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	<title>#goal8 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 14:27:10 +0000</lastBuildDate>
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	<title>#goal8 Archivi - ASviS</title>
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	<item>
		<title>Greenwashing, dal 27 settembre cambia il modo di comunicare la sostenibilità</title>
		<link>https://asvis.it/greenwashing-dal-27-settembre-cambia-il-modo-di-comunicare-la-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 09:24:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove regole europee rafforzano la tutela dei consumatori contro claim ambientali generici o ingannevoli. Per le imprese cresce la responsabilità di comunicare benefici specifici, fondati e verificabili. 25/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/greenwashing-dal-27-settembre-cambia-il-modo-di-comunicare-la-sostenibilita/">Greenwashing, dal 27 settembre cambia il modo di comunicare la sostenibilità</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 27 settembre 2026 <strong>cambiano le regole</strong> per comunicare la sostenibilità ai consumatori. Diventano applicabili le <strong>nuove disposizioni europee contro il greenwashing</strong>: per le imprese, dichiarare che un prodotto o un servizio è <em>green</em>, <em>ecologico</em> o <em>sostenibile</em> significherà <strong>dimostrare ciò che si afferma.</strong> Le nuove regole riguardano claim ambientali, simboli e marchi di sostenibilità, dichiarazioni climatiche e impegni ambientali futuri.</p>
<p>È un passaggio che arriva dopo anni in cui la sostenibilità ha assunto un peso crescente nelle scelte di acquisto e, di conseguenza, nella comunicazione delle imprese. Parole, immagini e simboli ambientali hanno conquistato spazio su prodotti, confezioni, siti e campagne pubblicitarie, mentre per i consumatori è diventato sempre più <strong>difficile distinguere informazioni attendibili da messaggi vaghi</strong> o difficili da verificare.</p>
<p>Nel 2020, un controllo coordinato delle autorità europee su 344 dichiarazioni di sostenibilità online rilevava espressioni vaghe nel 37% dei casi e, nel 59%, l’assenza di prove o spiegazioni facilmente accessibili a sostegno delle affermazioni. In quasi la metà dei casi esaminati, le autorità avevano motivo di ritenere che il claim potesse essere falso o ingannevole.</p>
<p>Queste evidenze si inseriscono in un percorso europeo durato anni, culminato nella <strong><a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/825/oj?locale=it">Direttiva (Ue) 2024/825</a></strong><strong> sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde</strong>, approvata il 28 febbraio 2024. La direttiva rafforza la normativa sulle pratiche commerciali sleali e sui diritti dei consumatori. In Italia è stata recepita con il <strong><a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/03/09/26G00047/SG">decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30</a></strong>, che modifica il Codice del consumo e le cui disposizioni si applicano dal 27 settembre.</p>
<h3><strong>Dal <em>green</em> generico alle informazioni che si possono dimostrare</strong></h3>
<p>Per la direttiva è <strong>un’<em>asserzione</em></strong><em> <strong>ambientale</strong></em> qualsiasi messaggio, anche attraverso immagini, simboli, marchi o nomi, che suggerisca un beneficio per l’ambiente o un miglioramento delle prestazioni ambientali. Le nuove regole individuano una serie di pratiche da evitare nella comunicazione della sostenibilità:</p>
<ul>
<li><strong>claim ambientali generici</strong>, come <em>green</em>, <em>eco</em>, <em>rispettoso dell’ambiente</em> o <em>biodegradabile</em>, se non supportati da un’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali pertinente all’affermazione. Se il beneficio viene invece specificato in modo chiaro e visibile, il claim non è più considerato generico;</li>
<li><strong>valutare l’intero prodotto</strong>: un beneficio relativo a un singolo aspetto non può essere esteso all’intero prodotto o all’attività dell’impresa. Non si può, per esempio, dare l’impressione che un prodotto sia realizzato con materiale riciclato se a esserlo è soltanto l’imballaggio;</li>
<li><strong>presentare come un vantaggio ambientale ciò che è già obbligatorio per legge</strong> per tutti i prodotti della stessa categoria;</li>
<li><strong>vantare benefici irrilevanti</strong>, cioè caratteristiche che non rappresentano un reale vantaggio del prodotto: per esempio, presentare una carta “senza plastica” come se fosse una caratteristica ambientale distintiva;</li>
<li><strong>comunicare il “green” anche attraverso immagini e colori</strong> in modo fuorviante: la sostenibilità può essere suggerita anche senza dichiarazioni esplicite. Immagini, simboli, etichette e colori associati all’ambiente concorrono al messaggio complessivo e non devono amplificare il beneficio ambientale reale.</li>
</ul>
<p>La logica che attraversa queste regole è quella dell’<strong>accountability</strong>: chi dichiara un beneficio ambientale deve poterne rendere conto, collegando le parole a informazioni verificabili.</p>
<h3><strong>Claim climatici, impegni futuri e marchi: le nuove regole</strong></h3>
<p>Una delle novità più rilevanti riguarda la <strong>compensazione delle emissioni</strong>. Un prodotto non potrà essere presentato come <em>climate neutral</em>, <em>CO<sub>2</sub> neutral</em> o <em>a ridotto impatto</em> <em>climatico</em> se questa caratteristica deriva dall’acquisto di crediti o dalla compensazione delle emissioni attraverso progetti esterni. Le imprese potranno continuare a compensare le proprie emissioni e a raccontare gli investimenti fatti in progetti ambientali. <strong>Quello che cambia è il modo di comunicarli: compensare delle emissioni altrove non significa che il prodotto che acquistiamo abbia meno emissioni o sia climaticamente neutro.<br />
</strong>Regole più stringenti riguardano <strong>gli impegni ambientali futuri</strong>. Promettere migliori prestazioni ambientali richiede impegni chiari, pubblici e verificabili, inseriti in un piano realistico con obiettivi misurabili e scadenze definite. La loro attuazione deve inoltre essere verificata periodicamente da un soggetto terzo indipendente.<br />
Nuove regole riguardano infine i <strong>marchi di sostenibilità</strong>: quelli volontari dovranno essere basati su un sistema di certificazione oppure essere istituiti da autorità pubbliche. L’obiettivo è ridurre la proliferazione di simboli e bollini capaci di suggerire caratteristiche ambientali o sociali senza garanzie sufficienti sulla loro attendibilità.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Greenw.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>Cosa cambia per le imprese?</strong></h3>
<p>Le nuove regole richiedono di verificare i claim ambientali prima di comunicarli: a quale prodotto, processo o attività si riferisce il beneficio dichiarato e quali dati lo sostengono. La comunicazione della sostenibilità diventa così un processo che coinvolge competenze diverse: sostenibilità, comunicazione e marketing, sviluppo del prodotto e funzioni legali. <strong>Parole, dati e azioni devono essere coerenti</strong>, perché ciò che viene comunicato entra sempre più chiaramente nella sfera della responsabilità d’impresa.</p>
<p>Regole più chiare <strong>tutelano anche le aziende che investono realmente nel miglioramento delle proprie prestazioni ambientali</strong>. La direttiva punta infatti a creare condizioni di concorrenza più eque, evitando che dichiarazioni poco attendibili producano lo stesso vantaggio competitivo di caratteristiche ambientali reali e documentate.</p>
<h3><strong>Il greenwashing entra nella tutela dei consumatori</strong></h3>
<p>La Direttiva 2024/825 nasce prima di tutto per <strong>rafforzare la tutela dei consumatori</strong>. Informazioni ambientali chiare e affidabili favoriscono scelte di acquisto più consapevoli e permettono alle imprese di competere sulla base delle reali caratteristiche dei propri prodotti. Il contrasto al greenwashing diventa così parte della transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili, in linea con il <strong><a href="https://asvis.it/goal12">Goal 12 dell’Agenda 2030</a></strong>, dedicato a consumo e produzione responsabili. Dal 27 settembre la distanza tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità dimostrabile diventa ancora più rilevante: per le imprese, comunicare la transizione significa sempre di più <strong>essere in grado di documentarla.</strong></p>
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		<title>Incentivi verso le imprese: il nodo non è quanto ma come si spende</title>
		<link>https://asvis.it/incentivi-verso-le-imprese-il-nodo-non-e-quanto-ma-come-si-spende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 09:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo la ricerca del Teha Club, nonostante 299 miliardi erogati in 25 anni, l’Italia non colma i divari produttivi. Siamo parte di un sistema frammentato che guarda poco al futuro, così il Paese non cresce. 16/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Non è la quantità degli incentivi a fare la differenza ma la loro qualità”.</em> È intorno a questa considerazione che ruota la ricerca del <strong>Teha Club</strong> dal titolo “<a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25737&amp;doc_player=1">Sostenere chi crea valore: incentivi alle imprese e semplificazione amministrativa</a>”, presentata a Cernobbio nell’ambito del Forum Ambrosetti. Il Rapporto mette sotto la lente di ingrandimento uno dei pilastri della politica industriale italiana: <strong>il sistema di sostegno alle imprese</strong>.</p>
<p>Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato <strong>299 miliardi di euro di incentivi</strong>, di cui 18,3 miliardi nel solo 2024, pari allo 0,8% del Pil. Una cifra significativa – anche se minore di Francia (1,2% del Pil) e Germania (1%) -, che però non ha avuto gli effetti sperati. La produttività industriale del nostro Paese resta infatti inferiore del 25% rispetto ai livelli del 2007, mentre cresce il peso delle imprese medio-grandi a controllo estero, che nel 2024 rappresentano il 34,5% del fatturato, in aumento rispetto al 29,7% del 2022.</p>
<p>A questo si aggiunge la <strong>dinamica delle acquisizioni</strong>: solo nel 2024 si contano 429 operazioni di “M&amp;A” (fusioni e acquisizioni) che hanno coinvolto realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere, per un valore record di <strong>36,2 miliardi di euro</strong>. Un trend che alimenta il rischio di delocalizzazione della produzione e solleva interrogativi sulla capacità del Paese di trattenere valore industriale.</p>
<p>A differenza di quello che ci si aspettava non emerge, dunque, una correlazione chiara tra<strong> volume di incentivi e crescita</strong> <strong>della produttività</strong>. Un risultato che mina una convinzione diffusa, cioè che <strong>basta</strong> <strong>aumentare le risorse</strong>, sottolineando che la vera differenza è data dalla <strong>capacità di orientarle</strong>. Anche perché, quando gli incentivi vengono concentrati su obiettivi industriali specifici, gli effetti diventano evidenti. Per fare un esempio, nei <strong>programmi a sostegno della siderurgia</strong> in Germania, Francia e Spagna, la produttività è cresciuta in media di 2,9 punti percentuali in più all’anno rispetto allo scenario senza incentivi, con un aumento del valore aggiunto di oltre 3 punti.</p>
<p>Il problema italiano, sottolinea inoltre il Teha Club, è che siamo parte di un sistema frammentato, che guarda poco al futuro, basti pensare che nel 2024 circa il 39% delle risorse è stato <strong>assorbito da misure emergenziali</strong> e di stabilizzazione economica, mentre altri Paesi europei hanno concentrato gli sforzi su <strong>energia</strong>, innovazione e trasformazione industriale.</p>
<p>Ciò comporta una serie di rischi concerti, come la possibilità che gli incentivi finiscano per premiare le imprese più attrezzate a intercettarli anziché quei progetti capaci di creare valore economico.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Teha.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>Ma a pesare è anche la <strong>macchina amministrativa</strong>. Ministeri, Regioni, enti locali e organismi di controllo fanno parte di una rete che spesso si traduce in costi e incertezza per le imprese. Secondo le stime Teha, la sola complessità nell’accesso agli incentivi genera circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti. Ecco spiegato il motivo per cui il 65% delle imprese ricorre a consulenti esterni, con una spesa media di 3.650 euro per pratica.</p>
<p>C’è infine il capitolo <strong>lentezza burocratica</strong>: in Italia un investimento pubblico richiede in media quasi cinque anni per essere realizzato, e può arrivare fino a 11 anni per progetti di dimensioni medio-piccole. Un ritardo che incide direttamente sulla capacità del sistema produttivo di innovare e competere.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Italia: occupazione record al 62,8% ma donne e giovani restano indietro</title>
		<link>https://asvis.it/italia-occupazione-record-al-628-ma-donne-e-giovani-restano-indietro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 09:08:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova scheda Ocse sull'Italia registra disoccupazione al minimo storico, ma evidenzia forti divari territoriali e salari reali. I rincari dell’energia hanno spinto l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. 15/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mercato del lavoro italiano continua a migliorare, con l’occupazione ai massimi e la disoccupazione ai minimi storici. Restano però forti distanze rispetto agli altri Paesi Ocse e persistono <strong>criticità nei salari e nelle opportunità </strong>di lavoro tra i diversi territori.</p>
<p>È quanto emerge da <strong><em><a href="https://www.oecd.org/it/publications/2026/07/oecd-employment-outlook-2026-country-notes_5aa6f0be/italy_fd32ef4f.html">Prospettive dell’Ocse sull’occupazione 2026: Italia</a></em></strong>, la nuova scheda Paese elaborata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Ocse, nell’ambito dell’<em><a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-employment-outlook-2026_7e710f54-en.html">Oecd employment outlook 2026</a></em>.<br />
Le schede nazionali analizzano l’andamento dei mercati del lavoro dei Paesi membri e l’edizione di quest’anno dedica particolare attenzione alle <strong>disparità geografiche in termini di posti di lavoro e redditi</strong>.</p>
<h3><strong>Occupazione ai massimi, resta il divario con gli altri Paesi Ocse</strong></h3>
<p>A maggio 2026 il tasso di <strong>disoccupazione italiano è sceso al 5%</strong>, sostanzialmente in linea con la media Ocse del 4,9%. In un anno la diminuzione è stata di 1,5 punti percentuali, un andamento che distingue l’Italia dal quadro generale: in circa due terzi dei Paesi Ocse la disoccupazione è aumentata. Insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, l’Italia rientra nel gruppo di Paesi dell’Europa meridionale dove il calo è proseguito.</p>
<p>Anche l’occupazione ha raggiunto un massimo storico. Nel primo trimestre del 2026 il tasso è arrivato al 62,8%, grazie alla forte crescita registrata nei due anni precedenti. La <strong>distanza dalla media Ocse</strong>, pari al 72,1%, resta però considerevole: 9,3 punti percentuali, con <strong>differenze particolarmente marcate per le donne e per i giovani.</strong></p>
<p>Nell’ultimo anno la crescita del tasso di occupazione ha rallentato, mentre altri Paesi dell’Europa meridionale hanno mantenuto un ritmo più sostenuto. Restano poi alcune <strong>difficoltà nel reperimento di personale</strong>. Le carenze si sono attenuate rispetto ai livelli record precedenti alla pandemia, ma l’Ocse individua alcuni fattori strutturali destinati a incidere nel tempo: invecchiamento della popolazione, trasformazione digitale, transizione verde e scarsa qualità del lavoro in alcuni settori.</p>
<h3><strong>Il luogo in cui si vive pesa sulle opportunità di lavoro</strong></h3>
<p>La geografia del lavoro rappresenta uno dei punti centrali dell’analisi. In oltre la metà dei Paesi Ocse, tra le diverse province si registrano differenze superiori a 20 punti percentuali nei tassi di occupazione. Secondo l’Organizzazione, questi divari riflettono anche la <strong>diversa capacità dei territori di offrire opportunità economiche</strong> e finiscono per tradursi in differenze negli standard di vita.<br />
In Italia le differenze tra territori restano molto ampie: nelle province con maggiori difficoltà la disoccupazione è oltre quattro volte più alta rispetto alle province con i risultati migliori. Nella media Ocse è circa il doppio.<br />
La distanza si è comunque ridotta negli ultimi anni. Dall’inizio degli anni Dieci, le differenze territoriali nell’occupazione sono diminuite del 10,4%, grazie soprattutto al miglioramento delle aree che partivano dai livelli più bassi.</p>
<p>Gli <strong>spostamenti dei lavoratori</strong> tra le regioni riducono poco questi divari. Chi lascia le aree con meno occupazione è in media più giovane, più istruito e più spesso occupato rispetto a chi rimane. Secondo l’Ocse, questo fenomeno rischia di aumentare le differenze territoriali, perché sono proprio le aree più in difficoltà a perdere giovani e persone qualificate.</p>
<h3><strong>Salari reali ancora del 6,1% sotto i livelli del 2021</strong></h3>
<p>Sul fronte dei salari, il <strong>recupero resta lento</strong>. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente, grazie soprattutto alla bassa inflazione. Rimangono però inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’area Ocse.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/export-2026-09-05T17_10_10.329Z.png" alt="" width="80%" /></p>
<p>I recenti <strong>rincari dell’energia</strong> hanno però spinto nuovamente l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. Per l’Italia l’Ocse prevede una diminuzione dello 0,9% nel 2026 e una crescita di appena lo 0,2% nel 2027. A pesare sono anche i <strong>pochi rinnovi dei contratti collettivi</strong> previsti per il 2027 e il rallentamento del mercato del lavoro.</p>
<h3><strong>Crescono le clausole che limitano la mobilità tra imprese</strong></h3>
<p>La scheda dedica infine un approfondimento alle <strong>clausole di non concorrenza</strong>, che impediscono o limitano a un lavoratore la possibilità di passare a un’impresa concorrente o di avviare un’attività nello stesso settore dopo la fine del rapporto di lavoro. Nel 2025 queste clausole interessavano circa il 30% dei lavoratori nell’area Ocse e si stanno diffondendo anche al di fuori delle professioni altamente specializzate. In Italia riguardano, secondo i datori di lavoro intervistati, tra il 7% e il 18% dei dipendenti del settore privato, una quota inferiore alla media Ocse del 20-30%, ma in crescita.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/export-2026-09-05T17_10_40.467Z.png" alt="" width="80%" /></p>
<p>Secondo l’Ocse, una diffusione eccessiva di queste clausole può <strong>rendere più difficile cambiare lavoro, frenare la crescita dei salari e limitare lo scambio di competenze e conoscenze tra le imprese</strong>, con possibili effetti anche sulla produttività. La scheda segnala infine un altro fenomeno: circa il 30% delle imprese italiane intervistate dichiara di conoscere, nel proprio settore, <strong>accordi tra aziende per evitare di assumere reciprocamente i dipendenti o per fissare i salari</strong>. Nei Paesi coinvolti nell’indagine la quota media arriva al 48%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.oecd.org/it/publications/2026/07/oecd-employment-outlook-2026-country-notes_5aa6f0be/italy_fd32ef4f.html">Scarica la scheda Ocse</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/italia-occupazione-record-al-628-ma-donne-e-giovani-restano-indietro/">Italia: occupazione record al 62,8% ma donne e giovani restano indietro</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Vnr, Prosperità: andamenti positivi nel lungo periodo, ma nel breve emergono criticità</title>
		<link>https://asvis.it/vnr-prosperita-andamenti-positivi-nel-lungo-periodo-ma-nel-breve-emergono-criticita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:54:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cresce il Pil, migliora l’occupazione, male sui giovani. Si spende troppo poco in ricerca e sviluppo, ma cresce il numero di ricercatori. L’Italia eccelle sull’economia circolare. Il punto della Voluntary national review italiana su “Prosperità”. 03/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Le scelte strategiche nell&#8217;area Prosperità mostrano nel complesso andamenti positivi, soprattutto nel lungo periodo. Tuttavia, alcuni indicatori evidenziano una dinamica più eterogenea, con miglioramenti registrati nell&#8217;ultimo decennio affiancati dall&#8217;emergere di criticità nel breve periodo”.</p>
<p>Così si esprime la <a href="https://asvis.it/litalia-presenta-allonu-la-sua-voluntary-national-review-sullagenda-2030"><strong>Voluntary national local youth review</strong></a> (Vnr) italiana, il documento presentato il 13 luglio all’High-level political forum che illustra i progressi compiuti nell’attuazione dell’Agenda 2030 a livello nazionale e le sfide da affrontare.</p>
<p>In questo articolo vi parleremo di una delle cinque “P” dell’Agenda 2030, quella dedicata alla <strong>Prosperità</strong>.</p>
<h3><strong>I dati</strong></h3>
<p>Relativamente al Goal 8, in Italia, nel 2024, il Prodotto interno lordo (<strong>Pil</strong>) è aumentato dello 0,8%, in linea con l&#8217;anno precedente, registrando una crescita inferiore alla media dell&#8217;Ue27 (+1,1%).</p>
<p>Nel 2025 è proseguito il <strong>trend positivo del mercato del lavoro italiano</strong> avviato nel 2021. <strong>Il tasso di occupazione</strong> della popolazione tra i 20 e i 64 anni è aumentato di 0,6 punti percentuali rispetto al 2024, raggiungendo il 67,6%, mentre il <strong>tasso di disoccupazione</strong> è diminuito di 0,4 punti percentuali, attestandosi al 6,1%.</p>
<p>Permangono tuttavia le difficoltà dei giovani nel mercato del lavoro. Il <strong>tasso di occupazione tra i 20 e i 24 anni </strong>è pari al 35%. Inoltre, la quota di giovani <strong>Neet</strong> (<em>Not in Education, Employment or Training</em>, ossia che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) è pari al 13,3%.</p>
<p>Nel 2023, l&#8217;intensità <strong>della spesa in ricerca e sviluppo</strong> si è confermata all&#8217;1,37% del Pil, lo stesso valore registrato l&#8217;anno precedente. L&#8217;Italia continua così a collocarsi tra gli ultimi Paesi dell&#8217;Ue27 per questo indicatore. Nel 2022 è invece proseguita la <strong>crescita del numero di ricercatori e ricercatrici</strong>, che ha raggiunto 28,3 ricercatori ogni 10mila abitanti, rispetto ai 26,8 dell&#8217;anno precedente. La <strong>quota di specialisti Ict</strong> (<em>Information and Communication Technology</em>) sul totale degli occupati è invece diminuita per il secondo anno consecutivo, attestandosi al 3%.</p>
<p>Tra il 2020 e il 2022 è aumentata anche la <strong>quota di imprese che hanno introdotto una o più innovazioni</strong> con effetti positivi sull&#8217;ambiente, passata dal 37% al 40,1%.</p>
<p>Nel 2023, i risultati relativi al <strong>Consumo interno di materiali</strong> sono stati positivi, con una riduzione del 7,4% rispetto al Pil e del 6,7% rispetto alla popolazione. Con 0,25 tonnellate di materiali consumati ogni mille euro di Pil e 8,3 tonnellate per abitante, l&#8217;Italia si colloca tra i Paesi più virtuosi dell&#8217;Ue27, occupando il secondo posto per consumo pro capite e il terzo per consumo in rapporto al Pil.</p>
<p>Nonostante un lieve aumento della <strong>produzione di rifiuti urbani pro capite</strong>, il <strong>tasso di riciclo</strong> è cresciuto avvicinandosi al 51%, mentre la quota di raccolta differenziata è aumentata, raggiungendo il 66,6%. Permangono tuttavia significativi ritardi sul piano normativo e diffuse disparità territoriali.</p>
<p>Dopo il recupero registrato nel 2022, la crescita del <strong>tasso di utilizzo circolare dei materiali</strong> ha rallentato, mentre nel 2023 la <strong>quota di materiali recuperati reimmessi nell&#8217;economia</strong> sul totale dei materiali utilizzati ha raggiunto il 20,8%, un valore nettamente superiore alla media dell&#8217;Ue27 (11,8%) e che colloca l&#8217;Italia al secondo posto in Europa.</p>
<h3><strong>La Youth voluntary review</strong></h3>
<p>La <strong>Youth voluntary review </strong>(Yvr) rappresenta una delle principali novità della revisione volontaria italiana del 2026: per la prima volta l’Italia integra infatti un rapporto dedicato alle giovani generazioni, con l’obiettivo di raccogliere il loro punto di vista sull’attuazione dell’Agenda 2030 e sulla costruzione delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Il percorso ha coinvolto bambine, bambini e giovani tra i <strong>6 e i 35 anni</strong>, attraverso un processo strutturato di ascolto e partecipazione.</p>
<p>Sul punto “Prosperità” dell’Agenda 2030 emerge che, tra gli 11 e i 13 anni, la <strong>principale priorità per il futuro lavorativo</strong> è lavorare in gruppo e collaborare (43,1%). Il 59% degli adolescenti e delle adolescenti considera l&#8217;esperienza pratica l&#8217;aspetto più importante per prepararsi al mondo del lavoro. Inoltre, il 51,5% dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 18 anni ritiene che la scuola sia poco o per nulla utile per affrontare la vita adulta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>   <a href="https://asvis.it/voluntary-national-review-2026/" target="_blank" rel="noopener">CONSULTA LA PAGINA DEDICATA ALLA VOLUNTARY NATIONAL REVIEW</a>   </strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/vnr-prosperita-andamenti-positivi-nel-lungo-periodo-ma-nel-breve-emergono-criticita/">Vnr, Prosperità: andamenti positivi nel lungo periodo, ma nel breve emergono criticità</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Innovazione: Italia leader nella ricerca ma mancano finanziamenti per i brevetti</title>
		<link>https://asvis.it/innovazione-italia-leader-nella-ricerca-ma-mancano-finanziamenti-per-i-brevetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 08:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il trasferimento tecnologico rappresenta un collo di bottiglia per il nostro Paese, nonostante il primato nelle pubblicazioni scientifiche. Servono investimenti sul capitale umano e nel mercato. Lo dimostra lo studio Teha. 02/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che gli investimenti in <strong>ricerca e sviluppo</strong> (R&amp;S) rappresentino una componente chiave e un importante indicatore della crescita e dello sviluppo economico di un Paese, è una verità nota. E si sa anche che esiste una correlazione positiva tra le due variabili:<strong> </strong>in pratica questo significa i Paesi che investono di più in ricerca e sviluppo sono anche quelli con i tassi di crescita più elevati. A confermarlo, e ad offrire una ricerca approfondita con un focus sull’Italia, è lo studio realizzato da <strong>The European House Ambrosetti (Teha),</strong> pubblicato di recente e intitolato “<strong><a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25356&amp;doc_player=1">InnoTech Report 2026: Harnessing Innovation in the Global Scenario”.</a></strong><strong> </strong>Secondo gli ultimi dati disponibili, la <strong>Cina</strong> si conferma leader sia nella crescita degli investimenti in R&amp;S che nell&#8217;andamento del Pil, mentre l’Italia arranca.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teah1.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>L&#8217;indice sviluppato da Teha, elaborando i dati dal 2023 al 2025, e definito “<strong>Teha-Global Innosystem Index (Teha-Gii)</strong>, consente di confrontare e valutare il panorama dell&#8217;innovazione da un punto di vista globale. I risultati di ciascun ecosistema sono stati rappresentati a livello di due macro-insiemi di indicatori: <strong>variabili di input</strong> (capitale umano, risorse finanziarie per l’innovazione, ecosistema innovativo, attrattività dell’ecosistema)<strong> </strong>e <strong>variabili di output </strong>(risultati dell&#8217;attività di ricerca di base, per misurare la quantità di &#8220;nuova conoscenza&#8221; generata; risultati della ricerca applicata, ovvero il trasferimento di conoscenze dalla ricerca di base al mercato, capacità di generare soluzioni tecnologiche di riferimento).</p>
<p><strong>L&#8217;Italia si posiziona al 31° posto</strong>, senza variazioni rispetto alla classifica del 2023. Il suo punteggio è leggermente aumentato a 2,79, con un incremento di 0,06 punti rispetto all&#8217;indice precedente.</p>
<p><strong><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha2.png" alt="" width="70%" /> </strong></p>
<h3><strong>Dalla ricerca al mercato: il panorama italiano</strong></h3>
<p>Il nostro Paese produce un volume e una qualità di ricerca che lo collocano tra i sistemi scientifici più solidi d&#8217;Europa. La <strong>debolezza emerge</strong> laddove la ricerca deve essere tutelata, diffusa, finanziata e ampliata. Gli investimenti in ricerca e sviluppo riflettono una tendenza di lunga data e di scarso impegno<strong>. </strong>La spesa lorda in R&amp;S si è attestata all&#8217;1,37% del Pil nel 2023,<strong> ben al di sotto della media UE del 2,14%.</strong> E anche se il trend sembra far registrare un + 0,04%, in termini reali, i finanziamenti sono scesi al di sotto dei livelli pre-pandemia, una riduzione che contrasta con la traiettoria di diverse altre economie avanzate.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha3.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>La forza della ricerca italiana risiede nel volume delle pubblicazioni e nella loro qualità. In Europa, <strong>l&#8217;Italia si posiziona al secondo posto dopo la Germania per il suo contributo alla produzione scientifica</strong> più citata al mondo, <strong>rappresentando circa il 3% del totale globale.</strong></p>
<p><strong>La debolezza italiana si riscontra nei seguenti numeri. </strong>Il nostro Paese genera circa 3.100 depositi di brevetti internazionali all&#8217;anno, rispetto ai 16.800 della Germania e agli 8.100 della Francia. Il divario di conversione è ancora più significativo:<strong> l&#8217;Italia trasforma solo il 3% delle sue pubblicazioni scientifiche in brevetti</strong>, mentre la Germania ne converte il 14%, con la Francia e i Paesi Bassi che fanno registrare il 12%.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha4.png" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>L&#8217;infrastruttura del trasferimento tecnologico</strong></h3>
<p>La spina dorsale istituzionale del trasferimento tecnologico in Italia è costituita da una rete di <strong>Uffici di trasferimento tecnologico (Tto)</strong>, strutture integrate nelle università e negli enti pubblici di ricerca, responsabili dell&#8217;identificazione, della tutela e della commercializzazione della proprietà intellettuale generata dalla ricerca accademica. Attualmente in Italia si contano 122 Tto, di cui 67 all&#8217;interno di università, 9 all&#8217;interno di enti pubblici di ricerca e 46 all&#8217;interno dell&#8217;Ircss (Istituto di ricerca, ospedalizzazione e assistenza sanitaria). Tuttavia, uno sguardo più granulare mostra che <strong>il 61% delle Tto italiane impiega cinque persone o meno</strong>, mentre solo il 13% ha più di 10 dipendenti a tempo pieno. Secondo Teha, la grandezza non consente a queste <strong>organizzazioni di gestire processi di commercializzazione complessi</strong> (attività internazionali, portafogli di brevetti, costruzione di rapporti duraturi con l’industria e gli investitori).</p>
<h3><strong>L&#8217;ecosistema italiano del venture capital</strong></h3>
<p>Anche quando le tecnologie italiane riescono a superare il sistema di ricerca, spesso <strong>si scontrano con un contesto finanziario insufficiente a supportare la crescita su larga scala.</strong> Il mercato italiano del <strong>venture capital</strong> &#8211; serve a finanziare l&#8217;avvio o la crescita di un&#8217;attività in settori a elevato potenziale di sviluppo &#8211; è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con investimenti totali passati da circa 729 milioni di dollari nel 2020 a 1,7 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento del 133%. Questa crescita è importante e segnala un ecosistema più dinamico rispetto al passato. Tuttavia, parte da una base bassa e non risolve una lacuna strutturale: il mercato rimane troppo piccolo, troppo concentrato geograficamente e non ancora ben allineato alle esigenze dell&#8217;innovazione tecnologica e scientifica.</p>
<h3><strong>Le proposte di Teha</strong></h3>
<p>Alla luce della ricerca condotta, le raccomandazioni di Teha per contribuire a promuovere l&#8217;innovazione in Italia sono strutturate in tre aree strategiche:</p>
<ul>
<li><strong>competitività strategica per costruire un vantaggio di lungo termine</strong>: definire una politica tecnologica nazionale, istituire Zone speciali di innovazione (Zis) e plasmare il quadro EU.inc per prevenire l&#8217;arbitraggio normativo;</li>
<li><strong>costruire le fondamenta per talenti e competenze</strong>: definire una Strategia nazionale Stem per colmare il divario di competenze; integrare l&#8217;approccio &#8220;coding for all&#8221; con un quadro di riferimento per l&#8217;alfabetizzazione digitale e la cultura dell&#8217;innovazione e lanciare un <strong>pacchetto di attrazione dei talenti</strong> per attrarre talenti globali ad alto potenziale;</li>
<li><strong>sbloccare il potenziale di ricerca e innovazione per tradurre l&#8217;eccellenza della ricerca italiana in valore economico e di mercato</strong>: istituire uno Sportello unico per la ricerca sperimentale, rafforzare la collaborazione tra industria e università aumentando al contempo la remunerazione dei dottorandi, garantire stabilità a lungo termine per gli investimenti in R&amp;S attraverso un pacchetto di attrazione dedicato e rafforzare il trasferimento tecnologico.</li>
</ul>
<p><strong><a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25356&amp;doc_player=1">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
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		<title>Giovani, il divario cresce: lavoro, pensioni e debito frenano il futuro</title>
		<link>https://asvis.it/giovani-il-divario-cresce-lavoro-pensioni-e-debito-frenano-il-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:08:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[#giovani]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto di Fondazione RiES registra un nuovo aumento delle disuguaglianze. Il Patto generazionale del Cnel lega lavoro, welfare e partecipazione e chiede politiche costruite e valutate con i giovani. 26/08/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box-info">
<div class="d-box d-box-datapubb">
<p>Il divario tra le generazioni torna ad aumentare in Italia, alimentato da pensioni, povertà, debito pubblico, disparità di genere e fragilità economica. Le difficoltà dei giovani nel lavoro, nell’accesso alla casa e nella costruzione di percorsi autonomi si ripercuotono su natalità, welfare e <strong>capacità del Paese di investire nel futuro</strong>. Due recenti pubblicazioni chiedono di <strong>inserire l’equità intergenerazionale nella programmazione pubblica</strong> e coinvolgere i giovani nelle decisioni.<em> </em><em> </em></p>
<ul>
<li>Il divario generazionale sale a 136 punti nel 2023.</li>
<li>Lavoro precario e bassi salari compromettono le pensioni future.</li>
<li>Demografia e debito riducono gli investimenti destinati ai giovani.</li>
<li>L’Italia perde giovani, competenze e imprese under 35.</li>
<li>Il CNEL chiede politiche costruite con le nuove generazioni.</li>
<li>Vig e bilancio intergenerazionale possono orientare le scelte pubbliche.</li>
</ul>
<p>Il settimo Rapporto 2025 “<a href="https://www.fondazioneries.it/primo-piano/il-divario-generazionale-nuove-generazioni-vecchi-squilibri-rompere-linerzia-vii-rapporto-2025/">Il divario generazionale. Nuove generazioni, vecchi squilibri: rompere l’inerzia</a>”, pubblicato a maggio dall’<strong>Osservatorio Politiche giovanili di Fondazione RiES</strong>, aggiorna una ricerca avviata dieci anni fa. Il progetto CNEL <a href="https://www.cnel.it/chi-siamo/xi-consiliatura/progetti-e-iniziative-xi-consiliatura/cnel-giovani-patto-generazionale">Giovani &#8211; Patto Generazionale</a>, presentato a luglio, nasce invece da una consultazione con oltre 65 organizzazioni e cinque tavoli su lavoro, partecipazione, pensioni, debito pubblico e attrattività.<strong> Fondazione RiES misura gli squilibri; il Cnel raccoglie proposte per ricostruire il rapporto tra generazioni.</strong></p>
<h3>Un divario che attraversa il ciclo di vita</h3>
<p>Secondo Fondazione RiES, l’Indice di divario generazionale (Gdi 4.0), formato da 43 indicatori in 14 domini, è salito a 136 punti nel 2023, rispetto alla base 100 del 2006. Il recupero dei due anni precedenti si interrompe. I domini più critici sono:</p>
<ul>
<li>pensioni;</li>
<li>povertà;</li>
<li>debito pubblico;</li>
<li>parità di genere;</li>
<li>reddito e ricchezza familiare;</li>
<li>credito e risparmio.</li>
</ul>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/GDI-4.0-2023.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>L’Indice di divario generazionale è passato da 100 punti nel 2006 a 136 nel 2023. Dopo il miglioramento registrato nel biennio 2021-2022, il valore è tornato a crescere. Fonte: Fondazione RiES, “Il divario generazionale. VII Rapporto 2025”</em></p>
<p>Fondazione RiES definisce la situazione una “<em>persistente emergenza generazionale</em>”. <strong>Entrare tardi in un mercato del lavoro</strong> segnato da precarietà e bassi salari ritarda l’autonomia e produce carriere contributive discontinue. Il Cnel <strong>collega questa fragilità alle pensioni future</strong>: nel sistema contributivo, l’inadeguatezza delle prestazioni di domani si forma nel lavoro di oggi. Propone di migliorare la qualità dell’occupazione, l’educazione previdenziale e l’accesso alla previdenza complementare.</p>
<h3>Demografia e debito restringono gli investimenti</h3>
<p><strong>L’invecchiamento</strong> accentua la pressione sui sistemi pensionistico e sanitario mentre diminuisce la popolazione attiva. L’indice di dipendenza ha raggiunto 57,6 punti nel gennaio 2024, riferisce Fondazione RiES su dati Istat. Il rapporto rileva inoltre che, a fronte di una spesa per la protezione sociale pari al 21,1% del Pil, il 13,6% era destinato alla voce “anziani” e l’1,4% a “famiglia e bambini”. Il confronto mostra il <strong>ridotto spazio riservato agli investimenti sulle nuove generazioni.<br />
</strong>Il <strong>Cnel collega il debito alla qualità della spesa</strong>: investimenti in istruzione, ricerca, innovazione e infrastrutture possono ampliare le opportunità e sostenere la crescita.</p>
<p>Il rapporto di Fondazione RiES calcola che le misure generazionali e potenzialmente generazionali rappresentino il 2,54% delle <strong>risorse del Pnrr italiano, una quota inferiore a quelle rilevate negli altri Paesi europei</strong> considerati.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/TassoDisoccupazione.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>L’Italia destina alle misure generazionali e potenzialmente generazionali il 2,54% delle risorse del Pnrr. La quota risulta inferiore a quelle di Spagna, Germania, Francia, Portogallo e Grecia, nonostante l’elevata disoccupazione tra i 15 e i 34 anni registrata nel 2019. Fonte: Fondazione RiES, “Il divario generazionale. VII Rapporto 2025”</em></p>
<p>Sul versante del lavoro, i tavoli propongono inoltre la riduzione contrattata dell’orario e strumenti di ricambio generazionale capaci di favorire il trasferimento delle competenze tra lavoratori senior e giovani.</p>
<h3>La capacità di offrire prospettive credibili si riflette sull’attrattività</h3>
<p>Il CNEL riporta che tra il 2011 e il 2024 circa 630mila giovani tra 18 e 34 anni hanno lasciato l’Italia, a fronte di 189mila rientri: il saldo supera le 440mila persone. A questa perdita di capitale umano si affianca la riduzione delle imprese giovanili: secondo Unioncamere-InfoCamere, tra il 2014 e il 2024 sono diminuite di oltre 153mila unità. Trattenere e richiamare competenze richiede, per il Cnel, lavoro adeguatamente retribuito, casa, servizi, credito e territori nei quali costruire un progetto di vita.</p>
<p><strong>Le opportunità risultano inoltre distribuite in modo diseguale</strong>. Fondazione RiES segnala che i <strong>divari territoriali e di genere</strong> aggravano quello generazionale, con una penalizzazione particolarmente evidente nel Mezzogiorno e tra le giovani donne; il CNEL richiama perciò la necessità di rafforzare servizi, infrastrutture e opportunità nelle aree interne.</p>
<h3>Dalla consultazione alla corresponsabilità</h3>
<p>La contrazione numerica dei giovani <strong>riduce anche il loro peso elettorale</strong>. Fondazione RiES osserva però un dinamismo civico espresso attraverso volontariato e cittadinanza attiva.<br />
Il Cnel propone di tradurlo in una partecipazione continuativa: lo <em>Youth Empowerment</em> dovrebbe rafforzare competenze e rappresentanza; lo <em>Youth Check</em> valutare gli effetti delle decisioni; lo <em>Youth Dialogue</em> rendere stabile il confronto con istituzioni e parti sociali. Tra le indicazioni figurano il voto nel luogo di domicilio per studenti e lavoratori fuori sede e il coinvolgimento dei Forum dei giovani.<br />
Le proposte, precisa il CNEL, costituiscono una base aperta alla consultazione pubblica, non un programma definitivo.</p>
<h3><strong>Misurare gli effetti delle scelte pubbliche</strong></h3>
<p>Il punto di maggiore convergenza è la <strong><em>Valutazione di impatto generazionale (Vig)</em></strong>, che stima preventivamente gli effetti economici, sociali e ambientali delle politiche. Fondazione RiES ne chiede l’<strong>applicazione sistematica </strong>ai diversi livelli di governo. Il CNEL vuole affiancare alla valutazione tecnica il <strong>coinvolgimento delle organizzazioni giovanili</strong>.</p>
<p>Entrambi richiamano inoltre il <strong>bilancio intergenerazionale</strong>, che rende visibile come le risorse pubbliche vengono distribuite tra le età e quali conseguenze producono nel tempo. Fondazione RiES propone anche soglie minime di investimento, ricordando il <em>Fondo sociale europeo Plus</em>, che destina almeno il 12,5% delle risorse all’occupazione giovanile nei Paesi tenuti ad applicare il vincolo. Il nuovo patto delineato dalle due fonti richiede quindi <strong>un criterio permanente per stabilire chi beneficia delle decisioni, chi ne sostiene i costi e quali opportunità vengono lasciate a chi vivrà</strong> più a lungo con le loro conseguenze.</p>
<p>Scarica il Report di <a href="https://www.fondazioneries.it/primo-piano/il-divario-generazionale-nuove-generazioni-vecchi-squilibri-rompere-linerzia-vii-rapporto-2025/">Fondazione RiES</a><br />
Scarica il Documento <a href="https://www.cnel.it/chi-siamo/xi-consiliatura/progetti-e-iniziative-xi-consiliatura/cnel-giovani-patto-generazionale">CNEL</a></p>
</div>
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		<item>
		<title>Climateflation: il carrello della spesa dipende dalle temperature</title>
		<link>https://asvis.it/climateflation-il-carrello-della-spesa-dipende-dalle-temperature/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 14:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi climatica sta diventando un fattore strutturale dell’instabilità dei prezzi alimentari, con effetti che entro il 2035 potrebbero aggiungere fino a 3,2 punti percentuali all’inflazione dei beni alimentari (ogni anno). 06/07/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il cambiamento climatico è entrato stabilmente nel cuore dell’economia globale. Tra i segnali più evidenti c’è l’emergere di una nuova forma di pressione sui prezzi: la cosiddetta “<strong>inflazione climatica</strong>” o “<strong>climateflation</strong>”. Si tratta di un fenomeno che, secondo una crescente letteratura scientifica, sta già contribuendo all’aumento del <strong>costo della vita</strong>, in particolare attraverso il canale agricolo e alimentare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Clima e carrello</strong></p>
<p>Uno degli studi più citati sul tema, <a href="https://www.nature.com/articles/s43247-023-01173-x?utm_source=chatgpt.com">pubblicato nel 2024 su Nature</a>, ha analizzato oltre 27mila indici mensili dei prezzi al consumo in <strong>121 Paesi</strong>. Il risultato è chiaro: l’aumento delle temperature provoca un incremento significativo sia dell’inflazione alimentare sia di quella complessiva, con effetti che persistono per almeno 12 mesi. Shock destinati a ripetersi con maggiore frequenza all’intensificarsi del <strong>riscaldamento globale</strong>.</p>
<p>Il meccanismo alla base di questa <strong>spirale inflazionistica</strong> è, come detto, particolarmente evidente nel settore agricolo. Temperature elevate, siccità prolungate e precipitazioni estreme <strong>colpiscono la produttività delle colture</strong>, <strong>riducono le rese e destabilizzano l’offerta</strong>. E quando la produzione cala, i prezzi salgono.</p>
<p>Una dinamica lineare che, tuttavia, in un sistema globalizzato si amplifica: gli shock locali si propagano rapidamente sui mercati internazionali, <strong>aumentando volatilità e incertezza</strong>.</p>
<p>In diverse aree del mondo gli effetti sono tangibili. In <strong>Europa</strong>, l’ondata di calore del 2022 ha contribuito a far salire l’inflazione alimentare tra 0,4 e 0,9 punti percentuali. Un segnale di ciò che potrebbe ripetersi nel prossimo futuro, anche <a href="https://asvis.it/ne-eccezionali-ne-imprevedibili-le-ondate-di-calore-sono-una-normalita"><strong>alla luce dell’ondata di calore che ha colpito il Continente</strong></a> tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. In altre regioni, eventi estremi come alluvioni o siccità hanno danneggiato intere stagioni agricole. In <strong>Messico</strong>, per esempio<strong>, i prezzi dei pomodori sono quasi raddoppiati</strong> rispetto all’anno scorso a causa della combinazione di siccità, piogge intense e malattie delle piante legate all’umidità. In <strong>India</strong>, le temperature si sono spinte <strong>fino a 47°C</strong>, ciò ha indotto gli analisti a rivedere al rialzo le previsioni di inflazione.</p>
<p>“<em>Si sta delineando una situazione che partorirà un nuovo shock all’anno</em>”, osserva su <a href="https://www.bloomberg.com/news/features/2026-06-22/climate-change-is-making-your-grocery-bill-more-expensive?cmpid=BBD062326_GREENDAILY&amp;utm_campaign=greendaily&amp;utm_medium=email&amp;utm_source=newsletter&amp;utm_term=260623&amp;utm_content=5833">Bloomberg</a> <strong>Maximilian Kotz</strong>, ricercatore presso il Centro di supercalcolo di Barcellona e coautore dello studio “<a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/ade45f">Climate extremes, food price spikes, and their wider societal risks</a>”. Se il riscaldamento globale dovesse intensificarsi, aggiunge, è probabile una pressione costante al rialzo sui prezzi.</p>
<p>Secondo il lavoro di ricerca, <strong>entro il 2035</strong> il cambiamento climatico potrebbe aggiungere<strong> tra 0,9 e 3,2 punti percentuali all’inflazione alimentare globale ogni anno</strong>, e fino a circa 1,2 punti percentuali all’inflazione complessiva. Un ordine di grandezza che, per le banche centrali, equivale a un cambio di paradigma: “<strong>il clima è ormai un fattore strutturale dell’instabilità dei prezzi</strong>”.</p>
<p>Mentre le evidenze empiriche si accumulano, gli eventi estremi hanno fatto registrare picchi significativi nei prezzi di beni come <strong>caffè</strong>, <strong>cacao</strong> e <strong>ortaggi</strong>. Secondo alcune stime, con l’aumento delle temperature questi impatti potrebbero intensificarsi <strong>fino al 50% nei prossimi decenni</strong>. In altre parole, ciò che oggi appare eccezionale <strong>è destinato a diventare la norma</strong>, con profonde ricadute sociali. L’inflazione climatica <strong>colpisce soprattutto le famiglie a basso reddito</strong>, dove la spesa alimentare assorbe una quota maggiore del bilancio. L’aumento dei prezzi riduce così l’accesso al cibo e peggiora la qualità delle diete, con effetti che vanno ben oltre l’economia e <strong>si riflettono sulla salute e sulla coesione sociale</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un fenomeno complesso</strong></p>
<p>A differenza dell’inflazione tradizionale, spesso legata a dinamiche della domanda o a politiche monetarie, <strong>quella climatica nasce da shock di offerta</strong>. Il problema non è un eccesso di domanda, ma una <strong>riduzione della capacità produttiva</strong>, soprattutto nel settore agricolo. Per questo gli strumenti classici, come l’aumento dei tassi di interesse, rischiano di rivelarsi poco efficaci nel contrastarla.</p>
<p>A complicare il quadro contribuiscono inoltre una serie di fattori che si sommano e si rafforzano a vicenda, tra questi troviamo l’aumento dei <strong>costi energetici</strong>, le difficoltà nella produzione di fertilizzanti e le interruzioni delle catene di approvvigionamento. Il risultato è un effetto cumulativo che si abbatte ulteriormente sui prezzi alimentari.</p>
<p>Comprendere <strong>in che modo la crisi climatica influenzerà l’inflazione nel lungo periodo</strong> resta tutt’ora una sfida aperta. I modelli oggi disponibili si basano su dati storici che rischiano di diventare rapidamente obsoleti in un contesto di <strong>riscaldamento accelerato </strong>– nel quale ci troviamo -, rendendo più difficile stimare con precisione tempi, intensità e durata degli effetti.</p>
<p>Se le modalità con cui questi effetti si manifesteranno restano ancora in parte incerte, <strong>la direzione è ormai evidente</strong>. Mentre governi, imprese e istituzioni integrano i rischi climatici nelle valutazioni economiche, per i consumatori il segnale è già chiaro: <strong>in un mondo più caldo i prezzi del cibo sono destinati ad aumentare</strong>.</p>
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		<title>La povertà non è inevitabile: è il prodotto di decisioni politiche</title>
		<link>https://asvis.it/la-poverta-non-e-inevitabile-e-il-prodotto-di-decisioni-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 15:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_In_Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal1]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vera novità non è che esistano i poveri, ma che si resta poveri, secondo il Rapporto Caritas. La Strategia Ue anti-povertà indica la via. Sei economisti propongono una roadmap per rompere gli schemi. 25/06/06</p>
<p>di Flavia Belladonna</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>La politica di lotta alla povertà attraverso la crescita economica è destinata al fallimento</strong>”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei rinomati economisti &#8211; Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel – che, dalle colonne <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/jun/10/economists-maths-growth-doomed-strategy-un-agencies-political-leaders">del quotidiano britannico <em>The Guardian</em></a>, hanno lanciato una <a href="https://www.neep-poverty.org/roadmap-for-eradicating-poverty-beyond-growth/">roadmap</a> per sradicare la povertà andando oltre la crescita. “<em>Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di <strong>scelte politiche</strong></em>”, si legge sul <em>Guardian</em>. Una posizione condivisa dal<a href="https://asvis.it/strategia-anti-poverta-dellunione-europea"><strong>l’Unione europea, che il 6 maggio ha lanciato la sua prima Strategia anti-povertà</strong></a>. Articolata in tre pilastri (casa, lavoro, protezione di minori e giovani), la Strategia intende affrontare un fenomeno che i dati più recenti di Eurostat dipingono come veramente preoccupante: infatti, nell’<strong>Ue una persona su cinque è a rischio povertà o esclusione sociale.</strong></p>
<p>La Strategia europea contro la povertà punta a <strong>superare la logica dell&#8217;emergenza, intervenendo sulle cause strutturali dell&#8217;esclusione sociale</strong>. Sul fronte <strong>abitativo</strong>, prevede misure di prevenzione per chi rischia di perdere la casa, il rafforzamento degli alloggi sociali e a prezzi accessibili e il sostegno a nuovi investimenti. Sul <strong>lavoro</strong>, considerato la principale via d&#8217;uscita dalla povertà, l&#8217;obiettivo è favorire l&#8217;inserimento professionale delle 50 milioni di persone oggi escluse dal mercato del lavoro e contrastare il fenomeno del lavoro povero, che interessa un lavoratore europeo su otto. Particolare attenzione è dedicata alla <strong>povertà infantile</strong>: oltre 19 milioni di bambini sono a rischio di povertà e la Commissione intende mobilitare nuove risorse finanziarie e rafforzare la collaborazione con enti locali e società civile per spezzare la trasmissione intergenerazionale dello svantaggio.</p>
<p>I dati europei e quelli italiani raccontano una realtà che contraddice una convinzione radicata: <strong>la povertà non è un fenomeno residuale destinato a scomparire grazie alla crescita economica</strong>. Al contrario, sta diventando una condizione strutturale che colpisce lavoratori, famiglie con figli e anziani. Se questo accade, nonostante l&#8217;aumento della ricchezza complessiva prodotta, significa che il problema non è solo quanto si cresce, ma come si distribuiscono opportunità, redditi e servizi essenziali. La <strong><a href="https://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/Relazione-BES-2026_28_04_26.pdf">Relazione sugli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes)</a></strong>, trasmessa dal Ministero dell&#8217;Economia e delle finanze al Parlamento ad aprile, prospetta per il triennio 2026-2029 una stabilità della disuguaglianza del reddito netto e della povertà assoluta familiare. “<em>Dovremmo imparare a pensare all&#8217;inclusione sociale come un investimento invece che un costo: quanta crescita sblocchiamo se attiviamo queste persone invece di abbandonarle ai margini? <strong>Lasciarle indietro è un costo doppio</strong>: sia sul welfare sia in termini di mancata partecipazione alla vita economica del Paese</em>”, si legge <a href="https://www.corriere.it/buone-notizie/26_giugno_19/poverta-in-europa-gli-stati-si-muovano-e-pensino-ai-giovani-3f950d86-635c-4038-9084-291ca56f0xlk_amp.shtml">su <em>Il Corriere della sera</em></a> in un’intervista all’economista <strong>Pietro Galeone </strong>a firma di <strong>Stefano Agnoli</strong>. Se si potesse riscrivere la Strategia europea, afferma Galeone, sarebbe importante dare un’attenzione in più ai giovani: “<em>Servirebbe un focus urgente sulla povertà giovanile, sull&#8217;inclusione lavorativa giovanile, sulla qualità del lavoro giovanile e sulla possibilità per i giovani di investire nel loro futuro</em>”.</p>
<p><strong>Paolo Lambruschi</strong>, <a href="https://www.avvenire.it/attualita/famiglie-con-minori-e-anziani-soli-intrappolati-nella-rete-della-poverta_109770">su <em>Avvenire</em></a>, commenta i dati del <a href="https://www.caritas.it/report-statistico-2026-sempre-piu-poveri-sempre-piu-a-lungo/"><strong>Rapporto Caritas</strong></a>, presentato il 16 giugno a Roma, parlando della nuova “strutturale normalità” radicata nella vita di molte famiglie: “<em>Mai così tanti poveri e così a lungo. Eppure, vista da vicino, <strong>la povertà pare diventata normale per troppe persone</strong></em>”.  Lavorare non basta più, diminuiscono i nuovi poveri ma aumentano povertà cronica, intensità del bisogno e solitudine, cresce dal 4,6% al 5,2% la quota di persone che vive in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale.</p>
<p>Come cambiare rotta? La già citata tabella di marcia per sradicare la povertà, che è stata elaborata su mandato del <a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-poverty">Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani</a> Olivier De Schutter, lancia un messaggio che punta a <strong>rompere lo schema</strong> che per decenni ha guidato le politiche economiche degli Stati, basate su tre capisaldi: crescita, tasse, trasferimenti. Per gli economisti autori del Rapporto occorre anche rafforzare la rappresentanza sindacale e riconoscere il valore, spesso invisibile, del lavoro di cura. Significa poi investire nei servizi pubblici universali, dalle abitazioni ai trasporti, passando per la sanità e l’istruzione, così da <strong>spezzare il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della povertà</strong>. E ancora: bisogna riportare sotto il controllo pubblico le risorse strategiche e orientare le risorse finanziarie per sostenere l’economia sociale che, a differenza del capitalismo contemporaneo, persegue finalità di interesse collettivo. La riscrittura delle regole dell’economia globale deve essere fatta avendo in mente i principi di equità e redistribuzione. Servono politiche contro la povertà basate sui diritti, assemblee di cittadini, strumenti di creazione di ricchezza comunitaria.</p>
<p><em>“Chiediamo ai leader politici a tutti i livelli […] di considerare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l&#8217;effettiva realizzazione dei diritti umani come il <strong>parametro di riferimento per valutare le politiche economiche</strong></em>”. Perché in gioco c’è molto di più di quello che ci viene raccontato dal dibattito nazionale su questi temi. La povertà non è una condizione inevitabile dell’umanità, ma l’esito di scelte economiche e politiche ben definite. Per questo può essere ridotta e persino sradicata. La domanda da porsi non è se abbiamo le risorse per farlo, ma se abbiamo la volontà di compiere le scelte necessarie.</p>
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		<title>La crescita economica è una strategia destinata al fallimento</title>
		<link>https://asvis.it/la-crescita-economica-e-una-strategia-destinata-al-fallimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 14:12:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#BuonePraticheAziende]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Stiglitz a Piketty, lanciata una roadmap globale che mette in discussione la crescita del Pil e il capitalismo: povertà e crisi ecologica non sono inevitabili, sono il risultato di scelte economiche e politiche da ripensare. 16/06/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>La povertà è un’invenzione e la crescita è destinata al fallimento</strong>”. Parole che non lasciano spazio a interpretazione quelle messe nere su bianco da sei famosi economisti &#8211; <strong>Olivier De Schutter</strong>, <strong>Joseph Stiglitz</strong>, <strong>Jayati Ghosh</strong>, <strong>Thomas Piketty</strong>, <strong>Kate Raworth</strong> e <strong>Jason Hickel</strong> – che, dalle colonne <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/jun/10/economists-maths-growth-doomed-strategy-un-agencies-political-leaders">della rivista britannica <strong><em>The Guardian</em></strong></a>, lanciano una <a href="https://www.neep-poverty.org/roadmap-for-eradicating-poverty-beyond-growth/">roadmap</a> su un tema tanto discusso quanto inattuato: smettere di utilizzare la <strong>crescita del Pil</strong> come indicatore chiave per descrivere il benessere. Questa volta tutto è messo in relazione al <strong>fenomeno della povertà</strong> attraverso la <strong>New economies for eradicating poverty</strong> (<strong>Neep</strong>), iniziativa che intende costruire una nuova economia nel pieno rispetto dei <strong>diritti umani</strong> e di quei <strong>limiti planetari</strong> che il sistema capitalistico odierno “finge” di non vedere.</p>
<p>“<strong><em>Non si tratta di crisi separate</em></strong><em>. Sono sintomi di un modello economico giunto al capolinea. Povertà e disuguaglianza non sono casuali ma conseguenze prevedibili di <strong>scelte politiche</strong></em> &#8211; si legge sul Guardian -.  <em>Nel corso degli anni, mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari ristagnavano, il lavoro diventava più precario e i servizi pubblici venivano tagliati […]. È tutto diventato anche <strong>ecologicamente insostenibile</strong>: ci stiamo dirigendo verso una &#8220;<a href="https://asvis.it/stiamo-trasformando-la-terra-in-una-serra-fuori-controllo">Terra serra</a>&#8221; (<strong>hothouse Earth</strong>), dove l&#8217;aumento delle emissioni e la <strong>perdita di biodiversità</strong> destabilizzano le condizioni che sostengono la vita umana. Circa il 92% delle emissioni globali di carbonio in eccesso è attribuibile al <strong>Nord del mondo</strong>, e il <strong>10% più ricco</strong> della popolazione mondiale è responsabile di <strong>quasi la metà delle emissioni globali</strong>, mentre le persone in povertà sono le prime a subire i danni dei raccolti e l&#8217;aumento dei prezzi dei generi alimentari. Un modello economico che si basa su un&#8217;espansione infinita su un pianeta finito non è solo ingiusto, <strong>è pericoloso</strong></em>”.</p>
<p>La tabella di marcia per sradicare la povertà è stata elaborata su mandato del <a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-poverty">Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani</a>, Olivier De Schutter. La Roadmap ha potuto contare sul contributo di oltre 400 persone di diversa estrazione culturale, provenienti da ogni parte del mondo: dagli esperti delle agenzie Onu al personale di governi nazionali, da accademici alla società civile, fino a sindacati ed economisti. All’interno del documento troviamo una serie di <strong>proposte d’azione</strong>, ancorate alla realtà, che partono da evidenze ed esempi tangibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Il punto non è se crescere ma come e per chi</strong></h3>
<p>L’iniziativa lancia un <strong>potente messaggio</strong>. Un messaggio che punta a <strong>rompere lo schema</strong> che per decenni ha guidato le politiche economiche degli Stati, basate su tre capisaldi: crescita, tasse, trasferimenti. Il mondo economico e finanziario è stato costruito sull’idea che l’espansione del Pil, prima o poi, sarebbe stata capace di ridurre la povertà: <strong>non è così</strong>. Sebbene lo schema in passato abbia in parte funzionato, oggi il modello dominante fondato su <strong>estrazione intensiva</strong>, lavoro a basso costo, dipendenza dalle esportazioni e debito, sta producendo una serie di disastri che possono essere così riassunti: <strong>più disuguaglianze e più pressione sugli ecosistemi</strong>.</p>
<p>Il cambio di paradigma proposto dagli economisti apre a una riflessione profonda sulla qualità delle economie che stiamo costruendo: quanto sono compatibili con i <strong><a href="https://futuranetwork.eu/focus/533-6368/clima-la-nuova-frontiera-tra-responsabilita-giuridiche-e-rischi-irreversibili">punti di non ritorno</a></strong>? Per la Neep tutto è collegato, e il rispetto dei <strong>vincoli ambientali</strong> non può prescindere dal garantire un <strong>lavoro dignitoso e da salari equi</strong>. Per realizzarla, però, occorre rafforzare la rappresentanza sindacale e riconoscere il valore, spesso invisibile, del <strong>lavoro di cura</strong>. Significa poi investire nei servizi pubblici universali, dalle abitazioni ai trasporti, passando per la sanità e l’istruzione, così da <strong>spezzare il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della povertà</strong>. E ancora: bisogna riportare sotto il controllo pubblico le risorse strategiche e orientare le risorse finanziarie per <strong>sostenere l’economia sociale</strong> che, a differenza del capitalismo contemporaneo, persegue <strong>finalità di interesse collettivo</strong>.</p>
<p>La riscrittura delle regole dell’economia globale deve essere fatta avendo in mente i principi di <strong>equità e redistribuzione</strong>. Non è più tollerabile continuare a organizzare produzione e lavoro nel Sud del mondo <strong>in funzione dei consumi del Nord</strong>, anziché dei bisogni locali. Una contraddizione così evidenziata: “<em>ai governi dei Paesi a basso e medio reddito si chiede di fare di più contro la povertà, mentre operano dentro vincoli stringenti: sanzioni, accordi commerciali sbilanciati, scambi ineguali e un <strong>peso del debito</strong> che affonda le radici nella <strong>storia coloniale</strong>. Il risultato è evidente: circa 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che destinano più risorse alla copertura del debito che a sanità e istruzione. E sotto la pressione delle istituzioni finanziarie internazionali, la risposta resta spesso la stessa: <strong>tagli alla spesa sociale e compressione dei diritti del lavoro in nome della competitività</strong>. Nel frattempo, le catene globali del valore continuano a drenare lavoro e risorse al Sud invece che destinare quei soldi per sradicare la povertà estrema</em>”.</p>
<p>In sostanza, la solidarietà internazionale non deve essere vista come una scelta opzionale, ma una responsabilità storica e politica da assumersi. Una consapevolezza che rende inevitabile introdurre il <strong>principio di giustizia</strong> nella ridefinizione del debito dei Paesi a basso reddito, insieme a un rafforzamento della cooperazione internazionale, dei finanziamenti climatici a carattere riparativo e dei sistemi universali di protezione sociale. La posta in gioco è chiara: restituire margini di sovranità decisionale, permettendo ai Paesi poveri di delineare autonomamente il proprio percorso, senza vincoli che ne limitino diritti e prospettive di sviluppo sostenibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Non si parte da zero</strong></h3>
<p>La Neep ricorda che in tutto il mondo, dalle comunità indigene ai movimenti femministi, dai sindacati alle reti per la <strong>giustizia climatica</strong>, sta prendendo forma un’alternativa concreta: modelli fondati sulla cura collettiva, sui diritti territoriali e su una diversa idea di benessere. A questi si affiancano nuove alleanze tra Stati e sperimentazioni istituzionali che vanno nella stessa direzione: <strong>politiche contro la povertà basate sui diritti</strong>, assemblee di cittadini, strumenti di creazione di ricchezza comunitaria. Anche le Nazioni Unite <a href="https://asvis.it/dal-joint-research-centre-un-nuovo-approccio-per-misurare-benessere-e-sostenibilita">stanno esplorando indicatori “oltre il Pil</a>” e nuove architetture di governance per <strong>contrastare il fenomeno della disuguaglianza</strong>.</p>
<p>È su questo crinale che prende forma la tabella di marcia elaborata: un tentativo esplicito di mettere a sistema e rafforzare pratiche già esistenti, dimostratesi efficaci e, soprattutto, replicabili su scala più ampia. L’ambizione è offrire un riferimento condiviso a chi respinge la narrazione secondo cui povertà e degrado ambientale rappresentino un <strong>costo inevitabile da pagare</strong>. “<em>Pur non concordando su ogni dettaglio politico</em>”, osservano infine gli economisti, “<em>riteniamo necessario riprogettare le nostre economie affinché produzione, distribuzione e consumo siano orientati alla realizzazione dei diritti e al <strong>benessere collettivo</strong> entro i limiti del pianeta, anziché alla massimizzazione della produzione a qualsiasi costo. Chiediamo ai leader politici a tutti i livelli di utilizzarle, di ascoltare le persone più colpite e di considerare la fine della povertà, la riduzione delle disuguaglianze e l&#8217;effettiva realizzazione dei diritti umani come il <strong>parametro di riferimento per valutare le politiche economiche</strong></em>”. Perché in gioco c’è molto di più di quello che ci viene raccontato dal dibattito su questi temi. La povertà non è una condizione inevitabile dell’umanità ma l’esito di scelte economiche e politiche ben definite. È, in sostanza, un’invenzione.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ROADMAP-FINAL-IMAGE.png" alt="" width="70%" /></p>
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		<title>Quel divario salariale (enorme) che separa lavoratori italiani e migranti</title>
		<link>https://asvis.it/quel-divario-salariale-enorme-che-separa-lavoratori-italiani-e-migranti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Adri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 14:09:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#BuonePraticheAziende]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Retribuzioni più basse, maggiore presenza nei lavori meno qualificati e minori opportunità per valorizzare le proprie competenze. Il 35% dei lavoratori stranieri è impiegato in occupazioni pagate poco. 15/06/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo il Rapporto “<strong>Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia</strong>”, elaborato nell’ambito della preparazione del report New Measures of Wage Adequacy della Commissione europea, nel 2023 <strong>il divario salariale </strong>orario medio tra lavoratori italiani e stranieri ha raggiunto il <strong>32,6%.</strong></p>
<p>Si tratta di una delle differenze più ampie registrate a livello europeo e rappresenta un indicatore significativo delle difficoltà che molti lavoratori migranti continuano a incontrare nel <strong>mercato del lavoro italiano</strong>. Lo studio, basato sui dati Eu-Silc relativi al periodo 2009-2023, mostra inoltre come oltre il <strong>35% dei lavoratori stranieri</strong> sia impiegato in occupazioni a bassa retribuzione, una quota più che doppia rispetto a quella degli italiani, che si ferma intorno al 15%. Un dato che evidenzia come la <strong>disparità</strong> non riguardi soltanto il livello dei salari, ma anche la qualità delle opportunità occupazionali disponibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Differenze che colpiscono soprattutto gli stranieri</strong></h2>
<p>L’analisi mette in luce come le disuguaglianze non interessino tutti i lavoratori non comunitari allo stesso modo. I <strong>cittadini provenienti da Paesi extra Ue</strong> risultano infatti maggiormente penalizzati rispetto ai lavoratori comunitari, sia in termini salariali sia nelle possibilità di accesso a professioni più qualificate. Le differenze diventano ancora più marcate quando si incrociano con il genere. Le<strong> donne</strong> di origini non nazionali rappresentano infatti il gruppo più svantaggiato: i loro salari medi risultano inferiori del 42,6% rispetto a quelli del genere maschile italiano. Un fenomeno che evidenzia come origine e genere possano sommarsi, generando <strong>forme di svantaggio particolarmente profonde e persistenti</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Quando il titolo di studio non basta</strong></h2>
<p>Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal Rapporto riguarda il <strong>valore economico dell’istruzione.</strong> Per i lavoratori stranieri, infatti, il rendimento salariale associato ai titoli di studio risulta inferiore rispetto a quello degli italiani. La situazione è particolarmente evidente tra i lavoratori più qualificati e con maggiore esperienza professionale: questo evidenzia la presenza di ostacoli legati al riconoscimento delle competenze e dei titoli acquisiti all’estero, che spesso impediscono una piena <strong>valorizzazione del capitale umano</strong> disponibile. Pertanto, studiare e acquisire competenze non garantisce agli stranieri gli stessi ritorni economici che ottengono i lavoratori italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Il peso della segregazione occupazionale</strong></h2>
<p>Una parte consistente del divario salariale è spiegata dalla forte concentrazione dei lavoratori stranieri nei <strong>settori e nelle professioni meno retribuite</strong>. Agricoltura, assistenza alla persona, logistica e alcuni comparti dei servizi continuano a registrare una presenza particolarmente elevata di lavoratori migranti. Tuttavia, il Rapporto evidenzia che la segregazione occupazionale non è l’unica causa delle differenze retributive. Anche confrontando italiani e stranieri impiegati nello stesso settore e nella stessa occupazione permane un differenziale salariale medio del 9,2%. Un dato che il documento interpreta come possibile effetto di meccanismi di penalizzazione e <strong>discriminazione</strong> presenti nel mercato del lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>Ridurre le disuguaglianze per rafforzare la crescita</strong></h2>
<p>I risultati dello studio riportano al centro del dibattito il <strong>tema dell’inclusione economica</strong> <strong>e della qualità del lavoro</strong>. In un Paese che affronta sfide legate all’invecchiamento della popolazione, alla carenza di manodopera in diversi settori e alla stagnazione salariale, valorizzare pienamente le competenze dei lavoratori stranieri rappresenta una questione non solo sociale ma anche economica. Ridurre il divario salariale tra italiani e migranti significa favorire maggiore <strong>equità</strong>, migliorare la qualità dell’occupazione e rafforzare la <strong>coesione sociale</strong>. Perché un mercato del lavoro realmente inclusivo non è soltanto una condizione di giustizia, ma una leva fondamentale per la competitività e lo sviluppo del Paese.</p>
<p>di <em>Eleonora Gori</em></p>
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