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	<title>#goal10 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 12:18:42 +0000</lastBuildDate>
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	<title>#goal10 Archivi - ASviS</title>
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		<title>Emergenza casa: cosa sta succedendo davvero, dalla Spagna all’Italia</title>
		<link>https://asvis.it/emergenza-casa-cosa-sta-succedendo-davvero-dalla-spagna-allitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 11:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi abitativa spagnola racconta un problema che riguarda anche il nostro Paese: prezzi e affitti crescono più dei redditi, mentre turismo, investimenti e domanda concentrata nelle città restringono l’accesso alla casa. 09/10/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il caso spagnolo</strong></p>
<p>In Spagna la casa è diventata uno dei <strong>principali problemi sociali</strong>. La vicenda di Maricarmen Abascal, un’anziana di Madrid sfrattata dal suo appartamento e deceduta in seguito in ospedale, ha dato il via a una serie di proteste talmente profonde da innescare una <strong>crisi di governo</strong> che, il primo ottobre, ha portato alle <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2016/10/01/spagna-psoe-pedro-sanchez-si-e-dimesso_84206539-7ae4-4144-8ec0-5726e7d08e91.html">dimissioni del governo Sanchez</a>.</p>
<p>Come riportato da un articolo <a href="https://www.internazionale.it/magazine/borja-andrino/2026/10/01/la-lotta-degli-spagnoli-per-il-diritto-alla-casa">pubblicato su<em> Internazionale</em></a>, nell’ultimo decennio il reddito medio pro capite della Spagna è aumentato del 50% e i salari di circa il 30%, ma nello stesso periodo il prezzo delle abitazioni è cresciuto dell’80% e quello degli affitti dell’87%. Nelle aree dove la domanda è più forte, come Madrid, le isole Baleari e la Catalogna, l’aumento è stato ancora maggiore. Gli <strong>effetti sono particolarmente evidenti tra i giovani e le giovani</strong>: oggi il 69% degli spagnoli tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, contro il 52% del 2010.</p>
<p>Dietro questa tendenza ci sono diversi fattori: la <strong>crescita della popolazione</strong>, concentrata soprattutto nelle grandi città, l’<strong>esplosione del turismo e degli affitti brevi</strong>, la <strong>crescente domanda di immobili</strong> da parte degli acquirenti stranieri e la <strong>trasformazione della casa in un investimento</strong> sempre più redditizio. Dal 2015 la popolazione spagnola è aumentata di oltre tre milioni di persone, mentre i pernottamenti nelle abitazioni destinate agli affitti turistici sono raddoppiati. Nel 2025 le compravendite immobiliari sono tornate a circa 750mila unità, gli acquisti effettuati da stranieri non residenti hanno invece superato quota 500mila dal 2015.</p>
<p>Non è quindi soltanto una questione di prezzi. È il rapporto tra <strong>redditi, mercato immobiliare e diritto all’abitare</strong> a essere entrato in crisi. La protesta esplosa in Spagna racconta così un problema che va ben oltre i confini del Paese: cosa succede quando il costo della casa cresce molto più rapidamente della capacità delle persone di sostenerlo? E soprattutto, quanto è ancora possibile considerare <strong>l’abitazione un diritto fondamentale</strong> quando una parte crescente del patrimonio immobiliare viene trattata come un’attività finanziaria, turistica o di investimento? <strong>È una domanda che riguarda da vicino anche l’Italia. </strong>Nonostante il nostro Paese non sia stato (per ora) contagiato dalla protesta spagnola &#8211; che nel frattempo si è saldata con quella degli studenti francesi -, presenta diversi elementi in comune con il Paese iberico.</p>
<p><strong>L’emergenza casa in Italia</strong></p>
<p>Anche per milioni di italiani e italiane trovare un alloggio a prezzi sostenibili è diventato uno dei problemi principali. Dal 2015, il mercato immobiliare italiano si è mosso in maniera del tutto sbilanciata. Se a livello nazionale i prezzi delle abitazioni sono cresciuti lentamente, <a href="https://cdn-tecnocasagroup.medialabtc.it/it/sites/2/2026/09/La-rivalutazione-degli-immobili-nel-tempo-Gruppo-Tecnocasa.pdf">fino a circa il 17%</a> (quota che varia in base alle stime), nelle aree metropolitane si è verificata una vera e propria impennata: a <strong>Milano</strong> i prezzi di vendita sono <a href="https://www.gazzettadimilano.it/rubriche/immobiliare-milano/mercato-immobiliare-milano-corre-piu-dellitalia-prezzi-delle-case-592-in-dieci-anni/">aumentati di circa il 60% nell&#8217;ultimo decennio</a>, seguiti da significativi rincari a <strong>Bologna</strong> e <strong>Firenze</strong>.</p>
<p>Parallelamente, l’Ocse certifica che l&#8217;Italia è rimasta l&#8217;unico grande paese europeo in <strong>cui i salari reali sono rimasti <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/it/publications/reports/2025/07/oecd-employment-outlook-2025-country-notes_5f33b4c5/italy_a775131b/9571f483-it.pdf">stagnanti o in lieve calo negli ultimi 30 anni</a></strong>, rendendo il divario tra reddito e costo della casa sempre più difficile da colmare.</p>
<p>Anche qui, <strong>le prime vittime di questo divario sono i giovani e le giovani</strong>. Secondo l&#8217;analisi <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Young_people_-_housing_conditions">Eurostat sulle condizioni abitative dei giovani in Europa</a>, in Italia circa il 70% dei cittadini tra i 18 e i 34 anni <strong>vive ancora con i genitori</strong>, con un&#8217;età media di “uscita” vicina ai 30 anni, del tutto paragonabile alla Spagna. La precarietà contrattuale unita ai requisiti sempre più stringenti per l&#8217;ottenimento di un mutuo frena inoltre l&#8217;autonomia abitativa delle nuove generazioni.</p>
<p><strong>La crisi demografica non incide sulla domanda</strong></p>
<p>A differenza della Spagna, <strong>l&#8217;Italia affronta una marcata crisi demografica</strong>. Tuttavia, il calo demografico non ha limitato la domanda nelle grandi città, in particolare a causa di una forte concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Un fenomeno identificato come “<strong>polarizzazione urbana</strong>”. Milano, Bologna, Roma e le principali province del Nord Italia continuano a registrare una <strong>forte attrazione di studenti, lavoratori e cittadini stranieri</strong>, come evidenziato nel <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente-anni-2024-2025/">Rapporto sulle migrazioni dell&#8217;Istat</a>, riducendo la disponibilità di alloggi a fronte di una domanda in continua crescita nei poli produttivi.</p>
<p>Questo non significa, però, che in Italia manchino semplicemente le abitazioni. Il problema riguarda anche la loro distribuzione e il loro utilizzo. <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Rapporto_ASviS/Rapporto_ASviS_2025/Report_ASviS_2025_final.pdf#page=175">Secondo l&#8217;Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</a> (<strong>ASviS</strong>), nelle città e nei Comuni più densamente popolati <strong>circa 1,8 milioni di abitazioni risultano non occupate</strong>. Allo stesso tempo, le politiche pubbliche a sostegno della locazione rimangono limitate: il canone concordato svolge un ruolo marginale <strong>e le risorse destinate al disagio abitativo sono limitate</strong>. Per l&#8217;ASviS è dunque necessario <strong>intervenire sulla regolamentazione del settore</strong> per riequilibrare la distribuzione degli alloggi e ridurre la pressione sui prezzi per i residenti, anche utilizzando in modo più efficace le risorse disponibili e quelle destinate all&#8217;efficientamento energetico delle abitazioni. Il punto, quindi, non è soltanto quante abitazioni esistano, ma <strong>a quale uso siano destinate</strong> e quale valore venga attribuito alla loro funzione.</p>
<p>A questa pressione sul mercato residenziale si aggiunge la <strong>crescita esponenziale del mercato degli alloggi turistici</strong>. I dati di agosto 2026 relativi agli <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/26_ottobre_02/boom-affitti-brevi-15-mila-alloggi-7aa99524-f0e4-4d53-a3d5-9a7ef7f75xlk.shtml">alloggi disponibili per gli affitti brevi sul territorio nazionale</a> riportano un numero di 571.982, il 7,2% in più rispetto all’agosto 2025. Nelle città d&#8217;arte come Firenze, Venezia e Roma, l&#8217;alta redditività di queste locazioni<strong> ha sottratto decine di migliaia di appartamenti</strong> al mercato residenziale di lungo termine, spingendo al rialzo i canoni per residenti e studenti.</p>
<p>Infine, c’è il peso dei <strong>compratori esteri non residenti</strong>: le analisi indicano che gli acquisti effettuati da cittadini stranieri rappresentano circa l&#8217;8%-10% del totale delle transazioni nazionali, concentrandosi prevalentemente in Toscana, Puglia, nei grandi laghi del Nord e in Sardegna.</p>
<p>Non tutti questi fattori hanno lo stesso peso né producono gli stessi effetti, ma insieme contribuiscono a trasformare la casa da bene destinato innanzitutto all’abitare <strong>in un asset d’investimento da cui trarre enormi profitti nel breve termine</strong>, anche a discapito del diritto alla casa di cittadine e cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ansa.it/sito/photogallery/primopiano/2026/10/03/in-migliaia-in-corteo-in-spagna-per-la-casa_4175033a-fc22-476f-ab66-9f86be54c528.html" target="_blank" rel="noopener">imagine di copertina ANSA/EPA</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Prevenire, anticipare e rispondere agli arrivi improvvisi e di massa</title>
		<link>https://asvis.it/prevenire-anticipare-e-rispondere-agli-arrivi-improvvisi-e-di-massa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Di Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 12:34:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piano per prevenire e gestire crisi migratorie alle frontiere dell’Ue. Rafforzamento dell'architettura di risposta alle minacce spaziali. Istituzione del sistema di comunicazione d’emergenza e soccorso. 06/10/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 29 settembre la Commissione europea ha proposto un piano in cinque punti per <strong>prevenire, anticipare e rispondere agli arrivi illegali improvvisi e di massa. </strong>Il piano viene presentato richiamando la necessità di adottare misure che possano prevenire e gestire al meglio le situazioni contingenti come verificatesi a Ceuta a fine luglio.</p>
<p>Il piano è stato definito sulla base della <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_233">strategia europea in materia di asilo e migrazione</a> del gennaio 2026, con azioni chiave per diversi attori, ampliando gli strumenti e i quadri esistenti, e precisamente:</p>
<ul>
<li><strong>rafforzamento della cooperazione con i Paesi partner per prevenire la migrazione illegale, </strong>affrontandone le cause profonde, creando opportunità significative per le persone nei loro paesi d&#8217;origine, (anche attraverso l’iniziativa per le competenze e l’occupazione dei giovani nel Mediterraneo appena annunciata per dalla Presidente von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione) e collaborando per promuovere una mobilità legale e sicura verso l’Ue. È previsto inoltre il rafforzamento della cooperazione tra Frontex, Europol ed Eurojust e i Paesi partner, al fine di migliorare lo scambio di informazioni, le analisi dei rischi e delle minacce sulle rotte migratorie;</li>
<li><strong>rafforzamento delle frontiere esterne dell’Ue, </strong>attraverso la definizione di un nuovo quadro per la riposta alle emergenze che comprenderà la revisione del mandato di Frontex, una più stretta cooperazione con i Paesi partner, il sostegno mirato agli Stati membri anche attraverso il meccanismo unionale di Protezione civile;</li>
<li><strong>miglioramento del monitoraggio, della conoscenza situazionale e dei sistemi di allarme rapido. </strong>Anche in questo caso con il rafforzamento del mandato di Frontex, indicando tra le misure il monitoraggio dei social media al fine di migliorare la conoscenza situazionale e l’utilizzo delle potenzialità degli strumenti messi a disposizione nella legge sui servizi digitali, istituendo partenariati digitali con i Paesi partner per individuare i contenuti online che alimentano la migrazione illegale, collaborando con gli Stati membri nel monitoraggio attraverso il sistema di sorveglianza delle frontiere (Eurosur);</li>
<li><strong>smantellamento delle reti del traffico e della tratta di migranti, </strong>invitando il Consiglio a convenire l’utilizzo rapido dei regimi sanzionatori previsti, il Parlamento a concordare con urgenza la posizione negoziale sulla direttiva riveduta sul favoreggiamento del traffico di migranti, entrambe le istituzioni a rafforzare il mandato di Europol, attraverso la cooperazione con le piattaforme online, con gli istituti finanziari e i prestatori di servizi di pagamento digitali;</li>
<li><strong>rafforzamento dei rimpatri, </strong>attraverso la cooperazione con i Paesi terzi in materia di riammissione, migliorando la capacità di supporto di Frontex per i rimpatri e la procedura di rimpatrio alla frontiera, aumentando l’efficacia della digitalizzazione delle procedure.</li>
</ul>
<p>Il Piano così strutturato sarà presentato ai ministri degli Stati membri in sede di Consiglio dell’Ue.</p>
<p>I temi della sicurezza alle frontiere sono stati oggetto anche della <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/09/28/council-strengthens-eu-space-threat-response-architecture/">decisione</a> adottata il precedente 28 settembre dal Consiglio dell’Ue per il <strong>rafforzamento dell&#8217;architettura di risposta alle minacce spaziali dell’Ue</strong> (denominata come “Stra” dall’acronimo inglese di “Space Threat Response Architecture”). L’obiettivo è di <strong>rispondere all&#8217;aumento dei comportamenti irresponsabili e ostili nel settore spaziale che possono compromettere la sicurezza dell&#8217;Ue, dei suoi Stati membri e delle/i cittadine/i nonch</strong><strong>é la sicurezza e la stabilit</strong><strong>à internazionali.</strong> Con la Stra possono essere stabilite disposizioni operative per monitorare, allertare e intervenire immediatamente, mobilitando i pertinenti strumenti della Pesc (politica estera e di sicurezza comune) in modo coerente. <strong>In caso di urgenza, l&#8217;alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è autorizzata ad adottare una risposta provvisoria dell&#8217;Ue</strong>. Il Consiglio dovrà poi confermare, modificare o revocare la risposta provvisoria quanto prima e al più tardi entro quattro settimane dall&#8217;adozione della risposta provvisoria. L’iniziativa articola il funzionamento del programma spaziale dell’Ue, il programma dell&#8217;Ue per una connettività sicura,  con la risposta alle minacce alla sicurezza di uno o più Stati membri.</p>
<p>Il 1° ottobre il Consiglio ha anche ha dato il <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2026/10/01/council-adopts-new-rules-on-return-for-those-with-no-right-to-stay-in-the-eu/">via libera definitivo</a> alle <strong>nuove norme del sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell&#8217;Unione è irregolare </strong>sulla base della proposta di regolamento europeo presentato dalla Commissione europea il 12 marzo 2025.</p>
<p>Il 30 settembre la Commissione europea ha adottato un’altra iniziativa di carattere legislativo sulla <strong>risposta coordinata alla comunicazione delle emergenze</strong>, con la <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52026PC1010&amp;qid=1791036026445">proposta di regolamento che istituisce il sistema di comunicazione critica dell’Ue</a> (Euccs) che si accompagna alla proposta di regolamento che stabilisce il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52026PC1020&amp;qid=1791036026445">funzionamento dell’Euccs nei servizi degli Stati membri</a> e altre organizzazioni incaricate dei servizi di protezione civile.</p>
<p><strong>L’Euccs ha l’obiettivo di rafforzare la capacit</strong><strong>à dell&#8217;Europa di rispondere a crisi su larga scala o al terrorismo, ma anche agli incidenti quotidiani, incendi, casi di persone scomparse e criminalit</strong><strong>à.</strong></p>
<p>Il sistema coinvolgerà tutti i servizi di emergenza, con gli Stati membri che manterranno il pieno controllo delle proprie infrastrutture di comunicazione critica, garantendo al contempo l&#8217;interoperabilità obbligatoria a livello europeo. L’Euccs è progettato per adattarsi all&#8217;evoluzione delle tecnologie di comunicazione, sia commerciali che critiche. La Commissione sosterrà gli Stati membri nella collaborazione con l&#8217;industria e gli enti di ricerca per garantire la continua innovazione delle comunicazioni critiche nell’Ue. <strong>L’operatività del sistema sarà graduale</strong>: un primo gruppo di Stati membri avvierà le operazioni nel 2030 e altri seguiranno, prevedendo che <strong>tutti gli Stati membri saranno connessi entro il 2036</strong>.</p>
<p><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/2026/Rassegna_Rubrica_Europa_29.26.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Consulta la rassegna dal 28 settembre al 4 ottobre</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Scuole italiane, la geografia delle opportunità divide ancora il Paese</title>
		<link>https://asvis.it/scuole-italiane-la-geografia-delle-opportunita-divide-ancora-il-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26esimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente fotografa la situazione scolastica di 7188 edifici. Sicurezza ed efficienza migliorano lentamente. Tra Nord e Mezzogiorno la distanza riguarda anche le opportunità offerte. 29/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La scuola che frequenta un bambino in Italia dipende ancora molto dal luogo in cui vive. Può entrare ogni mattina in un <strong>edificio dotato delle principali certificazioni di sicurezza</strong>, fermarsi a mensa, frequentare il tempo pieno e utilizzare la palestra anche dopo le lezioni. Oppure può studiare in una struttura che necessita di lavori urgenti, dove la mensa non c’è e le attività pomeridiane sono più difficili da organizzare. A separare queste due esperienze è soprattutto il <strong>territorio in cui si vive</strong>, che continua a incidere sulla qualità degli edifici, dei servizi e delle opportunità educative offerte agli studenti. È la fotografia restituita dalla <a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/09/Ecosistema-Scuola-2026-XXVI-Rapporto.pdf">26esima edizione di Ecosistema Scuola</a>, il rapporto di <strong>Legambiente</strong> sulla qualità degli edifici e dei servizi scolastici in Italia. L’indagine, basata sui dati raccolti nel 2025 presso 96 amministrazioni comunali, monitora 7.188 edifici di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, frequentati da oltre 1,27 milioni di studenti. Un osservatorio che, dopo 26 anni, consente di <strong>leggere non soltanto quanto siano sicure e sostenibili le scuole italiane</strong>, ma anche quanto velocemente, e soprattutto dove, stiano cambiando.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_13_.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Stessa scuola, due Italie</strong></h3>
<p>Basta entrare nei <strong>dati sulla sicurezza</strong> per capire quanto il percorso sia ancora lungo. Poco più della metà degli edifici monitorati dispone del <strong>certificato di agibilità</strong> (53,5%) e di quello di prevenzione incendi (56%), mentre il collaudo statico riguarda meno di una scuola su due. Dietro le medie nazionali, però, si aprono distanze molto più profonde: il certificato di agibilità è presente nel 71,9% degli edifici del Nord, contro il 31,6% del Sud e appena il 25,5% delle Isole. Negli ultimi cinque anni oltre la <strong>metà degli edifici ha beneficiato di interventi straordinari</strong>, ma quasi uno su tre necessita ancora di lavori urgenti. Al Nord riguarda il 24,7% delle scuole monitorate; nelle Isole la quota sale al 54,2%. Più del doppio.</p>
<h3><strong>Dove servono più lavori si spende meno</strong></h3>
<p>Proprio nei territori dove si concentra il maggior numero di edifici bisognosi di interventi urgenti, la spesa per la <strong>manutenzione straordinaria</strong> è più bassa: nel Nord vengono spesi in media 54.709 euro per edificio, al Sud appena 4.527. Anche la messa in sicurezza procede lentamente: il 35% degli edifici monitorati si trova in Comuni delle zone sismiche 1 e 2, ma gli interventi di adeguamento o miglioramento realizzati nell’ultimo quinquennio hanno interessato appena il 4% del patrimonio.</p>
<h3><strong>La transizione energetica procede a velocità diverse</strong></h3>
<p>Anche <strong>sul fronte energetico i progressi restano parziali</strong>. L’85,4% delle amministrazioni dichiara interventi di efficientamento negli ultimi cinque anni, ma questi hanno interessato solo il 19,4% degli edifici. E <strong>il patrimonio resta fortemente energivoro</strong>: il 67,5% degli edifici classificati si trova nelle fasce E, F e G. Nella classe peggiore, la G, ricade il 21,5% delle scuole al Nord, contro il 59,1% al Sud e l’83,3% nelle Isole.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_9_.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Duemila ore di distanza</strong></h3>
<p>Quando si supera la porta dell’edificio e si guarda ciò che la scuola riesce concretamente a offrire, le percentuali acquistano un significato diverso. Perché una scuola non è soltanto il luogo nel quale si tengono le lezioni: <strong>mensa, tempo pieno, palestre e servizi di trasporto possono allargare o restringere le opportunità</strong> quotidiane di bambini e ragazzi. Al Nord la mensa è presente nell’88,9% delle scuole monitorate. Nelle Isole la percentuale precipita al 26,8%. Una distanza che si riflette sul tempo pieno, presente in oltre quattro edifici su 10 al Nord e in poco più di uno su 10 nelle Isole. Tradotta nella vita scolastica di un bambino, la differenza diventa enorme. Secondo Legambiente, alla fine della primaria gli studenti delle Isole possono aver ricevuto oltre <strong>2mila ore di formazione in meno</strong>. Una distanza particolarmente significativa in territori che presentano ancora livelli di dispersione scolastica fra i più alti del Paese.</p>
<h3><strong>La prova del Pnrr deve ancora arrivare</strong></h3>
<p>Su questa Italia scolastica a più velocità si è innestato il Pnrr, il più grande investimento pubblico mai realizzato nel Paese sull’edilizia scolastica: quasi 10 mila interventi e circa <strong>14 miliardi di euro mobilitati</strong>, con almeno il 40% delle risorse destinate al Mezzogiorno. Ora che il Piano entra nella fase conclusiva, la questione è capire quanto questi investimenti riusciranno a tradursi in scuole migliori e minori divari. Per Legambiente, il dopo-Pnrr dovrà poggiare su cinque direttrici: rendere pubblica e trasparente l’<strong>Anagrafe dell’edilizia scolastica</strong>, consolidare l’Osservatorio nazionale, varare un <strong>piano per scuole sicure e resilienti al clima</strong>, rafforzare la governance territoriale attraverso i <strong>patti educativi di comunità</strong> e aprire maggiormente gli edifici scolastici ai territori anche oltre l’orario delle lezioni.</p>
<p><a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/09/Ecosistema-Scuola-2026-XXVI-Rapporto.pdf">Leggi il Rapporto</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/unaula-con-banchi-e-una-grande-finestra-onR0kBj-y0c" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/scuole-italiane-la-geografia-delle-opportunita-divide-ancora-il-paese/">Scuole italiane, la geografia delle opportunità divide ancora il Paese</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Anziani, 18 milioni nel 2040: case e città non sono ancora pronte</title>
		<link>https://asvis.it/anziani-18-milioni-nel-2040-case-e-citta-non-sono-ancora-pronte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 09:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani lega demografia, digitale e clima e propone un nuovo welfare: casa, quartiere e servizi come unico ecosistema di cura. 21/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/anziani-18-milioni-nel-2040-case-e-citta-non-sono-ancora-pronte/">Anziani, 18 milioni nel 2040: case e città non sono ancora pronte</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere più a lungo cambia anche il significato dell’abitare. <strong>Nel 2040 gli over 65</strong> in Italia saranno oltre 18 milioni, circa <strong>un terzo della popolazione</strong>, e cresceranno le persone anziane che vivono sole. <strong>Case accessibili, servizi di prossimità, quartieri sicuri e reti sociali</strong> diventano quindi parte integrante delle politiche di cura. Welfare, città e patrimonio abitativo, però, sono ancora poco preparati a una società sempre più longeva.</p>
<p>La <strong>solitudine</strong> è già uno dei segnali più evidenti: oltre 4,5 milioni di anziani vivono soli e nel 2040 saranno quasi sei milioni. Il 16% degli over 65 non ha contatti sociali nell’arco di una settimana, quota che sale al 32% tra gli ultraottantacinquenni, mentre tre anziani su quattro non partecipano ad attività collettive organizzate. <strong>Autonomia, relazioni e accesso ai servizi diventano così elementi centrali della qualità dell’invecchiamento.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/InfograficheReport.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: Auser, Spi Cgil, Abitare e Anziani, Terzo Rapporto “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, 2026.</em></p>
<p>Da questa prospettiva nasce il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, <a href="https://auser.it/books/abitare-la-longevita-nella-transizione-politiche-urbane-e-abitative-generative-di-comunita/"><strong>Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità</strong></a>, realizzato da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani, a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella e presentato il 15 settembre al Cnel di Roma.</p>
<p>La ricerca analizza <strong>tre trasformazioni &#8211; demografica, digitale e ambientale &#8211; e i loro effetti su persone anziane, welfare, città e abitazioni</strong>: cambiano famiglie e rapporti tra generazioni, l’accesso ai servizi e l’esposizione delle persone fragili agli effetti della crisi climatica. <strong>Case e quartieri sono i luoghi in cui queste transizioni si incontrano.</strong></p>
<h3><strong>Più anziani e più soli: cambia il modo di abitare</strong></h3>
<p>Gli over 65 sono oggi quasi 15 milioni, circa un quarto della popolazione italiana. La longevità cresce mentre le famiglie diventano più piccole e le reti di prossimità più fragili, rendendo la casa sempre più importante per <strong>autonomia e qualità della vita</strong>.</p>
<p><strong>Il 90,7% degli over 65 è proprietario dell’abitazione in cui vive</strong>, circa 13 milioni di persone; il restante 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma molte abitazioni, costruite oltre quarant’anni fa, presentano <strong>barriere architettoniche, impianti obsoleti, consumi energetici elevati</strong> o spazi poco adatti alle esigenze di una popolazione anziana.<br />
A questo si aggiunge la fragilità economica: circa <strong>la metà dei pensionati vive con meno di 1500 euro al mese</strong>, rendendo più difficile sostenere manutenzione, adeguamento delle abitazioni e costi energetici.</p>
<h3><strong>Case, quartieri e clima: le fragilità si sommano</strong></h3>
<p>La qualità dell’abitare prosegue oltre la porta di casa. <strong>Marciapiedi</strong> dissestati, <strong>attraversamenti</strong> pericolosi, <strong>trasporti</strong> insufficienti e <strong>servizi</strong> difficili da raggiungere possono limitare l’autonomia delle persone anziane. Lo conferma anche il dato sulla <strong>sicurezza stradale</strong>: nel 2024 <strong>quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni</strong>.</p>
<p>Anche il <strong>cambiamento climatico</strong> aumenta le fragilità. Le ondate di calore colpiscono soprattutto chi vive solo o in edifici poco efficienti, mentre isolamento inadeguato, scarso raffrescamento e isole di calore urbane accrescono i rischi. La riqualificazione energetica diventa quindi anche uno strumento di tutela della salute.</p>
<p><strong>La transizione digitale</strong> offre opportunità attraverso telemedicina, teleassistenza, domotica e servizi domiciliari, ma può creare esclusione quando mancano accesso e competenze. Per il Rapporto, la tecnologia deve sostenere autonomia, sicurezza e relazioni, insieme all’alfabetizzazione digitale delle persone anziane e di chi le assiste.</p>
<h3><strong>Abitare la longevità: i cinque cardini del nuovo welfare</strong></h3>
<p>Il Rapporto propone di <strong>integrare welfare, urbanistica e politiche abitative</strong>, collegando casa, servizi, salute, mobilità e reti di comunità. La casa diventa così la prima infrastruttura di salute, autonomia e sicurezza; il quartiere uno spazio di prossimità per servizi e relazioni.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Infografica_Auser1.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>Fig. Il cambio di paradigma proposto dal Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani.</em></p>
<p><strong>Il Rapporto individua cinque cardini per un programma dedicato alla longevità:</strong></p>
<ol>
<li>la <strong>casa</strong> come primo luogo della cura, attraverso accessibilità, sicurezza, domotica e adattamento del patrimonio;</li>
<li>il <strong>quartiere</strong> come ecosistema di prossimità, con servizi integrati, mobilità accessibile e spazi pubblici inclusivi e resilienti;</li>
<li>un <strong>welfare territoriale</strong> integrato, capace di collegare sanità, politiche sociali e abitare;</li>
<li>la <strong>tecnologia</strong> come strumento per l’autonomia, dalla teleassistenza all’alfabetizzazione digitale;</li>
<li>la <strong>comunità</strong> come infrastruttura sociale, attraverso reti di vicinato, cohousing intergenerazionale, volontariato e spazi condivisi.</li>
</ol>
<p>Tra le proposte figura anche un <strong>Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani</strong>, insieme al recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, al sostegno per l’adattamento delle case e alla diffusione di cohousing, abitazioni assistite e condomini solidali.</p>
<p>L’obiettivo è <strong>permettere alle persone di vivere bene e il più a lungo possibile nella propria casa e nel proprio quartiere</strong>, mantenendo autonomia e relazioni. Ripensare l’abitare significa quindi mettere in relazione politiche sociali, sanitarie, abitative e urbane, facendo di <strong>casa, cura e relazioni</strong> gli elementi di un unico sistema.</p>
<p>Scarica il <a href="https://auser.it/books/abitare-la-longevita-nella-transizione-politiche-urbane-e-abitative-generative-di-comunita/">Report</a></p>
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		<title>826 milioni di persone vivono con meno di tre dollari al giorno</title>
		<link>https://asvis.it/826-milioni-di-persone-vivono-con-meno-di-tre-dollari-al-giorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 08:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1990 la povertà estrema è scesa dal 43% al 10% della popolazione mondiale, ma la tendenza rischia di essere invertita. Mentre i più poveri avanzano a fatica, diminuiscono le risorse disponibili per sostenerli. 07/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/826-milioni-di-persone-vivono-con-meno-di-tre-dollari-al-giorno/">826 milioni di persone vivono con meno di tre dollari al giorno</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per oltre trent&#8217;anni il mondo ha potuto raccontare una delle più grandi storie di <strong>progresso sociale</strong> dell&#8217;epoca contemporanea. Nel 1990 il 43% della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema. Oggi quella quota è scesa al 10%. Paesi come Cina, India, Indonesia e Brasile sono arrivati al 4% o meno e in oltre 100 economie l&#8217;incidenza è ormai inferiore all&#8217;1%. Questo successo, però, apre una domanda: ha ancora senso <strong>misurare la povertà mondiale</strong> attraverso una soglia tanto bassa? La Banca mondiale, <a href="https://blogs.worldbank.org/en/opendata/why-an-extreme-poverty-line-is-still-needed">in un&#8217;analisi pubblicata ad agosto</a>, risponde di sì.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/poverta_estrema.png" alt="" width="70%" /><br />
<strong><sup>Fig.1 % di popolazione vicina alla soglia di povertà</sup></strong></p>
<h3>Cosa significa tre dollari al giorno</h3>
<p>La soglia internazionale della povertà estrema è attualmente fissata a tre dollari al giorno per persona, ed è alla base anche del primo target del <strong>Goal 1 dell&#8217;Agenda 2030</strong>, che punta a <strong>eliminare la povertà estrema</strong>. Negli ultimi anni alcuni studiosi hanno proposto di abbandonare questo riferimento o di affiancargli soglie più elevate. Ma cosa significa tre dollari al giorno? La Banca mondiale prova a tradurre la soglia, espressa a prezzi 2021 e a parità di potere d&#8217;acquisto, in valori più vicini a quelli attuali. Per una famiglia di sei persone, dimensione tipica dei nuclei che vivono in povertà estrema, nel 2026 equivale a circa 675 dollari di consumi al mese, ovvero 8.100 dollari l&#8217;anno. In termini di reddito, secondo gli autori, si tratta di circa 810 dollari al mese, poco meno di 10 mila dollari l&#8217;anno.<br />
Da questa prospettiva, l&#8217;idea che la <strong>lotta alla povertà</strong> sia ormai arrivata all&#8217; <em>“ultimo miglio”</em> assume un significato diverso. Perché quell&#8217;ultimo miglio è ancora affollatissimo: sotto la soglia vivono 826 milioni di persone, più della popolazione dell&#8217;Unione europea e degli Stati Uniti messe insieme. Ma c&#8217;è un problema ulteriore: <strong>i Paesi più poveri stanno avanzando molto lentamente</strong>. Se questa tendenza dovesse continuare, nel prossimo decennio il numero delle persone in povertà estrema potrebbe tornare ad aumentare.</p>
<h3>Il mondo avanza, ma gli ultimi sono quasi fermi</h3>
<p>Quando guardiamo a chi è rimasto indietro, la statistica diventa politica: se alziamo l&#8217;asticella con cui misuriamo la povertà globale, verso chi spostiamo lo sguardo? Soglie più elevate permetterebbero di rappresentare altre <strong>forme di vulnerabilità economica</strong>, ma secondo gli autori rischierebbero anche di allontanare l&#8217;attenzione dalle persone con meno risorse in assoluto. Nell&#8217;ultimo decennio il 10% più povero della popolazione mondiale ha visto i propri redditi crescere appena dello 0,1% all&#8217;anno, contro circa il 2% per chi si trova nella parte centrale della distribuzione globale. Il mondo continua ad avanzare, ma chi parte più indietro oggi si muove più lentamente. E mentre i più poveri avanzano a fatica, <strong>diminuiscono anche le risorse disponibili</strong> per sostenerli. Secondo i dati preliminari dell&#8217;Ocse, nel 2025 l&#8217;Aiuto pubblico allo sviluppo è sceso a 174,3 miliardi di dollari, il 23,1% in meno rispetto all&#8217;anno precedente. Gli aiuti bilaterali ai Paesi meno sviluppati sono diminuiti del 25,8% e quelli destinati all&#8217;Africa subsahariana del 26,3%.</p>
<h3>Uscire dalla povertà estrema non significa uscire dalla povertà</h3>
<p>Perché mantenere la soglia dei tre dollari? La Banca mondiale ricorda che non nasce da una cifra scelta arbitrariamente, ma dalle soglie nazionali adottate dai Paesi più poveri, spesso costruite a partire dal <strong>costo necessario a soddisfare bisogni essenziali</strong> come alimentazione e abitazione. Spostarla troppo significherebbe perdere il legame con cui la povertà viene definita nelle società che sperimentano le privazioni più profonde. Questo non significa che tre dollari al giorno possano raccontare tutte le dimensioni della povertà. Servono anche soglie più elevate, indicatori relativi e misure non monetarie. <strong>Uscire dalla povertà estrema non significa automaticamente uscire dalla povertà</strong>. Dopo decenni di progressi straordinari, l&#8217;ultimo tratto della lotta alla povertà potrebbe essere il più difficile. La soglia dei tre dollari non dice dove dovrebbe fermarsi l&#8217;ambizione dell&#8217;Agenda 2030. Dice piuttosto da dove non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo.</p>
<p><a href="https://blogs.worldbank.org/en/opendata/why-an-extreme-poverty-line-is-still-needed">Leggi l’analisi della Banca Mondiale</a></p>
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		<item>
		<title>Cosa c’è nel Piano sociale per il clima varato dal Governo</title>
		<link>https://asvis.it/cosa-ce-nel-piano-sociale-per-il-clima-varato-dal-governo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 08:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra mobilità sostenibile, edilizia e sostegni diretti al reddito, obiettivo è evitare che il prezzo del carbonio gravi sui redditi più bassi. In vista dell’entrata in vigore dell’Ets2, si attende l’ok di Bruxelles. 04/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Contribuire alla transizione verso la neutralità climatica <strong>senza scaricare i costi sulla collettività</strong> è possibile, ma richiede la ricerca di un equilibrio tra strumenti da mettere in campo ed <strong>equità sociale</strong>. Tra le questioni da affrontare c’è il <strong>prezzo del carbonio</strong>, destinato a coprire un maggior numero di consumi con l’introduzione dell’<strong><a href="https://asvis.it/caro-energia-il-problema-non-e-lets-ma-la-dipendenza-dai-combustibili-fossili">Emission trading system</a> 2 </strong>(<strong>Ets2</strong>). Dal primo gennaio 2028 il <strong>sistema europeo di scambio delle quote di emissione</strong> includerà anche edifici e trasporto su strada, coinvolgendo una platea finora esclusa, in particolare piccole e medie imprese.</p>
<p>È in questo quadro che, all’inizio di agosto, il Consiglio dei ministri <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/2026_08_06_psclima-pdf"><strong>ha approvato il Piano sociale per il clima</strong></a> (<strong>Psc</strong>), lo strumento con cui il governo punta ad attenuare gli effetti economici e sociali dell’Ets2. La dotazione complessiva ammonta a <strong>9,346 miliardi di euro</strong>, di cui 7,01 miliardi provenienti dal Fondo europeo e 2,33 miliardi di cofinanziamento nazionale, pari al 25% del totale. Le risorse sono distribuite in quattro categorie: <strong>riqualificazione energetica degli edifici</strong>, <strong>mobilità sostenibile</strong>, <strong>sostegno temporaneo al reddito</strong> e <strong>rafforzamento della capacità amministrativa</strong>. Dopo il via libera nazionale, <strong>il Piano passa ora al vaglio della Commissione europea</strong>, che potrà richiedere modifiche prima dell’approvazione definitiva.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/piano_sociale_clima.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>L’impianto del Psc discende dal <strong>Fondo sociale per il clima</strong>, istituito dal <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32023R0955">Regolamento Ue 2023/955</a>. L’introduzione di un prezzo del carbonio sui combustibili per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici, così come sui carburanti, rischia, se non gestita in modo sostenibile, di scaricarsi sui redditi medio-bassi. Proprio quelle fasce che, al contrario, dovrebbero essere <strong>le principali beneficiarie dei meccanismi redistributivi associati a questo strumento</strong>, così da poter investire in efficienza energetica e ridurre nel tempo il peso delle bollette.</p>
<p>L’orizzonte temporale del Piano copre il <strong>periodo 2026-2032</strong>, con le misure di investimento che saranno operative già dal 2027, mentre <strong>il sostegno al reddito sarà attivo tra il 2028 e il 2031</strong>, in concomitanza con l’avvio dell’Ets2.</p>
<h3>Edilizia e trasporti: le misure</h3>
<p>La ripartizione delle risorse evidenzia le priorità del Psc: <strong>il settore dei trasporti assorbe la quota più consistente</strong>, pari a 4,63 miliardi di euro. Di questi, circa 2,89 miliardi sono destinati dal 2028 al <strong>potenziamento dei servizi di mobilità pubblica e condivisa</strong>, con particolare attenzione alle aree caratterizzate da una maggiore povertà dei trasporti. A questa linea si affianca la misura “<strong>I</strong><strong>l mio conto di mobilità</strong>”, dotata di 1,74 miliardi dal 2027, che <strong>introduce un portafoglio digitale individuale</strong> articolato su tre fasce (400, 200 e 100 euro annui) in base a un indice di vulnerabilità. Lo strumento <strong>consente l’accesso agevolato al trasporto pubblico locale e regionale</strong> (inclusi i servizi a chiamata) e punta a favorire il passaggio dall’auto privata al trasporto collettivo.</p>
<p>Sul <strong>fronte edilizio</strong>, il Piano concentra 1,95 miliardi di euro sull’edilizia residenziale pubblica tra il 2027 e il 2032. Il finanziamento copre fino al 65% degli interventi sugli alloggi di proprietà pubblica, <strong>con priorità per quelli nelle classi energetiche più basse</strong> (F e G). L’obiettivo è riqualificare circa 15,6 milioni di metri quadrati, raggiungendo così oltre 220mila famiglie vulnerabili, con un <strong>risparmio stimato in più di 82mila tonnellate equivalenti di petrolio all’anno</strong>.</p>
<p>1,25 miliardi di euro sono poi rivolti alle <strong>microimprese vulnerabili</strong> con l’obiettivo di efficientare gli immobili di proprietà. Qui il target è di circa 128mila edifici riqualificati (sempre con priorità per le classi energetiche più basse). Completa il quadro un investimento da 95,2 milioni per <strong>promuovere l’elettrificazione dei consumi domestici</strong>.</p>
<h3>Arriva il bonus sociale “energia plus”</h3>
<p>La componente di sostegno diretto al reddito si concentra in un’unica misura: il <strong>Bonus sociale energia plus</strong>. Il Bonus è pari a 1,34 miliardi di euro per il periodo 2028-2031 e <strong>riguarda le famiglie con Isee fino a 25mila euro</strong>. Il contributo è stabilito sia in base alla zona climatica di appartenenza (per tenere conto delle diverse esigenze di riscaldamento e raffrescamento) e <strong>viene concesso direttamente nella bolletta elettrica</strong> sotto forma di componente tariffaria negativa. Si stima che la misure dovrebbe raggiungere circa quattro milioni di famiglie all’anno.</p>
<p>Infine, il Piano finanzia per 85 milioni di euro il <strong>rafforzamento della governance</strong>. Le risorse puntano a sviluppare piattaforme informatiche e a costruire reti territoriali e sportelli informativi, con l’obiettivo di accompagnare cittadine, cittadini e imprese nella comprensione e nell’accesso alle misure previste.</p>
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		<title>Giovani, per otto italiani su dieci le opportunità migliori sono all’estero</title>
		<link>https://asvis.it/giovani-per-otto-italiani-su-dieci-le-opportunita-migliori-sono-allestero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 14:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[#giovani]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto di Fondazione RiES registra un nuovo aumento delle disuguaglianze. Il Patto generazionale del Cnel lega lavoro, welfare e partecipazione e chiede politiche costruite e valutate con i giovani. 26/08/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/giovani-per-otto-italiani-su-dieci-le-opportunita-migliori-sono-allestero/">Giovani, per otto italiani su dieci le opportunità migliori sono all’estero</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box-info">
<div class="d-box d-box-datapubb">
<p>Se a un adulto italiano si domanda dove un giovane possa trovare le <strong>opportunità migliori per costruire il proprio futuro</strong>, la risposta sembra essere sempre più spesso: fuori dal Paese. È il dato che racconta meglio di altri il rapporto dell’Italia con le nuove generazioni. Secondo l’<strong><a href="https://resources.ipsos.com/rs/297-CXJ-795/images/Education-Monitor-2026.pdf?version=0">Education Monitor 2026</a></strong> di <strong>Ipsos</strong>, il 79% degli intervistati in Italia ritiene che i giovani avrebbero maggiori opportunità trasferendosi all’estero. Tra i 31 Paesi analizzati, soltanto Indonesia e Sudafrica registrano percentuali superiori.</p>
<p>Non è soltanto una fotografia della <strong>mobilità internazionale</strong> o della cosiddetta fuga dei cervelli. Dietro quel numero il Rapporto fa emergere una frattura importante: la <strong>fiducia</strong> nella capacità di una società di offrire alle nuove generazioni prospettive migliori di quelle ricevute dai propri genitori. In molte economie emergenti, soprattutto asiatiche e latinoamericane, prevale l’ottimismo; in diverse economie occidentali mature cresce invece la sensazione che le giovani e i giovani possano avere davanti a sé una vita più difficile. Inflazione, accesso alla casa e riduzione degli standard di vita contribuiscono, secondo Ipsos, ad alimentare questa distanza.</p>
<p><strong><sup><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ipsos_1.jpg" alt="" width="70%" /></sup></strong></p>
<p style="text-align: center"><sup>Fig.1 Percentuale di chi ritiene che i giovani avranno una vita migliore rispetto ai propri genitori</sup></p>
<h2><strong>L’Italia, i giovani e l’economia</strong></h2>
<p>Il 36% degli intervistati considera la <strong>situazione economica del Paese </strong>una delle principali sfide affrontate oggi dai giovani, una quota che colloca l’Italia tra le nazioni nelle quali questa preoccupazione è più diffusa. Ipsos individua una relazione importante: nei Paesi dove l’economia viene percepita maggiormente come un <strong>ostacolo per le nuove generazioni</strong> è generalmente più diffusa anche l&#8217;idea che le occasioni migliori si trovino oltreconfine.</p>
<p>Ma il disagio generazionale non è soltanto economico. A livello globale la <strong>salute mentale</strong> rimane la principale preoccupazione associata ai giovani, indicata dal 33% degli intervistati e delle intervistate. Seguono l’economia del proprio Paese (31%), gli effetti dei social media e delle tecnologie come l’intelligenza artificiale (30%), povertà e disuguaglianze (29%) e disponibilità e costo delle abitazioni (25%). Quasi una persona su due, il 48%, considera inoltre scarsa la salute mentale dei giovani nel proprio Paese. Rispetto all’anno precedente sono aumentate soprattutto le preoccupazioni per l’economia, salite di sette punti percentuali, ma anche quelle per la casa (+6 punti) e per gli effetti dei social media (+5).</p>
<p>È in questo scenario che cambia anche il rapporto con la tecnologia. Il 73% degli intervistati nei 31 Paesi sostiene il <strong>divieto di utilizzo dei social media</strong> per i minori di 14 anni, e dal 2024 il consenso verso restrizioni di questo tipo è cresciuto quasi ovunque. L’Italia registra un aumento di otto punti percentuali. Ma la diffidenza verso i social non coincide con un rifiuto indiscriminato della tecnologia: <strong>soltanto il 39% pensa che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere vietata nelle scuole</strong>. Ipsos legge questa distanza come il segnale di un atteggiamento più selettivo: proteggere i ragazzi e le ragazze dalle tecnologie percepite come dannose, senza rinunciare a quelle che possono contribuire all’apprendimento.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ipsos_2.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><sup>Fig.2 Divieto di utilizzo dei social media</sup></p>
<h3>L’università resiste come strada verso il futuro</h3>
<p>In mezzo all’incertezza, una delle istituzioni che continua a conservare un ruolo centrale è l’università. In 29 dei 31 Paesi analizzati le persone sono più propense a <strong>consigliare a un giovane di frequentare prima l’università</strong> anziché entrare direttamente nel mercato del lavoro. Solo Germania e Gran Bretagna fanno eccezione. L’Italia si colloca nettamente dalla parte dell’istruzione universitaria, con un saldo di 41 punti percentuali tra chi consiglierebbe prima gli studi e chi suggerirebbe invece l’ingresso immediato nel mondo del lavoro.</p>
<p>Il valore attribuito al titolo di studio, però, non cancella i dubbi sulla capacità dei sistemi educativi di preparare davvero alle <strong>trasformazioni che attendono i ragazzi e le ragazze</strong>. In media, appena il 44% ritiene che i programmi scolastici preparino adeguatamente gli studenti e le studentesse alle professioni del futuro, mentre il 49% non è d’accordo. Curiosamente, chi vive più da vicino la scuola è più fiducioso: tra i genitori con figli in età scolastica la quota positiva sale al 52%, contro il 40% di chi non ha figli a scuola.</p>
<h3>L’<em>optimism gap</em></h3>
<p>Salute mentale, casa, economia, istruzione, tecnologia e mobilità internazionale sembrano questioni separate, ma raccontano tutte la stessa domanda: quanto crediamo ancora che <strong>chi viene dopo di noi possa vivere meglio</strong>? Ipsos parla di un vero e proprio <em>optimism gap</em> tra economie emergenti e mature.</p>
<p>Il Rapporto colloca l’<strong>Italia</strong>, insieme a Francia, Germania, Belgio e Giappone, <strong>nella parte più pessimista</strong>, molto lontana da Paesi come India e Malaysia. Per il nostro Paese, quel 79% convinto che le opportunità migliori possano trovarsi all’estero diventa qualcosa di più di un dato sulla disponibilità a emigrare. È una <strong>misura indiretta della fiducia nel futuro</strong>. E suggerisce che la sfida non sia soltanto preparare meglio i giovani e le giovani alla scuola, al lavoro o alle nuove tecnologie, ma costruire condizioni economiche e sociali capaci di convincerli che il progresso sia ancora possibile anche restando nel proprio Paese. Come osserva Ipsos nelle conclusioni del Rapporto, la fiducia delle nuove generazioni non può essere data per scontata: deve essere costruita attraverso sistemi educativi, mercati del lavoro e società capaci di offrire ragioni credibili per credere nella possibilità di migliorare la propria condizione.</p>
<p><strong><a href="https://resources.ipsos.com/rs/297-CXJ-795/images/Education-Monitor-2026.pdf?version=0">Scarica l’Education Monitor dell’Ipsos</a></strong></p>
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		<title>Fondo sociale europeo: il 60% degli investimenti passa dalle città</title>
		<link>https://asvis.it/fondo-sociale-europeo-il-60-degli-investimenti-passa-dalle-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 15:09:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Patto di Barcellona ai progetti per persone con disabilità, migranti e comunità rom: per Eurocities le città sono il luogo dove investire e il laboratorio in cui l'Europa sociale prende forma. 24/08/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le città europee sono attraversate da <strong>confini invisibili</strong> che dividono i quartieri. Bastano poche fermate di autobus perché cambino il tasso di occupazione, la qualità dei servizi, le opportunità educative, la presenza di spazi pubblici e il <strong>rischio di povertà</strong>. È da questa convinzione che parte l&#8217;appello di <strong>Eurocities</strong>, la rete delle principali città europee, rivolto alle istituzioni dell&#8217;Unione: mantenere robusto il <strong>Fondo sociale europeo Plus</strong> (<strong>FSE+</strong>), affinché <a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2020/12/EUROCITIES-policy-paper-Social-Europe-Sept-2020.pdf">continui a finanziare inclusione sociale, occupazione e servizi di prossimità</a>. Una richiesta basata su un dato spesso poco conosciuto: <strong>le città sono destinatarie di oltre il</strong> <strong>60% degli investimenti pubblici</strong> in infrastrutture e servizi sociali. Secondo Eurocities, se le amministrazioni locali rappresentano il principale investitore sociale pubblico in Europa, dovrebbero avere anche un ruolo centrale nella progettazione delle politiche europee.</p>
<h3>I Comuni in prima linea</h3>
<p>Per capire cosa significa concretamente <strong>investire nel sociale</strong> basta guardare a quanto accaduto durante la <strong>pandemia</strong>. Mentre aumentavano disoccupazione, povertà e isolamento, molte città europee hanno ampliato i servizi sanitari territoriali, organizzato la consegna di alimenti alle famiglie più fragili e agli anziani soli, aperto strutture temporanee per le persone senza dimora e per le donne vittime di violenza, distribuito computer e tablet agli studenti privi di strumenti digitali e avviato corsi di riqualificazione professionale per aiutare chi aveva perso il lavoro a trovare nuove opportunità nei settori che continuavano ad assumere, come sanità e istruzione. A Barcellona, ad esempio, la ripartenza è stata costruita attraverso il <strong>Pact for Barcelona</strong>, un accordo che ha coinvolto amministrazione comunale, imprese, università, organizzazioni sociali e cittadini per <strong>definire insieme le priorità economiche e sociali della città</strong> dopo l&#8217;emergenza. Barcellona dimostra quanto gli investimenti possono rendere le comunità più resilienti.</p>
<h3>L&#8217;inclusione si costruisce un quartiere alla volta</h3>
<p>La stessa logica emerge dal <a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2021/02/Euroities-report_A-new-decade-of-making-cities-disability-inclusive.pdf">Rapporto dedicato alle politiche per la disabilità</a>. Le città non si limitano a erogare servizi, ma sperimentano <strong>nuovi modelli di partecipazione</strong>. A <strong>Utrecht</strong>, il piano cittadino per l&#8217;inclusione è stato progettato coinvolgendo direttamente oltre cento persone con disabilità, associazioni e funzionari pubblici, seguendo il principio <em>Nothing about us without us</em>: nessuna decisione sulle persone con disabilità viene presa senza il loro coinvolgimento. A <strong>Vienna</strong>, invece, gli utenti dei servizi sociali eleggono un organismo consultivo che dialoga stabilmente con l&#8217;amministrazione sulle politiche dedicate all&#8217;inclusione. Durante la pandemia, città come <strong>Milano</strong>, <strong>Göteborg</strong> e <strong>Lipsia</strong> hanno adattato informazioni sanitarie e servizi pubblici per renderli <strong>accessibili anche alle persone con disabilità</strong>. Anche sul fronte dell&#8217;occupazione le esperienze raccolte da Eurocities mostrano approcci innovativi. <strong>Berlino</strong> ha sviluppato imprese dedicate all&#8217;inserimento lavorativo delle persone con disabilità come ponte verso il mercato del lavoro ordinario, mentre <strong>Bologna</strong> ha investito nella formazione dei dirigenti comunali e nell&#8217;accompagnamento dei dipendenti con disabilità per rendere gli ambienti di lavoro più inclusivi.</p>
<h3>Povertà, non esistono soluzioni uguali per tutti</h3>
<p>È il documento dedicato all&#8217;<a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2020/08/Eurocities-Contribution-to-post-2020-Roma-framework.pdf">inclusione delle comunità rom</a> a spiegare meglio perché le città chiedono un ruolo più forte nella <strong>futura politica sociale europea</strong>. Secondo Eurocities, molte strategie elaborate a livello nazionale hanno prodotto risultati limitati proprio perché non tenevano conto delle profonde differenze esistenti tra un territorio e l&#8217;altro. Le <strong>esigenze di una famiglia rom</strong> che vive in una periferia di una grande città dell&#8217;Europa occidentale possono essere molto diverse da quelle di una comunità presente in un&#8217;altra area urbana. Per questo le amministrazioni locali chiedono di poter costruire interventi integrati che mettano insieme casa, scuola, lavoro, salute e servizi sociali, adattandoli alle caratteristiche dei singoli quartieri invece di applicare modelli standard. Lo stesso approccio, osserva la rete, vale anche per migranti, rifugiati, anziani, giovani a rischio di esclusione e persone con disabilità: le vulnerabilità cambiano da città a città e richiedono risposte costruite insieme alle comunità locali.</p>
<h3>Sostegno all&#8217;Europa sociale</h3>
<p>Da queste esperienze nasce la richiesta di <strong>preservare il ruolo del FSE+ nella prossima programmazione</strong> europea. Le città chiedono che continui a sostenere i percorsi di inserimento lavorativo, il contrasto alla povertà, la formazione, l&#8217;inclusione delle persone con disabilità, l&#8217;integrazione di migranti e rifugiati, i servizi per l&#8217;infanzia e il supporto alle persone più vulnerabili, garantendo al tempo stesso un accesso più diretto e flessibile alle risorse europee. Per Eurocities, se l&#8217;obiettivo è <strong>ridurre le disuguaglianze e rafforzare la coesione sociale</strong>, le città non possono essere considerate soltanto i luoghi dove le politiche vengono attuate. Sono il luogo dove quelle politiche vengono messe alla prova ogni giorno. Se più del 60% degli investimenti pubblici in infrastrutture e servizi sociali passa dalle amministrazioni locali, è da lì che dovrebbe partire il futuro dell&#8217;Europa sociale.</p>
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		<title>Diritti e inclusione avanzano, ma il mondo resta diviso</title>
		<link>https://asvis.it/diritti-e-inclusione-avanzano-ma-il-mondo-resta-diviso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 14:34:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la conclusione del Pride Month 2026, una nuova analisi Gallup basata su vent’anni di dati in oltre 140 Paesi evidenzia come diritti e cambiamento culturale evolvano insieme, con profonde differenze territoriali. 30/06/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con le manifestazioni del 28 giugno si conclude il <a href="https://ondapride.it/en/pride/">Pride Month 2026.</a> Si chiude così un mese che ha visto decine di città italiane ospitare cortei, incontri e iniziative dedicate ai diritti, all’inclusione e alla visibilità delle persone <strong>Lgbtqia+</strong>. In questo contesto arriva una nuova analisi di <strong>Gallup</strong> che offre uno sguardo globale sull’evoluzione del clima sociale nei confronti delle persone gay e lesbiche.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/mappa_diritti_lgbt.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>Le tappe del Pride Mounth Italia 2026.<br />
Fonte: Onda Pride</p>
<p>Lo studio evidenzia un cambiamento significativo rispetto a vent’anni fa. Nel 2025 il 40% degli intervistati in 120 Paesi considera la propria comunità un buon luogo in cui vivere per le persone gay e lesbiche, mentre il 44% esprime una valutazione opposta.<br />
Il dato resta lontano da un consenso diffuso, ma conferma una crescita rispetto ai primi anni delle rilevazioni. L’analisi mostra inoltre una stretta relazione tra l’estensione dei diritti e la percezione di comunità più accoglienti, pur evidenziando che i cambiamenti legislativi e quelli culturali seguono percorsi che si influenzano reciprocamente.<em> </em></p>
<h3><strong>Vent’anni di dati per leggere il cambiamento</strong></h3>
<p>L’analisi <a href="https://news.gallup.com/poll/711716/global-acceptance-gay-lesbian-people.aspx"><em>Global acceptance of gay and lesbian people</em></a>, pubblicata da Gallup il 18 giugno 2026, è il quinto approfondimento della serie <a href="https://news.gallup.com/topic/world-poll-20.aspx">Gallup world poll at 20</a>, dedicata ai cambiamenti sociali osservati attraverso vent’anni di rilevazioni condotte in oltre 140 Paesi. La ricerca utilizza una domanda semplice: <strong>la comunità in cui vivi è un buon luogo in cui vivere per le persone gay e lesbiche?</strong><br />
L’obiettivo non è misurare le opinioni personali sull’orientamento sessuale, bensì comprendere <strong>come le persone percepiscono il livello di inclusione</strong> e di accoglienza della propria comunità. Rispetto ai dati raccolti tra il 2006 e il 2019, la quota di persone che descrive positivamente il luogo in cui vive è aumentata in molte aree del mondo. Le differenze territoriali restano però molto marcate.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/World-Divided-Over-Treatment-of-Gay-Lesbian-People.jpg" alt="" width="70%" /><strong> </strong></p>
<p><em>Dal 2006 al 2025 è aumentata la quota di persone che considera la propria comunità un buon luogo in cui vivere per gay e lesbiche, anche se il mondo resta diviso tra percezioni positive e negative.<br />
Fonte: Gallup, Global Acceptance of Gay and Lesbian People, 2026.</em></p>
<h3><strong>Diritti e cambiamento culturale seguono lo stesso percorso</strong></h3>
<p>Uno degli elementi più interessanti dello studio riguarda il <strong>rapporto tra riconoscimento dei diritti e clima sociale. </strong>Dal 2006, <strong>35 Paesi hanno introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso</strong>. Nei 32 Stati analizzati da Gallup che hanno approvato questa riforma, il 76% degli intervistati considera oggi la propria comunità un buon luogo in cui vivere per le persone gay e lesbiche. Nei Paesi dove il matrimonio egualitario non è stato introdotto la quota si ferma al 26%.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/lgbt.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><em>Nei Paesi che hanno legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso la percezione di comunità accoglienti è molto più elevata rispetto ai Paesi che non hanno introdotto questa riforma.<br />
Fonte: Gallup, Global Acceptance of Gay and Lesbian People, 2026.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gallup sottolinea che è difficile stabilire se sia il cambiamento legislativo a favorire quello culturale o viceversa. I dati mostrano però che i due fenomeni tendono a evolvere insieme. L’analisi di 26 Paesi evidenzia inoltre che, dopo l’introduzione del matrimonio egualitario, nella maggior parte dei casi la percezione di comunità accoglienti è cresciuta oppure è rimasta stabile.</p>
<h3><strong>Un mondo ancora profondamente diseguale</strong></h3>
<p>L’analisi mette in evidenza <strong>forti differenze tra le diverse aree del pianeta</strong>. Le percentuali più elevate si registrano in Nord America (84%), Australia e Nuova Zelanda (83%) e nell’Europa settentrionale e occidentale (81%). Seguono l’America Latina e i Caraibi, dove il 49% degli intervistati descrive la propria comunità come un luogo accogliente per le persone gay e lesbiche.</p>
<p>I valori più bassi emergono invece nell’Africa subsahariana, dove la quota si ferma al 12%, e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, dove raggiunge appena il 5%. Nel complesso, il rapporto restituisce l’immagine di <strong>un cambiamento che procede a velocità diverse.</strong><br />
I progressi registrati negli ultimi vent’anni mostrano una crescente diffusione di comunità percepite come più inclusive. Allo stesso tempo, le profonde differenze tra regioni ricordano quanto il percorso verso società più eque e inclusive rappresenti ancora una sfida centrale anche per gli <strong>Obiettivi dell’Agenda 2030</strong> dedicati alla riduzione delle disuguaglianze e alla costruzione di istituzioni e comunità inclusive.</p>
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		<title>La povertà non è inevitabile: è il prodotto di decisioni politiche</title>
		<link>https://asvis.it/la-poverta-non-e-inevitabile-e-il-prodotto-di-decisioni-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 15:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_In_Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal1]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vera novità non è che esistano i poveri, ma che si resta poveri, secondo il Rapporto Caritas. La Strategia Ue anti-povertà indica la via. Sei economisti propongono una roadmap per rompere gli schemi. 25/06/06</p>
<p>di Flavia Belladonna</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>La politica di lotta alla povertà attraverso la crescita economica è destinata al fallimento</strong>”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei rinomati economisti &#8211; Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel – che, dalle colonne <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/jun/10/economists-maths-growth-doomed-strategy-un-agencies-political-leaders">del quotidiano britannico <em>The Guardian</em></a>, hanno lanciato una <a href="https://www.neep-poverty.org/roadmap-for-eradicating-poverty-beyond-growth/">roadmap</a> per sradicare la povertà andando oltre la crescita. “<em>Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di <strong>scelte politiche</strong></em>”, si legge sul <em>Guardian</em>. Una posizione condivisa dal<a href="https://asvis.it/strategia-anti-poverta-dellunione-europea"><strong>l’Unione europea, che il 6 maggio ha lanciato la sua prima Strategia anti-povertà</strong></a>. Articolata in tre pilastri (casa, lavoro, protezione di minori e giovani), la Strategia intende affrontare un fenomeno che i dati più recenti di Eurostat dipingono come veramente preoccupante: infatti, nell’<strong>Ue una persona su cinque è a rischio povertà o esclusione sociale.</strong></p>
<p>La Strategia europea contro la povertà punta a <strong>superare la logica dell&#8217;emergenza, intervenendo sulle cause strutturali dell&#8217;esclusione sociale</strong>. Sul fronte <strong>abitativo</strong>, prevede misure di prevenzione per chi rischia di perdere la casa, il rafforzamento degli alloggi sociali e a prezzi accessibili e il sostegno a nuovi investimenti. Sul <strong>lavoro</strong>, considerato la principale via d&#8217;uscita dalla povertà, l&#8217;obiettivo è favorire l&#8217;inserimento professionale delle 50 milioni di persone oggi escluse dal mercato del lavoro e contrastare il fenomeno del lavoro povero, che interessa un lavoratore europeo su otto. Particolare attenzione è dedicata alla <strong>povertà infantile</strong>: oltre 19 milioni di bambini sono a rischio di povertà e la Commissione intende mobilitare nuove risorse finanziarie e rafforzare la collaborazione con enti locali e società civile per spezzare la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio.</p>
<p>I dati europei e quelli italiani raccontano una realtà che contraddice una convinzione radicata: <strong>la povertà non è un fenomeno residuale destinato a scomparire grazie alla crescita economica</strong>. Al contrario, sta diventando una condizione strutturale che colpisce lavoratori, famiglie con figli e anziani. Se questo accade, nonostante l&#8217;aumento della ricchezza complessiva prodotta, significa che il problema non è solo quanto si cresce, ma come si distribuiscono opportunità, redditi e servizi essenziali. La <strong><a href="https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/Relazione-BES-2026_28_04_26.pdf">Relazione sugli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes)</a></strong>, trasmessa dal Ministero dell&#8217;Economia e delle finanze al Parlamento ad aprile, prospetta per il triennio 2026-2029 una stabilità della disuguaglianza del reddito netto e della povertà assoluta familiare. “<em>Dovremmo imparare a pensare all&#8217;inclusione sociale come un investimento invece che un costo: quanta crescita sblocchiamo se attiviamo queste persone invece di abbandonarle ai margini? <strong>Lasciarle indietro è un costo doppio</strong>: sia sul welfare sia in termini di mancata partecipazione alla vita economica del Paese</em>”, si legge <a href="https://www.corriere.it/buone-notizie/26_giugno_19/poverta-in-europa-gli-stati-si-muovano-e-pensino-ai-giovani-3f950d86-635c-4038-9084-291ca56f0xlk_amp.shtml">su <em>Il Corriere della sera</em></a> in un’intervista all’economista <strong>Pietro Galeone </strong>a firma di <strong>Stefano Agnoli</strong>. Se si potesse riscrivere la Strategia europea, afferma Galeone, sarebbe importante dare un’attenzione in più ai giovani: “<em>Servirebbe un focus urgente sulla povertà giovanile, sull&#8217;inclusione lavorativa giovanile, sulla qualità del lavoro giovanile e sulla possibilità per i giovani di investire nel loro futuro</em>”.</p>
<p><strong>Paolo Lambruschi</strong>, <a href="https://www.avvenire.it/attualita/famiglie-con-minori-e-anziani-soli-intrappolati-nella-rete-della-poverta_109770">su <em>Avvenire</em></a>, commenta i dati del <a href="https://www.caritas.it/report-statistico-2026-sempre-piu-poveri-sempre-piu-a-lungo/"><strong>Rapporto Caritas</strong></a>, presentato il 16 giugno a Roma, parlando della nuova “strutturale normalità” radicata nella vita di molte famiglie: “<em>Mai così tanti poveri e così a lungo. Eppure, vista da vicino, <strong>la povertà pare diventata normale per troppe persone</strong></em>”.  Lavorare non basta più, diminuiscono i nuovi poveri ma aumentano povertà cronica, intensità del bisogno e solitudine, cresce dal 4,6% al 5,2% la quota di persone che vive in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale.</p>
<p>Come cambiare rotta? La già citata tabella di marcia per sradicare la povertà, che è stata elaborata su mandato del <a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-poverty">Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani</a> Olivier De Schutter, lancia un messaggio che punta a <strong>rompere lo schema</strong> che per decenni ha guidato le politiche economiche degli Stati, basate su tre capisaldi: crescita, tasse, trasferimenti. Per gli economisti autori del Rapporto occorre anche rafforzare la rappresentanza sindacale e riconoscere il valore, spesso invisibile, del lavoro di cura. Significa poi investire nei servizi pubblici universali, dalle abitazioni ai trasporti, passando per la sanità e l’istruzione, così da <strong>spezzare il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della povertà</strong>. E ancora: bisogna riportare sotto il controllo pubblico le risorse strategiche e orientare le risorse finanziarie per sostenere l’economia sociale che, a differenza del capitalismo contemporaneo, persegue finalità di interesse collettivo. La riscrittura delle regole dell’economia globale deve essere fatta avendo in mente i principi di equità e redistribuzione. Servono politiche contro la povertà basate sui diritti, assemblee di cittadini, strumenti di creazione di ricchezza comunitaria.</p>
<p><em>“Chiediamo ai leader politici a tutti i livelli […] di considerare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l&#8217;effettiva realizzazione dei diritti umani come il <strong>parametro di riferimento per valutare le politiche economiche</strong></em>”. Perché in gioco c’è molto di più di quello che ci viene raccontato dal dibattito nazionale su questi temi. La povertà non è una condizione inevitabile dell’umanità, ma l’esito di scelte economiche e politiche ben definite. Per questo può essere ridotta e persino sradicata. La domanda da porsi non è se abbiamo le risorse per farlo, ma se abbiamo la volontà di compiere le scelte necessarie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/la-poverta-non-e-inevitabile-e-il-prodotto-di-decisioni-politiche/">La povertà non è inevitabile: è il prodotto di decisioni politiche</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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