p>Il cuore pi&ugrave; innovativo del testo &egrave; per&ograve; la <strong>dimensione ecosistemica</strong>. L&rsquo;energia non &egrave; solo tecnologia: &egrave; relazione, coesione, welfare. Le comunit&agrave; energetiche diventano dispositivi di partecipazione e redistribuzione, capaci di ridurre la povert&agrave; energetica e rafforzare il tessuto sociale. La transizione termica europea, con reti di calore rinnovabili e pompe di calore di nuova generazione, ridefinisce il ruolo degli edifici come nodi di infrastrutture collettive. Le esperienze di ConnectHeat e Muse Dhc mostrano come la <strong>decarbonizzazione</strong> possa diventare un <strong>processo democratico</strong>, mentre la digitalizzazione introduce nuovi modelli di gestione predittiva e manutenzione intelligente. Il Vademecum insiste anche sulla <strong>dimensione comunicativa</strong>: senza una cultura relazionale, senza fiducia e senza linguaggi condivisi, nessuna innovazione tecnica pu&ograve; radicarsi nei condomini.</p>
<p>Lo sguardo finale si apre sulle esperienze internazionali e sulle prospettive future. <strong>Roma Capitale</strong> diventa laboratorio di rigenerazione energetica su scala urbana; Edera propone un approccio industriale alla riqualificazione, basato su prefabbricazione e processi replicabili; la bioeconomia del costruire introduce materiali rigenerativi e filiere circolari. Il messaggio conclusivo &egrave; netto: la transizione energetica condominiale non &egrave; un insieme di interventi tecnici, ma <strong>una trasformazione culturale e sociale che richiede visione, governance e partecipazione</strong>. Ogni condominio, anche il pi&ugrave; piccolo, pu&ograve; diventare un&rsquo;infrastruttura climatica, un luogo di innovazione e un attore della transizione ecologica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em><a href="https://www.pacinieditore.it/prodotto/vademecum-energetico-condominiale/">Vademecum Energetico Condominiale</a></em><em> (Pacini Editore) &egrave; di Pasquale Luca Giardiello, Giuseppe Milano, Sergio Roncucci, con i contributi speciali di Stefano Martello e Fabio Roggiolani</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/e-dai-condomini-energivori-che-puo-partire-una-rivoluzione-dellabitare/">È dai condomini energivori che può partire una rivoluzione dell’abitare</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Industrie culturali e creative, sostenibilità consumer-driven e consumatori relazionali</title>
		<link>https://asvis.it/industrie-culturali-e-creative-sostenibilita-consumer-driven-e-consumatori-relazionali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 00:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://asvis.it/?p=110454</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, e Stefano Monti, Partner di Monti&amp;Taft<br />
La sostenibilità, modellata sulle grandi imprese, fatica ad adattarsi alle Pmi italiane. Nelle industrie culturali e creative, consumo relazionale e radicamento territoriale emergono come leve per un nuovo vantaggio competitivo. 4/05/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>sostenibilit&agrave;</strong> occupa ormai una posizione centrale nel dibattito economico e politico globale, ma molti dei framework oggi disponibili sono stati costruiti attorno alle esigenze delle grandi imprese, generando una frizione evidente nel contesto italiano, dove il tessuto produttivo &egrave; composto in larga parte da Pmi, microimprese, imprese familiari e organizzazioni di piccola scala. La responsabilit&agrave; d&rsquo;impresa moderna nasce negli <strong>Stati Uniti</strong> del secondo dopoguerra, dentro un sistema dominato da grandi corporation e mercati finanziari evoluti, mentre molte imprese italiane praticano forme di sostenibilit&agrave; implicita attraverso relazioni stabili con il territorio, filiere corte, prossimit&agrave; con clienti e fornitori, attenzione alla qualit&agrave; del lavoro e uso responsabile delle risorse, senza disporre sempre degli strumenti necessari per misurare e comunicare ci&ograve; che gi&agrave; fanno.</p>
<p>Il consumo pu&ograve; diventare una variabile decisiva, soprattutto se letto attraverso la figura del &ldquo;consumatore relazionale&rdquo;, capace di superare il modello economico classico del consumatore perfettamente razionale. Secondo gli <strong>studi sull&rsquo;economia civile </strong>e sui beni relazionali sviluppati da autori come <strong>Luigino Bruni, Stefano Zamagni e Benedetto Gui</strong>, il consumo contemporaneo incorpora elementi che vanno oltre il semplice rapporto tra prezzo e qualit&agrave;, poich&eacute; nelle <strong>scelte di acquisto</strong> entrano fiducia, reciprocit&agrave;, appartenenza, autenticit&agrave;, prossimit&agrave; e coerenza valoriale. Il consumatore relazionale non acquista soltanto un prodotto o un servizio, ma valuta anche il <strong>significato sociale, culturale e territoriale</strong> dell&rsquo;impresa che lo produce, trasformando la sostenibilit&agrave; in una possibile leva competitiva quando viene riconosciuta, compresa e premiata dal mercato.</p>
<p>Il caso delle <strong>Industrie culturali e creative</strong> &egrave; particolarmente rilevante, perch&eacute; le <strong>Icc</strong> europee rappresentano una componente significativa dell&rsquo;economia dell&rsquo;Unione, generano quasi il 4% del valore aggiunto europeo e sono composte per oltre il 99% da Pmi. Il punto pi&ugrave; interessante, tuttavia, non &egrave; soltanto quantitativo, perch&eacute; le Industrie culturali e creative producono beni e servizi che possiedono gi&agrave; una forte componente simbolica, identitaria e relazionale, come avviene nel caso di un libro, una mostra, un laboratorio creativo, un prodotto di design, un festival, un&rsquo;esperienza culturale, un contenuto audiovisivo, un&rsquo;attivit&agrave; formativa, un servizio creativo o un brand territoriale. Oggetti, servizi ed esperienze di tale natura non vengono consumati esclusivamente per la loro utilit&agrave; funzionale, ma anche per il significato che veicolano, per il senso di appartenenza che generano e per la relazione che attivano con una comunit&agrave;, un luogo o un sistema di valori.</p>
<p>Ne deriva che le Industrie culturali e creative rappresentano un bacino imprenditoriale particolarmente interessante per lo sviluppo di attivit&agrave; legate al consumo relazionale, perch&eacute; i loro prodotti e servizi sono spesso caratterizzati da un alto valore simbolico, quando si tratta di oggetti, oppure da una forte dimensione esperienziale, quando si tratta di servizi. <strong>I valori immateriali si sovrappongono al valore d&rsquo;uso</strong> e, in molti casi, lo amplificano, rendendo le Icc pi&ugrave; permeabili ai concetti di consumo etico, prossimit&agrave;, autenticit&agrave; e responsabilit&agrave; sociale, soprattutto quando l&rsquo;offerta culturale o creativa riesce a esplicitare il proprio legame con una storia produttiva, una comunit&agrave; professionale, una tradizione artigianale, un territorio o una visione del futuro.</p>
<p>Molte Icc hanno inoltre una natura fortemente radicata nei territori e operano attraverso patrimoni locali, linguaggi culturali, competenze artigianali e reti comunitarie. Proprio tale radicamento consente loro di costruire offerte capaci di unire connessione territoriale, esperienza relazionale e condivisione valoriale. Il valore prodotto dalle Icc non coincide quindi soltanto con il fatturato generato o con il numero di occupati coinvolti, ma comprende anche la capacit&agrave; di rafforzare <strong>identit&agrave; locali</strong>, produrre <strong>coesione sociale</strong>, alimentare <strong>capitale simbolico</strong>, valorizzare <strong>patrimoni materiali e immateriali</strong> e generare nuove forme di <strong>partecipazione culturale</strong>.</p>
<p>Si configura cos&igrave; una possibilit&agrave; competitiva importante, nella misura in cui le Industrie culturali e creative possono distinguersi da operatori anche pi&ugrave; grandi e strutturati, proponendosi come un&rsquo;alternativa culturale sostenibile fondata non necessariamente sulla scala produttiva, ma sulla capacit&agrave; di generare significati, relazioni e fiducia. Tale caratteristica le rende particolarmente adatte a sperimentare <strong>nuovi modelli di sostenibilit&agrave; consumer-driven</strong>, nei quali il comportamento del consumatore non si limita a recepire passivamente un&rsquo;offerta sostenibile, ma contribuisce a orientarla, riconoscerla e rafforzarla, trasformando la domanda in un fattore di pressione positiva sul sistema produttivo. Quando una persona sceglie un prodotto culturale o creativo perch&eacute; ne riconosce la coerenza con determinati valori, essa non premia soltanto una singola impresa, ma contribuisce a rendere economicamente pi&ugrave; sostenibile un intero modello di produzione fondato su qualit&agrave;, prossimit&agrave;, responsabilit&agrave; e radicamento.</p>
<p>La questione assume un rilievo particolare nel contesto italiano, dove molte imprese culturali e creative operano con margini limitati, elevata intensit&agrave; di competenze e difficolt&agrave; di accesso a strumenti finanziari e consulenziali pensati per imprese pi&ugrave; grandi. Applicare a tali soggetti gli stessi modelli di rendicontazione previsti per organizzazioni complesse rischierebbe di produrre un effetto paradossale, perch&eacute; le imprese pi&ugrave; vicine per natura a pratiche sostenibili potrebbero risultare le meno capaci di dimostrarlo formalmente. Serve quindi costruire strumenti proporzionati, leggibili e accessibili, capaci di trasformare la sostenibilit&agrave; da adempimento percepito come esterno a linguaggio di posizionamento competitivo.</p>
<p>Per rendere operativa una linea di sviluppo di questo tipo<strong>, sarebbe utile costruire un sistema di metriche di impatto specifico </strong>per le Industrie culturali e creative, capace di misurare non soltanto gli aspetti ambientali o amministrativi della sostenibilit&agrave;, ma anche le dimensioni culturali, relazionali, territoriali e comunitarie che ne qualificano il valore. Il pensiero di <strong>Mariana Mazzucato</strong> offre qui una chiave utile, perch&eacute; invita a considerare le politiche pubbliche non solo come strumenti di correzione ex post dei fallimenti del mercato, ma come dispositivi capaci di orientare ex ante l&rsquo;innovazione verso missioni collettive, mobilitando imprese, istituzioni, ricerca e cittadini intorno a obiettivi condivisi. Applicata alle Icc, una logica mission-oriented consente di leggere la sostenibilit&agrave; non come un adempimento settoriale, ma come una missione pubblica e imprenditoriale insieme, nella quale cultura, territorio e consumo relazionale diventano strumenti per produrre valore economico e, al tempo stesso, contribuire alla tutela di un bene comune.</p>
<p>Il contributo di <strong>Gilda Farrell</strong> rafforza ulteriormente il ragionamento, perch&eacute; il concetto di capitale territoriale permette di considerare il territorio non come semplice sfondo dell&rsquo;attivit&agrave; economica, ma come insieme di risorse materiali e immateriali, fatto di competenze, relazioni, identit&agrave;, percezioni, governance, attivit&agrave; produttive e capitale umano. Per le Industrie culturali e creative, che spesso nascono proprio dall&rsquo;intreccio tra patrimonio locale, competenze professionali, immaginari collettivi e reti comunitarie, un simile approccio &egrave; particolarmente utile, perch&eacute; consente di misurare il valore generato non solo dentro l&rsquo;impresa, ma anche nella qualit&agrave; delle relazioni attivate nel territorio. <strong>Le metriche di impatto</strong> dovrebbero quindi evitare di limitarsi agli indicatori quantitativi pi&ugrave; immediati e includere elementi come il contributo alla partecipazione culturale, la capacit&agrave; di attivare comunit&agrave;, la valorizzazione di competenze locali, l&rsquo;accessibilit&agrave; dell&rsquo;offerta, le pratiche inclusive, la trasparenza nella filiera, il coinvolgimento dei pubblici e la coerenza tra identit&agrave; dichiarata e comportamenti effettivi.</p>
<p>Accanto alle metriche di impatto, servirebbero servizi di accompagnamento in grado di aiutare le imprese culturali e creative a sviluppare internamente competenze adeguate, senza imporre costi sproporzionati rispetto al loro volume medio di fatturato. L&rsquo;obiettivo non dovrebbe essere trasferire sulle Icc un nuovo carico burocratico, ma <strong>costruire strumenti capaci di far emergere, ordinare e comunicare pratiche che spesso gi&agrave; esistono</strong>, ma che rimangono invisibili perch&eacute; non vengono misurate, narrate o rese comparabili. L&rsquo;accompagnamento dovrebbe riguardare sia la dimensione tecnica, legata alla raccolta dei dati e alla costruzione di indicatori, sia quella strategica, legata alla capacit&agrave; di trasformare la sostenibilit&agrave; in posizionamento, reputazione, fiducia e differenziazione competitiva.</p>
<p>Una linea di policy orientata in tale direzione potrebbe contribuire a promuovere una vera cultura del consumo sostenibile, nella misura in cui l&rsquo;obiettivo non sarebbe soltanto rendere le imprese pi&ugrave; capaci di comunicare il proprio impatto, ma anche abituare progressivamente le persone a considerare le ricadute delle proprie scelte. Ogni acquisto, letto in questa chiave, diventa anche un atto di orientamento del mercato, capace di produrre effetti sul territorio, sulle comunit&agrave; e sui modelli di sviluppo economico e sociale. La <strong>sostenibilit&agrave; consumer-driven</strong>, applicata alle Icc, non sarebbe quindi una semplice variante comunicativa della responsabilit&agrave; sociale d&rsquo;impresa, ma una possibile strategia di trasformazione culturale del mercato, fondata sull&rsquo;idea che consumatori pi&ugrave; consapevoli possano sostenere imprese pi&ugrave; responsabili e che imprese pi&ugrave; responsabili possano contribuire a costruire consumatori pi&ugrave; consapevoli.</p>
<p>Il nodo decisivo, in ultima analisi, non &egrave; solo aiutare le Industrie culturali e creative a diventare pi&ugrave; sostenibili, ma riconoscere che esse possono essere uno degli spazi pi&ugrave; adatti per rendere la sostenibilit&agrave; comprensibile, desiderabile e praticabile nella vita quotidiana delle persone. Lavorando su immaginari, linguaggi, esperienze, simboli e appartenenze, le Icc possono contribuire a trasformare la sostenibilit&agrave; da categoria tecnica a cultura diffusa, da obbligo di conformit&agrave; a criterio di scelta, da vincolo regolatorio a forma di partecipazione. La costruzione di metriche di impatto, servizi e politiche dedicate alle Icc non avrebbe soltanto una funzione economica, ma assumerebbe un significato pi&ugrave; ampio, perch&eacute; <strong>permetterebbe di sperimentare un modello nel quale cultura, impresa e consumo non procedono su piani separati</strong>, ma concorrono alla definizione di nuove forme di valore condiviso.</p>
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		<title>Industrie culturali e creative: quanto contano per lo sviluppo sostenibile</title>
		<link>https://asvis.it/industrie-culturali-e-creative-quanto-contano-per-lo-sviluppo-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 00:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://asvis.it/?p=110460</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni, e Stefano Monti, Partner di Monti&amp;Taft<br />
Le industrie culturali e creative emergono come leva strategica per sviluppo sostenibile, innovazione e occupazione. In Italia crescono ma restano frammentate: servono dati migliori e politiche mirate per valorizzarne il potenziale. 27/04/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di <strong>industrie culturali e creative</strong>, si tende ancora a collocarle in una posizione laterale, come se fossero importanti soprattutto sul piano simbolico e identitario ma non davvero decisive nei processi di sviluppo. Il quadro europeo e le pi&ugrave; recenti evoluzioni normative italiane mostrano invece che questa lettura non &egrave; pi&ugrave; adeguata, perch&eacute; le industrie culturali e creative rappresentano uno degli ambiti nei quali cultura, innovazione, impresa, territori e trasformazione sociale si intrecciano in modo sempre pi&ugrave; profondo.</p>
<p>La definizione adottata in ambito europeo riflette bene questa natura trasversale, dal momento che nei settori culturali e creativi rientrano tutte quelle attivit&agrave; che si basano su <strong>valori culturali ed espressioni artistiche o creative</strong>, siano esse orientate al mercato oppure no. Il perimetro comprende architettura, archivi, biblioteche, musei, artigianato artistico, audiovisivo, patrimonio culturale materiale e immateriale, design, festival, musica, letteratura, arti performative, editoria, radio e arti visive, e si tratta della stessa impostazione che il Ministero della Cultura ha assunto come riferimento anche nelle linee di indirizzo del Pnrr dedicate all&rsquo;investimento 3.3.</p>
<p>Una simile impostazione consente di superare una lettura troppo ristretta del settore, perch&eacute; le industrie culturali e creative non coincidono soltanto con le attivit&agrave; artistiche in senso tradizionale, ma comprendono un ecosistema molto pi&ugrave; articolato, nel quale convivono produzione culturale, servizi creativi, nuove tecnologie, valorizzazione del patrimonio, organizzazione di eventi, comunicazione, design e forme diverse di imprenditorialit&agrave;. &Egrave; proprio questa ampiezza a renderle rilevanti per lo sviluppo contemporaneo, perch&eacute; le &ldquo;<strong>Icc</strong>&rdquo; operano nel punto in cui il valore culturale incontra il valore economico e dove la creativit&agrave; diventa anche capacit&agrave; di generare prodotti, servizi, esperienze, attrattivit&agrave; territoriale e nuove opportunit&agrave; di lavoro. Lo stesso quadro europeo della ricerca e delle politiche culturali collega questo ecosistema non solo alla dimensione artistica, ma anche a <strong>innovazione, transizione digitale, transizione verde, qualit&agrave; urbana, benessere e coesione</strong>.</p>
<p>Anche l&rsquo;<strong>Italia</strong>, dopo anni nei quali il tema &egrave; rimasto sospeso fra pratiche amministrative, politiche di comparto e definizioni non sempre convergenti, ha finalmente compiuto un passo in avanti con la Legge 27 dicembre 2023, n. 206, dedicata al <strong>Made in Italy</strong>, che ha introdotto per la prima volta una definizione normativa di impresa culturale e creativa e ha aperto la strada a un impianto pi&ugrave; organico di riconoscimento, sostegno e programmazione. Il significato politico e amministrativo di questo passaggio &egrave; notevole, perch&eacute; per la prima volta il legislatore prova a delimitare il perimetro del settore, a riconoscerlo come parte strategica del sistema produttivo nazionale e a predisporre strumenti specifici, dalla sezione speciale del Registro delle imprese all&rsquo;albo delle imprese culturali e creative di interesse nazionale, fino ai contributi e al piano strategico pluriennale. La Direzione generale creativit&agrave; contemporanea del Ministero della Cultura ha sottolineato con chiarezza che la legge quadro per il Made in Italy rappresenta il <strong>primo intervento normativo</strong> che affronta in modo esplicito il compito di definire il settore e di accompagnarne lo sviluppo con una programmazione dedicata.</p>
<p>Il collegamento con l&rsquo;<strong>Agenda 2030 </strong>&egrave; particolarmente rilevante, anche se va chiarito che non esiste un <strong>Sustainable Development Goal</strong> (SDG) specificamente dedicato alla cultura. Ci&ograve; non significa che la cultura sia esterna all&rsquo;idea di sviluppo sostenibile, perch&eacute; il contributo delle industrie culturali e creative attraversa in modo netto diversi obiettivi dell&rsquo;Agenda 2030, a partire dal <strong>Goal 8</strong>, dedicato al lavoro dignitoso e alla crescita economica, dal <strong>Goal 9</strong>, che richiama innovazione e sviluppo produttivo sostenibile, dal <strong>Goal 11</strong>, centrato su citt&agrave; e comunit&agrave; sostenibili, e dal <strong>Goal 4</strong>, che collega istruzione, apprendimento permanente e valorizzazione della diversit&agrave; culturale. Le Icc parlano direttamente a questi obiettivi, perch&eacute; producono occupazione, innovazione, rigenerazione urbana, partecipazione culturale e nuove competenze.</p>
<p>Perch&eacute; questi riferimenti non restino astratti, &egrave; indispensabile accompagnarli con una base conoscitiva pi&ugrave; solida, ed &egrave; proprio qui che i materiali pi&ugrave; recenti prodotti dal Ministero della Cultura risultano particolarmente utili. Le linee di indirizzo del Pnrr per l&rsquo;Investimento 3.3, dedicato alla <strong>capacity building</strong> degli operatori della cultura per la <strong>transizione digitale e verde</strong>, mostrano con chiarezza che il comparto delle Icc viene letto come uno snodo decisivo della doppia trasformazione digitale ed ecologica e insistono sul fatto che il settore &egrave; caratterizzato prevalentemente da micro e piccole realt&agrave;, elevata frammentazione e approccio a silos, ragione per cui diventa necessario incoraggiare cooperazione, innovazione e rafforzamento delle competenze manageriali e organizzative. La dotazione dell&rsquo;investimento, pari a 155 milioni di euro, va letta non come semplice misura di sostegno settoriale, ma come tentativo di accompagnare un ecosistema ritenuto strategico nelle sue trasformazioni pi&ugrave; urgenti.</p>
<p>Su questo terreno, Minicifre della cultura 2025 offre un contributo particolarmente prezioso, perch&eacute; rende disponibile una base di dati ufficiali costruita proprio per sostenere analisi, monitoraggio e politiche culturali e dedica, per la prima volta, una sezione specifica alle imprese culturali e creative e alle istituzioni non profit culturali e creative. <strong>Nel 2022 le imprese culturali e creative censite sono 301.577</strong>, pari al 6,5% del totale delle imprese italiane, con 589.000 addetti, 287.686 dipendenti e 29 miliardi di euro di valore aggiunto, corrispondenti al 2,9% del totale dell&rsquo;economia; accanto a queste, il volume censisce 55.807 istituzioni non profit culturali e creative, con 24.519 dipendenti e 743.325 volontari. Il quadro che ne emerge restituisce immediatamente l&rsquo;immagine di un ecosistema che non pu&ograve; essere letto in modo riduttivo, n&eacute; soltanto come impresa in senso classico n&eacute; soltanto come settore culturale in senso tradizionale.</p>
<p>Lo stesso volume segnala che <strong>oltre l&rsquo;80% delle imprese culturali e creative</strong> &egrave; costituito da imprenditori individuali, liberi professionisti e lavoratori autonomi, che impiegano pi&ugrave; del 40% degli operatori del comparto e producono circa un quarto del valore aggiunto complessivo. Questa struttura spiega bene perch&eacute; le ICC siano al tempo stesso dinamiche e fragili, diffuse e difficili da intercettare con strumenti amministrativi standardizzati. Il Report dell&rsquo;indagine conoscitiva sulle organizzazioni culturali e creative che hanno partecipato agli avvisi del Pnrr conferma questa immagine: <strong>ai questionari hanno risposto 1.571 organizzazioni</strong>; il 69% dei partecipanti &egrave; localizzato nel <strong>Centro-Nord</strong> e il 31% nel <strong>Mezzogiorno</strong>; il 55,5% dei soggetti &egrave; non profit e il 44,5% profit; l&rsquo;area pi&ugrave; frequente &egrave; quella interdisciplinare, seguita dal patrimonio culturale materiale e immateriale e dallo spettacolo dal vivo e festival; il 63% dichiara un ampliamento del proprio mercato di riferimento nell&rsquo;ultimo biennio, mentre il 38% non fa parte di partenariati e segnala fra le criticit&agrave; principali il costo iniziale degli investimenti e la difficolt&agrave; di accesso ai finanziamenti.</p>
<p>L&rsquo;utilizzo di questi dati &egrave; indispensabile per comprendere struttura, peso economico e tendenze delle industrie culturali e creative, ma richiede prudenza interpretativa e ulteriori approfondimenti, perch&eacute; la classificazione formale delle attivit&agrave; economiche non sempre coincide in modo pieno con la realt&agrave; operativa dei soggetti osservati. In un settore caratterizzato da forte ibridazione, interdisciplinarit&agrave; e compresenza di attivit&agrave; culturali, creative, formative, digitali e di servizio, i <strong>codici Ateco </strong>rappresentano un punto di partenza utile ma non sufficiente. Non &egrave; casuale che gli avvisi del <strong>Pnrr</strong> della <strong>Dgcc</strong> abbiano preferito un criterio mission driven e non esclusivamente fondato sui <strong>codici Ateco</strong>, cos&igrave; come non &egrave; secondario che, per individuare le istituzioni non profit culturali e creative, Minicifre segnali l&rsquo;utilizzo congiunto delle classificazioni <strong>Ateco</strong> e <strong>Icnpo</strong>. Per restituire una fotografia pi&ugrave; attendibile del comparto, sarebbe quindi necessario affiancare alla classificazione amministrativa anche una lettura della composizione effettiva dei ricavi e del fatturato, cos&igrave; da comprendere quale sia il peso reale delle attivit&agrave; propriamente culturali e creative all&rsquo;interno di ciascuna organizzazione, distinguendole da quelle accessorie, strumentali o complementari.</p>
<p>&Egrave; sufficiente passare in rassegna queste brevi informazioni per definire alcuni punti sui quali &egrave; necessario fare una riflessione. Il primo &egrave; senza dubbio la dimensione del comparto, che &egrave; molto pi&ugrave; ampia di quanto si tenda a pensare, e che quindi merita un approfondimento non soltanto culturale, ma anche di politica economica in senso stretto. Il secondo punto &egrave; l&rsquo;eterogeneit&agrave; del comparto, che aggrega esperienze, modelli di business, dimensioni e attivit&agrave; molto differenti tra loro. Il terzo, e forse il punto pi&ugrave; importante, &egrave; che al momento di questo &ldquo;cluster&rdquo;, si ha una conoscenza inadeguata, condizione che va interpretata come una<strong> enorme opportunit&agrave; per il nostro Paese.</strong></p>
<p>Da una migliore conoscenza di questo settore possono derivare miglioramenti su molteplici dimensioni della nostra vita democratica. Una migliore conoscenza implica infatti la possibilit&agrave; di sviluppare strumenti pi&ugrave; efficaci, e strumenti pi&ugrave; efficaci implicano uno sviluppo potenziale che, quando riguarda le Icc nella loro globalit&agrave;, coinvolge la dimensione occupazionale, il rapporto tra istituti di credito e imprese, lo sviluppo di innovazioni intersettoriali e il rafforzamento dell&rsquo;antifragilit&agrave; dei territori e delle istituzioni.</p>
<p>Non da ultimo, una maggiore conoscenza del comparto implica anche una maggiore capacit&agrave; di analizzarne gli impatti in <strong>una logica di sviluppo sostenibile e di contributo al bene comune</strong>, tema sul quale, a dispetto della dimensione aggregata e della natura dei beni e servizi prodotti, sono ancora molto poche le riflessioni strutturate.</p>
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		<title>La scarsa accessibilità alle infrastrutture in molti parti del mondo rimane un ostacolo importante per lo sviluppo, secondo quanto emerso all’Hlpf</title>
		<link>https://asvis.it/la-scarsa-accessibilita-alle-infrastrutture-in-molti-parti-del-mondo-rimane-un-ostacolo-importante-per-lo-sviluppo-secondo-quanto-emerso-allhlpf/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 10:15:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Stefano Furlan, Segretariato ASviS<br />
 La comunità globale ha affrontato le priorità del Goal 9 per uno sviluppo industriale inclusivo e sostenibile, ma occorre migliorare in particolare l’accesso per tutti ai trasporti e l’energia, nonché ridurre il divario digitale tra Paesi avanzati e in via di sviluppo.<br />
 Luglio-Agosto 2017</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Gli investimenti nelle infrastrutture e nell&#39;innovazione sono fattori cruciali per la crescita economica e per lo sviluppo. Con pi&ugrave; di met&agrave; della popolazione mondiale che ora vive in citt&agrave;, il trasporto di massa e l&#39;energia rinnovabile stanno diventando sempre pi&ugrave; importanti, cos&igrave; come la crescita di nuove industrie e tecnologie dell&#39;informazione e della comunicazione.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Il progresso tecnologico &egrave; anche fondamentale per trovare soluzioni durature sia alle sfide economiche che a quelle ambientali, come la creazione di nuovi posti di lavoro e la promozione dell&#39;efficienza energetica. Promuovere le industrie sostenibili e investire nella ricerca scientifica e nell&#39;innovazione sono tutti strumenti fondamentali per favorire lo sviluppo sostenibile.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Come &egrave; emerso durante gli incontri dell&rsquo;Hlpf, l&rsquo;Obiettivo 9 &egrave; costruito su tre pilastri fondamentali: infrastrutture, industria e innovazione, che sono fortemente connessi tra di loro e condividono l&#39;obiettivo comune di raggiungere uno sviluppo economico socialmente inclusivo ed ecologicamente sostenibile. Negli ultimi decenni, regioni come l&#39;Asia orientale e meridionale hanno compiuto notevoli progressi nel raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile nei settori dell&#39;infrastruttura, dell&#39;industrializzazione e dell&#39;innovazione. Tuttavia, il raggiungimento dell&#39;Obiettivo 9 entro il 2030 richieder&agrave; di affrontare una serie di vincoli di risorse, in particolare nei Paesi meno sviluppati. I Paesi dovranno rafforzare le proprie capacit&agrave; di esplorare nuovi modi per risolvere le sfide di sviluppo coinvolgendo vari attori, processi e tipi di governance, fonti di finanziamento e incoraggiare la collaborazione e la cooperazione tra i soggetti interessati a livello locale, regionale, nazionale ed internazionale.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Durante gli incontri dell&rsquo;Hlpf, &egrave; emerso che tutta la comunit&agrave; globale ha affrontato le priorit&agrave; del Goal 9 impegnandosi per uno sviluppo industriale che sia inclusivo e sostenibile, evidenziando quindi stretti legami con praticamente tutti gli altri Obiettivi di sviluppo sostenibile: la creazione di posti di lavoro, le risorse sostenibili, lo sviluppo delle Pmi, la salute, la tecnologia e lo sviluppo delle competenze, la sicurezza alimentare, la tecnologia, la tutela dell&#39;ambiente, la costruzione di citt&agrave; resilienti e la mitigazione dei cambiamenti climatici.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	&Egrave; emerso per&ograve; con la stessa forza che la scarsa accessibilit&agrave; alle infrastrutture &#8211; in particolare per i trasporti, l&#39;energia elettrica e l&#39;energia in generale &#8211; rimangono un ostacolo importante dello sviluppo, compresa l&#39;agricoltura e l&#39;industria agroalimentare in molte parti del mondo, soprattutto nell&#39;Africa subsahariana. Inoltre ad oggi pi&ugrave; di 4 miliardi di persone non hanno ancora accesso a Internet, e il 90 per cento sono provenienti dal mondo in via di sviluppo: il trapasso di questo divario digitale &egrave; cruciale per garantire un accesso equo alle informazioni e alle conoscenze, nonch&eacute; a promuovere l&#39;innovazione e l&#39;imprenditoria.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Come uno dei pannellisti, <strong>John Danilovich</strong> della Camera di Commercio Internazionale, ha sottolineato durante uno degli incontri, risulta fondamentale ci sia massima coerenza tra le diverse politiche infrastrutturali, sfruttando il potenziale della digitalizzazione, in modo da evitare che le sinergie non siano utilizzate al massimo. I responsabili politici hanno sottolineato con forza l&rsquo;importanza di investire nella connettivit&agrave; Ict e di innovare in ottica di lungo periodo i quadri normativi per consentire ai Paesi di trarre il massimo vantaggio dalla rivoluzione digitale. In particolare, i Paesi sono incoraggiati a modernizzare i programmi di servizio universale per estendere la banda larga ai non serviti. Inoltre risulta importante incoraggiare al massimo la ricerca e sviluppo, migliorare la sicurezza tecnologica e la riservatezza dei dati, approvare programmi speciali per stimolare l&#39;alfabetizzazione elettronica, contribuendo a migliorare l&#39;inclusione sociale e la crescita economica.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Fornendo una panoramica globale dei progressi verso l&#39;SDG 9, <strong>Min Yongyi</strong>, Dipartimento per gli affari economici e sociali dell&#39;ONU (Desa), ha sottolineato la continua concentrazione della produzione in alcune aree geografiche con importanti investimenti nei settori dei trasporti e dell&#39;energia ed un aumento del 23% del valore aggiunto nella produzione totale tra il 2005 e il 2016.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	La Svizzera ha evidenziato la necessit&agrave; di un migliore accesso alle catene di produzione globali, anche tramite un nuovo approccio al finanziamento delle infrastrutture. La Cina ha descritto i progressi nella costruzione di infrastrutture di Internet e di trasporto e l&#39;integrazione di alcuni green-standard nella produzione industriale. L&rsquo;Argentina ha sottolineato la necessit&agrave; promuovere il commercio digitale a beneficio delle piccole e medie imprese.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Sempre in questa direzione, sottolineando con forza che l&#39;infrastruttura non &egrave; pi&ugrave; solo fisica, l&rsquo;Estonia ha reso pubblico l&rsquo;accordo con il Lussemburgo per stabilire la prima &quot;ambasciata dei dati&quot; al mondo per eseguire il backup di dati al di fuori del proprio Paese.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	La promozione del lavoro dignitoso dovrebbe essere condotta contemporaneamente all&#39;accesso alle prestazioni sociali di base. I sistemi di sicurezza sociale promuovono persone sicure, riducono il rischio di sfruttamento dei bambini, stabilizzano l&#39;economia in caso di calamit&agrave; e facilitano la mobilit&agrave; nel mercato del lavoro. Per far s&igrave; che le aziende sviluppino il loro pieno potenziale, l&#39;accesso ai sistemi nazionali, regionali e globali &egrave; vitale. Questi fattori sono anche importanti per gli investimenti esteri, che possono fornire un importante contributo all&#39;occupazione, all&#39;innovazione, al trasferimento di tecnologia e alla capacit&agrave; produttiva.</p>&#13;
<p style="text-align: justify;">&#13;
	Concludendo, &egrave; emerso che buone condizioni per l&#39;impresa privata, per l&#39;imprenditoria e per l&rsquo;innovazione sono i presupposti indispensabili per la crescita della societ&agrave; e per raggiungere gli obiettivi del Goal 9 entro il 2030.</p>&#13;
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/la-scarsa-accessibilita-alle-infrastrutture-in-molti-parti-del-mondo-rimane-un-ostacolo-importante-per-lo-sviluppo-secondo-quanto-emerso-allhlpf/">La scarsa accessibilità alle infrastrutture in molti parti del mondo rimane un ostacolo importante per lo sviluppo, secondo quanto emerso all’Hlpf</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Agenda 2030 e AI: ad Amburgo firmata la prima Dichiarazione globale</title>
		<link>https://asvis.it/agenda-2030-e-ai-ad-amburgo-firmata-la-prima-dichiarazione-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maddalena Binda]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Equità, ambiente, diritti, pace e conoscenza condivisa al centro dell’accordo. In un contesto di tensioni internazionali e corsa tecnologica, oltre 40 attori uniti per l’uso responsabile dell’intelligenza artificiale. 17/7/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’AI, se sviluppata e utilizzata responsabilmente, può contribuire allo sviluppo sostenibile e portare benefici per la società, l’economia e il pianeta. Tuttavia, senza regole condivise, potrebbe rafforzare le disuguaglianze e arrecare danni. Insomma, siamo di fronte a un bivio. È con questa consapevolezza che oltre 40 attori, tra governi, organizzazioni internazionali, istituzioni accademiche, società civile e settore privato, hanno sottoscritto la <strong>“</strong><a href="https://www.bmz-digital.global/wp-content/uploads/2025/06/250603_Hamburg_Declaration.pdf"><strong>Hamburg declaration on responsible artificial intelligence for the Sustainable Development Goals</strong></a><strong>”</strong>, la <strong>prima dichiarazione globale</strong> focalizzata esplicitamente sul ruolo dell’intelligenza artificiale per gli <strong><a href="https://asvis.it/goal-e-target-obiettivi-e-traguardi-per-il-2030/">Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030</a></strong>.</p>
<h3><strong>Un segnale politico importante</strong></h3>
<p>Il documento è stato firmato il 2 giugno 2025, durante la “Hamburg sustainability conference 2025”, promossa dal Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp), il Governo federale tedesco, la Michael Otto Foundation e la Città di Amburgo. <strong>Un momento storico</strong>, un passaggio dall’entusiasmo e dai timori legati all’intelligenza artificiale a una visione concreta su come possa contribuire a un futuro equo e sostenibile. In un contesto di tensioni internazionali, salvaguardia degli interessi nazionali e corsa allo sviluppo tecnologico, la Dichiarazione lancia un messaggio importante: una parte della comunità internazionale è pronta a cooperare affinché l’AI possa accelerare l’azione per lo sviluppo sostenibile. </p>
<h3><strong>I cinque pilastri della Dichiarazione</strong></h3>
<p>Come l’Agenda 2030, anche la Dichiarazione si fonda sui seguenti <strong>cinque pilastri</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Persone</strong>: i sistemi di AI devono essere sviluppati coinvolgendo i gruppi marginalizzati, come le donne, i bambini, le popolazioni indigene e le persone con disabilità, affinché possano rispettare, tutelare e promuovere i diritti umani;</li>
<li><strong>Pianeta</strong>: l’utilizzo dell’AI deve essere allineato agli obiettivi climatici globali, riducendo il consumo di energia e l’impatto ambientale del suo ciclo di vita;</li>
<li><strong>Prosperità</strong>: l’AI deve essere una leva per la crescita economica inclusiva. Occorre quindi prevedere investimenti nelle infrastrutture digitali e assicurare percorsi di formazione e <em>upskilling</em> per i cittadini e i lavoratori;</li>
<li><strong>Pace</strong>: l’AI non deve essere utilizzata come strumento di diffusione di campagne di disinformazione. Deve, invece, essere un mezzo per rilanciare la cooperazione, la fiducia e la coesione sociale;</li>
<li><strong>Partnership</strong>: i sistemi di AI e i <em>dataset</em> dovrebbero essere trattati come beni pubblici digitali globali per accelerare l’innovazione in alcune aree critiche, come il contrasto al cambiamento climatico e la salute. Gli stakeholder, inoltre, dovrebbero promuovere la cooperazione scientifica e la condivisione di conoscenza.</li>
</ul>
<p style="text-align: left"><a href="https://www.bmz-digital.global/wp-content/uploads/2025/06/250603_Hamburg_Declaration.pdf"><strong>Leggi la Dichiarazione</strong></a></p>
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		<title>Dall’ambiente alla salute, come 128 startup italiane stanno accelerando sulla sostenibilità</title>
		<link>https://asvis.it/dallambiente-alla-salute-come-128-startup-italiane-stanno-accelerando-sulla-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo report di Cariplo Factory fotografa un’ecosistema giovane e in crescita: tutte le aziende coinvolte lavorano su uno o più Goal, e nove su dieci hanno già soluzioni testate in ambito industriale. 16/7/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dallambiente-alla-salute-come-128-startup-italiane-stanno-accelerando-sulla-sostenibilita/">Dall’ambiente alla salute, come 128 startup italiane stanno accelerando sulla sostenibilità</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel pieno della “Decade of action”, a<strong> meno di sei anni dalla scadenza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs)</strong>, arriva un segnale positivo dal mondo dell’innovazione italiana. Il report “<strong><a href="https://cariplofactory.it/progetto/reach-the-goals/">Reach the Goals &#8211; Le startup italiane per gli SDG</a>s</strong>”, pubblicato recentemente da Cariplo Factory, mette in luce il contributo di 128 startup e Pmi innovative nate dopo il 2015, capaci di sviluppare soluzioni già testate sul mercato, con un forte orientamento alla sostenibilità.</p>
<p>Nonostante <strong>difficoltà di accesso ai finanziamenti</strong> (solo il 30% ha beneficiato di bandi pubblici), il 90% ha realizzato una tecnologia in ambiente industrialmente rilevante, l’80% ha partecipato a programmi di accelerazione e oltre il 70% ha ottenuto certificazioni o brevetti. Oltre i due terzi delle aziende ha sede al Nord, ma molte sono state fondate da giovani del Centro-Sud che hanno cercato capitali e opportunità altrove.</p>
<h4 style="text-align: center"><em>«Queste aziende dimostrano, con la loro stessa esistenza, che gli SDGs non sono solo una responsabilità nei confronti delle generazioni future ma anche una straordinaria opportunità di crescita economica e sociale. Una direzione, prima ancora che un traguardo, verso cui tendere per un futuro più equo e sostenibile»</em></h4>
<p style="text-align: center">Riccardo Porro, Chief operating officer di Cariplo Factory</p>
<p>Reach the Goals è la quarta tappa di un percorso di mappatura avviato nel 2020 da Cariplo Factory. Dopo aver indagato il ruolo delle startup contro il Covid, l’imprenditoria femminile e la transizione green, con questo nuovo report, basato su un <strong>questionario </strong>diffuso tra ottobre 2024 e febbraio 2025, l’attenzione si sposta su chi lavora ogni giorno per contribuire concretamente al raggiungimento dei 17 SDGs dell’Agenda 2030. L’obiettivo è duplice: dare voce a un ecosistema spesso trascurato e fornire uno strumento utile per policy maker, imprese e istituzioni, capace di stimolare alleanze strategiche e nuove forme di collaborazione.</p>
<p><strong>I settori in cui si muove la nuova generazione di startup</strong></p>
<p>Il report fotografa un mondo imprenditoriale giovane, in cui prevale il Business to business (71%), ma con un alto tasso di diversificazione: una startup su quattro opera in più settori contemporaneamente. In generale, l’impegno si concentra soprattutto sui seguenti cinque Goal:</p>
<ul>
<li><strong>Goal 12</strong> (Consumo e produzione responsabili) – 20%</li>
<li><strong>Goal 3</strong> (Salute e benessere) – 16%</li>
<li><strong>Goal 13</strong> (Lotta al cambiamento climatico) – 13%</li>
<li><strong>Goal 9</strong> (Imprese, innovazione e infrastrutture) – 11%</li>
<li><strong>Goal 11</strong> (Città e comunità sostenibili) – 11%</li>
</ul>
<p><img decoding="async" style="text-align: center;display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/SDGs_Cariplo.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Fonte: <em>Reach the Goals, Cariplo Factory</em></p>
<p>Ma tutte le startup coinvolte presidiano <strong>più Obiettivi contemporaneamente</strong>. I meno presidiati, invece, risultano povertà, disuguaglianze e pace: temi meno convertibili in modelli di business sostenibili.</p>
<p><strong>I settori sono molteplici</strong>: agritech, femtech, intelligenza artificiale applicata alla sanità, nuovi materiali, architettura, cultura, mobilità urbana e turismo sostenibile. Alcuni esempi raccontano questa varietà: una clinica virtuale per la menopausa, che fornisce protocolli di trattamento personalizzati basati su input clinici e sintomatologici; un’app per accedere a opere d’arte in alta definizione; un dispositivo per rilevare il glutine nei piatti serviti al ristorante; bioresine naturali prodotte da scarti del pomodoro.</p>
<p><strong>Nord e Sud, uomini e donne</strong></p>
<p>Il report evidenzia <strong>differenze territoriali e di genere</strong>: il Nord raccoglie il 64% delle imprese, mentre il Centro-Sud (36%) è più focalizzato su pochi Goal chiave, come Salute, Educazione e Cambiamenti climatici.</p>
<p>Sul fronte del <strong>genere</strong>, il 63% dei team è composto esclusivamente da uomini, il 9% da sole donne e il 28% da team misti, segnando un segnale positivo di riequilibrio. Le startup fondate da donne o da team misti sono particolarmente attive sui Goal più legati all’impatto sociale. Al contrario, su questi stessi SDGs è assente il presidio da parte di team interamente maschili, un dato che conferma quanto l’inclusione generi anche una maggiore attenzione alla dimensione sociale dello sviluppo sostenibile.</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Regioni_Cariplo.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Fonte: <em>Reach the Goals, Cariplo Factory</em></p>
<p><strong>Finanziamenti, collaborazione e impatto: le condizioni per scalare</strong></p>
<p>Nonostante il potenziale, solo <strong>una startup su tre</strong> ha avuto accesso a <strong>bandi pubblici</strong> dedicati all’imprenditoria sostenibile, e <strong>meno del 50</strong>% <strong>ha collaborato con le istituzioni</strong> nel monitoraggio degli SDGs.</p>
<hr />
<h3 style="text-align: center"><em>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/economia-imprese-e-finanza/699-5092/come-affrontare-i-problemi-della-sostenibilita" target="_blank" rel="noopener">Economia, imprese e finanza: come affrontare i problemi della sostenibilità</a></em></h3>
<hr />
<p>Il <strong>70%</strong> <strong>ha dovuto affrontare condizioni di mercato avverse</strong>, come la concentrazione di potere in filiere poco aperte all’innovazione o l’assenza di meccanismi premianti per l’impatto ambientale e sociale.</p>
<p><img decoding="async" style="text-align: center;display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/FInanziamenti_Cariplo.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Fonte: <em>Reach the Goals, Cariplo Factory</em></p>
<p>A oggi, <strong>la valutazione d’impatto resta una pratica non sistemica</strong>, ma sempre più decisiva per attrarre finanziamenti, credibilità e partnership strategiche. Senza strumenti di misurazione chiari e condivisi, è difficile per queste imprese dimostrare il valore generato.</p>
<p>Perché le startup italiane possano contribuire davvero al raggiungimento degli Sdg, conclude il report, è essenziale rafforzare l’accesso a capitali pazienti, promuovere alleanze istituzionali e integrare la logica dell’impatto nei criteri di selezione e finanziamento. Solo così il loro slancio potrà tradursi in trasformazione sistemica.</p>
<p><a href="https://cariplofactory.it/progetto/reach-the-goals/">Scarica il report</a></p>
<p>di Monica Sozzi</p>
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		<title>Esg e finanza sostenibile: un percorso verso resilienza e innovazione</title>
		<link>https://asvis.it/esg-e-finanza-sostenibile-un-percorso-verso-resilienza-e-innovazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Dec 2024 17:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://asvis.it/esg-e-finanza-sostenibile-un-percorso-verso-resilienza-e-innovazione/</guid>

					<description><![CDATA[<p>di Monica Sozzi, redazione ASviS</p>
<p>Dalla normativa europea alle strategie di settore, un'analisi dell'integrazione Esg in assicurazioni, fondi pensione, fondazioni e Pmi per un'economia più responsabile, trasparente e competitiva.</p>
<p>02/12/2024</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/esg-e-finanza-sostenibile-un-percorso-verso-resilienza-e-innovazione/">Esg e finanza sostenibile: un percorso verso resilienza e innovazione</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Spinta da molteplici fattori, <strong>l’integrazione dei criteri Esg (Environmental, social, governance) nelle strategie finanziarie e aziendali</strong> è diventata una priorità strategica e un elemento centrale per affrontare le sfide globali.</p>
<p>L’urgenza climatica, con eventi estremi sempre più frequenti, ha evidenziato i limiti di un modello economico insostenibile, mentre la crescente attenzione verso diritti umani, parità di genere e governance etica sta trasformando le aspettative degli stakeholder.</p>
<p>Parallelamente, normative stringenti come il <strong>Sfdr</strong> (Sustainable finance disclosure regulation) e la <strong>Csrd</strong> (Corporate sustainability reporting directive) stanno imponendo trasparenza e responsabilità, ridefinendo gli standard operativi e spingendo il settore verso una maggiore rendicontazione e coerenza.</p>
<p>Questi stimoli non derivano soltanto da pressioni normative, ma anche dalla consapevolezza che i criteri Esg rappresentano <strong>strumenti essenziali per identificare rischi, cogliere opportunità e generare valore a lungo termine.</strong></p>
<p>Attori chiave del settore finanziario – assicurazioni, fondi pensione, fondazioni e Pmi – li stanno adottando per innovare, migliorare la reputazione e rafforzare la resilienza operativa. Come pilastro dell’economia, <strong>il settore finanziario ha una responsabilità unica e gioca un ruolo determinante nella transizione verso un’economia sostenibile.</strong> La capacità di allocare risorse, mitigare rischi e influenzare i mercati sarà cruciale per orientare il cambiamento.</p>
<p><span style="font-family: Open Sans, sans-serif;font-size: medium">Questo approfondimento, basato su dati e considerazioni del </span><strong><a href="https://finanzasostenibile.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://finanzasostenibile.it&amp;source=gmail&amp;ust=1735129246761000&amp;usg=AOvVaw0pnlw7TSO0qL7MdaieBn2C">Forum per la Finanza Sostenibile</a></strong><span style="font-family: Open Sans, sans-serif;font-size: medium">, offre una panoramica dettagliata sull’integrazione dei criteri Esg nel settore finanziario, analizzando come assicurazioni, fondi pensione, fondazioni e Pmi stiano implementando pratiche sostenibili. </span><strong>L’obiettivo è esplorare strategie adottate, benefici ottenuti e sfide aperte</strong>, fornendo strumenti utili per chi opera nel settore o desidera comprenderne le dinamiche future. L’analisi si concentra su quattro ambiti chiave:</p>
<ul>
<li><strong>Assicurazioni</strong>: come prodotti e investimenti vengono ripensati per affrontare le sfide globali;</li>
<li><strong>Fondi pensione</strong>: l’espansione delle politiche Esg e il loro ruolo nella gestione del rischio;</li>
<li><strong>Fondazioni</strong>: missioni orientate alla sostenibilità e alla creazione di impatti positivi per le comunità;</li>
<li><strong>Pmi</strong>: l’adozione progressiva degli Esg come leva per crescita e innovazione.</li>
</ul>
<p><strong><u>1 &#8211; Normative e pressioni internazionali </u></strong></p>
<p>La diffusione dei criteri Esg è fortemente sostenuta da normative internazionali progettate per rendere il <strong>mercato finanziario più trasparente, responsabile e resiliente</strong>. Tra le principali regolamentazioni europee:</p>
<ul>
<li><strong>Sfdr (Sustainable finance disclosure regulation)</strong></li>
</ul>
<p>Entrato in vigore nel 2021, il <strong>Regolamento sulla divulgazione delle informazioni in materia di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari</strong> (Direttiva Ue 2019/2088) ha incrementato la trasparenza nell’integrazione dei criteri Esg, obbligando istituzioni finanziarie e gestori di fondi a dichiarare come includono i rischi di sostenibilità o, in alternativa, a giustificare la loro esclusione secondo il principio del “<em>comply or explain</em>”.</p>
<p>La normativa distingue i prodotti finanziari in tre categorie: quelli che non integrano criteri Esg (articolo 6), quelli che promuovono caratteristiche ambientali o sociali (articolo 8) e quelli con obiettivi di sostenibilità misurabili (articolo 9). Questo sistema ha portato molti operatori a rivedere le proprie offerte per adeguarsi agli standard richiesti e alle nuove aspettative del mercato. La Sfdr ha trasformato il settore finanziario, responsabilizzando intermediari e consulenti, e rendendo la sostenibilità un elemento centrale nelle strategie di investimento;</p>
<ul>
<li><strong>Csrd (Corporate sustainability reporting directive)</strong></li>
</ul>
<p>La Csrd, entrata in vigore il 5 gennaio 2023 e recepita in Italia nel settembre 2024, sostituisce la precedente Nfrd. Questa direttiva estende progressivamente l’obbligo di rendicontazione Esg a circa 50mila aziende europee, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza e orientare i flussi di capitale verso la sostenibilità, in linea con il Green Deal europeo. Dal 2025 sarà obbligatorio per società quotate con oltre 500 dipendenti, 20 milioni di patrimonio netto o 40 milioni di ricavi netti, estendendosi nel 2026 a grandi imprese non quotate e nel 2029 a società extra-Ue con fatturato nell’Unione superiore a 150 milioni di euro. L’<strong>Efrag</strong> ha sviluppato gli <strong>Esrs</strong> (European sustainability reporting standards), standard tecnici per garantire coerenza e comparabilità nella rendicontazione.<br />La Csrd si collega alla <strong>Csddd</strong>, che regola la sostenibilità lungo le catene del valore, rafforzando la sostenibilità come pilastro della governance aziendale.</p>
<ul>
<li><strong>Eu Taxonomy</strong></li>
</ul>
<p>Entrata in vigore il 13 luglio 2020 con il Regolamento Ue 2020/852 e applicata dal 1° gennaio 2024, la Tassonomia Europea fornisce un <strong>sistema di classificazione che definisce quali attività economiche possono essere considerate sostenibili</strong>. Basata su sei obiettivi ambientali – tra cui mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, economia circolare e protezione della biodiversità – richiede che le attività rispettino il principio del “<em>Do No Significant Harm</em>” e le garanzie minime di salvaguardia sui diritti umani e del lavoro. La normativa guida gli investimenti verso progetti che favoriscono la transizione ecologica, aumentando trasparenza e uniformità. Per il settore finanziario, ha imposto <strong>una revisione di prodotti e portafogli </strong>per allinearli ai criteri tecnici di sostenibilità, stimolando trasparenza e reportistica dettagliata. La Tassonomia rafforza la fiducia degli investitori e promuove una sostenibilità concreta, imponendo standard più rigidi per misurare le performance Esg.</p>
<p>Anche fuori dall’Europa, il panorama normativo sta evolvendo rapidamente. Negli Stati Uniti la Sec sta introducendo nuove regole per rafforzare la rendicontazione Esg, mentre iniziative globali come i Principi di Investimento Responsabile delle Nazioni unite (Un Pri) stanno promuovendo l’integrazione degli Esg su scala mondiale. Questi sviluppi stanno ridefinendo il mercato finanziario, rendendo la sostenibilità una condizione essenziale per attrarre investitori, garantire la conformità normativa e mantenere la competitività.</p>
<p>La transizione in atto va <strong>oltre l’adeguamento regolamentare</strong>, configurandosi come una vera e propria <strong>rivoluzione culturale</strong> che spinge il settore finanziario verso una maggiore responsabilità e un impegno concreto per un futuro sostenibile.</p>
<p><strong><u>2 &#8211; Assicurazioni e integrazione strategica: governance e formazione interna sul tema Esg</u></strong></p>
<p>Le compagnie assicurative stanno assumendo un ruolo centrale nella transizione verso modelli sostenibili, integrando i criteri Esg nelle loro strategie di governance e operazioni quotidiane. <a href="https://finanzasostenibile.it/wp-content/uploads/2024/11/241107_FFS_CS_Assicurazioni_DEF.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Secondo il Forum per la Finanza Sostenibile</strong></a>, il 96% delle compagnie italiane ha istituito comitati o funzioni specifiche dedicate alla sostenibilità, dimostrando un approccio sistematico nell’affrontare le sfide ambientali, sociali e di governance.</p>
<p>Questo impegno si traduce in politiche aziendali strutturate: il 99% delle imprese include <strong>obiettivi Esg</strong> nei sistemi di remunerazione, allineando gli incentivi al raggiungimento di risultati sostenibili. Inoltre, il 98% delle compagnie ha avviato <strong>programmi di formazione</strong> interna per diffondere una cultura aziendale consapevole del valore strategico della sostenibilità. Interventi che rafforzano indubbiamente la capacità delle aziende di rispondere alle richieste degli stakeholder e contribuiscono a integrare la sostenibilità in tutti i livelli dell’organizzazione.</p>
<p><strong>2.1 &#8211; Politiche di investimento: i metodi utilizzati.</strong> Le compagnie assicurative, oltre a fornire polizze, sono investitori istituzionali di rilievo e hanno consolidato l’adozione dei criteri Esg nei loro portafogli. Le politiche di investimento seguono diversi metodi:</p>
<ul>
<li><strong>Esclusioni</strong> (100%): esclusione di attività legate a settori controversi come combustibili fossili, armi e tabacco;</li>
<li><strong>Engagement</strong> (86%): dialogo attivo con le aziende partecipate per promuovere comportamenti sostenibili;</li>
<li><strong>Approccio tematico</strong> (76%): investimenti mirati in energie rinnovabili, infrastrutture sostenibili e innovazione tecnologica;</li>
<li><strong>Best in class</strong> (79%): selezione di aziende con prestazioni Esg superiori ai competitor del settore;</li>
<li><strong>Politiche di disinvestimento</strong> (73%): riduzione graduale delle esposizioni in settori non allineati agli obiettivi di sostenibilità.</li>
</ul>
<p>Un focus specifico è rivolto alla <strong>decarbonizzazione</strong>: il 98% delle compagnie misura l’impronta di carbonio del proprio portafoglio, con l’obiettivo di ridurre le emissioni (88%) e affrontare i rischi legati al cambiamento climatico, come quelli associati alla transizione energetica.</p>
<p><strong>2.2 &#8211; Innovazioni nei prodotti assicurativi: esempi concreti.</strong> Le assicurazioni stanno trasformando la propria offerta per rispondere alle sfide globali. Tra le innovazioni più rilevanti vi sono le <strong>polizze per i rischi climatici</strong>, che proteggono da eventi come inondazioni, siccità e uragani, incentivando al contempo comportamenti virtuosi come l’adozione di tecnologie per l’efficienza energetica.</p>
<p>Si registra anche un incremento dei <strong>prodotti dedicati all’inclusione assicurativa</strong>, volti a migliorare l’accesso a polizze per categorie vulnerabili o per progetti legati allo sviluppo locale sostenibile, con il 65% delle compagnie attivamente impegnate in quest’area. <br />Parallelamente, molte compagnie applicano <strong>restrizioni nelle offerte per settori ad alto rischio Esg</strong>, come l’estrazione di combustibili fossili e la produzione di armi, con il 92% che implementa politiche di limitazione in questi ambiti.</p>
<p><strong>2.3 &#8211; Proiezioni future.</strong> Nel prossimo futuro, le compagnie assicurative continueranno a spostare risorse verso settori chiave della transizione energetica e dello sviluppo sostenibile. Si prevede una <strong>maggiore attenzione a coperture innovative per rischi emergenti</strong>, come la tutela della biodiversità e la gestione delle risorse idriche, accanto allo sviluppo di prodotti modulari che uniscano coperture Esg a vantaggi economici per i clienti più virtuosi.<br />Inoltre, si rafforzeranno le <strong>partnership con enti pubblici e privati</strong> per accelerare la transizione verso un’economia resiliente, con le assicurazioni destinate a giocare un ruolo strategico nella mitigazione dei rischi e nell’allocazione di risorse per un futuro sostenibile.</p>
<p><strong><u>3 &#8211; Fondazioni di origine bancaria</u></strong></p>
<p>Le Fondazioni di origine bancaria continuano a essere attori centrali nella promozione della sostenibilità. Nel 2024, 31 Fondazioni hanno adottato approcci Esg, un incremento rispetto alle 29 dell’anno precedente, segno di un impegno crescente verso una gestione responsabile degli investimenti. Trasformazione è guidata da due obiettivi principali:</p>
<ul>
<li><strong>mitigare i rischi Esg</strong>, con il 64% delle Fondazioni che tiene conto di fattori come cambiamento climatico e inquinamento, proteggendo così il valore degli investimenti;</li>
<li><strong>contribuire agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs)</strong>, con dodici enti che includono gli SDGs nelle strategie, concentrandosi sul Goal 13 relativo alla lotta contro il cambiamento climatico.</li>
</ul>
<p>Le Fondazioni misurano sempre più spesso gli impatti diretti e indiretti delle loro attività, affrontando temi come la <strong>gestione delle emissioni dirette e indirette (Scope 1, 2 e 3)</strong>, oltre a <strong>indicatori sociali come inclusione, biodiversità e catena del valore</strong>, in linea con gli standard internazionali.</p>
<p><strong>3.1 &#8211; Investimenti a impatto: rigenerazione urbana, sviluppo locale, housing sociale. </strong>Le Fondazioni di origine bancaria si distinguono per l’adozione di investimenti correlati alla missione, che combinano obiettivi istituzionali e sostenibilità.<br />L’84% degli enti attivi in ambito Esg prevede di aumentare il proprio impegno in progetti di rigenerazione urbana, sviluppo locale ed edilizia sociale. <strong>La riqualificazione delle città e delle aree dismesse</strong>, in cui 21 Fondazioni sono già attive, mira a promuovere la sostenibilità ambientale e migliorare le condizioni di vita e crea nuovi posti di lavoro.</p>
<p>Parallelamente, 16 Fondazioni investono in <strong>programmi di housing sociale</strong>, garantendo abitazioni accessibili a fasce vulnerabili della popolazione. Questi interventi aiutano a ridurre le disuguaglianze e favoriscono un accesso equo alle risorse abitative.<br />Inoltre, 14 enti <strong>finanziano progetti educativi</strong> per sviluppare competenze professionali e digitali, rispondendo ai trend globali di innovazione tecnologica e sostenibilità. <strong>Investimenti in economia circolare e mobilità sostenibile</strong> stanno crescendo, confermando un impegno concreto per affrontare le sfide globali con soluzioni tangibili.</p>
<p><strong>3.2 &#8211; Sfide e opportunità: come stanno evolvendo i criteri adottati. </strong>Nonostante i progressi significativi, le Fondazioni di origine bancaria devono affrontare sfide complesse nell’adozione e nell’applicazione dei criteri Esg. La gestione di rischi sofisticati, come la perdita di biodiversità o i problemi legati alla catena di fornitura globale, richiede lo <strong>sviluppo di metodologie avanzate</strong>. L’<strong>assenza di standard uniformi </strong>nella rendicontazione Esg rappresenta un ulteriore ostacolo, che limita la comparabilità delle performance e aumenta la complessità operativa.</p>
<p>La <strong>carenza di competenze interne specializzate</strong> è un’altra criticità per molte Fondazioni, che spesso si affidano ad advisor esterni per guidare le decisioni strategiche.<br />Queste sfide rappresentano ovviamente anche opportunità per innovare. L’adozione crescente di strumenti come il <em>best in class</em> e l’<em>impact investing</em> consente di massimizzare i ritorni sociali e ambientali, mantenendo al contempo obiettivi finanziari.</p>
<p>Le partnership con enti pubblici e privati amplificano inoltre l’impatto degli investimenti, consentendo accesso a risorse e know-how cruciali per progetti ambiziosi. Con un impegno costante verso gli SDG e l’adozione di soluzioni innovative, le Fondazioni riescono ad affermarsi come modelli di gestione sostenibile, contribuendo attivamente a una società più equa e resiliente.</p>
<p><strong><u>4 &#8211; Fondi pensione e previdenza complementare</u></strong></p>
<p>Il settore dei fondi pensione e della previdenza complementare mostra un’adozione significativa dei criteri Esg, riflettendo una crescente attenzione verso la sostenibilità.<br />Nel 2024, <strong>l’80% dei piani previdenziali – pari a 79 fondi – ha integrato criteri Esg nelle politiche di investimento</strong>, un incremento rispetto ai 76 dell’anno precedente.</p>
<p>Il 67% dei fondi ha esteso l’integrazione Esg alla quasi totalità del patrimonio gestito, con 16 piani che adottano un approccio Esg su tutti gli investimenti.<br />Il 43% misura l’impronta di carbonio del proprio portafoglio, evidenziando la volontà di ridurre le emissioni e gestire i rischi climatici. <strong>Sistemi di rendicontazione avanzati e processi di verifica esterni garantiscono trasparenza e allineamento con standard internazionali</strong>, sostenuti da consulenti specializzati e provider di dati Esg.</p>
<p><strong>4.1 &#8211; Obiettivi futuri: neutralità climatica e gestione dei rischi finanziari. </strong>I fondi pensione sono sempre più consapevoli del loro ruolo cruciale nella transizione verso un’economia sostenibile. Sono 19 i piani che hanno integrato politiche per raggiungere la neutralità climatica e molti stanno adottando strategie per <strong>ridurre progressivamente l’esposizione ai settori più inquinanti</strong>, <strong>favorendo investimenti in energie rinnovabili e economia circolare</strong>.<strong><br /></strong>Oltre a mitigare i rischi climatici legati a eventi estremi e normative, <strong>i fondi affrontano sfide reputazionali e rischi di greenwashing</strong>, con un focus crescente su trasparenza e verificabilità. Normative come Sfdr e Csrd sostengono questo percorso, promuovendo l’integrazione Esg nella pianificazione di lungo periodo e allineando i fondi agli obiettivi climatici globali.</p>
<p><strong>4.2 &#8211; Ruolo dei gestori finanziari: selezione e monitoraggio delle politiche Esg. </strong>Il successo delle strategie Esg nei fondi pensione dipende fortemente dai gestori finanziari, incaricati di selezionare e monitorare gli investimenti. I fondi richiedono che i gestori dimostrino competenze specifiche nell’integrazione Esg, supportate da <strong>team dedicati e strategie coerenti</strong> con principi di sostenibilità dichiarati.<strong><br /></strong>Attraverso strumenti di analisi avanzata, i fondi valutano periodicamente l’efficacia delle strategie Esg, monitorando titoli in portafoglio, conformità ai criteri di esclusione e progressi verso obiettivi climatici. <strong>Le partnership con advisor specializzati</strong> rafforzano la capacità di misurare gli impatti ambientali, sociali e di governance e di integrare questi parametri nei portafogli.</p>
<p> <strong><u>5 &#8211; Pmi e transizione sostenibile</u></strong></p>
<p>Le piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana, stanno mostrando un interesse crescente verso i criteri Esg.<br />Nel 2024, il 62% delle Pmi ha dichiarato di prestare maggiore attenzione agli aspetti di sostenibilità, rispetto al 52% dell’anno precedente.<br />Tra <strong>i settori più attivi nell’adozione degli Esg</strong> troviamo:</p>
<ul>
<li><strong>manifatturiero</strong>, con aziende che migliorano l’efficienza energetica e riducono le emissioni di carbonio grazie a processi innovativi;</li>
<li><strong>agroalimentare</strong>, dove cresce l’impegno verso filiere sostenibili, riduzione degli sprechi e pratiche agricole responsabili;</li>
<li><strong>tecnologia e innovazione</strong>, con il settore IT e le startup green che integrano rapidamente tecnologie sostenibili, affermandosi come leader in questo ambito.</li>
</ul>
<p>Una <strong>trasformazione guidata principalmente dalle richieste degli stakeholder</strong>, in particolare clienti, fornitori e banche, che spingono le Pmi a intraprendere percorsi di sostenibilità per soddisfare nuove aspettative di mercato.</p>
<p><strong>5.1 &#8211; Vantaggi e barriere nell’adozione dei criteri Esg. </strong>L’adozione dei criteri Esg offre numerosi vantaggi tangibili alle Pmi. Le imprese che integrano pratiche sostenibili <strong>migliorano la propria reputazione, rafforzando la fiducia degli stakeholder e attraggono nuovi clienti e investitori.</strong> Molte aziende registrano inoltre una <strong>maggiore efficienza energetica</strong>, con conseguente <strong>riduzione dei costi operativi</strong>, e beneficiano di un accesso più agevole a <strong>finanziamenti agevolati e investimenti privati.</strong></p>
<p>Rimangono tuttavia evidenti significative barriere. I <strong>costi iniziali</strong> rappresentano un ostacolo rilevante per il 48% delle imprese, che devono affrontare spese legate a tecnologie, formazione e adeguamenti normativi. Anche la <strong>burocrazia complessa</strong>, indicata dal 46% delle Pmi, costituisce un freno, insieme alla <strong>scarsa conoscenza degli strumenti Esg</strong>, lamentata dal 33% delle aziende. Questi fattori evidenziano la necessità di un supporto più strutturato per superare le difficoltà e cogliere le opportunità offerte dalla sostenibilità.</p>
<p><strong>5.2 &#8211; Soluzioni per il futuro: educazione, accesso agli strumenti Esg e supporto istituzionale. </strong>Per accelerare l’adozione degli Esg, è cruciale fornire alle Pmi <strong>strumenti concreti</strong> e supporto mirato. L’educazione e la formazione rappresentano un elemento centrale per diffondere una cultura aziendale consapevole dei vantaggi strategici della sostenibilità.<br />Le imprese devono essere aiutate a <strong>sviluppare competenze interne specifiche</strong>, come la rendicontazione Esg e l’analisi dei rischi ambientali, attraverso programmi di formazione e sensibilizzazione.</p>
<p>È necessario <strong>semplificare</strong> parallelamente l’accesso agli strumenti finanziari legati alla sostenibilità. Procedure più snelle, fondi dedicati e linee di credito vincolate a obiettivi Esg possono ridurre il peso economico per le Pmi, consentendo loro di investire in soluzioni innovative senza gravare sui bilanci. Il <strong>microcredito</strong>, già adottato dal 16% delle imprese, può essere potenziato per raggiungere le realtà più piccole.</p>
<p>Infine, <strong>il supporto istituzionale</strong> gioca un ruolo essenziale. Partnership pubblico-private e incentivi fiscali mirati sono strumenti efficaci per creare un ecosistema favorevole alla transizione sostenibile. Una piattaforma centralizzata che raccolga informazioni su finanziamenti, opportunità e best practice potrebbe ulteriormente agevolare le imprese, rendendo più accessibili le risorse necessarie.<br />Le Pmi che sapranno cogliere queste opportunità avranno modo di rafforzare la propria resilienza e competitività, e contribuiranno a trasformare il tessuto economico italiano, rendendolo più inclusivo e sostenibile.</p>
<p><strong><u>7 &#8211; Conclusioni e raccomandazioni</u></strong></p>
<p>Il settore finanziario converge sempre più verso l’integrazione dei criteri Esg come pilastro delle strategie operative e di investimento. Assicurazioni, fondi pensione, fondazioni di origine bancaria e Pmi hanno avviato percorsi strutturati per affrontare le sfide della sostenibilità, dimostrando che <strong>l’adozione degli Esg è ormai indispensabile per garantire competitività e resilienza</strong>. Per consolidare questi progressi e accelerare la transizione, ciascun settore deve adottare strategie mirate.</p>
<ul>
<li><strong>Assicurazioni</strong>: leader nella transizione Esg, stanno rinnovando governance e prodotti per affrontare rischi climatici e sociali, investendo in tecnologie digitali e sensibilizzando i clienti sull’importanza della sostenibilità. È essenziale rafforzare l’integrazione Esg nelle politiche di rischio e sviluppare soluzioni innovative per rispondere alle sfide climatiche emergenti.</li>
<li><strong>Fondi pensione</strong>: impegnati nella decarbonizzazione, combinano strategie innovative come l’impact investing con obiettivi di neutralità climatica, rafforzando fiducia e rendimenti sostenibili. Per realizzare pienamente questi obiettivi, devono perseguire target net-zero con piani verificabili e promuovere la trasparenza per attrarre iscritti e investitori sempre più attenti ai criteri Esg.</li>
<li><strong>Fondazioni di origine bancaria</strong>: attraverso investimenti mirati alla rigenerazione urbana, all’housing sociale e all’educazione, uniscono impatti sociali e ambientali a una gestione responsabile dei patrimoni. Devono ampliare l’uso di metriche avanzate per misurare risultati e rafforzare le partnership strategiche per massimizzare l’efficacia delle loro azioni.</li>
<li><strong>Pmi</strong>: nonostante barriere economiche e normative, stanno riconoscendo il valore degli Esg per migliorare reputazione, efficienza e accesso al capitale. È cruciale fornire incentivi mirati, supporto istituzionale e semplificazione burocratica per facilitare l’accesso a strumenti Esg e favorire l’attuazione di pratiche sostenibili.</li>
</ul>
<p><strong>6.1 &#8211; Prospettive a lungo termine: l’evoluzione attesa del settore finanziario in ottica Esg. </strong>La finanza sostenibile si sta rapidamente evolvendo da scelta strategica a standard imprescindibile per il settore finanziario. Nel lungo termine, ci si attende una progressiva standardizzazione globale delle normative Esg, guidata da regolamenti armonizzati a livello europeo e internazionale. Questo allineamento normativo garantirà una maggiore trasparenza e integrità nelle pratiche aziendali, agevolando la comparabilità tra imprese e settori.</p>
<p><strong>La tecnologia giocherà un ruolo decisivo</strong>: strumenti come l’intelligenza artificiale e i big data saranno sempre più utilizzati per analizzare rischi Esg complessi e migliorare la rendicontazione. Questi strumenti non solo faciliteranno il monitoraggio delle performance, ma consentiranno anche previsioni più accurate sugli impatti a lungo termine delle decisioni finanziarie.</p>
<p>Gli investimenti tematici continueranno a crescere, attirando capitali verso settori chiave della sostenibilità come energie rinnovabili, mobilità sostenibile e protezione della biodiversità. In parallelo, il ruolo degli stakeholder si rafforzerà ulteriormente, con consumatori e investitori che eserciteranno una pressione crescente sulle imprese per dimostrare un impegno autentico e misurabile verso la sostenibilità.</p>
<p>In questo contesto, la finanza non si limiterà a misurare e mitigare rischi, ma diventerà un catalizzatore attivo per il cambiamento, orientando risorse verso progetti e settori che favoriscano un impatto positivo su società e ambiente. La convergenza tra rendimento finanziario e sostenibilità trasformerà il sistema economico, rendendolo un motore per il benessere collettivo e la resilienza globale.</p>
<p><strong>Per approfondimenti: <a href="https://finanzasostenibile.it/ricerca/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://finanzasostenibile.it/ricerca/&amp;source=gmail&amp;ust=1735129246778000&amp;usg=AOvVaw1gWNVNbyBEuQ4B8-muq1KM">https://<wbr />finanzasostenibile.it/ricerca/</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><em>Nella sezione “approfondimenti” offriamo ai lettori analisi di esperti su argomenti specifici, spunti di riflessione, testimonianze, racconti di nuove iniziative inerenti agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli articoli riflettono le opinioni degli autori e non impegnano l’Alleanza. Per proporre articoli scrivere a <a href="mailto:redazioneweb@asvis.net" target="_blank" rel="noopener">redazioneweb@asvis.net</a>. I testi, tra le 4mila e le 10mila battute circa più grafici e tabelle (salvo eccezioni concordate preventivamente), devono essere inediti. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/esg-e-finanza-sostenibile-un-percorso-verso-resilienza-e-innovazione/">Esg e finanza sostenibile: un percorso verso resilienza e innovazione</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Aumentare il benessere dei dipendenti è la soluzione di molti problemi sociali</title>
		<link>https://asvis.it/aumentare-il-benessere-dei-dipendenti-e-la-soluzione-di-molti-problemi-sociali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2024 14:17:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#articoli_goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#BuonePraticheAziende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Remo Lucchi, Presidente advisory board Eumetra</p>
<p>Preoccupa il fatto che nessun ente pubblico si stia occupando del distacco dalle tematiche di sostenibilità. L’occuparsi del benessere dei dipendenti valorizza professionalità e risultati aziendali.</p>
<p>22/07/2024</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify">I segnali di tensione si stanno aggravando, senza indizi di rimedi. Parliamo della <strong>crescita delle tensioni sociali</strong>, a seguito dell’aumento delle contrapposizioni. Le variabili innescanti hanno a che fare con la delusione delle proprie <strong>prospettive di benessere</strong>, e con il conseguente aumento della centratura della propria esistenza su di sé. Ne consegue una sorta di naturale contrapposizione con gli altri. E tanto più le attese di benessere non sono soddisfatte, anzi, tanto più gli egocentrismi aumentano, e l’etica ed il rispetto e le relazionalità positive si contraggono.</p>
<p style="text-align: justify">Ci siamo più volte occupati di questo tema. Ricordiamo brevemente gli <strong>elementi innescanti</strong>:</p>
<ul style="text-align: justify">
<li>In questi ultimi tre lustri, con forte progressione la grande maggioranza delle <strong>giovani generazioni </strong>che sono entrate nell’adultità, hanno decisamente più studiato che in passato: nella quasi totalità hanno acquisito un’istruzione medio-superiore; ben pochi, però, si sono laureati;</li>
<li>Quindi <strong>individui cresciuti culturalmente</strong>, e con forte desiderio di protagonismo e di partecipazione; con massima centratura su di sé: avendo interrotto la formazione culturale, la componente dell’etica, e del rispetto degli altri – <em>frutto della cultura</em> &#8211; non si è più di tanto sviluppata;</li>
<li>Ma contemporaneamente <strong>il contesto economico ha avuto progressivi problemi</strong> &#8211; <em>innescati dalla globalizzazione, e dalle ripetute crisi finanziarie</em> – e buona parte di queste <strong>nuove generazioni sono “cadute” nel precariato</strong>, con elevata perdita di percezione di benessere rispetto alle attese. Forti delusioni, rispetto alle aspettative di protagonismo, che ha provocato – <em>come si è accennato</em> &#8211; arrabbiature, centrature su di sé, populismo, contrapposizioni;</li>
<li>E stante la continuità di queste problematiche, la progressiva contrazione della percezione di benessere e l’aumento della centratura su di sé hanno provocato un <strong>distacco progressivo anche verso tutte le problematiche della Sostenibilità (del futuro degli “altri” non si ha interesse).</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify"> </p>
<p style="text-align: justify"><strong>Situazione sociale non accettabile</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il progressivo distacco da tutte le problematiche di sostenibilità non è ovviamente accettabile: all’interno dei segmenti che hanno attivismo sociale, ormai la maggioranza sta assumendo questa posizione di allontanamento da queste problematiche sociali. Problematiche che hanno a che fare peraltro un po’ con tutti gli <strong>Obiettivi dell’Agenda 2030</strong>, sia connessi con l’ambiente, che con il rispetto degli altri, le problematiche di inclusione, di aiuto. Tutti temi che hanno a che fare con la vita futura. In altri termini: siamo di fronte a una situazione non accettabile.</p>
<p style="text-align: justify">Quello che <strong>preoccupa è che nessuna entità pubblica sta facendo diagnosi di questa situazione</strong>, e quindi nessuno si sta preoccupando delle conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify">Si osserva che sul tema della sostenibilità sono state poste alle aziende produttrici delle regole da rispettare, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze per l’ambiente. Ma quand’anche tutte le aziende si comportassero bene, se la maggioranza degli individui consumatori avesse – <em>come in effetti ha</em> – atteggiamenti di noncuranza, a seguito della centratura su di sé per disagi da assenza di percezione soddisfacente di benessere, <strong>i problemi certamente non verrebbero risolti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify"> </p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il sistema economico e la percezione di benessere (nel contesto sia lavorativo che privato)</strong></p>
<p style="text-align: justify">Quindi il problema da risolvere ha a che fare con la <strong>percezione di benessere</strong>: fare in modo che si percepisca una soddisfazione crescente.</p>
<p style="text-align: justify">Nei confronti del sistema economico c’è una forte attesa di aiuti per una soluzione di questo tipo. In effetti non ci si aspetta altro che le aziende &#8211; <em>oltre a fare bene il loro classico mestiere di far bene prodotti e servizi</em>, <em>a prezzi corretti </em>– si assumano aggiuntivamente della <strong>responsabilità sociale</strong>, per trovare soluzioni di rimedio a questi problemi. Non si vedono altre soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify">Ed in effetti fra le varie attese, quella più elevata è che le<strong> aziende si pongano l’obiettivo di promuovere e mantenere il più alto grado di benessere fisico, psicologico e sociale dei propri dipendenti.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’occuparsi del benessere dei propri dipendenti</strong>, in tutte le manifestazioni della propria esistenza, <strong>private e professionali</strong>, è in realtà il metodo più efficace per raggiungere i <strong>due obiettivi fondamentali</strong>:</p>
<ol style="text-align: justify">
<li><strong>Avere dei ritorni professionali particolarmente interessanti per l’azienda, </strong>sia per l’incremento della formazione, sia per la gratitudine per l’investimento;</li>
<li>Fare in modo che i dipendenti percepiscano un <strong>significativo incremento del proprio benessere</strong> nella propria vita complessiva, non solo professionale, ed assumano un atteggiamento sociale meno egocentrico, e più etico. <strong>Di conseguenza, con atteggiamenti decisamente più disponibili verso le problematiche della sostenibilità.</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify">Nell’occuparsi del benessere dei propri dipendenti, si deve tenere conto dell’insieme di tutte le manifestazioni della propria esistenza: il <strong>benessere fisico</strong>, quello <strong>relazionale</strong>, quello <strong>economico</strong>, quello <strong>professionale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">Per raggiungere quindi il <strong>benessere complessivo</strong> – <em>che è quello che conta</em> – bisogna agire in tutte le direzioni, e verificare poi gli esiti degli interventi di sostegno posti in atto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Dal punto di vista operativo</strong> si deve procedere in due momenti, <strong><u>uno ex ante </u></strong>ed <strong><u>uno post </u></strong>rispetto agli interventi:</p>
<ul style="text-align: justify">
<li><strong><u>Ex ante</u></strong>: prima dell’avvio degli interventi è necessario fare una corretta diagnosi dello <em>“status quo”</em> di ogni individuo, su tutte le aree tematiche che hanno un potenziale attivismo nel determinare il benessere. Si tratta ovviamente di analizzare per ciascuno <strong>la posizione verso tutti gli ingredienti che hanno a che fare con l’area professionale;</strong> <strong>ma anche di esaminare la posizione verso tutte le aree che hanno a che fare con la vita privata</strong>. E ciò per due ovvi motivi:</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">&#8211; Per <strong>ottimalizzare tutte le aree di intervento</strong> destinate all’obiettivo di benessere complessivo, <strong>professionali </strong>e <strong>connesse a tutti gli aspetti attivi della vita privata;</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8211; </strong>Per fare una corretta misurazione &#8211; <strong>attraverso una ricerca</strong> -, ed avere una affidabile valutazione del punto di partenza, prima dell’avvio degli interventi (per poi fare confronti).</p>
<p style="text-align: justify"> </p>
<ul style="text-align: justify">
<li><strong><u>Post</u></strong>: dopo un periodo sufficientemente prolungato di interventi, è necessario fare una verifica dello status raggiunto, conducendo la stessa analisi fatta ex ante (<strong>ricerca identica</strong>), su entrambe le aree analizzate, quella professionale, e quella cosiddetta “privata” (e fare confronti).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">Le variabili da analizzare possono ovviamente essere diverse da azienda ad azienda:</p>
<ul style="text-align: justify">
<li><strong>Per le variabili professionali</strong>: in dipendenza del settore, delle dimensioni dell’azienda, dei ruoli dell’individuo, della sua anzianità professionale, della località geografica;</li>
<li><strong>Per le variabili “private”</strong>: in dipendenza dell’età, della cultura, dello status familiare (ma anche del settore aziendale, delle dimensioni aziendali, del ruolo, della distanza dall’Azienda in cui lavora…).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify"> </p>
<hr />
<p style="text-align: justify"><em>Nella sezione “approfondimenti” offriamo ai lettori analisi di esperti su argomenti specifici, spunti di riflessione, testimonianze, racconti di nuove iniziative inerenti agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli articoli riflettono le opinioni degli autori e non impegnano l’Alleanza. Per proporre articoli scrivere a <a href="mailto:redazioneweb@asvis.net" target="_blank" rel="noopener">redazioneweb@asvis.net</a>. I testi, tra le 4mila e le 10mila battute circa più grafici e tabelle (salvo eccezioni concordate preventivamente), devono essere inediti.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/aumentare-il-benessere-dei-dipendenti-e-la-soluzione-di-molti-problemi-sociali/">Aumentare il benessere dei dipendenti è la soluzione di molti problemi sociali</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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