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	<title>#goal14 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>#goal14 Archivi - ASviS</title>
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		<title>Dall&#8217;emergenza all&#8217;innovazione: cambia il racconto della sostenibilità nei media italiani</title>
		<link>https://asvis.it/dallemergenza-allinnovazione-cambia-il-racconto-della-sostenibilita-nei-media-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annix]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 14:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’aspetto sociale alla crisi ambientale, passando per economia, energia e tutela delle risorse. Il Rapporto Eco Media 2025 racconta come nel panorama informativo la sostenibilità sia ormai entrata nei media italiani. 10/06/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dallemergenza-allinnovazione-cambia-il-racconto-della-sostenibilita-nei-media-italiani/">Dall&#8217;emergenza all&#8217;innovazione: cambia il racconto della sostenibilità nei media italiani</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>Un racconto che accompagna il cambiamento</strong></h3>
<p>Nel corso del 2025, la <strong>sostenibilità</strong> ha mantenuto una presenza costante nei mezzi di informazione. Secondo il <strong><a href="https://ecomedia.eco/rapporto/">Rapporto Eco Media 2025</a></strong>, l’innovazione sociale è stata la tematica più trattata dai media italiani con oltre <strong>1,37 milioni di citazioni</strong>, seguita dalla <strong>crisi climatica e ambientale</strong> con più di 1 milione di menzioni. A seguire si collocano <strong>economia</strong> ed <strong>economia circolare</strong> (oltre 935 mila citazioni), <strong>energia</strong> (782 mila) e <strong>risorse naturali</strong> (776 mila).</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/tematiche.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Un segnale che evidenzia come l’<strong>Agenda 2030 </strong>sia sempre più al centro del dibattito pubblico, testimoniando una crescente attenzione verso modelli di sviluppo capaci di coniugare <strong>competitività, innovazione e tutela ambientale</strong>. L’analisi evidenzia inoltre una copertura costante durante tutto l’anno, con un incremento delle pubblicazioni tra settembre e novembre, periodo coincidente con importanti appuntamenti internazionali come la Cop 30.</p>
<h3><strong>Media diversi, sensibilità differenti</strong></h3>
<p>A livello generale, ogni mezzo di comunicazione contribuisce a raccontare la sostenibilità da una prospettiva specifica. Web e televisione dedicano particolare attenzione ai temi dell’innovazione sociale, mentre la stampa approfondisce soprattutto <strong>gli effetti delle emergenze ambientali</strong>. Le emittenti radiofoniche continuano invece a valorizzare temi legati alla biodiversità e alla tutela degli ecosistemi.</p>
<p><strong>Il web si conferma il principale canale</strong> di diffusione dell’informazione ambientale. Nel caso dell’innovazione sociale, ad esempio, oltre il 73% delle citazioni proviene dalle testate online, mentre per i temi legati alla crisi climatica la quota supera il 64%.</p>
<h3><strong>Il ruolo dei territori</strong></h3>
<p>Una parte significativa dell’informazione ambientale <strong>nasce a livello locale</strong>. Quotidiani, televisioni e radio del territorio svolgono infatti un ruolo fondamentale nel raccontare esperienze, criticità e buone pratiche che interessano direttamente le comunità, contribuendo a rendere più vicini e concreti i temi della sostenibilità.</p>
<p>Il Rapporto evidenzia come le fonti locali siano particolarmente rilevanti nella stampa e nelle emittenti televisive, confermando il <strong>ruolo centrale dell’informazione territoriale</strong> nella diffusione della cultura della sostenibilità e nella sensibilizzazione dei cittadini.</p>
<h3><strong>Social media e partecipazione pubblica</strong></h3>
<p>Le piattaforme digitali continuano a rappresentare uno spazio importante di discussione. In occasione della Cop 30, svoltasi a <strong><a href="https://asvis.it/cop-30-il-compromesso-al-ribasso-di-belem-riflette-linerzia-dei-governi-sul-clima">Belém in Brasile</a></strong>, sono stati monitorati oltre 17mila contenuti pubblicati su Facebook, Instagram, TikTok e X, capaci di generare più di 830 mila interazioni complessive. Le conversazioni si sono concentrate soprattutto sui temi dell’ecologia, della sostenibilità e dell’inquinamento.</p>
<p>Il dibattito online si è caratterizzato prevalentemente per toni informativi e neutrali: il 94% dei contenuti analizzati presenta infatti un sentiment neutro, mentre il 4% esprime posizioni critiche e il 2% giudizi positivi. Un confronto ampio e partecipato che ha dato spazio anche a <strong>riflessioni sull’efficacia delle azioni intraprese</strong> a livello globale per contrastare la crisi climatica.</p>
<h3><strong>Informare per trasformare</strong></h3>
<p>I dati del Rapporto Eco Media 2025 confermano che la sostenibilità <strong>non è più un argomento di nicchia</strong>. Ambiente, innovazione, economia e inclusione sono sempre più presenti nel racconto quotidiano dei media, contribuendo a costruire consapevolezza e partecipazione.</p>
<p>L’attenzione crescente verso questi temi dimostra come l’informazione possa svolgere un ruolo decisivo nel favorire il cambiamento culturale e sociale necessario per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Perché la transizione ecologica richiede non solo azioni concrete, ma anche un’informazione capace di <strong>spiegare, coinvolgere e orientare il cambiamento</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Eleonora Gori</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dallemergenza-allinnovazione-cambia-il-racconto-della-sostenibilita-nei-media-italiani/">Dall&#8217;emergenza all&#8217;innovazione: cambia il racconto della sostenibilità nei media italiani</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Blue economy: “Difendere la natura significa oggi difendere la nostra economia”</title>
		<link>https://asvis.it/blue-economy-difendere-la-natura-significa-oggi-difendere-la-nostra-economia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annix]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 14:49:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’Acquario di Genova il Festival mette al centro il mare: dalla rigenerazione degli ecosistemi alle nature based solutions, istituzioni, imprese e ricerca chiedono investimenti e una nuova governance. 21/05/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/blue-economy-difendere-la-natura-significa-oggi-difendere-la-nostra-economia/">Blue economy: “Difendere la natura significa oggi difendere la nostra economia”</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mari e oceani svolgono servizi ecosistemici essenziali per l’equilibrio del pianeta: regolano il clima, immagazzinano carbonio, producono ossigeno e garantiscono risorse vitali per il benessere umano. Eppure, la pressione crescente delle attività antropiche, ne sta compromettendo la rigenerazione. È con queste premesse che si è svolto all’Acquario di Genova l’evento “<strong><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/genova/">Nel blu, dipinto di blu</a></strong>”, del Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso dall’ASviS. L’incontro, aperto nel ricordo di <strong>Monica Montefalcone</strong>, biologa marina e docente di Ecologia all’Università di Genova, scomparsa tragicamente insieme al suo team durante una spedizione di ricerca alle Maldive, ha messo in evidenza l’importanza della “<strong>blue economy</strong>”. Tutor della giornata sono stati <strong>Iren</strong> e la campagna “<strong>A Buon Rendere</strong>”, promossa dall’Associazione comuni virtuosi.</p>
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<p>L’evento, moderato dalla giornalista Rai <strong>Donatella Bianchi</strong>, si è aperto con i saluti di <strong>Tiziana Beghin</strong>, assessora al commercio e artigianato, turismo e marketing territoriale del Comune di Genova: “<em>Genova ha subito politiche ambientali scellerate. Oggi la città vive anche la pressione dell’overtourism e per questo stiamo cercando di promuovere un turismo lento e sostenibile. Puntiamo inoltre sulla rigenerazione urbana e sull’economia circolare. Il mare è la nostra identità, la nostra risorsa: ripristinare gli ecosistemi significa perseguire uno sviluppo di tipo sostenibile</em>”.</p>
<p>A seguire, <strong>Beppe Costa</strong>, presidente e AD di Costa Edutainment, ha ricordato il ruolo educativo dell’Acquario: “<em>Ieri abbiamo pubblicato il nostro bilancio di sostenibilità, che rappresenta un impegno concreto sulla responsabilità sociale. L’Acquario appartiene ai genovesi e il nostro compito è fare in modo che sia un centro di educazione sul mare e sulla biodiversità. Circa l’80% dei visitatori esce da qui con una sensibilità maggiore verso il rispetto ambientale</em>”.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Genova_1.jpeg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Il keynote iniziale è stato affidato a <strong>Telmo Pievani</strong>, professore ordinario del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova, che ha richiamato la necessità di una trasformazione culturale: “<em>Oggi, più che di biodiversità, vorrei parlare di soluzioni culturali. In molte parti del mondo si sta iniziando a discutere del <strong>riconoscimento di una personalità giuridica per le risorse naturali</strong>. All’inizio ero scettico, ma sto cambiando idea. Nell’estate del 2019 un ghiacciaio islandese è stato dichiarato morto e uno scrittore decise di collocare una targa con scritto: ‘Questo monumento testimonia che sappiamo cosa sta accadendo e cosa dovremmo fare, ma solo voi saprete se lo abbiamo fatto’. Se diciamo che un ghiacciaio muore, allora significa che prima era vivo. Nel suo primo ordine esecutivo Donald Trump ha riaperto le trivellazioni in Alaska, cancellando i diritti delle popolazioni native. Quasi un terzo della popolazione del Madagascar dipendeva dai fondi statunitensi per lo sviluppo, anche questi cancellati dall’amministrazione Trump. La rivista Lancet ha stimato che i tagli potrebbero provocare la morte prematura di 14 milioni di persone, di cui 4,5 milioni di minori sotto i cinque anni. Anche a Venezia si sta lavorando per il riconoscimento della Laguna come soggetto giuridico. Il punto è ampliare il nostro spazio mentale e tutelare altre identità: in fondo anche le imprese, pur non essendo persone, possiedono una personalità giuridica</em>”.</p>
<p>Nel panel “<strong>Nature First</strong>”, dedicato alla difesa della natura, <strong>Simona Bondanza</strong>, Head of sustainability and public affairs di Costa Edutainment, ha sottolineato il ruolo educativo delle strutture dedicate al mare: “<em>I bambini riconoscono l’Agenda 2030 e colpisce vedere come riescano a collegare il percorso di visita dell’Acquario con la sostenibilità. Oggi tutti gli acquari sono chiamati a contribuire a un cambiamento culturale, lavorando sui comportamenti che le persone adottano fuori dalle strutture. Si tratta di un progetto sociale: attraverso le nostre strutture, visitate ogni anno da circa tre milioni di persone, proviamo a essere soggetti attivi del cambiamento</em>”.</p>
<p>Su ricerca e biodiversità si è soffermata <strong>Silvia Lavorano</strong>, curatrice generale di Costa Edutainment: “<em>L’Acquario ospita 506 specie, rappresentiamo un vero hotspot di biodiversità e abbiamo il privilegio di poterle osservare quotidianamente grazie al lavoro del nostro staff. Dietro le quinte disponiamo di oltre 220 vasche curatoriali dedicate anche alla ricerca. Oggi sono attivi più di 40 progetti scientifici realizzati insieme ad altri partner e lavoriamo anche sul restauro degli ambienti marini</em>”.</p>
<p>La dimensione internazionale è stata richiamata da <strong>Daniela Picco</strong>, della Fondazione Msc: “<strong><em>Proteggere il mare significa proteggere il futuro</em></strong><em>. Per riuscirci serve un approccio sistemico e servono partnership solide tra ricerca scientifica, università, imprese responsabili, istituzioni, società civile e terzo settore. Solo <strong>alleanze</strong> di questo tipo possono trasformare la consapevolezza ambientale in azioni condivise e in impatti duraturi. Oggi abbiamo attivi una ventina di progetti di conservazione e recupero degli ecosistemi in 60 Paesi del mondo. I nostri biologi stanno studiando coralli resistenti al cambiamento climatico, da utilizzare nelle attività di ripristino delle barriere coralline</em>”.</p>
<p>Sul ruolo dei media è intervenuta <strong>Serena Rossetto</strong>, responsabile ambiente Rai per la sostenibilità – Esg: “<em>La Rai ha creato nel 2022 una direzione dedicata alla sostenibilità per coordinare i progetti dell’azienda su questi temi. Nel contratto di servizio viene riconosciuta l’importanza della cultura della sostenibilità. Già negli anni ‘70 parlavamo di inquinamento nelle grandi città. Oggi la nostra programmazione è ricca di contenuti televisivi e radiofonici dedicati a questi temi e anche <strong>RaiPlay dispone di un’area specifica sulla sostenibilità</strong></em>”.</p>
<p>Per <strong>Marco Fiandra</strong>, Technical lead di Treedom, “<strong><em>difendere la natura oggi significa proteggere anche la nostra economia</em></strong><em>. Ripristinare gli ecosistemi costieri è fondamentale per affrontare la crisi climatica, garantire resilienza alle filiere produttive e trasformare le comunità locali nelle vere custodi del territorio e della biodiversità. Molte delle aree più colpite dalla perdita di biodiversità sono ecosistemi ad altissima ricchezza biologica, come le mangrovie. Gli interventi di ripristino devono sempre essere sincronizzati con le esigenze dei territori, solo così si massimizzano i benefici</em>”.</p>
<p>A raccontare la fragilità degli ecosistemi marini è stato poi <strong>Paolo Galli</strong>, dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca: “<em>Nel mio libro ‘Nel blu’ racconto la storia delle Maldive. Un tempo erano famose perché vi si producevano conchiglie utilizzate come monete in tutto il mondo. La collaborazione con l’Acquario ci permette oggi di avere qui un pezzo di Maldive e abbiamo sviluppato brevetti per salvare i coralli. Restano però ancora molte cose da fare: stiamo studiando come far riprodurre i coralli in cattività. Cerchiamo sempre di essere ottimisti, ma va detto che <strong>la situazione dei coralli non è delle migliori</strong></em>”.</p>
<p>Sul rapporto tra biodiversità e pianificazione è intervenuta <strong>Adriana Del Borghi</strong>, dell’Università di Genova e Nbfc: “<em>Abbiamo gestito diversi progetti del National biodiversity future center per misurare e mappare la biodiversità marina e terrestre. Sono coinvolti oltre 2mila ricercatori ed è fondamentale che la biodiversità venga integrata in tutte le pianificazioni. Tra gli obiettivi scientifici c’è anche la valutazione del valore generato da questi interventi. Dobbiamo inoltre combinare gli effetti del cambiamento climatico con le azioni di ripristino. Oggi, in ambito Onu, le Cop sulla biodiversità e sul clima sono ancora separate, ma è fondamentale che dialoghino perché i due fenomeni sono strettamente collegati</em>”.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Genova_2.jpeg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Nel keynote speech dedicato alla biodiversità marina come bene comune per una <strong>blue economy</strong>, <strong>Roberto Danovaro</strong>, professore di ecologia e sostenibilità ambientale all’Università Politecnica delle Marche, ha delineato le priorità operative della rigenerazione ambientale: “<em>Siamo qui per capire meglio cosa dobbiamo fare. <strong>Con l’articolo 9 della Costituzione, difendere la biodiversità è diventato un dovere.</strong> Se non comprendiamo che la biodiversità è un’infrastruttura essenziale della natura, stiamo andando fuori strada. Il mare ci offre la possibilità di sfamare in modo sostenibile otto miliardi di persone. Restaurare la natura significa riparare habitat marini danneggiati, ricostruire scogliere coralline: è il lavoro di questo secolo. Sentiremo parlare sempre di più di nature based solutions. Anche gli ingegneri più tradizionali stanno riconoscendo che esistono funzioni che la natura svolge meglio di noi, come lo stoccaggio del carbonio. Le Nbs rappresentano il futuro degli investimenti e permettono anche di creare lavoro per le popolazioni locali. Oggi abbiamo perso l’85% dei banchi di ostriche e nessuna soluzione, da sola, sarà sufficiente: dobbiamo cambiare i nostri consumi. <strong>Restaurare la natura è possibile ed efficace: ogni euro investito produce ritorni da quattro a venti volte superiori</strong>. Il futuro passa anche dai crediti di biodiversità marina, cioè strumenti capaci di coinvolgere il settore privato nella rigenerazione degli ecosistemi. Abbiamo davanti un’opportunità straordinaria: proteggere la biodiversità marina coniugando sviluppo delle energie rinnovabili offshore e tutela degli ecosistemi. Dobbiamo costruire una vera industria del restauro ambientale</em>”.</p>
<p>Nel panel successivo <strong>Giovanni Cannata</strong>, Rettore dell’Università Mercatorum, ha evidenziato: “<em>Il mare è un sistema che coinvolge 232mila imprese, 1,8 milioni di occupati e filiere che spaziano dalla cantieristica al turismo fino alle aree marine protette. <strong>La formazione universitaria digitale rappresenta una leva fondamentale per una blue economy realmente sostenibile</strong>. La ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti e oggi si registra anche una nuova apertura verso le scienze sociali. Dobbiamo costruire un approccio multidisciplinare per gestire in modo sostenibile le risorse e le filiere del mare</em>”.</p>
<p><strong>Andrea Cavalleroni</strong>, della campagna “A Buon Rendere” per un sistema di deposito cauzionale in Italia, ha sottolineato: “<em>Ogni anno in Italia otto miliardi di imballaggi per bevande sfuggono al riciclo: vengono dispersi nell’ambiente oppure smaltiti in inceneritori e discariche, con costi che ricadono sulle comunità. La politica nazionale ha riconosciuto l’efficacia del sistema di <strong>deposito cauzionale</strong> come strumento per raggiungere gli obiettivi europei di raccolta e riciclo e per fermare lo sversamento di plastica in mare. Ora il sistema va attuato</em>”.</p>
<p>Per <strong>Stefania Lallai</strong>, Vice president sustainability di Msc Cargo, “<em>la <strong>blue economy</strong> rappresenta una prospettiva sempre più rilevante per <strong>coniugare competitività, innovazione e tutela del capitale naturale</strong>. Da qui nasce il nostro impegno su due fronti: da una parte la riduzione degli impatti delle attività operative e l’efficientamento energetico, dall’altra il supporto alla tutela e alla conservazione degli ecosistemi marini</em>”.</p>
<p><strong>Andrea Mantero</strong>, direttore soci e consumatori di Coop Liguria, ha presentato il progetto Foresta Blu: “<em>Coop Liguria, che pone la tutela ambientale tra i valori centrali della propria missione, rinnova la collaborazione con ASviS riconoscendone il valore strategico. In questo quadro presentiamo Foresta Blu, un’iniziativa dedicata alla tutela e al ripristino delle praterie di Posidonia oceanica, polmone silenzioso e vitale del nostro ecosistema marino</em>”.</p>
<p>Sui cambiamenti climatici nel Mediterraneo è intervenuta <strong>Emanuela Clementi</strong>, Division director regional ocean forecasting systems del Cmcc: “<em>Grazie a sistemi previsionali e di reanalisi marine <strong>simuliamo correnti, temperatura, salinità e livello del mare</strong>, integrando modelli numerici e dati osservativi. Questi strumenti aiutano a comprendere i cambiamenti climatici, proteggere gli ecosistemi e supportare le attività della blue economy. Il Mediterraneo si sta riscaldando più velocemente della media globale e sta diventando sempre più salino. Questo comporta trasformazioni negli eventi estremi, come le ondate marine di calore. Oggi dobbiamo convivere anche con i Mediterranean hurricane, che hanno impatti significativi sulle comunità</em>”.</p>
<p>Infine, <strong>Ilaria Potito</strong>, responsabile Esg impact management &amp; projects di FiberCop, ha spiegato: “<em>La capillarità dell’infrastruttura digitale di FiberCop ci rende consapevoli della responsabilità che abbiamo verso gli ecosistemi e i territori attraversati. Abbiamo scelto di valutare il nostro impatto sulla biodiversità per conoscere e gestire le interazioni con l’ambiente in modo sempre più responsabile, guardando alle future generazioni. Abbiamo sovrapposto la mappatura delle nostre infrastrutture con le aree di sensibilità ecologica e, per esempio, analizzato l’impatto delle linee aeree sulla fauna volatile</em>”.</p>
<p>È poi intervenuto <strong>Nello Musumeci</strong>, ministro per la protezione civile e le politiche del mare: “<em>Il Mediterraneo è un grande malato: reti abbandonate sui fondali, sversamenti di carburante, aumento delle temperature e specie aliene stanno determinando una condizione patologica che dobbiamo affrontare. La transizione necessaria per mantenere l’equilibrio economico, sociale e ambientale è in ritardo, ma dobbiamo fare la nostra parte, come previsto dal Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico e dal Piano del mare. L’economia blu ci incoraggia a proseguire su questa strada</em>”.</p>
<p>In conclusione, <strong>Enrico Giovannini</strong>, direttore scientifico dell’ASviS, ha ricordato: “<em>Riforme e investimenti per lo sviluppo sostenibile rappresentano la risposta migliore all’instabilità globale che stiamo vivendo. <strong>La sostenibilità conviene anche sul piano economico</strong>: la decarbonizzazione e l’economia circolare offrono all’Italia una grande opportunità di maggiore autonomia, competitività e solidità finanziaria. La consapevolezza non deve riguardare solo i rischi, ma anche le opportunità. Abbiamo davanti 18 mesi cruciali: tra poche settimane il governo farà il punto sull’Agenda 2030 all’High Level Political Forum. I dati ci mostrano ecosistemi in continuo degrado. Dopo questo bagno di realtà, l’Italia deve lavorare entro fine anno alla nuova <strong>Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile</strong>. Se verrà costruita in modo integrato, secondo le regole europee, nel 2027 il Paese potrebbe finalmente disporre di un vero piano strategico quinquennale, invece di un insieme di misure frammentate. È un’opportunità che non possiamo perdere</em>”.</p>
<p><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/genova/"><strong>Rivedi l&#8217;evento</strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Littering in Italia: otto miliardi di contenitori sfuggono al riciclo</title>
		<link>https://asvis.it/littering-in-italia-otto-miliardi-di-contenitori-sfuggono-al-riciclo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 13:23:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’indagine “Brand audit” della campagna “A buon Rendere” collega il fenomeno ai modelli di consumo e rilancia il deposito cauzionale: nei Paesi dove è attivo, la raccolta supera il 90%. 27/04/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/littering-in-italia-otto-miliardi-di-contenitori-sfuggono-al-riciclo/">Littering in Italia: otto miliardi di contenitori sfuggono al riciclo</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oltre <strong>otto miliardi di contenitori</strong> per bevande sfuggono ogni anno al riciclo in Italia. Un dato che da solo misura la portata del problema. E che trova conferma nell’ultima indagine “<strong><em><a href="https://buonrendere.it/2025/08/31/unindagine-sui-contenitori-dispersi-richiama-i-grandi-marchi-ad-appoggiare-un-sistema-di-deposito-cauzionale/">Brand audit</a></em></strong>” della campagna “<strong><em><a href="https://buonrendere.it/2026/04/19/rifiuti-da-imballaggi-per-bevande-un-brand-audit-nel-milanese-svela-i-marchi-top-ten-nel-littering-e-sollecita-un-sistema-di-deposito-cauzionale-2/">A buon Rendere</a></em></strong>”, diffusa in occasione della Giornata della Terra 2026. Il monitoraggio, condotto nel corso del 2025, restituisce un quadro evidente: il <strong>littering</strong>, in sostanza rifiuti di piccole dimensini, si conferma un <strong>fenomeno strutturale</strong>, radicato nei modelli di produzione, consumo e gestione degli imballaggi.</p>
<p>Lo studio si basa sull’analisi di 19.803 contenitori per bevande abbandonati e raccolti in diversi comuni dell’area milanese, tra cui Grezzago, Trezzo sull’Adda e Pozzo d’Adda. I rifiuti sono stati classificati per materiale, tipologia e marca attraverso la <a href="https://buonrendere.it/abr-radar/"><em>webapp Abr radar</em></a>, secondo la metodologia del “<em>Brand audit</em>”. L’obiettivo è duplice: da un lato <strong>quantificare</strong> il fenomeno, dall’altro comprendere <strong>quali filiere e modelli di consumo incidano maggiormente</strong> sulla dispersione dei rifiuti nell’ambiente. I risultati mostrano una distribuzione precisa dei materiali:</p>
<ul>
<li>plastica: 41%</li>
<li>alluminio: 29%</li>
<li>vetro: 26%</li>
<li>cartoni: 4%</li>
</ul>
<p>Un quadro coerente con la composizione degli imballaggi per bevande e con il loro utilizzo quotidiano.<br />
<img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/littering1_1_.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
<h3><strong>Consumi e rifiuti: una correlazione evidente</strong></h3>
<p>L’indagine evidenzia una relazione significativa tra i marchi più diffusi e i rifiuti rinvenuti. Tra i contenitori per cui è stato possibile identificare la marca, <strong>le prime 10 rappresentano il 65% del totale</strong>. Tra questi compaiono marchi come <strong>Moretti</strong>, <strong>San Benedetto</strong> e <strong>Red Bull</strong>, mentre tra i gruppi industriali emerge il ruolo di <strong>Heineken</strong> e <strong>Coca-Cola</strong>. Il dato non implica una responsabilità diretta dei marchi nella dispersione, ma segnala un <strong>legame tra volumi di mercato e presenza nei rifiuti</strong>. Un elemento che richiama il principio europeo della responsabilità estesa del produttore. Il documento evidenzia anche come il dibattito pubblico abbia spesso attribuito il littering ai comportamenti individuali, mentre i dati suggeriscono <strong>la necessità di intervenire </strong>anche a monte, <strong>sui sistemi di gestione e restituzione degli imballaggi</strong>.</p>
<h3></h3>
<h3><strong>Birra e acqua: i comparti più critici</strong></h3>
<p>Due segmenti concentrano la maggior parte del fenomeno:</p>
<ul>
<li>birra: 35%</li>
<li>acqua in bottiglia: 33%</li>
</ul>
<p>Nel caso della birra, pesa la diffusione del vetro monouso. <strong>In Italia il vuoto a rendere è poco presente nella grande distribuzione</strong>, a differenza di altri Paesi europei. Questo incide sul ciclo di vita del contenitore e sulla probabilità che venga disperso. Il fenomeno è legato anche ai consumi fuori casa. Il cosiddetto “on the go” aumenta la difficoltà di intercettare i rifiuti nei sistemi tradizionali di raccolta.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/littering2.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><strong>Deposito cauzionale: una soluzione già testata</strong></h3>
<p>Nei 19 Paesi europei dove è attivo un <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Deposito_cauzionale.pdf">sistema di deposito cauzionale</a>, i risultati sono consolidati. Il modello prevede una cauzione rimborsata al momento della restituzione del contenitore.<br />
I dati indicano:</p>
<ul>
<li>tassi di raccolta superiori al 90%</li>
<li>punte fino al 98% in Germania e Finlandia</li>
</ul>
<p><strong>L’effetto è immediato</strong>: meno dispersione, maggiore recupero di materia e riduzione dei costi di gestione dei rifiuti. In Italia il tema è al centro di tre proposte di legge attualmente assegnate alla Commissione ambiente della Camera. Il sistema non è ancora stato adottato.<br />
Il report sottolinea un passaggio chiave: nonostante l’impegno di cittadini e associazioni, <strong>il littering resta un’emergenza </strong>che richiede interventi sistemici. Azioni capaci di agire sulle cause e non solo sugli effetti. E il <strong>deposito cauzionale emerge come una leva già sperimentata</strong>, con risultati misurabili e replicabili. Una soluzione che sposta il baricentro dalla gestione del rifiuto alla sua prevenzione.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/littering3.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/littering4.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
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		<title>Giornata della Terra 2026: oltre 600 eventi per “tornare a sognare”</title>
		<link>https://asvis.it/giornata-della-terra-2026-oltre-600-eventi-per-tornare-a-sognare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 16:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal12]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal14]]></category>
		<category><![CDATA[#goal15]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 13 al 22 aprile Roma ospita la 56esima Giornata mondiale della Terra con festival, Villaggio per la Terra e maratona #OnePeopleOnePlanet. Al centro del programma giovani, innovazione e Agenda 2030. 14/04/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più di 600 eventi, 250 organizzazioni coinvolte e centinaia di migliaia di partecipanti attesi: la <strong>Giornata mondiale della Terra 2026</strong> conferma la sua dimensione globale e il suo impatto crescente anche in Italia.<br />
Il messaggio scelto per questa 56esima edizione, “<strong>Torniamo a sognare</strong>”, invita a rimettere al centro <strong>la capacità di immaginare il futuro</strong> come leva per affrontare le sfide ambientali e sociali.<br />
È una celebrazione che diventa anche un percorso articolato. Il <a href="https://villaggioperlaterra.it/programma-3/">programma</a> tiene insieme <strong>cultura, scienza, partecipazione e innovazione</strong>, mostrando come la sostenibilità sia sempre più una questione concreta, quotidiana e condivisa.</p>
<h3><strong>Roma capitale delle celebrazioni</strong></h3>
<p>Le iniziative italiane si concentrano a Roma, tra <strong>Casa del Cinema</strong>, <strong>Villa Borghese</strong> e la <strong>Nuvola di Fuksas</strong>, dal 13 al 22 aprile. Tre i momenti principali che scandiscono il calendario:</p>
<ul>
<li>Si parte con il <a href="https://villaggioperlaterra.it/impatta-disrupt/"><strong>Festival impatta disrupt</strong></a> (13-15 aprile) alla Casa del Cinema, dedicato all’innovazione e alla <strong>finanza d’impatto</strong>. Un luogo di confronto tra istituzioni, imprese e mondo finanziario per discutere il ruolo dell’economia nella transizione. L’obiettivo è quello di dimostrare che crescita e sostenibilità possono procedere insieme, se orientate a generare valore per le persone e per il Pianeta.</li>
<li>Dal 16 al 19 aprile prende vita il <a href="https://villaggioperlaterra.it/"><strong>Villaggio per la Terra</strong></a> di Villa Borghese, cuore pulsante della manifestazione. Quattro giornate aperte a tutti, con attività sportive, <a href="https://villaggioperlaterra.it/area-scienza/">laboratori scientifici</a>, <a href="https://villaggioperlaterra.it/spettacoli/">eventi culturali e artistici</a>. Le 17 piazze dedicate agli <a href="https://villaggioperlaterra.it/piazze-dellagenda-2030/">Obiettivi dell’Agenda 2030</a> trasformano lo spazio in un’esperienza immersiva, dove ogni tema – dal clima alla salute, <a href="https://villaggioperlaterra.it/festival-educazione-alla-sostenibilita/">dall’educazione all’energia</a> – diventa occasione di confronto e apprendimento.</li>
<li>Il 22 aprile, giornata ufficiale, si chiude con la <a href="https://villaggioperlaterra.it/villaggio-sport4earth/">maratona</a> multimediale <strong>#OnePeopleOnePlanet</strong> alla Nuvola di Fuksas: una staffetta di contenuti, testimonianze e spettacoli che culmina nel tradizionale Concerto per la Terra.</li>
</ul>
<h3><strong>Giovani, cultura e visione del futuro</strong></h3>
<p>Uno degli elementi più significativi dell’edizione 2026 è il coinvolgimento diretto dei giovani europei. Centocinquanta ragazzi partecipano alla costruzione del <strong>Manifesto dei sogni</strong>, un documento che raccoglie visioni, aspettative e proposte per il futuro.<br />
Il progetto utilizza una metodologia partecipativa che mette al centro l’esperienza e il pensiero dei giovani, trasformando la riflessione in proposta concreta. Va oltre la dimensione simbolica: è un tentativo concreto di <strong>costruire un linguaggio comune tra generazioni</strong>, capace di orientare scelte politiche e sociali.</p>
<p>Accanto a questo, il programma valorizza anche il ruolo della cultura e dell’arte. Spettacoli, musica, incontri con artisti e personalità del mondo culturale contribuiscono a <strong>rendere la sostenibilità un tema accessibile</strong>, capace di parlare a pubblici diversi.</p>
<h3><strong>Un evento sempre più diffuso e partecipato</strong></h3>
<p>La Giornata della Terra si conferma uno dei più grandi eventi di sensibilizzazione ambientale a livello globale. Ogni anno <strong>coinvolge oltre un miliardo di persone</strong> e migliaia di organizzazioni in tutto il mondo.</p>
<p>In Italia, il format si consolida e cresce. Il Villaggio per la Terra, con centinaia di attività gratuite, rappresenta <strong>un modello di partecipazione diffusa</strong>. Scuole, università, enti di ricerca, associazioni e cittadini diventano protagonisti attivi, non semplici spettatori.</p>
<p>L’ampiezza delle iniziative – dalla divulgazione scientifica allo sport, dai laboratori per bambini ai talk istituzionali – mostra come <strong>la sostenibilità sia ormai una dimensione trasversale</strong>, presente in tutti gli ambiti della società.<strong> </strong></p>
<h3><strong>Tra consapevolezza e azione</strong></h3>
<p>Il messaggio “Torniamo a sognare” introduce una riflessione che va oltre l’emergenza ambientale. La difficoltà di immaginare il futuro è oggi uno dei limiti più evidenti nella costruzione di politiche e strategie efficaci.</p>
<p>Le celebrazioni del 2026 provano a colmare questo spazio. Mettono insieme dati, esperienze e partecipazione per <strong>costruire una visione condivisa.</strong> E mostrano come la transizione ecologica richieda un percorso tanto tecnico quanto culturale.<br />
In questo senso, la Giornata della Terra resta un momento chiave: contribuisce a sensibilizzare, orienta il dibattito pubblico e rafforza la capacità collettiva di affrontare il cambiamento.</p>
<p><strong><em>Per maggiori informazioni, visita la pagina <a href="https://villaggioperlaterra.it/">Villaggio per la Terra</a></em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-dipinto-ad-acquerello-della-terra-nello-spazio-eA32JIBsSu8" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<title>La crisi climatica fa sempre meno notizia, i media tagliano le redazioni</title>
		<link>https://asvis.it/la-crisi-climatica-fa-sempre-meno-notizia-i-media-tagliano-le-redazioni-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal14]]></category>
		<category><![CDATA[#goal15]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La copertura mediatica sul riscaldamento globale sta calando, nonostante temperature record e impatti sempre più evidenti. Il Washington Post licenzia centinaia di giornalisti, colpendo anche la redazione clima. 10/03/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I dati descrivono una tendenza preoccupante. <a href="https://mecco.colorado.edu/summaries/special_issue_2025.html#top">Secondo il nono rapporto</a> del <strong>Media and Climate Change Observatory (MeCCO)</strong>, nel 2025 la <strong>copertura mediatica delle questioni climatiche</strong> è diminuita del 14% rispetto al 2024 ed è inferiore del 38% rispetto al picco registrato nel 2021, e rispetto al 2015, l’anno in cui è stato firmato l’<strong>Accordo di Parigi</strong>. Nonostante il legame sempre più evidente tra clima, geopolitica, economia, scienza e società, il tema continua a perdere spazio nell’agenda informativa globale. Il 2025 si colloca infatti solo al <strong>decimo posto</strong> negli ultimi 22 anni monitorati dal team MeCCO.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/clima_e_info.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Il confronto tra i mesi del 2025 e quelli degli anni precedenti mostra un calo generalizzato rispetto al 2024 in tutte le regioni del mondo. La diminuzione è particolarmente marcata nella <strong>stampa di Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa</strong>, mentre risulta più contenuta in Asia, America Latina e Oceania.</p>
<p>A differenza degli anni precedenti, nel 2025 non è stato registrato alcun record mensile nel numero di articoli che citano “cambiamenti climatici” o “riscaldamento globale” in nessuna regione del mondo. L’unica eccezione riguarda i <strong>giornali asiatici</strong>, che a gennaio hanno raggiunto il livello più alto rispetto allo stesso mese degli anni precedenti. Significativo anche il calo registrato a dicembre: in Europa e Nord America il volume di copertura ha toccato livelli che non si vedevano rispettivamente da agosto 2016 e da febbraio 2018. Un andamento che contrasta con la realtà climatica. Negli ultimi anni, infatti, le temperature medie globali <strong>hanno raggiunto i livelli più elevati</strong> dall’inizio delle registrazioni, quasi 150 anni fa.</p>
<p>È in questo contesto che si inserisce anche <a href="https://www.nytimes.com/2026/02/04/business/media/washington-post-layoffs.html">quanto sta accadendo</a> al <strong>The Washington Post</strong>. Dei 300 giornalisti licenziati dalla testata – su un totale di 800 in totale -, almeno 14 sono reporter <strong>specializzati in climatologia</strong>. Solo poche settimane prima il proprietario <strong>Jeff Bezos</strong>, fondatore di Amazon e uno degli uomini più ricchi del pianeta, aveva espresso pubblicamente la propria insoddisfazione per i risultati del giornale in termini di lettori e ricavi. Un giudizio che ora si traduce in una ristrutturazione drastica, capace di colpire anche uno dei settori più qualificati della redazione.</p>
<p>Negli scorsi anni il Washington Post ha infatti firmato alcuni dei migliori lavori di giornalismo climatico degli ultimi dieci anni negli Stati Uniti. La testata ha raccontato con continuità le <strong>deregolamentazioni ambientali dell’amministrazione Trump</strong>, ha investito in inchieste e reportage sul campo e ha vinto persino un <strong>premio Pulitzer</strong> – uno dei più importanti premi di giornalismo al mondo &#8211; sul tema, grazie al progetto del 2019 intitolato &#8220;<a href="https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/national/climate-environment/climate-change-america/">2°C: oltre il limite</a>&#8220;: una serie dedicata alle aree degli Stati Uniti che si stanno riscaldando più rapidamente. Un patrimonio editoriale che oggi rischia di essere ridimensionato.</p>
<p>Quanto sta accadendo solleva <strong>interrogativi profondi</strong> sulla trasparenza e sull’indipendenza del sistema dell’informazione. Da un lato emerge il nodo irrisolto della proprietà dei grandi media, sempre più concentrata nelle mani di poche élite finanziarie, dall’altro si pone il problema della crisi climatica, che tende a scivolare ai margini proprio mentre i suoi effetti diventano più devastanti.</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/segnaletica-assortita-in-fotografia-in-scala-di-grigi-9-QUC4fm8Lo" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<item>
		<title>Stiamo trasformando la Terra in una “serra fuori controllo”?</title>
		<link>https://asvis.it/stiamo-trasformando-la-terra-in-una-serra-fuori-controllo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal14]]></category>
		<category><![CDATA[#goal15]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il superamento di 1,5°C aumenta il rischio di infrangere i “tipping points” innescando così “feedback” ed “effetti a cascata” che potrebbero spingere il sistema Terra verso un riscaldamento duraturo e incontrollabile. 24/02/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il pianeta potrebbe essere molto più vicino di quanto si pensi a una soglia oltre la quale il <strong>riscaldamento globale diventa irreversibile</strong>. È l’allarme lanciato dallo studio “<strong><a href="https://www.cell.com/one-earth/fulltext/S2590-3322%2825%2900391-4#fig2">The risk of a hothouse Earth trajectory</a></strong>”, pubblicato l’11 febbraio sulla rivista scientifica <strong>One Earth</strong>, che analizza le dinamiche di innesco dei <strong>punti di non ritorno (<em>tipping points</em>) del sistema Terra</strong>. I rischi descritti dai ricercatori e dalle ricercatrici sono preoccupanti sia per la portata e sia per il <strong>livello di incertezza</strong> che li circonda. Tuttavia, le evidenze oggi disponibili indicano che il <strong>superamento di 1,5°C</strong> di aumento medio della temperatura globale accresce in modo significativo la probabilità di attivare questi meccanismi irreversibili. “L’incertezza sulla collocazione esatta delle soglie non può diventare un <strong>alibi per l’inazione</strong>”, ricorda lo studio, “al contrario, impone <strong>un’azione stringente e immediata</strong>. Il tempo per prevenire conseguenze climatiche pericolose e potenzialmente ingestibili si sta rapidamente assottigliando”.</p>
<h3><strong>La “traiettoria serra”</strong></h3>
<p>Il fatto che nel 2024 la soglia di 1,5°C sia stata superata (uno sforamento registrato anche nei mesi del 2025), nonostante molte proiezioni del passato sul clima collocassero questo passaggio più avanti nel tempo, evidenzia la <strong>velocità con cui la crisi climatica sta progredendo</strong>. Un’accelerazione certificata dai dati: l’aumento medio della temperatura è passato da circa 0,05°C per decennio a metà del Novecento a circa 0,31°C per decennio.</p>
<p>Parallelamente, la ricerca sui <strong><em>tipping points</em></strong>, sui <strong><em>feedback</em></strong> &#8211; processi attraverso cui un cambiamento amplifica o attenua ulteriori cambiamenti &#8211; e sulle <strong><em>cascading interactions</em></strong> &#8211; interazioni a cascata che si verificano quando una trasformazione in una componente del sistema Terra influenza quelle collegate -, mostra che alcune parti del sistema Terra potrebbero essere <strong>più vicine alla destabilizzazione</strong> di quanto si pensasse. </p>
<p>Questi processi sono considerati i precursori di una possibile “<strong><em>hothouse Earth</em></strong>” o “traiettoria serra”. Si tratta di un percorso che può portare il pianeta a temperature significativamente più elevate nel lungo periodo, anche nel caso di una successiva riduzione delle emissioni. Nonostante ciò, i rischi associati a <strong>una transizione di fatto irreversibile</strong> restano ancora poco compresi, sia dall’opinione pubblica sia dai decisori politici.</p>
<p>Una delle preoccupazioni che emergono dallo studio riguarda l’attivazione di alcuni <strong><em>tipping points</em> climatici</strong>. La letteratura scientifica ne identifica 16 principali, dieci dei quali potrebbero contribuire pesantemente all’aumento della temperatura globale una volta innescati. Tra i punti di non ritorno ritenuti più vicini a una possibile soglia critica figurano la <strong>calotta glaciale della Groenlandia</strong> e quella dell’<strong>Antartide occidentale</strong>, il <strong><em>permafrost</em></strong> boreale, i <strong>ghiacciai montani</strong> e porzioni della <strong>foresta Amazzonica</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/tipping_points_16.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Come funzionano <em>tipping points, feedback </em>e<em> cascading interactions</em></strong></h3>
<p>Il sistema Terra è una rete profondamente interconnessa nella quale l’alterazione di una singola regione può propagarsi attraverso oceani e continenti. Il seguente <strong>esempio</strong>, di tipo lineare, può aiutare a comprendere il suo funzionamento.</p>
<p>Sappiamo che l’aumento delle <strong>concentrazioni di gas serra dovuto alle attività umane</strong> determina un incremento delle temperature globali, un fenomeno che a sua volta accelera la <strong>fusione del ghiaccio marino artico</strong> e della calotta glaciale della Groenlandia. Di conseguenza, la perdita di ghiaccio <strong>riduce l’albedo terrestre</strong> (la capacità del pianeta di riflettere la radiazione solare) amplificando ulteriormente il riscaldamento. Inoltre, il crescente afflusso di acqua dolce derivante dalla fusione potrebbe influenzare la <strong><a href="https://asvis.it/la-corrente-del-golfo-rallenta-le-conseguenze-potrebbero-essere-drammatiche">Circolazione meridionale atlantica</a></strong> (<strong>Amoc</strong>), un grande sistema di correnti oceaniche con segnali di indebolimento. E con un Amoc più debole si avranno effetti sulla circolazione atmosferica globale, con possibili spostamenti delle fasce di <strong>precipitazione tropicali</strong>. Ciò potrebbe innescare un <strong>deperimento su larga scala della</strong> <strong>foresta Amazzonica</strong>, con conseguenze rilevanti per la capacità di stoccaggio del carbonio e per la biodiversità. Tanti fattori di stress, molti dei quali già in atto (riscaldamento globale, deforestazione, incendi di origine antropica…) potrebbero poi spingere parti dell’Amazzonia verso un punto di non ritorno trasformandola in una <strong>savana degradata</strong>. E il carbonio liberato dal degrado amazzonico alimenterebbe ulteriormente il riscaldamento globale, interagendo con altri meccanismi di <em>feedback</em> e attivando altri effetti a cascata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/tipping.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Clima: breve storia terrestre</strong></h3>
<p>La storia del pianeta, riportata nello studio, riporta le condizioni climatiche che hanno reso possibile lo sviluppo umano. Partendo dal <strong>Pleistocene</strong> medio-tardo, tra circa 1,2 milioni e 11.700 anni fa, possiamo osservare come il clima terrestre abbia oscillato ripetutamente tra fasi glaciali e periodi interglaciali più caldi, con temperature comprese indicativamente tra −6°C e +2°C rispetto alla media preindustriale di circa 14°C. Con l’inizio dell’<strong>Olocene</strong>, circa 11.700 anni fa, però, tutto è cambiato: il pianeta è entrato in una <strong>fase climatica relativamente stabile</strong> che ha permesso lo sviluppo dell’agricoltura e, poi, quello dell’economia e delle società moderne.</p>
<p>Oggi, tuttavia, le temperature registrate risultano superiori a quelle di qualsiasi periodo degli ultimi <strong>125mila anni</strong>, con le concentrazioni di anidride carbonica che potrebbero essere le più elevate da almeno <strong>due milioni di anni</strong>.</p>
<p>È all’interno di questo contesto che <strong>la Terra si avvia a uscire dal perimetro di stabilità dell’Olocene</strong> per entrare in una fase di <strong>cambiamenti climatici</strong> <strong>senza precedenti</strong>, con esiti difficili da prevedere. Ecco spiegato l’intento dell’<strong>Accordo di Parigi </strong>di limitare l’aumento medio della temperatura globale entro i 2°C, facendo il possibile per restare al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali (1880). Anche perché sappiamo bene che alla base dell’accelerazione del cambiamento climatico vi è l’aumento delle emissioni antropiche, legate all’uso di <strong>combustibili fossili</strong>, alle attività industriali, ai cambiamenti nell’uso del suolo e alla deforestazione.</p>
<p>Nonostante conosciamo bene gli enormi rischi, ricordano infine i ricercatori, le <strong>emissioni globali di CO₂ legate all’energia</strong> <strong>fossile</strong> continuano a crescere &#8211; dello 0,8% nel 2024, raggiungendo il valore record di 37,8 gigatonnellate e spingendo le concentrazioni atmosferiche a circa <strong>422,5 ppm </strong>parti per milione -, oggi sono circa il 50% in più rispetto all’era preindustriale. Di pari passo, crescono sia le concentrazioni di <strong>metano</strong>, contribuendo in modo significativo al riscaldamento nel breve periodo a causa del suo elevato potenziale climalterante, sia le concentrazioni di <strong>protossido di azoto</strong>, un altro gas serra che contribuisce ad alimentare la <strong>crisi climatica</strong>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La flotta “ombra” iraniana potrebbe causare un enorme disastro ambientale</title>
		<link>https://asvis.it/la-flotta-ombra-iraniana-potrebbe-causare-un-enorme-disastro-ambientale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal14]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’analisi di Pole Star Global sono 29 le petroliere iraniane obsolete che si aggirano per i mari. Un solo incidente potrebbe portare a conseguenze catastrofiche per l’habitat. Sono una “bomba a orologeria”. 24/02/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/la-flotta-ombra-iraniana-potrebbe-causare-un-enorme-disastro-ambientale/">La flotta “ombra” iraniana potrebbe causare un enorme disastro ambientale</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre l’Iran si muove sull’orlo di un conflitto brutale con gli Stati Uniti e all’interno del Paese si <a href="https://www.ilpost.it/2026/02/22/proteste-stuenti-iran-univerista/">riaccendono le proteste</a> contro il regime dell’Ayatollah <strong>Ali Khamenei</strong>, c’è un altro fronte su cui Teheran potrebbe salire presto agli onori della cronaca: quello <strong>ambientale</strong>.</p>
<p>Secondo una <a href="https://www.polestarglobal.com/resources/iranian-flagged-dark-fleet-ecological-risk-assessment/">ricerca</a> dell’azienda di intelligence marittima <strong>Pole Star Global</strong>, la flotta ombra di petroliere iraniane, vecchie e prive di moderni sistemi di sicurezza, sta rilasciando grandi quantità di petrolio nel mare e potrebbe causare un disastro peggiore di quello della <strong>Exxon Valdez</strong> (che nel 1989 riversò in acqua 37mila tonnellate di greggio).</p>
<p>Le <strong>29 petroliere</strong> <strong>iraniane</strong> analizzate da Pole Star Global hanno disattivato i loro sistemi di identificazione satellitare da quando, a dicembre, gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera venezuelana. La metà di esse, già al tempo degli ultimi controlli, aveva superato la soglia di sicurezza dei 20 anni di attività. E gli analisti sospettano che ora, lontane da qualsiasi misura forma di sorveglianza, siano in condizioni di manutenzione peggiori. Nello specifico, delle 29 navi <strong>sette</strong> sono state inserite nella categoria “<strong>rischio estremo</strong>” (avendo più di 25 anni) e tre hanno superato i trenta. Cinque di queste navi obsolete rientrano nei “veicoli per il trasporto di greggio di grandi dimensioni”, il che vuol dire che possono portare fino a <strong>300mila tonnellate di petrolio</strong> (quasi dieci volte il quantitativo del disastro della Exxon Valdez). </p>
<p>L’Iran non è l’unico caso di flotta ombra esistente al mondo, anzi. Negli ultimi anni, tra collisioni e fuoriuscite di petrolio, sono stati segnalati oltre <strong>50 incidenti</strong> che hanno coinvolto petroliere ombra in tutto il mondo.</p>
<p>Queste navi utilizzano <strong>pratiche ingannevoli</strong> come <em>false flag</em> (operazioni compiute dai governi, ma progettate per sembrare opera di altri soggetti), proprietari fittizi, tracciamenti satellitari bloccati o falsificati per spedire merci soggette a sanzioni e aggirare le norme di sicurezza (un giro di denaro da molti miliardi di dollari l’anno). Non per niente il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> <a href="https://www.youtube.com/shorts/dZX90-b9P2g">sottolineava</a> qualche mese fa che il commercio della flotta ombra russa (la più grande in assoluto) vale 30 miliardi di euro all&#8217;anno e <strong>finanzia il 30-40% della guerra in Ucraina</strong>. Tra l’altro, sono russe le due petroliere che a dicembre 2024 <a href="https://www.theguardian.com/world/2024/dec/15/two-russian-tankers-sink-in-black-sea-spilling-oil">hanno causato una pesante fuoriuscita di petrolio nel Mar Nero</a> (una è affondata e l’altra si è arenata).</p>
<p>Gli <strong>Stati Uniti</strong> sono particolarmente attivi nella caccia a queste petroliere ombra, spesso per questioni di concorrenza economica, più che per senso di giustizia ambientale. Le operazioni di <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/26_gennaio_07/usa-sequestro-petroliera-russa-ira-mosca-2e2e49e1-c827-454f-83b4-23a25f791xlk.shtml">gennaio</a> (quando le forze speciali americane hanno inseguito la petroliera Marinera, legata alla Russia, dai Caraibi all’Atlantico settentrionale, sequestrandola tra Scozia e Islanda) e <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2025/12/20/venezuela-usa-sequestrano-petroliera">dicembre</a> sono andate proprio in questa direzione. Così come altre missioni organizzate da Francia, Germania, Estonia e altri Paesi, come riporta Pole Star Global.</p>
<p>In questo contesto di grande instabilità geopolitica (anche nei mari) le petroliere iraniane potrebbero essere particolarmente pericolose. “La combinazione di età avanzata delle navi, mancanza di assicurazioni e standard di manutenzione ridotti a causa delle sanzioni crea <strong>un rischio elevato di danni ambientali catastrofici</strong>”. Secondo il rapporto, un singolo incidente potrebbe causare la formazione di chiazze di petrolio per migliaia di chilometri quadrati, la <strong>mortalità di massa della vita marina</strong>, la contaminazione di 800-1600 chilometri o più di costa e un grave impatto sulla salute umana.</p>
<p><strong>Saleem Khan</strong>, responsabile dei dati e dell&#8217;analisi di Pole Star Global, ha dichiarato che la flotta ombra dell&#8217;Iran è composta da alcune delle petroliere più vecchie mai viste in circolazione. “<strong>È come una bomba a orologeria</strong>”, ha detto al <a href="https://www.theguardian.com/environment/2026/feb/10/ticking-time-bomb-iran-shadow-fleet-old-tankers-risking-catastrophic-oil-spill"><em>Guardian</em></a>, aggiungendo che è solo “<strong>questione di tempo</strong>” prima che una di queste si incagli e si rompa, o che un’esplosione provochi una fuoriuscita.</p>
<p><strong>Mark Spalding</strong>, presidente della Ocean Foundation, ha aggiunto: “La flotta ombra iraniana rappresenta una minaccia ambientale significativa e crescente. La domanda non è se si verificherà un incidente grave, ma <strong>quando</strong> e quali comunità costiere ed ecosistemi marini pagheranno il prezzo di un sistema di trasporto marittimo progettato per eludere le responsabilità”.</p>
<p>Per cercare di tenere a bada il fenomeno Pole Star Global suggerisce l’utilizzo di sistemi di monitoraggio satellitare potenziati, oltre a ispezioni portuali più rigorose. Ma secondo Khan il vero punto è che “<strong>Non esiste uno sforzo internazionale coordinato</strong>”. Una questione da affrontare il prima possibile.  </p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a class="name-bimlc4 truncate-Pc_c1s resetAnchor-rkYpCn nameLight-wQd_Au" href="https://unsplash.com/it/@gettyimages" data-discover="true">Getty Images</a> per <a class="secondaryLabelLink-s9A8xZ resetAnchor-rkYpCn" href="https://unsplash.com/it/plus?referrer=%2Fit%2Ffoto%2Fla-nave-cisterna-con-vista-aerea-con-carico-di-rinfuse-liquide-sta-navigando-in-acque-blu-c_yu_13Jx-g" rel="nofollow" data-discover="true">Unsplash+</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/la-flotta-ombra-iraniana-potrebbe-causare-un-enorme-disastro-ambientale/">La flotta “ombra” iraniana potrebbe causare un enorme disastro ambientale</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>La pesca ricreativa in Italia: tra benefici e impatti sugli ecosistemi sottovalutati</title>
		<link>https://asvis.it/la-pesca-ricreativa-in-italia-tra-benefici-e-impatti-sugli-ecosistemi-sottovalutati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal14]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Coinvolge oltre un milione di italiani e italiane, genera un indotto economico rilevante e incide sugli stock ittici. Un rapporto del Cnr chiede più dati e una gestione basata sull’evidenza scientifica. 02/02/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La <strong>pesca ricreativa</strong> è una delle principali attività di sfruttamento delle risorse marine a livello globale e coinvolge milioni di persone. Nei Paesi industrializzati si stima che fino al <strong>10% della popolazione</strong> pratichi, in forme diverse, questa attività, spesso per passione più che per necessità economica. Si tratta di un fenomeno di massa che solleva interrogativi sulla <strong>sostenibilità ambientale</strong>, i benefici sociali e sulla capacità delle politiche pubbliche di governarlo in modo efficace. È in questo contesto che si inserisce il<strong> report del Cnr</strong> “<a href="https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/attivita/editoria/9788880807896_testo%20digitale.pdf">Strumenti di supporto alla gestione della pesca ricreativa</a>”, che analizza il peso sociale, economico e ambientale del settore, sottolineando come la sua conoscenza resti frammentaria, soprattutto nel contesto italiano.<br /><br /></p>
<h3><strong>Un peso invisibile: tra economia e impatti ambientali</strong></h3>
<p>A livello globale i pescatori ricreativi sono circa <strong>cinque volte più numerosi di quelli commerciali</strong>. Eppure, mentre per la pesca commerciale il valore economico in termini di reddito e occupazione e gli impatti ambientali sono ampiamente documentati, <strong>per la pesca ricreativa</strong> si sa ben poco. Eppure, per alcune specie chiave come il branzino europeo o il merluzzo nordico, le catture ricreative raggiungono livelli significativi: in alcune zone possono persino superare quelle della pesca commerciale.</p>
<p>“<em>Gli impatti ambientali della pesca ricreativa sono molteplici, interconnessi ma spesso sottovalutati dalle agende politiche</em>”, sostiene <strong>Luca Bolognini</strong>, coordinatore scientifico del Cnr. “<em>Essi non si limitano alla pressione esercitata sugli stock: includono anche alterazioni della struttura genetica delle popolazioni, l’introduzione di specie aliene, il disturbo della fauna e il degrado degli habitat </em>&#8211; ci spiega <strong>Silvia Ferrini</strong> dell’Università di Siena e del Centre for social and economic research on the global environment, autrice dello studio insieme a <strong>Jacopo Di Stefano</strong> dell’Università di Trento -. <em>Parliamo di un comparto capace di generare un indotto economico rilevante, alimentato dalle spese per attrezzature, licenze, servizi turistici e attività commerciali collegate. È praticata da oltre un milione di italiani ma nonostante ciò, la pesca ricreativa è raramente studiata e resta ai margini dei programmi di monitoraggio nazionali ed europei, riducendo così la capacità dei decisori pubblici di adottare interventi fondati su dati solidi</em>”.</p>
<p>Pur distinguendosi dalla pesca commerciale per finalità e modalità, quella ricreativa <strong>insiste sugli stessi </strong><a href="https://asvis.it/rapporto-2025-goal-14-vita-sott-acqua/"><strong>stock ittici</strong></a>, rendendo necessaria una visione integrata della gestione della pesca. A livello europeo, il <strong>numero di pescatori ricreativi</strong> è stimato tra gli otto e i 10 milioni, con una spesa complessiva annua che si aggira intorno ai <strong>sei miliardi di euro</strong>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h3><strong>Pesca ricreativa: il caso italiano </strong></h3>
<p>Il Rapporto del Cnr nasce con l’obiettivo di colmare questo vuoto conoscitivo, rendendo visibili <strong>i benefici economici e socioculturali</strong> della pesca ricreativa e mostrando come tali elementi possano essere integrati in modo sistematico nei processi decisionali.</p>
<p>“<em>Al centro dello studio vi è l’uso dell’Analisi di bilanciamento dei livelli (Abl), un sistema modulare di supporto alle decisioni che combina indicatori biofisici, monetari e qualitativi, consentendo una valutazione olistica degli impatti e dei benefici del settore</em> – continua Ferrini -. <em>Il documento ricostruisce il quadro normativo europeo e italiano, passa in rassegna i principali metodi di valutazione dei benefici socioeconomici e presenta due casi studio italiani, dedicati alla pesca ricreativa del <strong>tonno rosso</strong> e alla raccolta del <strong>mosciolo</strong> <strong>anconetano</strong>, mostrando come le indagini empiriche possano tradursi in indicazioni operative per la gestione</em>”.</p>
<p>In Italia la <strong>pesca ricreativa del tonno rosso</strong> rappresenta un ambito di studio ancora poco esplorato. L’indagine, condotta su 202 pescatori ricreativi e sportivi e realizzata tramite questionario con il supporto della <strong>Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquee </strong>(Fipsas), restituisce un primo quadro strutturato del settore. La pesca ricreativa del tonno rosso è praticata in larga parte da uomini con un’età media di 46 anni e un livello di istruzione mediamente elevato e non è associata a specifiche condizioni socioeconomiche. Tuttavia produce una spesa media annuale di circa 9000 euro e fornisce un occasione di svago e socializzazione molto importante.</p>
<p>Dall’indagine emerge anche un forte coinvolgimento personale dei pescatori, testimoniato dal fatto che oltre due terzi degli intervistati ha partecipato ad almeno una competizione nella stagione precedente. Sul piano delle <strong>percezioni ambientali</strong>, i risultati mostrano una consapevolezza diffusa delle criticità legate allo stato della risorsa: <strong>il 63,9% ritiene che la sostenibilità del tonno rosso sia minacciata </strong>da un eccessivo livello di pesca. Allo stesso tempo, però, più del 70% degli intervistati auspica un aumento della quota destinata alla pesca ricreativa e <strong>non considera eccessivo l’attuale livello di prelievo</strong>. L’analisi mette dunque in luce una contrapposizione tra la diffusa consapevolezza di garantire la sostenibilità della risorsa e la richiesta di un assetto regolatorio più favorevole ai pescatori ricreativi.</p>
<p>Per quanto riguarda la <strong>pesca ricreativa del mosciolo</strong>, dallo studio emerge una pressione significativa sugli stock ittici, con livelli medi di catture per ogni uscita che spesso superano i limiti consentiti per legge.</p>
<p>“<em>Entrambe le analisi rivelano l’esistenza di una certa <strong>sensibilità verso la salute degli ecosistemi</strong> da parte degli italiani, suggerendo ai decisori politici l’esistenza di un margine di accettabilità sociale verso politiche più restrittive sulla pesca</em> &#8211; conclude Ferrini -. <em>Tuttavia lo studio rileva la carenza di dati sistematici che limitano la capacità dei decisori pubblici e della comunità scientifica di comprendere pienamente le dinamiche della pesca ricreativa, per includerla nei processi decisionali”.</em></p>
<p>Rafforzare il monitoraggio, migliorare la qualità dei dati e integrare la dimensione ricreativa nelle politiche di pesca diventa così una condizione necessaria sia per conciliare fruizione delle risorse e tutela degli ecosistemi, e sia per realizzare decisioni pubbliche più eque, trasparenti e fondate sull’evidenza scientifica.</p>
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		<title>Per ogni dollaro investito in favore della natura ce ne sono 30 che la distruggono</title>
		<link>https://asvis.it/per-ogni-dollaro-investito-in-favore-della-natura-ce-ne-sono-30-che-la-distruggono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto Unep mostra che la finanza globale sta mobilitando molto di più per attività dannose agli ecosistemi, sussidi fossili e capitali privati ostacolano la transizione. Riorientarli può colmare il gap finanziario. 29/01/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/per-ogni-dollaro-investito-in-favore-della-natura-ce-ne-sono-30-che-la-distruggono/">Per ogni dollaro investito in favore della natura ce ne sono 30 che la distruggono</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La finanza globale continua a muoversi nella direzione opposta rispetto agli obiettivi climatici e di tutela degli ecosistemi. A certificarlo è il nuovo rapporto <strong>State of finance for nature 2026</strong> dell&#8217;<strong>Unep, </strong>dal titolo <strong><a href="https://wedocs.unep.org/items/a4a8edaa-3896-4811-b527-1583dfce7201"><em>Nature in the red: powering the trillion dollar nature transition economy</em></a></strong>, che fotografa con chiarezza lo squilibrio tra i capitali che alimentano la distruzione della natura e quelli destinati alle <strong>soluzioni basate sulla natura</strong> (Nature-based solutions, NbS).</p>
<p>Il dato di fondo è netto: <strong>per ogni dollaro investito nella protezione della natura, 30 vengono spesi per danneggiarla</strong>. Solo nel 2023 ben<strong> 7.300 miliardi di dollari </strong>sono confluiti in attività ad alto impatto ambientale, dai sussidi ai combustibili fossili ad altri investimenti che coinvolgono l’industria e i materiali utilizzati dal sistema economico.</p>
<h3><strong>Flussi finanziari: la differenza tra pubblico e privato</strong></h3>
<p>Tra i 7.300 miliardi di dollari destinati ad attività dannose al capitale naturale, i <strong>sussidi pubblici</strong> concessi dai governi pesano per <strong>2.400 miliardi</strong>. Quasi la metà di queste risorse, il 47%, confluisce nei <strong>combustibili fossili</strong>, poi troviamo l’<strong>agricoltura</strong> e l’uso dell’<strong>acqua.</strong> “In Europa e negli Stati Uniti, negli ultimi anni, i governi hanno aumentato i sussidi al settore fossile con la dichiarata intenzione di proteggere famiglie e imprese dagli shock legati all’aumento dei prezzi dell’energia – si legge nello studio -. Tuttavia, anche se alcune misure emergenziali sono state ridimensionate, <strong>il livello complessivo dei sussidi resta più che doppio rispetto al</strong><strong> 2020</strong>, in aperta contraddizione con gli impegni internazionali che ne prevedono la graduale eliminazione”.</p>
<p>Ancora più consistenti sono i <strong>flussi di capitale privato</strong>, che hanno raggiunto i 4.900 miliardi di dollari, con le attività portate avanti dalle “<strong>utilities</strong>” (aziende che forniscono servizi essenziali e di pubblica utilità) che guidano la classifica con 1.580 miliardi di dollari. Di questi, gran parte sono da imputare, ancora una volta, alla generazione e alla distribuzione di <strong>elettricità da fonti fossili</strong> e ai servizi per la <strong>rete del gas naturale liquefatto</strong>. Seguono l’industria, con 1.380 miliardi di dollari, e il settore dei materiali, che sfiora i 700 miliardi (includendo edilizia, metalli, estrazione mineraria e industria chimica).</p>
<p>Il confronto con quanto oggi viene effettivamente <strong>destinato alle NbS</strong> è impietoso. Nel 2023, solo <strong>220,4 miliardi di dollari</strong> hanno sostenuto interventi di questo tipo e <strong>il contributo del capitale privato si è fermato a 23,4 miliardi</strong>. Per centrare gli obiettivi globali su biodiversità, clima e ripristino degli ecosistemi, gli investimenti dovrebbero <strong>aumentare di due volte e mezzo</strong>, raggiungendo i 571 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. Una cifra che equivale ad appena lo 0,5% del Pil mondiale.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/natura%2C_flussi_negativi.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Le priorità d’intervento</strong></h3>
<p>Per colmare questo divario, il Rapporto propone un nuovo approccio operativo, sintetizzato nella “<strong>Nature transition X-curve</strong>”, pensata per guidare governi e imprese nell’eliminazione graduale di sussidi e investimenti dannosi. L’analisi mostra come il reindirizzamento anche di una minima parte dei flussi oggi nocivi potrebbe colmare il gap finanziario e sbloccare un’economia di “transizione per la natura” dal valore di <strong>mille miliardi di dollari</strong>.</p>
<p>Il primo nodo da sciogliere riguarda la <strong>riforma dei sussidi dannosi per l’ambiente</strong> e l’allineamento dei bilanci pubblici agli obiettivi della Convenzione di Rio, superando la contraddizione tra impegni internazionali e politiche fiscali che continuano a incentivare attività distruttive. A questo si affianca la necessità di rafforzare in modo significativo gli investimenti pubblici nelle <strong>soluzioni basate sulla natura</strong>, soprattutto laddove si tratta di beni pubblici e servizi ecosistemici che il mercato tende a sottovalutare o ignorare.</p>
<p>Un ruolo centrale spetta poi alla <strong>regolamentazione e agli incentivi governativi</strong>. In questa direzione, l’Unep sottolinea l’importanza di <strong>rendere obbligatoria la comunicazione dei rischi </strong>e degli impatti legati alla natura, così da rendere visibili i costi delle <strong>esternalità negative</strong>, fino a ora generati dal sistema economico ma scaricati sulle spalle della collettività.</p>
<p>Infine, il Rapporto sottolinea che occorre ampliare la <strong>finanza mista</strong> a sostegno delle attività sostenibili e rafforzare gli strumenti di riduzione del rischio.</p>
<p><strong><a href="https://wedocs.unep.org/items/a4a8edaa-3896-4811-b527-1583dfce7201">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/la-mietitrebbia-che-lavora-in-una-foresta-U4YTIGoZENI" target="_blank" rel="noopener">GettyImages/Unsplash</a></em></p>
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		<title>Rapporto Bes: solo un terzo degli indicatori migliora, profondi divari territoriali</title>
		<link>https://asvis.it/rapporto-bes-solo-un-terzo-degli-indicatori-migliora-profondi-divari-territoriali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La dodicesima edizione del documento Istat mostra progressi limitati nell’ultimo anno, ampie differenze Nord-Sud e performance inferiori alla media Ue su lavoro, istruzione e ricerca. Bene salute, sicurezza e rinnovabili. 1/12/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/rapporto-bes-solo-un-terzo-degli-indicatori-migliora-profondi-divari-territoriali/">Rapporto Bes: solo un terzo degli indicatori migliora, profondi divari territoriali</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Poco più di un terzo degli indicatori del Benessere equo e sostenibile migliora rispetto all’anno precedente, mentre oltre un quarto peggiora e quasi il 40% resta stabile. Il quadro che emerge dal Rapporto Bes 2024 dell’Istat, giunto alla dodicesima edizione, è complesso: progressi non omogenei, forti divari territoriali e un confronto europeo che vede l’Italia spesso indietro su lavoro, istruzione e innovazione, nonostante risultati positivi in salute, sicurezza e alcune dimensioni ambientali.</p>
<p>Il Rapporto Bes, avviato nel 2010 e aggiornato ogni anno, misura la qualità della vita attraverso un set di 152 indicatori suddivisi in 12 domini che includono salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi. La pubblicazione, che illustra gli sviluppi più recenti e le tendenze dal 2014, è accompagnata da una dashboard interattiva e da un’appendice statistica che consentono di analizzare le disuguaglianze territoriali, di genere, per età e titolo di studio.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Bes2025_InfoCard_9.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<h3><strong>I risultati complessivi: tra stabilità e divari</strong></h3>
<p>Nel 2024 <strong>migliorano 47 indicatori su 137</strong> (34,3%), mentre 36 peggiorano e 54 restano invariati. Le aree con più segnali negativi sono “Sicurezza” e “Politica e istituzioni”, mentre “Istruzione e formazione” e “Lavoro e conciliazione dei tempi di vita” mostrano andamenti misti. Nel lungo periodo (2014-2024) il quadro è più favorevole: oltre la metà degli indicatori migliora in modo significativo, con progressi marcati in Sicurezza, Innovazione, ricerca e creatività, Politica e istituzioni e Benessere soggettivo.</p>
<p>La <strong>distanza territoriale resta una delle chiavi di lettura</strong> più evidenti. Nord e Centro – con l’eccezione del Lazio – presentano livelli migliori della media nazionale per almeno il 60% degli indicatori regionali. Le due province autonome e alcune regioni come Veneto e Friuli-Venezia Giulia superano il 70%. Nel Mezzogiorno, invece, la maggioranza degli indicatori è peggiore della media italiana, con valori particolarmente critici in Campania e Puglia, dove oltre sette indicatori su dieci risultano peggiori del dato nazionale.</p>
<h3><strong>Il confronto con l’Europa </strong></h3>
<p>L’Italia è sotto la media Ue per 18 dei 39 indicatori confrontabili, mentre solo 11 risultano migliori. Le maggiori difficoltà riguardano il mercato del lavoro: il <strong>tasso di occupazione è al 67,1%</strong>, 8,7 punti sotto la media europea, e il divario tra uomini e donne resta molto ampio. È elevata anche la quota di lavoro part time involontario, soprattutto tra le lavoratrici.</p>
<p>Debole anche la performance formativa: <strong>solo il 31,6% dei giovani tra 25 e 34 anni è laureato</strong> (contro il 44,1% nell’Ue27) e il 66,7% delle persone tra 25 e 64 anni ha almeno il diploma, a fronte dell’80,5% europeo. Sul fronte della ricerca, l’intensità di investimento in R&amp;S è pari all’1,37% del Pil, ben al di sotto del 2,22% dell’Ue27.</p>
<p>Condizioni migliori della media europea si osservano invece in alcuni indicatori di benessere economico (come il sovraccarico del costo dell’abitazione) e nei domini “Salute” e “Sicurezza”: la speranza di vita è più elevata e il tasso di omicidi è tra i più bassi d’Europa.</p>
<h3><strong>Salute: più longevità, ma cala la salute percepita </strong></h3>
<p>La <strong>speranza di vita alla nascita raggiunge 83,4 anni</strong>, con un vantaggio di oltre due anni rispetto alla media europea. Cala però la speranza di vita in buona salute, che scende a 58,1 anni, anche a causa del peggioramento della percezione di buona salute (67,1% nel 2024). Le donne registrano un valore più basso (56,6 anni) e un divario di oltre tre anni rispetto agli uomini.</p>
<p>La mortalità evitabile tra 0 e 74 anni scende a 17,6 decessi ogni 10mila residenti e migliora anche la mortalità per tumori e quella infantile. Restano invece preoccupanti alcuni fattori di rischio: <strong>nel 2024 il 45,1% degli adulti è in eccesso di peso</strong> (quota stabile nel decennio), mentre aumenta la percentuale di persone obese (11,3% rispetto al 10% del 2014). Resta elevata anche la quota di fumatori (20,5%), in crescita rispetto al 2019, con un aumento più marcato tra le donne.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Bes2025_InfoCard_2_page-0001.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<h3><strong>Istruzione e formazione: progressi lenti e disuguali </strong></h3>
<p>Nel triennio 2022-2024 <strong>il 35,2% dei bambini tra 0 e 2 anni ha frequentato nidi e servizi per la prima infanzia</strong>, con un aumento rispetto al triennio precedente e alcune regioni – come Sardegna ed Emilia-Romagna – già oltre il target del 45% previsto per il 2030. Restano però ampi i divari territoriali e sociali, con una minore frequenza tra i bambini di famiglie svantaggiate o non occupate.</p>
<p><strong>Aumentano i laureati tra i 25-34enni</strong> (31,6%) e migliorano alcuni indicatori di transizione scuola-lavoro: i giovani che non studiano e non lavorano (Neet) scendono al 15,2% della popolazione 15-29 anni, in forte calo rispetto al 2018. La quota di giovani 18-24 anni che abbandonano precocemente gli studi scende al 9,8%, molto vicina al target europeo del 9% per il 2030. Restano però critiche le competenze di base: oltre quattro studenti su dieci al terzo anno della scuola secondaria di primo grado non raggiungono livelli sufficienti in italiano e matematica, con Sicilia, Calabria e Sardegna in maggiore difficoltà.</p>
<h3><strong>Lavoro e benessere economico: occupazione in crescita, povertà stabile </strong></h3>
<p>Nel 2024 <strong>il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è al 67,1%</strong>, di 8,7 punti percentuali al di sotto della media europea. <strong>Il divario di genere resta elevato</strong> e si riduce in modo significativo solo tra i laureati. Diminuiscono il tasso di mancata partecipazione al lavoro (13,3%) e il part time involontario (8,5%), più diffuso tra le donne, mentre il lavoro irregolare rimane più frequente nel Mezzogiorno. Si riducono le transizioni da contratti a termine a contratti stabili, soprattutto nel Sud.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Bes2025_InfoCard_4_page-0001.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Sul piano economico, il reddito disponibile lordo pro capite aumenta del 2,7% in un contesto di inflazione in rallentamento (1%) e l’indice di disuguaglianza del reddito netto migliora nel decennio, passando da 5,8 a 5,5. Tuttavia, <strong>l’incidenza della povertà assoluta resta stabile su livelli elevati</strong> (9,8% nel 2024, contro il 6,9% del 2014) e alcuni indicatori di vulnerabilità economica non mostrano progressi significativi. La quota di persone che dichiarano di arrivare a fine mese con grande difficoltà si è ridotta nel lungo periodo, ma registra un leggero peggioramento nell’ultimo anno.</p>
<h3><strong>Ambiente, innovazione e qualità dei servizi </strong></h3>
<p>Nel dominio Ambiente, <strong>le emissioni di gas serra si attestano a 6,8 tonnellate di CO₂</strong> equivalente per abitante, il valore più basso degli ultimi 15 anni. L’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili raggiunge il 36,9% del consumo interno lordo nel 2023, in forte aumento rispetto al 30,7% del 2022. Crescono però il consumo di suolo, che interessa il 7,17% del territorio nazionale, e la produzione di rifiuti pro capite, mentre il conferimento in discarica scende al 15,8%, avvicinando l’Italia all’obiettivo Ue del 10% entro il 2035.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/Bes2025_InfoCard_11_page-0001.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p>Nel campo dell’innovazione <strong>aumentano i lavoratori della conoscenza</strong> (19,3% dell’occupazione) e oltre la metà delle imprese con almeno 100 addetti ha svolto attività innovative nel triennio 2020-2022. L’uso regolare di Internet riguarda l’80,6% della popolazione di 11 anni e più, ma persistono divari generazionali, territoriali e di istruzione.</p>
<p>Nel dominio Qualità dei servizi emergono luci e ombre. Da un lato migliorano alcuni indicatori di assistenza domiciliare e di servizi per gli anziani; dall’altro <strong>cresce la quota di persone che rinuncia a visite specialistiche o esami medici</strong> (9,9%) per liste d’attesa e motivi economici. Restano significative le disuguaglianze territoriali nell’erogazione di acqua ed energia elettrica, con maggiori disagi nelle regioni del Mezzogiorno.</p>
<p><strong>Consulta il <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/rapporto-sul-benessere-equo-e-sostenibile-anno-2024/">Rapporto</a></strong></p>
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<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/una-grande-folla-di-persone-che-camminano-per-una-citta-qzLfzc8Fgac" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/rapporto-bes-solo-un-terzo-degli-indicatori-migliora-profondi-divari-territoriali/">Rapporto Bes: solo un terzo degli indicatori migliora, profondi divari territoriali</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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