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	<title>#goal3 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 14:22:16 +0000</lastBuildDate>
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	<title>#goal3 Archivi - ASviS</title>
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		<title>La salute mondiale sta cambiando: viviamo più a lungo, ma con nuove malattie</title>
		<link>https://asvis.it/la-salute-mondiale-sta-cambiando-viviamo-piu-a-lungo-ma-con-nuove-malattie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 00:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove stime dell'Oms mostrano come è cambiata la salute mondiale dal 2000: meno peso alle malattie infettive, più alle patologie croniche e alle demenze. Cresce anche l'impatto dei disturbi mentali. 12/10/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere fino a ottant&#8217;anni oggi &egrave; molto pi&ugrave; comune di quanto non fosse qualche generazione fa, ma raggiungere un&#8217;<strong>et&agrave;</strong> <strong>avanzata</strong> significa confrontarsi con malattie che possono accompagnare una persona per anni, richiedendo cure, assistenza e spesso il sostegno quotidiano dei familiari. &Egrave; uno dei cambiamenti che stanno ridisegnando la salute mondiale. A mostrarne la portata sono i nuovi <a href="https://www.who.int/data/global-health-estimates">Global Health Estimates</a> dell&#8217;Organizzazione mondiale della sanit&agrave; (Oms), che ricostruiscono l&#8217;<strong>evoluzione</strong> <strong>delle cause di morte e della perdita di salute</strong> tra il 2000 e il 2023. In questo periodo le malattie infettive hanno progressivamente perso peso, mentre sono diventate sempre pi&ugrave; rilevanti le patologie croniche, le demenze e i disturbi mentali. Dai dati emerge anche una <strong>trasformazione sulla longevit&agrave;</strong>: nel 2023 l&#8217;aspettativa di vita globale &egrave; tornata a 73,3 anni, quasi ai livelli pre Covid-19, ma quella in buona salute si &egrave; fermata a 62,8 anni, ancora al di sotto del 2019. La vita si allunga, dunque, ma <strong>recuperare gli anni vissuti in buona salute</strong> si sta rivelando pi&ugrave; difficile.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><sup><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/salute_Oms.jpeg" alt="" width="70%" /></sup></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><sup>Fig.1 Le principali cause di morte</sup></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La nuova geografia della salute</strong></p>
<p>Il cambiamento &egrave; evidente osservando le principali cause di morte: nel 2000 le <strong>malattie non trasmissibili</strong>, come tumori, diabete e patologie cardiovascolari, erano responsabili del 58% dei decessi mondiali; nel 2023 la quota ha raggiunto il 74%. Oggi otto delle dieci principali cause di morte appartengono a questo gruppo. Le <strong>malattie cardiovascolari</strong> continuano a occupare il primo posto, con circa 9,5 milioni di decessi attribuiti alla sola cardiopatia ischemica nel 2023. Ma &egrave; soprattutto l&#8217;evoluzione delle demenze a mostrare quanto sia cambiato il quadro. All&#8217;inizio del secolo l&#8217;<strong>Alzheimer e le altre forme di demenza </strong>occupavano il diciannovesimo posto tra le cause di morte; nel 2023 sono salite al quinto, con un numero di decessi triplicato. Anche il rischio di <strong>morire per diabete</strong> &egrave; aumentato sensibilmente, soprattutto nel Sud-est asiatico. Sono patologie che richiedono spesso un&#8217;assistenza prolungata e che spostano l&#8217;attenzione dalla cura degli episodi acuti alla gestione della salute nel corso della vita. Questa trasformazione non riguarda soltanto i Paesi pi&ugrave; ricchi, dove l&#8217;invecchiamento della popolazione &egrave; gi&agrave; una realt&agrave; consolidata. Nel 2023, per la prima volta, le malattie trasmissibili hanno rappresentato meno della met&agrave; dei decessi nei Paesi a basso reddito. &Egrave; un cambiamento importante, che per&ograve; non coincide con la scomparsa delle infezioni. In molte regioni del mondo, alle <strong>malattie legate alla povert&agrave;</strong> e alle <strong>difficolt&agrave; di accesso ai servizi sanitari</strong> si affiancano oggi diabete, patologie cardiovascolari e altre condizioni croniche. Per i sistemi sanitari significa dover rispondere a bisogni molto diversi nello stesso momento, spesso senza disporre delle risorse necessarie. E mentre la salute mondiale cambia, le disuguaglianze rischiano di rendere questa transizione ancora pi&ugrave; complessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il peso crescente della salute mentale</strong></p>
<p>Non tutte le malattie, per&ograve;, si misurano attraverso il numero dei decessi. Alcune incidono soprattutto sulla possibilit&agrave; di lavorare, studiare, mantenere relazioni e condurre una vita autonoma. &Egrave; il caso dei <strong>disturbi mentali</strong>, il cui peso &egrave; aumentato sensibilmente negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2023, considerando gli anni di vita in buona salute perduti e tenendo conto delle differenze di et&agrave; nella popolazione, il peso della depressione sulla salute &egrave; aumentato di circa il 20%, mentre quello dei disturbi d&rsquo;ansia &egrave; cresciuto di quasi il 45%. Insieme, <strong>depressione e ansia hanno determinato nel 2023 una perdita stimata di 110 milioni di anni di vita</strong> in buona salute, considerando disabilit&agrave; e mortalit&agrave; prematura. Anche i disturbi legati all&#8217;uso di droghe mostrano tendenze differenti: nelle Americhe &egrave; aumentato sensibilmente il rischio di mortalit&agrave; e perdita di salute, mentre nel Pacifico occidentale si registrano miglioramenti. Sono condizioni che contribuiscono a spiegare perch&eacute; l&#8217;allungamento della vita non corrisponde automaticamente a un miglioramento del benessere.</p>
<p>Le nuove stime dell&#8217;Oms raccontano una transizione che i sistemi sanitari dovranno affrontare nei prossimi decenni. Non si tratta pi&ugrave; soltanto di <strong>ridurre la mortalit&agrave;</strong>, ma di garantire prevenzione, diagnosi tempestive, assistenza continuativa e servizi di salute mentale a popolazioni con bisogni sempre pi&ugrave; complessi. <strong>La longevit&agrave; resta una delle grandi conquiste della sanit&agrave; pubblica</strong>, ma i dati mostrano che la durata della vita, da sola, non basta pi&ugrave; a descrivere le condizioni di salute di una popolazione. Per capire quanto stiamo davvero progredendo, bisogner&agrave; guardare sempre di pi&ugrave; anche a come vengono vissuti gli anni guadagnati.</p>
<p><a href="https://www.who.int/data/global-health-estimates">Esplora i Global Health Estimates</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Per prepararci alle future pandemie abbiamo cinque impegni da portare avanti</title>
		<link>https://asvis.it/per-prepararci-alle-future-pandemie-abbiamo-cinque-impegni-da-portare-avanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 00:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Ebola in Congo è un promemoria di possibili minacce epidemiche. Dopo il Covid sono stati creati nuovi strumenti e assunti nuovi impegni, ma la preparazione alle pandemie rischia di indebolirsi proprio mentre dovrebbe diventare strutturale. 01/10/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&ldquo;<strong><em>La prossima pandemia &egrave; una questione di quando, non di se</em></strong>&rdquo;. &Egrave; il messaggio lanciato dal direttore generale dell&rsquo;Organizzazione mondiale della sanit&agrave; (Oms) <strong>Tedros Adhanom Ghebreyesus</strong>, nel corso del secondo High-Level Meeting dell&rsquo;Assemblea generale dell&rsquo;Onu sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie, riunito il 25 settembre a New York. Sono parole che fanno paura, che ci riportano al ricordo delle mascherine, degli ospedali in tilt, dell&rsquo;isolamento con i lockdown, delle morti dei cari. Terminata la pandemia da Covid-19 noi siamo tornati alle nostre frenetiche vite quotidiane mettendo quei ricordi in un cassetto, eppure la minaccia di future pandemie non &egrave; scomparsa.</p>
<p>Come riporta <a href="https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/congos-ebola-infections-cross-8000-government-says-2026-09-28/"><em>Reuters</em></a> il 28 settembre, il numero dei casi confermati di <strong>Ebola</strong> nella Repubblica Democratica del Congo ha superato per la prima volta quota 8mila dall&rsquo;inizio dell&rsquo;attuale epidemia. L&rsquo;ultimo Rapporto sulla situazione, pubblicato dall&rsquo;istituto di sanit&agrave; pubblica, indica <strong>8.067 casi</strong> e <strong>3.901 decessi</strong>. <strong>L&rsquo;epidemia</strong>, causata dalla specie Bundibugyo del virus Ebola, <strong>&egrave; diventata la pi&ugrave; grande e letale nella storia del Congo</strong>, superando l&rsquo;epidemia del 2018-2020. Ghebreyesus ha precisato che &egrave; improbabile che l&rsquo;Ebola evolva in una pandemia, ma ha indicato questo caso per ricordare la presenza costante di minacce epidemiche, capaci di colpire innanzitutto le comunit&agrave; locali, ma di avere potenziali conseguenze pi&ugrave; ampie. Il punto, per il direttore generale dell&rsquo;Oms, &egrave; quello di evitare che la preparazione torni a essere una priorit&agrave; soltanto quando l&rsquo;emergenza &egrave; gi&agrave; iniziata. <strong>&ldquo;<em>Non potremo mai dire che il mondo &egrave; abbastanza preparato. La minaccia evolve e anche noi dobbiamo evolvere</em>&rdquo;</strong>, ha affermato Ghebreyesus.</p>
<p>I progressi non &egrave; che non ci siano stati. Rispetto alla vigilia della pandemia da Covid-19, alcuni strumenti e meccanismi di preparazione sono stati rafforzati, anche se il livello di preparazione resta insufficiente e disomogeneo. A livello globale, il Covid-19 ha provocato oltre 20 milioni di morti in eccesso e una perdita superiore ai 10 mila miliardi di dollari per il sistema economico, che ha aggravato le fratture esistenti nella sicurezza sanitaria globale. Da allora, <strong>l&rsquo;Oms ha promosso o contribuito a realizzare diverse iniziative</strong> per rendere il mondo pi&ugrave; sicuro di fronte a future epidemie e pandemie. Ne sono un esempio il rafforzamento del <strong>Pandemic Fund</strong>, sviluppato insieme alla Banca mondiale, l&rsquo;<strong>Act Accelerator Covax</strong> dedicato all&rsquo;accesso equo a vaccini e altri strumenti sanitari, o il <strong>Who BioHub</strong> per favorire la condivisione internazionale dei campioni di patogeni.</p>
<p>L&rsquo;adozione, nel maggio 2025, dell&rsquo;<strong>Accordo sulle pandemie</strong> dell&rsquo;Oms ha rappresentato un passaggio storico nel rafforzamento della cooperazione internazionale sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie.<strong> </strong>Si tratta di un atto importante, adottato dopo tre anni di accesi negoziati, grazie a una schiacciante maggioranza di ministri della Salute e funzionari di oltre 130 Paesi, ma non degli Stati Uniti, che avevano annunciato il loro ritiro dall&rsquo;Oms e che ha votato contro. Trump ha accusato l&rsquo;Oms di aver gestito male la pandemia di Covid-19 sotto l&rsquo;influenza della Cina e di aver chiesto agli Stati Uniti troppi finanziamenti. Come riportato dall&rsquo;<a href="https://www.economist.com/international/2025/05/20/how-to-fight-the-next-pandemic-without-america"><em>Economist</em></a>, nel 2024 un candidato marginale alla presidenza degli Stati Uniti aveva definito l&rsquo;accordo sulle pandemie un tentativo di acquisire potere da parte di <strong>&ldquo;<em>burocrati internazionali e dei loro capi del club dei miliardari di Davos</em>&rdquo;</strong>, accusandoli di calpestare i diritti costituzionali degli americani. Purtroppo per l&rsquo;Oms, quel candidato senza concrete possibilit&agrave; di vittoria, Robert F. Kennedy Jr., &egrave; poi diventato il ministro della Salute di Trump.</p>
<p>Affinch&eacute; l&rsquo;Accordo sulle pandemie possa procedere verso la ratifica e l&rsquo;entrata in vigore come diritto internazionale, occorre concludere il negoziato sul sistema di&nbsp;<strong>Pathogen Access and Benefit Sharing (Pabs)</strong>, sul quale i Paesi stanno ancora negoziando. Il Pabs dovrebbe regolare la condivisione rapida dei patogeni con potenziale pandemico e, allo stesso tempo, garantire che i Paesi che condividono quei materiali possano beneficiare dei prodotti sviluppati grazie a essi, come vaccini, diagnostici e trattamenti.</p>
<p>Arrivano per&ograve; anche cattive notizie. Secondo dati <a href="https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/09/899eabea-en.pdf">Ocse</a>, dopo il picco registrato durante il Covid, <strong>gli investimenti per prevenzione, preparazione e risposta alle emergenze sanitarie sono diminuiti in tutti i Paesi</strong>, pur restando nel 2023 mediamente del 13% sopra i livelli pre-pandemia. Fortissimo il divario tra Paesi ad alto e a basso reddito: 75,7 dollari pro capite nei primi, appena 3,7 nei secondi. Nei Paesi poveri il 74% delle risorse arriva dall&rsquo;estero, solo il 19% proviene da risorse pubbliche nazionali e il restante 7% dalla spesa privata. E ora il taglio senza precedenti (-46%) degli aiuti internazionali alla salute, anche in questo caso grazie soprattutto agli Stati Uniti, rischia di indebolire ulteriormente la capacit&agrave; di risposta dei sistemi pi&ugrave; fragili.</p>
<p>Per rendere pi&ugrave; trasparente il quadro dei finanziamenti, l&rsquo;Ocse ha annunciato la costruzione, insieme a Oms, Banca mondiale e altri partner, di un <strong>Global Health and Resilience Tracker</strong>. Un nuovo strumento per integrare dati su spesa sanitaria nazionale, aiuto pubblico allo sviluppo e altre fonti di finanziamento, consentendo di seguire nel tempo gli investimenti e individuare pi&ugrave; rapidamente eventuali carenze.</p>
<p>Per prepararsi alle future pandemie &egrave; importante seguire quanto indica l&rsquo;<strong>Oms</strong> che, per mandato, coordina la risposta alle emergenze sanitarie, stabilisce standard comuni, favorisce la condivisione di informazioni, aiuta i Paesi con sistemi sanitari pi&ugrave; fragili e rimane luogo di negoziazione tra gli Stati. <a href="https://www.who.int/news-room/speeches/item/who-director-general-s-remarks-at-the-high-level-meeting-on-pandemic-prevention--preparedness-and-response---25-september-2026">Ghebreyesus</a> ha ricordato i<strong> cinque impegni </strong>contenuti nella dichiarazione politica sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie: costruire e rafforzare le capacit&agrave; a livello locale e nazionale; investire in sistemi sanitari resilienti; promuovere la fiducia nei sistemi e nelle istituzioni di sanit&agrave; pubblica; favorire il coinvolgimento delle comunit&agrave;; garantire solidariet&agrave; ed equit&agrave; nell&rsquo;accesso a prodotti, strumenti e risorse.</p>
<p>Ora &egrave; importante che dalla dichiarazione politica si passi alla pratica, anche in Italia, sebbene il nostro Paese non si sia associata a quanto scritto nella dichiarazione. <strong><a href="https://transcripts.un.org/en/asset/k13/k13wyul0eu">In sede Onu l&rsquo;Italia ha infatti affermato</a></strong>: &ldquo;<em>Abbiamo tuttavia alcune preoccupazioni riguardo alla dichiarazione politica. L&rsquo;Italia non ha sostenuto l&rsquo;adozione dell&rsquo;Accordo sulle pandemie, n&eacute; gli emendamenti del 2024 al Regolamento sanitario internazionale. Pertanto, <strong>non possiamo associarci</strong> alle disposizioni che ne accolgono con favore l&rsquo;adozione o ne chiedono l&rsquo;attuazione. Riteniamo inoltre che il ruolo dell&rsquo;<strong>Organizzazione mondiale della sanit&agrave; non debba andare oltre il suo mandato costituzionale</strong>, nel pieno riconoscimento del diritto sovrano dei governi nazionali di definire le proprie politiche sanitarie</em>&rdquo;.</p>
<p>Una posizione allarmante considerato che, come ha ricordato Ghebreyesus, in gioco c&rsquo;&egrave; la sicurezza sanitaria di tutte e tutti, perch&eacute;<strong> </strong>&ldquo;<strong><em>nessuno &egrave; al sicuro finch&eacute; tutti non sono al sicuro</em>&rdquo;</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/persone-che-camminano-per-strada-durante-il-giorno--Qoi7zAf6YE" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<title>Anziani, 18 milioni nel 2040: case e città non sono ancora pronte</title>
		<link>https://asvis.it/anziani-18-milioni-nel-2040-case-e-citta-non-sono-ancora-pronte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 09:16:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani lega demografia, digitale e clima e propone un nuovo welfare: casa, quartiere e servizi come unico ecosistema di cura. 21/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/anziani-18-milioni-nel-2040-case-e-citta-non-sono-ancora-pronte/">Anziani, 18 milioni nel 2040: case e città non sono ancora pronte</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere più a lungo cambia anche il significato dell’abitare. <strong>Nel 2040 gli over 65</strong> in Italia saranno oltre 18 milioni, circa <strong>un terzo della popolazione</strong>, e cresceranno le persone anziane che vivono sole. <strong>Case accessibili, servizi di prossimità, quartieri sicuri e reti sociali</strong> diventano quindi parte integrante delle politiche di cura. Welfare, città e patrimonio abitativo, però, sono ancora poco preparati a una società sempre più longeva.</p>
<p>La <strong>solitudine</strong> è già uno dei segnali più evidenti: oltre 4,5 milioni di anziani vivono soli e nel 2040 saranno quasi sei milioni. Il 16% degli over 65 non ha contatti sociali nell’arco di una settimana, quota che sale al 32% tra gli ultraottantacinquenni, mentre tre anziani su quattro non partecipano ad attività collettive organizzate. <strong>Autonomia, relazioni e accesso ai servizi diventano così elementi centrali della qualità dell’invecchiamento.</strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/InfograficheReport.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: Auser, Spi Cgil, Abitare e Anziani, Terzo Rapporto “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, 2026.</em></p>
<p>Da questa prospettiva nasce il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, <a href="https://auser.it/books/abitare-la-longevita-nella-transizione-politiche-urbane-e-abitative-generative-di-comunita/"><strong>Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità</strong></a>, realizzato da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani, a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella e presentato il 15 settembre al Cnel di Roma.</p>
<p>La ricerca analizza <strong>tre trasformazioni &#8211; demografica, digitale e ambientale &#8211; e i loro effetti su persone anziane, welfare, città e abitazioni</strong>: cambiano famiglie e rapporti tra generazioni, l’accesso ai servizi e l’esposizione delle persone fragili agli effetti della crisi climatica. <strong>Case e quartieri sono i luoghi in cui queste transizioni si incontrano.</strong></p>
<h3><strong>Più anziani e più soli: cambia il modo di abitare</strong></h3>
<p>Gli over 65 sono oggi quasi 15 milioni, circa un quarto della popolazione italiana. La longevità cresce mentre le famiglie diventano più piccole e le reti di prossimità più fragili, rendendo la casa sempre più importante per <strong>autonomia e qualità della vita</strong>.</p>
<p><strong>Il 90,7% degli over 65 è proprietario dell’abitazione in cui vive</strong>, circa 13 milioni di persone; il restante 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma molte abitazioni, costruite oltre quarant’anni fa, presentano <strong>barriere architettoniche, impianti obsoleti, consumi energetici elevati</strong> o spazi poco adatti alle esigenze di una popolazione anziana.<br />
A questo si aggiunge la fragilità economica: circa <strong>la metà dei pensionati vive con meno di 1500 euro al mese</strong>, rendendo più difficile sostenere manutenzione, adeguamento delle abitazioni e costi energetici.</p>
<h3><strong>Case, quartieri e clima: le fragilità si sommano</strong></h3>
<p>La qualità dell’abitare prosegue oltre la porta di casa. <strong>Marciapiedi</strong> dissestati, <strong>attraversamenti</strong> pericolosi, <strong>trasporti</strong> insufficienti e <strong>servizi</strong> difficili da raggiungere possono limitare l’autonomia delle persone anziane. Lo conferma anche il dato sulla <strong>sicurezza stradale</strong>: nel 2024 <strong>quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni</strong>.</p>
<p>Anche il <strong>cambiamento climatico</strong> aumenta le fragilità. Le ondate di calore colpiscono soprattutto chi vive solo o in edifici poco efficienti, mentre isolamento inadeguato, scarso raffrescamento e isole di calore urbane accrescono i rischi. La riqualificazione energetica diventa quindi anche uno strumento di tutela della salute.</p>
<p><strong>La transizione digitale</strong> offre opportunità attraverso telemedicina, teleassistenza, domotica e servizi domiciliari, ma può creare esclusione quando mancano accesso e competenze. Per il Rapporto, la tecnologia deve sostenere autonomia, sicurezza e relazioni, insieme all’alfabetizzazione digitale delle persone anziane e di chi le assiste.</p>
<h3><strong>Abitare la longevità: i cinque cardini del nuovo welfare</strong></h3>
<p>Il Rapporto propone di <strong>integrare welfare, urbanistica e politiche abitative</strong>, collegando casa, servizi, salute, mobilità e reti di comunità. La casa diventa così la prima infrastruttura di salute, autonomia e sicurezza; il quartiere uno spazio di prossimità per servizi e relazioni.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Infografica_Auser1.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>Fig. Il cambio di paradigma proposto dal Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani.</em></p>
<p><strong>Il Rapporto individua cinque cardini per un programma dedicato alla longevità:</strong></p>
<ol>
<li>la <strong>casa</strong> come primo luogo della cura, attraverso accessibilità, sicurezza, domotica e adattamento del patrimonio;</li>
<li>il <strong>quartiere</strong> come ecosistema di prossimità, con servizi integrati, mobilità accessibile e spazi pubblici inclusivi e resilienti;</li>
<li>un <strong>welfare territoriale</strong> integrato, capace di collegare sanità, politiche sociali e abitare;</li>
<li>la <strong>tecnologia</strong> come strumento per l’autonomia, dalla teleassistenza all’alfabetizzazione digitale;</li>
<li>la <strong>comunità</strong> come infrastruttura sociale, attraverso reti di vicinato, cohousing intergenerazionale, volontariato e spazi condivisi.</li>
</ol>
<p>Tra le proposte figura anche un <strong>Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani</strong>, insieme al recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, al sostegno per l’adattamento delle case e alla diffusione di cohousing, abitazioni assistite e condomini solidali.</p>
<p>L’obiettivo è <strong>permettere alle persone di vivere bene e il più a lungo possibile nella propria casa e nel proprio quartiere</strong>, mantenendo autonomia e relazioni. Ripensare l’abitare significa quindi mettere in relazione politiche sociali, sanitarie, abitative e urbane, facendo di <strong>casa, cura e relazioni</strong> gli elementi di un unico sistema.</p>
<p>Scarica il <a href="https://auser.it/books/abitare-la-longevita-nella-transizione-politiche-urbane-e-abitative-generative-di-comunita/">Report</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/anziani-18-milioni-nel-2040-case-e-citta-non-sono-ancora-pronte/">Anziani, 18 milioni nel 2040: case e città non sono ancora pronte</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Con l’AI c’è il rischio di una sanità a due velocità</title>
		<link>https://asvis.it/con-lai-ce-il-rischio-di-una-sanita-a-due-velocita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 09:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale può ampliare i divari tra ospedali, aumentare i costi e indebolire il giudizio clinico. Per l’Oms servono controlli continui e sistemi sanitari capaci anche di rinunciare agli algoritmi. 18/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un ospedale può permettersi un algoritmo, ma può permettersi anche di controllarlo per anni, aggiornare i dati, formare medici e infermieri, verificarne gli errori e, se necessario, smettere di utilizzarlo? È da questa domanda che potrebbe passare una <strong>nuova forma di disuguaglianza sanitaria</strong>: non più soltanto tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso, ma tra chi possiede le risorse per governarle e chi no. È una delle chiavi di lettura che emerge dal nuovo “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Report of the knowledge community on responsible artificial intelligence in health: from promise to practice</a>” dell’Ufficio regionale per l’Europa <strong>dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)</strong>, che raccoglie il confronto avvenuto nell’arco di cinque settimane tra professionisti della salute, ricercatori, esperti di intelligenza artificiale, decisori pubblici e specialisti di regolamentazione.</p>
<h3><strong>Un nuovo divario tra gli ospedali</strong></h3>
<p>L’<strong>innovazione</strong> tende a concentrarsi negli ospedali e nei territori che dispongono già di <strong>infrastrutture digitali</strong>, dati e competenze, mentre quelli con meno risorse rischiano di perdere terreno. La disuguaglianza può crescere anche quando l’algoritmo funziona correttamente: un modello validato in un grande ospedale può non adattarsi all’assistenza primaria, alle zone rurali o a strutture meno attrezzate. Il rischio è quindi <strong>ampliare divari già esistenti</strong>. Anche medici e infermieri sono spesso destinatari di strumenti progettati per loro anziché con loro: senza un reale coinvolgimento, aumenta il rischio di introdurre sistemi poco adatti al lavoro quotidiano e alla sicurezza delle cure.</p>
<h3><strong>Comprare un algoritmo è solo l’inizio</strong></h3>
<p>C’è poi un secondo elemento che può allargare le distanze tra i sistemi sanitari: il <strong>costo dell’intelligenza artificiale </strong>non coincide solo con il suo prezzo d’acquisto. Una volta introdotto un sistema, servono risorse per la gestione e la qualità dei dati, gli aggiornamenti, la cybersecurity, le verifiche periodiche e la formazione di chi dovrà utilizzarlo. Per le strutture con infrastrutture digitali o competenze limitate, questi costi possono diventare insostenibili. Il Rapporto mette poi in discussione l’idea dell’<strong>AI come scorciatoia verso una sanità meno costosa</strong>. Molte applicazioni promettenti riescono a funzionare durante la fase pilota, quando dispongono di finanziamenti e risorse dedicate, ma faticano a diventare parte della pratica ordinaria. Il conto continua anche quando l’algoritmo non funziona come previsto. Nella valutazione economica, sostengono i partecipanti, dovrebbe essere considerato l’intero ciclo di vita della tecnologia, compreso il costo della sua eventuale de-implementazione.</p>
<h3><strong>Se il medico smette di mettere in dubbio la macchina</strong></h3>
<p>Il Rapporto individua anche un rischio meno immediato: fidarsi troppo di un algoritmo che funziona bene. È il cosiddetto <strong>automation bias</strong>, la tendenza ad affidarsi alle indicazioni prodotte da un sistema automatizzato anche quando esistono elementi che suggeriscono una valutazione diversa. La Knowledge Community considera il <strong>fidarsi troppo dell’AI</strong> e l’erosione del giudizio clinico, rischi importanti quanto gli errori prodotti dai modelli stessi. Se un professionista deve essere in grado di contraddire l’algoritmo, deve avere competenze, tempo e autorità per farlo. Il paradosso è che il problema diventa più difficile proprio quando l’AI si dimostra affidabile. Più frequentemente un sistema fornisce indicazioni corrette, più diventa importante preservare la capacità dei professionisti di valutarle criticamente.</p>
<h3><strong>Quando spegnere l’algoritmo</strong></h3>
<p>C’è infine una capacità che potrebbe misurare la maturità di un sistema sanitario: saper <strong>rinunciare all’intelligenza artificiale</strong>. Il Rapporto ricorda che buone prestazioni tecniche non garantiscono utilità clinica e che, in alcuni casi, la scelta responsabile può essere non utilizzare l’AI. Anche un algoritmo efficace può subire il cosiddetto <strong>model drift</strong>: con il cambiamento dei dati e delle pratiche cliniche, le sue prestazioni possono deteriorarsi. Per questo servono controlli continui anche dopo l’introduzione nella pratica clinica. Da qui la conclusione più netta del Rapporto: il rischio non è adottare l’AI troppo lentamente, ma farlo più velocemente di quanto i sistemi sanitari siano capaci di governarla. Servono responsabilità chiare, dati di qualità e interoperabili, controlli nel tempo, competenze del personale e partecipazione di pazienti e professionisti. La corsa all’AI potrebbe quindi non ridurre le distanze, ma <strong>favorire i sistemi sanitari che dispongono già delle risorse </strong>necessarie per utilizzarla. La vera frontiera dell’innovazione potrebbe non essere avere più algoritmi, ma sistemi capaci di decidere quali usare, come controllarli e quando farne a meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Leggi il Rapporto</a></p>
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		<title>Vnr, Persone: tutelato il potenziale umano, ma si arretra su salute e benessere</title>
		<link>https://asvis.it/vnr-persone-tutelato-il-potenziale-umano-ma-si-arretra-su-salute-e-benessere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 15:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
		<category><![CDATA[#goal1]]></category>
		<category><![CDATA[#goal2]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18,6% della popolazione italiana a rischio di povertà, Italia tra i Paesi Ue con i più alti livelli di disuguaglianza dei redditi, otto morti al giorno sulle strade. Il punto della Voluntary national review italiana su “Persone”. 31/07/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Garantire le condizioni per lo sviluppo del potenziale umano&#8221;</em> evidenzia un andamento complessivamente positivo, mentre <em>&#8220;Promuovere la salute e il benessere&#8221;</em> registra un andamento complessivamente negativo.</p>
<p>Così si esprime la <a href="https://asvis.it/litalia-presenta-allonu-la-sua-voluntary-national-review-sullagenda-2030"><strong>Voluntary national local youth review</strong></a> (Vnr) italiana, il documento presentato il 13 luglio all’High-level political forum che illustra i progressi compiuti nell’attuazione dell’Agenda 2030 a livello nazionale e le sfide da affrontare.</p>
<p>In questo articolo vi parleremo di una delle cinque “P” dell’Agenda 2030, quella dedicata alle <strong>Persone</strong>.</p>
<h3><strong>I dati</strong></h3>
<p>Nel 2025, il 18,6% della popolazione italiana era a rischio di <strong>povertà</strong> (Goal 1) e il 10,2% della popolazione occupata era a rischio di povertà, una quota superiore alla media dell&#8217;Ue-27 (8,2%). Mentre nel 2023 il 20% della popolazione con i redditi più elevati percepiva un reddito pari a 5,5 volte quello del 20% più povero: l&#8217;Italia si confermava così tra i Paesi dell&#8217;Unione europea con <strong>i più alti livelli di disuguaglianza dei redditi </strong>(Goal 10).</p>
<p>Relativamente al Goal 2 “Sconfiggere la fame”, nel 2024 l&#8217;1,3% della popolazione italiana si trovava in una condizione di <strong>insicurezza alimentare</strong>. Preoccupante il tasso di <strong>mortalità per incidenti stradali </strong>(Goal 3): 4,9 ogni 100mila residenti (circa 8 vittime al giorno).</p>
<p>Sul piano dell’<strong>istruzione</strong> (Goal 4), si segnala che In Italia, nell’anno scolastico 2024/25, la quota di alunni e alunne che non ha raggiunto il livello di competenza di base in italiano è pari al 33,7% nella classe seconda della scuola primaria: si tratta di un ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. In seconda e in quinta, la quota di alunni e alunne che non raggiunge il livello di competenza di base in matematica (rispettivamente 33% e 33,6%) resta distante dai valori pre-pandemici. Infine, nel 2024, l’85,3% delle <strong>donne</strong> (Goal 5) vittime di omicidio è stata uccisa da partner, ex partner o altri familiari, una quota estremamente elevata.</p>
<h3><strong>La Youth voluntary review</strong></h3>
<p>La <em><strong>Youth voluntary review </strong></em>(Yvr) rappresenta una delle principali novità della revisione volontaria italiana del 2026: per la prima volta l’Italia integra infatti un rapporto dedicato alle giovani generazioni, con l’obiettivo di raccogliere il loro punto di vista sull’attuazione dell’Agenda 2030 e sulla costruzione delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Il percorso ha coinvolto bambine, bambini e giovani tra i <strong>6 e i 35 anni</strong>, attraverso un processo strutturato di ascolto e partecipazione.</p>
<p>La Yvr si fonda sull’idea che i giovani e le giovani non siano soltanto destinatari delle politiche future, ma <strong>protagonisti del cambiamento nel presente</strong>, e che la prospettiva intergenerazionale debba entrare stabilmente nei processi decisionali.</p>
<p>Dalla consultazione emergono alcune priorità:</p>
<ul>
<li><strong>La crisi climatica resta una delle principali preoccupazioni delle nuove generazioni.</strong> I giovani e le giovani mostrano un’elevata sensibilità ambientale, ma cresce anche la percezione che i comportamenti individuali, da soli, non siano sufficienti a produrre trasformazioni profonde: servono interventi collettivi e politiche più incisive.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>People (Persone) è la dimensione più citata da tutte le fasce d’età</strong>: il tema prevalente riguarda il benessere psicologico e relazionale<strong>.</strong> Il 30,5% degli e delle adolescenti indica il supporto psicologico tra i bisogni prioritari, segnalando l’importanza di rafforzare servizi e strumenti di prevenzione e cura. Rilevante il crollo della facilità nelle relazioni sociali tra i giovani di 14-18 anni (25,3%).</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>La scuola appare sempre meno collegata alla percezione del futuro con il crescere dell’età.</strong> Se il 92% dei bambini tra 6 e 10 anni considera la scuola utile per il proprio futuro, questa percentuale scende al 43,1% tra gli 11 e i 13 anni e al 13,1% tra i 14 e i 18 anni, evidenziando una distanza crescente tra sistema educativo e aspettative delle nuove generazioni.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>   <a href="https://asvis.it/voluntary-national-review-2026/" target="_blank" rel="noopener">CONSULTA LA PAGINA DEDICATA ALLA VOLUNTARY NATIONAL REVIEW</a>   </strong></p>
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		<title>Il debito dei Paesi poveri sottrae risorse a salute, istruzione e parità di genere</title>
		<link>https://asvis.it/il-debito-dei-paesi-poveri-sottrae-risorse-a-salute-istruzione-e-parita-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 14:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio dell’UNDP su 85 Paesi in via di sviluppo mostra che l’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito riduce occupazione e investimenti sociali, ampliando soprattutto le disuguaglianze di genere. 14/07/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata al rimborso del debito, diminuisce lo spazio fiscale disponibile per finanziare sanità, istruzione, protezione sociale e servizi di cura. <strong>A pagarne il prezzo sono soprattutto le donne. </strong>È questa la conclusione del nuovo studio del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo &#8211; Undp, che evidenzia come il peso del debito riduca l’occupazione femminile, ampli le disuguaglianze di genere e limiti gli investimenti necessari per uno sviluppo sostenibile.</p>
<hr />
<p><strong>Il peso dei rimborsi del debito riduce le risorse disponibili per sanità, istruzione, servizi di cura e protezione sociale.</strong></p>
<ul>
<li><strong>85</strong> Paesi in via di sviluppo analizzati</li>
<li><strong>55 milioni</strong> di posti di lavoro femminili persi nel breve periodo</li>
<li><strong>92,5 milioni</strong> nel lungo periodo</li>
<li><strong>17%</strong> di riduzione del reddito pro capite delle donne</li>
<li><strong>+32,5%</strong> di mortalità materna nei Paesi con maggiore pressione del debito</li>
</ul>
<hr />
<p>Il rapporto <a href="https://www.undp.org/publications/who-pays-price-gender-inequality-and-sovereign-debt">Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</a>, pubblicato dall’Undp nell’ambito dell’iniziativa Equanomics, analizza gli effetti del servizio del debito, cioè della quota di risorse che ogni anno gli Stati destinano al rimborso di capitale e interessi. Lo studio prende in esame 85 Paesi in via di sviluppo, utilizzando dati della Banca mondiale, dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e dell’Human Development Report.</p>
<p>Attraverso un modello econometrico che osserva l’evoluzione dei Paesi nel tempo, gli autori valutano <strong>l’impatto del servizio del debito su occupazione, reddito, salute ed educazione.</strong> Uno dei risultati più significativi mostra che gli effetti sociali dipendono soprattutto dal peso dei rimborsi annuali, più che dal livello complessivo del debito. In altre parole, conta quanto uno Stato deve destinare ogni anno al pagamento del debito e quanto questo <strong>riduce le risorse disponibili per investire nello sviluppo.  </strong></p>
<h3><strong>Occupazione reddito: le donne pagano il prezzo più alto</strong></h3>
<p>L’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito si riflette rapidamente sul mercato del lavoro. Lo studio stima <strong>una riduzione del 6,3% dell’occupazione femminile</strong>, pari a circa 55 milioni di posti di lavoro nei Paesi analizzati. Considerando gli effetti che si accumulano nel tempo, la perdita potrebbe raggiungere 92,5 milioni di occupate.<br />
Per gli uomini l’impatto esiste, ma rimane molto più contenuto. Anche il reddito segue la stessa dinamica. Quando aumenta il peso dei rimborsi del debito, <strong>il reddito pro capite delle donne diminuisce del 17%</strong>, mentre quello degli uomini non registra variazioni statisticamente significative. Il risultato è un ulteriore ampliamento del divario economico tra i generi.</p>
<p>Secondo gli autori, questi effetti alimentano un circolo vizioso. La riduzione dell’occupazione femminile nell’economia formale restringe la base imponibile, riduce le entrate fiscali degli Stati e limita ulteriormente le risorse disponibili per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/debito_1.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p style="text-align: center">Figura 1. I principali impatti del debito su occupazione, reddito e salute.</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: UNDP, Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt – Executive Summary, 2026.</em></p>
<h3><strong>Il debito riduce gli investimenti nei servizi essenziali</strong></h3>
<p>L’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito produce effetti che vanno oltre il mercato del lavoro. Quando gli investimenti pubblici si riducono, anche sanità, istruzione, servizi di cura e sistemi di protezione sociale dispongono di meno risorse, con <strong>conseguenze dirette sulla qualità della vita.<br />
</strong>Lo studio stima che, nei Paesi dove il peso del rimborso del debito cresce maggiormente, <strong>la mortalità materna aumenti del 32,5%,</strong> pari a oltre 67 decessi aggiuntivi ogni 100 mila nascite. Nello stesso tempo <strong>diminuisce l’aspettativa di vita</strong> sia delle donne sia degli uomini, un segnale del progressivo indebolimento dei sistemi sanitari sottoposti a vincoli di bilancio.</p>
<p>La riduzione dei servizi di cura produce inoltre un ulteriore effetto. Le attività di assistenza tornano a gravare sulle famiglie e vengono svolte prevalentemente dalle donne, che dispongono così di meno tempo per il lavoro retribuito e per la partecipazione alla vita economica. <strong>Il risultato è un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze di genere</strong>, che alimenta il circolo vizioso descritto dal rapporto.</p>
<h3><strong>Dalla gestione del debito a un nuovo modello di sviluppo</strong></h3>
<p>Lo studio conclude che le strategie di gestione del debito dovrebbero integrare sistematicamente la prospettiva di genere, valutando in anticipo gli effetti delle politiche fiscali e tutelando gli investimenti in sanità, istruzione, servizi di cura e infrastrutture sociali. Gli autori chiedono inoltre una <strong>riforma dell’architettura finanziaria internazionale</strong> che riduca il costo del finanziamento per i Paesi più vulnerabili e consenta di destinare maggiori risorse allo sviluppo umano.</p>
<p>Queste indicazioni si inseriscono in una riflessione più ampia che l’Undp sta portando avanti sul <strong>rapporto tra sviluppo economico e diritti umani.</strong> Nel rapporto <a href="https://www.undp.org/rolhr/publications/human-rights-vs-competitiveness-false-dilemma">Human Rights vs. Competitiveness – a False Dilemma?</a> , l’organizzazione dimostra infatti che la competitività non dipende soltanto da produttività, innovazione o riduzione dei costi. Sistemi sanitari efficienti, istruzione di qualità, lavoro dignitoso, inclusione e tutela dei diritti contribuiscono ad attrarre investimenti, rafforzare il capitale umano e aumentare la resilienza delle economie di fronte alle crisi. Letti insieme, i due rapporti delineano una stessa visione dello sviluppo. <strong>Le risorse destinate a salute, istruzione e protezione sociale rappresentano un investimento nella capacità di crescita dei Paesi.</strong> Preservare questo spazio significa quindi ridurre le disuguaglianze, sostenere la competitività e costruire economie più solide nel lungo periodo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/debito_2.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p style="text-align: center">Figura 2. Le principali strategie proposte dall’UNDP per ridurre l’impatto del debito sullo sviluppo e promuovere una crescita più equa e sostenibile.</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: UNDP,</em> <em>Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</em> – Executive Summary, 2026.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scarica il Report <a href="https://www.undp.org/publications/who-pays-price-gender-inequality-and-sovereign-debt">Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</a></strong></p>
<p><strong>Scarica il Report <a href="https://www.undp.org/rolhr/publications/human-rights-vs-competitiveness-false-dilemma">Human Rights vs. Competitiveness – a False Dilemma?</a></strong></p>
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		<title>La strage infinita delle bambine e dei bambini a Gaza</title>
		<link>https://asvis.it/la-strage-infinita-delle-bambine-e-dei-bambini-a-gaza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 14:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal2]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uccisioni, ferimenti, umiliazioni: la popolazione infantile palestinese è esposta a stress traumatico continuo, dove morte e suicidi sono pensieri costanti. Lo riporta la Commissione indipendente Onu sui crimini commessi da Israele. 03/07/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A Gaza <strong>oltre 20mila bambine e bambini sono stati uccisi</strong>. Oltre 44mila sono stati feriti. Sono questi i dati raccolti dalla <strong>Commissione internazionale indipendente d&#8217;inchiesta delle Nazioni Unite </strong>sui territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, e su Israele, nel rapporto rilasciato il 18 giugno scorso con un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: <a href="https://www.un.org/unispal/document/coi-report-23jun26/">“<strong><em>L’essenza dell’infanzia è stata distrutta</em></strong>”: <strong><em>Israele prende di mira deliberatamente i bambini palestinesi nei Territori Palestinesi Occupati dal 7 ottobre 2023</em></strong><em>.</em></a></p>
<h3><strong>Le violazioni del diritto internazionale umanitario</strong></h3>
<p>Secondo il <strong>diritto internazionale</strong> umanitario, <strong>Israele</strong>, in quanto potenza occupante belligerante, è tenuto a garantire la protezione dei civili a <strong>Gaza</strong> e in <strong>Cisgiordania</strong>. Tale obbligo è particolarmente significativo nei confronti dei minori.</p>
<p>In particolare, tale rispetto e protezione speciali devono includere: la protezione contro ogni forma di violenza sessuale; la separazione dagli adulti durante la privazione della libertà, a meno che non appartengano alla stessa famiglia; l&#8217;accesso all&#8217;istruzione, al cibo, all&#8217;alloggio, all&#8217;assistenza sanitaria e ad altri aiuti umanitari; l&#8217;evacuazione dalle zone di combattimento per motivi di sicurezza, il divieto di tortura, abuso o negligenza; e il ricongiungimento dei minori non accompagnati con le loro famiglie. La realtà è però ben diversa.</p>
<h3><strong>Bambini come bersaglio deliberato delle forze israeliane</strong></h3>
<p>Il documento esamina le <strong>violazioni e i crimini commessi contro i bambini palestinesi</strong>, compresi i gravi danni fisici e psicologici perpetrati dalle forze di sicurezza israeliane a partire dall’inizio delle ostilità nel 2023 fino al 31 marzo 2026 ossia anche dopo il cessate il fuoco stipulato dall&#8217;accordo di pace di Gaza dell&#8217;ottobre 2025.</p>
<p>Nello studio, per &#8220;bambino&#8221; si intende &#8220;<strong>ogni essere umano di età inferiore ai 18 anni</strong>&#8220;, secondo quanto definito dall&#8217;articolo 1 della Convenzione sui diritti dell&#8217;infanzia. Fino al 7 ottobre 2023, circa metà della popolazione della Striscia di Gaza aveva meno di 18 anni. Questi bambini avevano già vissuto tutta la loro vita sotto il blocco e l&#8217;occupazione israeliana, subendo molteplici ondate di ostilità e traumi. Tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025, almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti a causa delle ostilità, <strong>pari al 30% dei morti e al 26% dei feriti</strong> avuti durante tale periodo.</p>
<p>Il Rapporto presenta le nuove e ampliate conclusioni della Commissione in merito agli attacchi mirati, agli arresti e ai maltrattamenti, alla violenza sessuale e di genere, agli attacchi contro le strutture scolastiche e sanitarie e contro gli orfanotrofi, e alle condizioni imposte &#8211; più in generale &#8211; nel territorio palestinese occupato che incidono direttamente sui minori.</p>
<p>I bambini uccisi a Gaza rappresentano <strong>circa il due percento della popolazione infantile gazawi, pari a 1,2 milioni di abitanti</strong>. Almeno 5.031 bambini di età inferiore ai cinque anni sono stati uccisi, di cui 1.029 avevano meno di un anno e circa 420 erano neonati. Dati certamente sottostimati, poiché secondo Save the Children altri 5.160 bambini sarebbero sepolti sotto le macerie.</p>
<h3><strong>La salute mentale gravemente compromessa</strong></h3>
<p><em>«I bambini portati al pronto soccorso vedevano intorno a sé il caos di una strage con numerose vittime, con persone che urlavano, arti amputati, sangue&#8230;questi bambini erano seduti in un angolo, con lo sguardo perso nel vuoto, in silenzio, ad osservare tutto ciò, senza che nessun adulto li aiutasse a elaborare l&#8217;accaduto o a trovare un senso di sicurezza. La salute mentale dei bambini è stata completamente compromessa.»</em></p>
<p>Questa una delle <strong>testimonianze</strong> raccolte dalla Commissione, da parte di un medico in missione a Gaza. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno descritto l&#8217;esposizione dei bambini di Gaza al trauma come &#8220;cronica e incessante&#8221;. Gli esperti hanno identificato l&#8217;esperienza costante e continua di violenza dei bambini come <strong>&#8220;stress traumatico continuo&#8221;</strong>. Ciò spiega il trauma intergenerazionale e transgenerazionale all&#8217;interno della più ampia comunità palestinese.</p>
<p>A marzo 2026, l&#8217;Unfpa &#8211; l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite dedicata alla salute sessuale e riproduttiva &#8211; ha riferito che <strong>il 96% dei bambini a Gaza percepiva la morte come imminente </strong>e che i pensieri suicidi erano comuni.</p>
<h3><strong>La disumanizzazione totale dell’infanzia</strong></h3>
<p>La Commissione ha rilevato un modello diffuso di membri delle forze di sicurezza israeliane che si filmano mentre deridono, strumentalizzano e profanano i simboli dell&#8217;infanzia a Gaza. Sono stati documentati almeno 35 casi in cui soldati israeliani si sono filmati in spazi privati ​​familiari e pubblici dimostrando un <strong>atteggiamento disumanizzante diffuso</strong>.</p>
<p>In un video del dicembre 2024, un soldato israeliano si è filmato nella camera da letto di un appartamento, mostrando una bambola con gli occhi bendati e un orsacchiotto appeso per il collo al ventilatore a soffitto, prima di girare la telecamera verso la finestra, mostrando il quartiere circostante distrutto. In un altro esempio, la Commissione ha visionato una foto di gruppo di soldati israeliani in tenuta da combattimento completa, appoggiati a un pavimento di cemento danneggiato, in posa con giocattoli per bambini.</p>
<h3><strong>Le raccomandazioni della Commissione</strong></h3>
<p>La Commissione fornisce raccomandazioni ai vari soggetti interessati (Israele, Stati membri della comunità internazionale, organi delle Nazioni Uniti) per la cessazione degli attacchi, le riparazioni, l&#8217;accertamento delle responsabilità e l&#8217;applicazione internazionale delle sanzioni, con l&#8217;obiettivo di promuovere una giustizia che tenga conto dei bisogni dei minori.</p>
<p><strong><a href="https://www.un.org/unispal/document/coi-report-23jun26/">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
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		<title>Né eccezionali né imprevedibili: le ondate di calore sono una normalità</title>
		<link>https://asvis.it/ne-eccezionali-ne-imprevedibili-le-ondate-di-calore-sono-una-normalita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 14:33:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caldo estremo e umidità crescente rendono le ondate di calore sempre più pericolose in Italia e in Europa. Spinte dalla crisi climatica non sono più anomalie ma una nuova normalità, con impatti diretti sulla salute. 25/06/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Regno Unito</strong> ha già battuto il proprio record assoluto di temperatura per il mese di giugno, la <strong>Francia</strong> continua a rivivere “il giorno più caldo di sempre”. Mentre un’<strong>ondata di calore </strong>si estende in vaste aree d’Europa, In <strong>Italia</strong> il 25 giugno 17 città, tra cui Roma, sono finite in <strong>allerta rossa</strong>. Stop dunque ai lavoratori più esposti, come operai edili e fattorini nelle ore più calde, ammesso che ce ne siano di più fresche. Sul tema l’<strong>Organizzazione Mondiale della Sanità </strong>ha lanciato un allarme chiaro: il caldo estremo “<strong>sta mettendo a rischio vite umane</strong>”.</p>
<p>Ogni volta che un evento estremo colpisce l’Europa e il nostro Paese, il racconto sembra ripetersi: si parla di eccezionalità, di imprevedibilità, di anomalie. Una narrazione che contrasta con quanto la comunità scientifica documenta da decenni. I dati e gli studi disponibili indicano con chiarezza che fenomeni di questo tipo non solo sono prevedibili, ma destinati a diventare <strong>sempre più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale</strong>, alimentato dalle attività umane e dall’uso dei <strong>combustibili fossili</strong>.</p>
<p>Vista la situazione la vera domanda da porsi è: se conosciamo da tempo l’evoluzione di questi fenomeni, perché si è fatto poco o nulla per affrontarli? Una questione che lasciamo per il momento aperta. Prima, vale la pena capire <strong>cosa sappiamo sulle ondate di calore</strong> e perché l’interazione tra alte temperature e umidità elevata <strong>può diventare letale per l’organismo umano</strong>.</p>
<h3><strong>Il parametro di riferimento: la temperatura di bulbo umido</strong></h3>
<p>Per capire davvero perché il caldo può diventare letale, bisogna partire da un indicatore poco conosciuto: la<strong> temperatura di bulbo umido</strong> (wet-bulb temperature, <strong>Twb</strong>). È un parametro che <strong>combina temperatura e umidità</strong> e misura la capacità dell’aria di assorbire il vapore acqueo attraverso l’evaporazione. Quando l’aria è secca, il <strong>sudore</strong> prodotto dal nostro corpo evapora facilmente, sottraendo calore alla pelle e <strong>permettendo all’organismo di raffreddarsi</strong>. Ma quando l’umidità è elevata, <strong>questo processo si blocca</strong>: il sudore non evapora e il corpo non riesce più a disperdere calore. Ed è qui che la combinazione tra temperatura e umidità diventa <strong>devastante</strong>. Trenta gradi con un’umidità dell’85% possono risultare molto più opprimenti e pericolosi rispetto alla stessa temperatura con aria secca.</p>
<p>Esiste una soglia, un punto di non ritorno, <strong>oltre la quale il sistema di termoregolazione umano collassa</strong>. Tradotto: <strong>c’è un limite all’adattamento</strong>.</p>
<p>Fino a poco tempo fa si pensava che una <strong>temperatura di bulbo umido intorno ai 35°C</strong> fosse un limite da non oltrepassare. In questo caso anche un individuo sano, all’ombra e ben idratato, non è più in grado di raffreddarsi: si entra in una zona di rischio potenzialmente letale nel giro di poche ore. Secondo però <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2421281122">recenti studi</a>, anche con Twb che oscillano tra 26°C e 31°C <strong>la termoregolazione umana diventa inefficace</strong>.</p>
<p>Ci sono diversi modi per <strong>calcolare la Twb</strong>, tra i più immediati c’è quello offerto da <a href="https://www.omnicalculator.com/it/fisica/bulbo-umido">Omni calculator</a>. Se per esempio inserisco i dati di Roma, dove alle ore 12:30 del 25 giugno risultano 33°C con un tasso di umidità del 39%, ecco che il Twb riporta il dato di 22,6°C. Un valore che resta tollerabile ma tutt’altro che rassicurante dato che le conseguenze non si limitano agli scenari più estremi. Anche al di sotto delle soglie letali, il caldo ha infatti <strong>effetti significativi sulla salute</strong>. Le ondate di calore sono associate a un aumento di <strong>patologie cardiovascolari e respiratorie</strong>, a <strong>disturbi mentali</strong> come ansia e depressione, e a un <strong>incremento della mortalità</strong>. L’esposizione durante la gravidanza può avere <strong>effetti permanenti sul nascituro</strong>, mentre le cosiddette “<strong>notti tropicali</strong>”, anch’esse sempre più frequenti, compromettono il sonno e <strong>incidono su sistema immunitario e funzioni cognitive</strong>.</p>
<p>Il problema è che la crisi climatica sta spingendo proprio in questa direzione. L’aumento delle temperature globali riscalda gli oceani, intensificando l’evaporazione e <strong>aumentando il contenuto di umidità nell’atmosfera</strong>. Si innesca così un circolo vizioso che porta a condizioni sempre più favorevoli a valori elevati di bulbo umido.</p>
<p>A livello globale, l’esposizione al caldo estremo è destinata ad ampliarsi rapidamente. Oggi la temperatura media della Terra <strong>è aumentata di circa 1,4°C</strong> rispetto all’epoca preindustriale, ma il 2024 e il 2025 hanno già superato temporaneamente la soglia di 1,5°C indicata dall’<strong>Accordo di Parigi</strong>, un limite simbolico e fisico oltre il quale gli impatti diventano significativamente più gravi. Non è ancora chiaro se questo sforamento diventerà strutturale, ma <strong>il segnale è inequivocabile</strong>.</p>
<h3><strong>Il punto della situazione</strong></h3>
<p>Secondo le analisi dei ricercatori di <a href="https://www.climameter.org/">ClimaMeter</a>, nelle condizioni meteorologiche osservate il 22 giugno 2026 le temperature risultavano tra i 2°C e i 4°C <strong>più elevate rispetto a eventi analoghi</strong> della seconda metà del Novecento. Il segnale è evidente nelle grandi città: circa +2,4°C a Parigi, +3,8°C a Milano e fino a +4°C a Saragozza. La circolazione atmosferica responsabile dell&#8217;evento <strong>non è senza precedenti</strong>. Simili eventi si sono verificati molte volte in passato, ma ora si manifestano in un clima sostanzialmente più caldo, con conseguenti temperature molto più elevate e impatti maggiori.</p>
<p>Se si guarda alla salute, <strong>l’Italia è stabilmente il Paese europeo con il maggior numero assoluto di decessi legati al caldo</strong>, secondo studi pubblicati su riviste come <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-023-02419-z">Nature Medicine</a> e <a href="https://lancetcountdown.org/wp-content/uploads/2025/10/Italy_Lancet-Countdown_2025_Data-Sheet.pdf">Lancet Countdown</a>. Durante un’ondata di calore tra fine giugno e inizio luglio 2025, circa il 65% delle morti registrate in 12 città europee (1500 su 2300) è stato attribuito direttamente al cambiamento climatico. A Milano, la quota è stata simile: <strong>317 decessi su 499</strong>.</p>
<p>Il quadro complessivo è ancora più impietoso. Nell’<strong>estate del 2024 </strong>si sono registrati oltre <strong>62000 decessi legati al caldo in Europa</strong>, di cui <strong>circa</strong> <strong>19000 in Italia</strong>. Già nel 2022, oltre la metà delle circa 60000 morti estive era attribuibile al riscaldamento globale. E nel 2023, nel nostro Paese, il caldo ha causato un numero di vittime circa <a href="https://cphp-berlin.de/wp-content/uploads/2025/07/CPHP_Think_Piece_01_2025.pdf"><strong>quattro volte superiore</strong></a><strong> a quello degli incidenti stradali</strong>.</p>
<p>Sul tema, l’allarme è stato più volte lanciato anche dall’<strong>Agenzia europea per l’ambiente</strong> che, nella sua <a href="https://asvis.it/rischi-climatici-in-ue-eea-danni-catastrofici-se-non-agiamo-al-sud-i-peggiori"><strong>prima valutazione sui rischi climatici</strong></a> del 2024 ha indicato le ondate di calore come la <strong>principale minaccia per la salute pubblica</strong> nel Continente per i prossimi anni. Un’analisi arrivata dopo quella del <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/climate-change-impacts-and-vulnerability-2016">2017</a>, quando l’Agenzia sottolineò che il caldo estremo mette a rischio anche produzione energetica e infrastrutture. A fine maggio, inoltre, la “<strong>Pan-European Commission on Climate and Health</strong>” <a href="https://asvis.it/clima-e-salute-leuropa-lancia-lallarme-e-una-crisi-di-sicurezza">ha definito il cambiamento climatico una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità sociale</a>. Pochi esempi, presi da una vastissima letteratura scientifica, che smentiscono l’effetto a sorpresa attribuito speso al fenomeno.</p>
<p>Ma il tema delle “<strong>heat waves</strong>” è anche <strong>giuridico</strong>. Nell’aprile 2024 la <strong>Corte europea dei diritti dell’uomo</strong> ha stabilito per la prima volta che <strong>l’insufficienza delle politiche climatiche può configurare una violazione dei diritti fondamentali</strong>. La condanna della Svizzera, legata all’esposizione delle cittadine e dei cittadini a un <strong>rischio di morte prematura durante le ondate di calore</strong>, <a href="https://ivanmanzo.it/il-ricorso-a-un-tribunale-non-puo-essere-lunica-soluzione-alla-crisi-climatica/">segna un precedente passato in sordina ma destinato a pesare</a>.</p>
<p>Le ondate di calore smettono così di essere eventi eccezionali: diventano un indicatore strutturale della crisi climatica, con <strong>conseguenze dirette su salute, economia e diritti</strong>.</p>
<h3><strong>Ondate di calore: cosa ci aspetta</strong></h3>
<p>Se il presente offre già segnali evidenti, le proiezioni sul futuro delineano uno <strong>scenario ancora più critico</strong>. La letteratura scientifica converge infatti su un punto: le ondate di calore diventeranno più frequenti, più lunghe e più intense con ogni frazione di grado di riscaldamento globale. Studi basati sui <a href="https://www.nature.com/articles/s41597-025-04527-6?utm_source=chatgpt.com">modelli climatici di ultima generazione</a> mostrano un <strong>a</strong><strong>umento sistematico degli indici di stress termico</strong>, inclusa la temperatura di bulbo umido, in tutti gli scenari tra +1°C e +4°C rispetto all’era preindustriale. Una ricerca <a href="https://www.nature.com/articles/s41561-025-01737-w">pubblicata su Nature Geoscience</a> evidenzia come la durata delle ondate di calore sia destinata ad aumentare, con episodi che possono protrarsi molto più a lungo rispetto a oggi. In sostanza: le ondate di calore non aumentano di intensità in modo lineare con il riscaldamento del clima ma accelerano.</p>
<p>In Europa, che è uno degli <strong>hotspot del riscaldamento globale</strong> – cioè dove temperature e impatti crescono più velocemente rispetto alla media globale -, le implicazioni sono particolarmente rilevanti. Uno studio del 2025 pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-62871-y?utm_source=chatgpt.com">Nature Communications</a> stima che, per ogni grado aggiuntivo di riscaldamento, <strong>la mortalità legata al caldo potrebbe aumentare</strong> di oltre 100 decessi per milione di abitanti all’anno entro fine secolo, con il cambiamento climatico responsabile fino al 90% di questo incremento. Un elemento chiave è la crescente diffusione delle cosiddette “<strong>ondate di calore composte</strong>”, in cui temperature elevate persistono sia di giorno sia di notte, riducendo drasticamente la capacità di recupero fisiologico.</p>
<p>Il punto, allora, non è più raccontare questi eventi come anomalie. Il rischio riguarda una <strong>trasformazione strutturale del clima estivo</strong>, già in corso, che investe direttamente la salute delle persone. Continuare a trattarlo come un’emergenza episodica significa non cogliere la natura del problema ritardando le risposte necessarie. E, mai come in questo caso, ne va della vita delle persone.</p>
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		<title>Quando le crisi si sommano. L&#8217;infanzia perduta tra clima, fame e malattie</title>
		<link>https://asvis.it/quando-le-crisi-si-sommano-linfanzia-perduta-tra-clima-fame-e-malattie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 14:18:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo Unicef, 1,1 miliardi di bambini affrontano rischi climatici multipli, mentre l’Oms stima che gli alimenti insicuri provochino 1,5 milioni di morti ogni anno. Gli “under five” restano la fascia più vulnerabile. 22/06/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per milioni di bambini, gli effetti della <strong>crisi climatica</strong> non sono un evento eccezionale ma una presenza costante nella vita quotidiana. Una presenza che rende difficile dormire, studiare, giocare. Le stagioni diventano meno prevedibili e gli eventi estremi più frequenti. I raccolti si riducono, <strong>il cibo costa di più</strong> e diventa più difficile da conservare. Quando arrivano piogge intense o alluvioni, le strade si allagano, le scuole chiudono e le fonti d’acqua si contaminano. Per milioni di bambini nel mondo non è il racconto di un’emergenza eccezionale. È la quotidianità. Negli ultimi anni il <strong>cambiamento climatico</strong> ha smesso di essere una minaccia lontana per trasformarsi in una <strong>presenza costante</strong> nella vita delle persone più giovani. Non si manifesta soltanto attraverso un’alluvione, una siccità o un’ondata di calore. Agisce come un <strong>moltiplicatore di vulnerabilità</strong>, capace di rendere più fragili la salute, l’istruzione, l’alimentazione e l’accesso ai servizi essenziali. È questa la fotografia che emerge dal nuovo <strong><a href="https://data.unicef.org/wp-content/uploads/2026/06/CCRR-2026-1.pdf">Children’s climate risk report 2026</a></strong><strong> dell’Unicef</strong>, secondo cui oltre <strong>1,1 miliardi di bambine e bambini</strong> vivono oggi esposti ad almeno <strong>tre pericoli climatici</strong> (tra siccità, caldo estremo, alluvioni, incendi e tempeste). Quasi <strong>due miliardi</strong> convivono con almeno due minacce contemporaneamente, mentre la grande maggioranza dei minori del pianeta è esposta ad almeno un rischio climatico rilevante.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_8_.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em><sup>Fig.1 Numero di bambini esposti ai rischi collegati al clima</sup></em></p>
<h3><strong>Dal clima al cibo, dal cibo alla salute</strong></h3>
<p>La storia però non si ferma agli eventi meteorologici estremi. Quando il clima altera i cicli agricoli, mette sotto pressione anche i sistemi alimentari. Quando aumenta la scarsità d’acqua, cresce il rischio di contaminazione. Quando le temperature diventano più elevate, si modificano le condizioni che favoriscono la proliferazione di agenti patogeni e la <strong>conservazione degli alimenti</strong>. Così la crisi climatica incontra una seconda emergenza globale, meno visibile ma altrettanto pericolosa. Secondo le <a href="https://www.who.int/news/item/04-06-2026-unsafe-food-causes-866-million-illnesses-and-1.5-million-deaths-annually--young-children-at-highest-risk">nuove stime pubblicate dall’Organizzazione mondiale della sanità</a>, ogni anno gli alimenti non sicuri provocano circa <strong>866 milioni di casi di malattia e 1,5 milioni di decessi nel mondo</strong>. Numeri che raccontano un <strong>problema sanitario enorme</strong> ma che assumono un significato ancora più grave quando si guarda a bambine e bambini. Pur rappresentando appena il 9% della popolazione mondiale, i minori sotto i cinque anni concentrano quasi un terzo delle malattie trasmesse dagli alimenti. Le conseguenze vanno ben oltre gli episodi di diarrea o le infezioni acute: l’esposizione a sostanze come piombo, arsenico e metilmercurio può compromettere lo sviluppo neurologico e cognitivo, lasciando effetti permanenti lungo tutto l’arco della vita.</p>
<h3><strong>I bambini pagano il prezzo più alto</strong></h3>
<p>Lo studio pubblicato su <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2214109X26001567">the Lancet global health</a>, che aggiorna le stime globali dell’Oms sulle malattie di origine alimentare, conferma che l’impatto non è distribuito in modo uniforme. Nel 2021 gli alimenti contaminati hanno causato più di <strong>57 milioni di anni di vita persi o vissuti con disabilità</strong> nel mondo. Un peso sanitario paragonabile a quello di malattie come tubercolosi, Hiv o malaria. L’incidenza delle malattie alimentari tra gli “under five” è 2,7 volte superiore rispetto al resto della popolazione, mentre il carico complessivo di malattia è oltre quattro volte più elevato. I ricercatori evidenziano inoltre un dato che fino a pochi anni fa era rimasto in gran parte invisibile: i <strong>contaminanti chimici</strong> presenti nella catena alimentare rappresentano una quota relativamente ridotta delle malattie registrate, ma sono responsabili del 73% dei decessi legati agli alimenti contaminati. In particolare, arsenico inorganico e piombo risultano tra le principali cause del peso sanitario globale associato al cibo non sicuro.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_5_.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em><sup>Fig.2 La mappa mondiale dei bambini esposti a rischi multipli</sup></em></p>
<h3><strong>La geografia delle disuguaglianze</strong></h3>
<p>C’è un ultimo elemento che accomuna tutti questi dati: i bambini maggiormente esposti ai rischi climatici sono spesso gli stessi che vivono in contesti caratterizzati da <strong>sistemi sanitari fragili</strong>, accesso limitato all’acqua potabile e maggiore insicurezza alimentare. Non è un caso che le regioni africane e il Sud-Est asiatico concentrino sia una parte consistente delle minacce climatiche sia il peso più elevato delle malattie di origine alimentare. Le <strong>crisi si sovrappongono</strong> e finiscono per alimentarsi a vicenda. Una siccità può compromettere i raccolti. La scarsità di cibo può favorire la malnutrizione. Le alluvioni possono contaminare acqua e alimenti. Le malattie possono allontanare i bambini dalla scuola. E ogni anello di questa catena rende il successivo più probabile. Nel solo 2024, ricorda l’Unicef, almeno 242 milioni di studenti hanno subito <strong>interruzioni scolastiche</strong> a causa di eventi climatici estremi, mentre centinaia di milioni di bambini continuano a non avere accesso a servizi idrici sicuri. Per questo le nuove evidenze pubblicate da Unicef, Oms e The Lancet Global Health suggeriscono di superare una visione frammentata delle emergenze. Clima, salute, alimentazione e sviluppo infantile non sono più sfide separate. Sono tasselli della stessa crisi globale. E le bambine e i bambini sono il punto in cui tutte queste fragilità finiscono per incontrarsi.</p>
<p><a href="https://data.unicef.org/wp-content/uploads/2026/06/CCRR-2026-1.pdf">Scarica il Children&#8217;s Climate Risk Report</a></p>
<p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2214109X26001567/pdfft?md5=60bbbccb6809b2816bb6d9e0369c7264&amp;pid=1-s2.0-S2214109X26001567-main.pdf">Scarica le stime dell’Oms</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/quando-le-crisi-si-sommano-linfanzia-perduta-tra-clima-fame-e-malattie/">Quando le crisi si sommano. L&#8217;infanzia perduta tra clima, fame e malattie</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>L’acqua come arma: così Israele priva i palestinesi dei servizi idrici</title>
		<link>https://asvis.it/lacqua-come-arma-cosi-israele-priva-i-palestinesi-dei-servizi-idrici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 14:14:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#goal6]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Acqua contaminata o insufficiente, punti di distribuzione lontani o di difficile accesso: questa la situazione a Gaza dopo gli attacchi israeliani che hanno distrutto infrastrutture e impedito gli interventi umanitari. 17/06/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi l’attenzione mediatica su Gaza <strong>è calata drasticamente</strong>, ma nella Striscia si continua a morire. E non solo per i raid, ma anche e soprattutto per<strong> mancanza di cibo e acqua</strong>. A raccontarlo è <strong>Medici senza frontiere</strong>, organizzazione non governativa che opera in Palestina, attraverso i<strong>l rapporto “<a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2026/04/MSF_Gaza_WASH.pdf">L’acqua come arma: la distruzione e la privazione dei servizi idrici e igienico-sanitari a Gaza da parte di Israele</a></strong>.</p>
<p>Basandosi sui dati e testimonianze dirette raccolte sul campo, il documento descrive in dettaglio come <strong>la privazione dei servizi idrici e igienici</strong>, i cosiddetti “<strong>Wash</strong>” (water, sanification and hygiene) secondo l’acronimo inglese, <strong>sia il risultato di politiche deliberate e azioni sistematiche delle autorità israeliane </strong>e come tali misure stiano causando condizioni di vita distruttive e disumane per i 2,1 milioni di abitanti di Gaza.</p>
<p>L&#8217;utilizzo dell&#8217;accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari come arma si concretizza attraverso <strong>tre meccanismi principali</strong>: la distruzione e gli attacchi alle infrastrutture; l&#8217;ostruzione dell&#8217;accesso umanitario a Gaza tramite lo sfollamento forzato e la negazione della libertà di movimento; e il blocco o il ritardo sistematico delle forniture essenziali.</p>
<h3><strong>Gli ostacoli all’accesso all’acqua potabile</strong></h3>
<p><strong>La prima difficoltà riguarda l&#8217;ubicazione dei punti di accesso all&#8217;acqua</strong>, dal momento che le cisterne idriche comunitarie, riempite dalle autobotti, sono spesso troppo poche o lontane dai campi dove vivono gli sfollati. Questo porta automaticamente alla seconda difficoltà ovvero alla <strong>scarsa frequenza dell&#8217;accesso all’acqua</strong>, che è dovuta a sua volta al tempo necessario per raggiungere un punto di distribuzione: più tempo ci vuole per raggiungere l&#8217;acqua, meno probabile è che le persone riescano ad andarci abbastanza spesso e a riportarne a sufficienza. Un’altra difficoltà consiste nel <strong>trasportare i pesanti contenitori fino alle tende</strong> o ai rifugi. Questo è fisicamente estenuante, soprattutto per le persone ferite, malate o disabili, e per i bambini molto piccoli, i fragili o gli anziani. Ma anche quando si riesce, <strong>manca la capacità di stoccaggio perché </strong>non ci sono abbastanza taniche e serbatoi d&#8217;acqua, portando la frequenza di accesso all’acqua a una o due volte a settimana. Anche comprare l&#8217;acqua è diventato inaccessibile perché ha visto un aumento del 500%, insostenibile per la maggior parte delle persone che ha perso lavoro e risparmi.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/MSF1.png" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>Distruzione e danneggiamento di infrastrutture e attrezzature chiave</strong></h3>
<p>Le operazioni militari israeliane hanno distrutto o reso inaccessibili la maggior parte delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie. Secondo la Banca Mondiale, l&#8217;Unione Europea e le Nazioni Unite, <strong>si parla dell’89% delle infrastrutture.</strong> Anche i camion cisterna e i pozzi di Medici Senza Frontiere sono stati presi di mira, limitando la capacità dell’organizzazione umanitaria di fornire acqua alla <strong>popolazione di Gaza</strong>.</p>
<p>Nella Striscia non c&#8217;è acqua dolce di origine naturale, ma <strong>solo acqua di falda</strong>, accessibile tramite la perforazione di pozzi, e l’acqua di mare, peraltro sempre più contaminata dagli scarichi di acque reflue, dato che sistemi fognari sono collassati. Per rendere potabile l&#8217;acqua salata, è necessario desalinizzarla ma per funzionare, gli impianti deputati a questo processo necessitano di attrezzature specifiche, la cui fornitura è ostacolata dalle truppe israeliane, mentre alcuni impianti sono stati distrutti. Anche l&#8217;acqua dei pozzi non è adatta al consumo diretto, a causa dell&#8217;elevata salinità e/o della contaminazione.</p>
<p>Inoltre molte reti di distribuzione <strong>sono state distrutte </strong>e quelle rimaste spesso<strong> sono state infiltrate da liquami</strong>. Alcuni danni non possono essere riparati perché si trovano in aree ancora controllate dalle forze israeliane; altri possono essere riparati, ma potrebbero volerci settimane o mesi prima che l&#8217;esercito israeliano conceda l&#8217;autorizzazione ad accedervi.</p>
<p>Non solo la distribuzione, ma anche la capacità di produzione e riparazione idrica di Gaza<strong> è stata gravemente compromessa</strong>. Prima della guerra, Gaza aveva un&#8217;industria ben sviluppata in grado di produrre serbatoi d&#8217;acqua e assemblare componenti necessari per i sistemi di osmosi inversa, il processo che porta alla desalinizzazione. Tuttavia, molti magazzini che contenevano componenti per i sistemi idrici sono stati bombardati.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/MSF2.png" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>Gli impatti sulla popolazione</strong></h3>
<p>Le principali patologie che le équipe di Medici senza frontiere riscontrano tra la popolazione sono <strong>le infezioni respiratorie, le malattie della pelle e le malattie diarroiche</strong>. Queste ultime sono notoriamente legate alla mancanza di acqua e sapone, poiché le persone sono costrette a consumare e utilizzare acqua contaminata, e a lavarsi le mani e gli oggetti meno frequentemente e senza i prodotti adeguati. Di conseguenza anche le ferite e le affezioni cutanee possono infettarsi facilmente, mentre il fumo dei fuochi accesi per cucinare e riscaldarsi irrita le vie respiratorie, tanto più che le persone spesso ricorrono all&#8217;incenerimento dei rifiuti. Queste condizioni stanno inoltre avendo un <strong>forte impatto sulla salute mentale della popolazione. </strong>Senza considerare l’impatto sulla dignità personale, dovuto alla <strong>mancanza totale di privacy</strong>, all’essere costrette – per le donne – a condividere docce promiscue con teli che non coprono a sufficienza il loro corpo, al non avere uno spazio per spogliarsi, oppure più in generale al disagio di dover aspettare più di un&#8217;ora per un bagno in comune o di dover condividere una latrina improvvisata con degli sconosciuti. La situazione è ancora peggiore per gli anziani e le persone con disabilità che non possono usare il bagno da soli, mentre per le donne un ulteriore elemento di disagio è rappresentato dal ciclo e dalla difficoltà di procurarsi assorbenti.</p>
<h3><strong>L’appello di Medici senza Frontiere alla comunità internazionale</strong></h3>
<p>L’organizzazione non governativa, alla luce di questa disastrosa situazione, ha lanciato un appello rivolto a Israele e a tutti i Paesi della comunità internazionale affinché facciano pressione, con tutte le leve economiche e legalitarie possibili e chiedano alle autorità israeliane di <strong>consentire l&#8217;accesso dei palestinesi all&#8217;acqua</strong>, rispettino il diritto internazionale, cessino ogni tipo di violenza strutturale contro la popolazione e che, in quanto potenza occupante, garantiscano che la popolazione di Gaza abbia un accesso sufficiente e dignitoso ai servizi igienico-sanitari e all’assistenza umanitaria in generale.</p>
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<p><strong><a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2026/04/MSF_Gaza_WASH.pdf">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/lacqua-come-arma-cosi-israele-priva-i-palestinesi-dei-servizi-idrici/">L’acqua come arma: così Israele priva i palestinesi dei servizi idrici</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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