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	<title>Ivan Manzo, Autore presso ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
	<lastBuildDate>Sat, 24 Oct 2026 17:43:26 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Ivan Manzo, Autore presso ASviS</title>
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	<item>
		<title>La Terra chiamò: il 5 dicembre a Roma la manifestazione per il clima</title>
		<link>https://asvis.it/la-terra-chiamo-il-5-dicembre-a-roma-la-manifestazione-per-il-clima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 15:23:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[#climaenergia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Promossa anche da ASviS, l’iniziativa riunirà in Piazza del Popolo esponenti del mondo scientifico e della cultura, con amministratori locali, rappresentanti dei territori, del volontariato, delle imprese e delle nuove generazioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una piazza aperta a tutte e tutti, per parlare di clima a partire dalla sicurezza delle persone, dalle esperienze dei territori e dalle soluzioni già disponibili.</strong> Sabato <strong>5 dicembre, dalle 12.30 al tramonto, Piazza del Popolo a Roma</strong> ospiterà <strong>La Terra chiamò</strong>, la manifestazione nazionale nata per riportare la crisi climatica al centro del dibattito pubblico dopo un’estate che ne ha mostrato ancora una volta gli effetti sulla salute, sui territori e sulla vita quotidiana.</p>
<p>Sul palco si incontreranno <strong>scienza, amministrazioni locali, volontariato, imprese, nuove generazioni, arte e cultura</strong>, insieme alle testimonianze di chi ha vissuto direttamente gli effetti del caldo estremo e degli altri eventi meteorologici dell’estate 2026. Al centro della giornata, le risposte già possibili alla crisi climatica e quattro richieste rivolte al Governo e alle forze politiche italiane, che confluiranno in un manifesto:</p>
<p><strong>&#8211; riportare il clima in cima all’agenda politica, riconoscendo la crisi climatica come una questione che riguarda la sicurezza del Paese;</strong></p>
<p><strong>&#8211; accelerare la mitigazione, abbandonando i combustibili fossili, aumentando la produzione da fonti rinnovabili e riducendo le emissioni;</strong></p>
<p><strong>&#8211; accelerare l’adattamento, proteggendo territori, mare e persone maggiormente esposte agli impatti di un clima che cambia;</strong></p>
<p><strong>&#8211; applicare il principio “chi inquina paga”, chiedendo alle aziende fossili di contribuire al finanziamento della transizione e delle politiche di adattamento.</strong></p>
<p>Secondo <strong>nuove analisi sottoposte a revisione paritaria e pubblicate sulla rivista scientifica <em>Nature Health</em></strong>, nell’estate del 2026 si sarebbero verificati <strong>oltre 50.000 decessi in eccesso dovuti al caldo nelle città europee</strong>. <strong>L’Italia è il Paese con il numero assoluto più alto tra quelli analizzati, con 13.303 decessi stimati nelle 87 aree urbane italiane comprese nello studio.</strong></p>
<p>Un quadro che si inserisce nelle criticità richiamate anche dal think tank ECCO nel briefing <a href="https://eccoclimate.org/quanto-si-muore-di-caldo-in-italia/"><em>Quanto si muore di caldo in Italia?</em></a>, che evidenzia come l’impatto delle alte temperature sia distribuito in modo diseguale e risenta dell’età, delle condizioni socioeconomiche, della disponibilità di verde urbano e della possibilità di proteggersi dal caldo nelle proprie abitazioni.</p>
<p>Gli effetti dell’estate appena trascorsa riguardano anche il Mediterraneo, dove <strong>le temperature superficiali hanno raggiunto valori fino a 8 °C sopra la media 1991-2020</strong>. Le ondate di calore marine interessano anche le acque profonde e modificano le condizioni dell’intero bacino. Tra il 2015 e il 2019 sono stati registrati eventi di mortalità di massa in <strong>50 specie</strong>, dalla superficie fino a 45 metri di profondità, mentre nel 2026 sono stati osservati anche fenomeni di sbiancamento della Posidonia. Il riscaldamento del mare modifica così comunità, reti alimentari ed ecosistemi, con conseguenze che arrivano anche alla pesca e alle attività economiche che dipendono dal Mediterraneo.</p>
<p>La stessa pressione investe la produzione alimentare. Dopo l’estate 2026, il <strong>Centro comune di ricerca della Commissione europea</strong> stima nell’UE rese inferiori alla media degli ultimi cinque anni dell’<strong>8% per il mais da granella e del 7% per le patate</strong>. E mentre caldo e scarsità d’acqua riducono i raccolti,aumentano i costi. A settembre, in Italia, gli alimentari freschi sono aumentati del <strong>5,5% su base annua</strong> e la BCE stima che gli eventi meteorologici estremi del 2026 possano aggiungere tra <strong>0,3 e 0,8 punti percentuali all’inflazione alimentare dell’area euro</strong> nei prossimi dodici mesi. Un impatto che pesa su un Paese in cui, secondo ISTAT, nel 2025 <strong>5,4 milioni di persone non potevano permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni</strong>.</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong><em>“La Terra chiamò”</em></strong><em> è promossa da <strong>ASviS, Fondazione Symbola, Future Food Institute, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Marevivo, Venice Climate Week e WWF Italia</strong>, con il sostegno di <strong>Green Heroes</strong>. </em></p>
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		<title>Caro petrolio: con le auto elettriche risparmiati 20 miliardi di dollari in sei mesi</title>
		<link>https://asvis.it/caro-petrolio-con-le-auto-elettriche-risparmiati-20-miliardi-di-dollari-in-sei-mesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 09:35:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre la guerra contro l’Iran spinge il petrolio oltre i 100 dollari al barile, le auto elettriche riducono la dipendenza dal greggio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/caro-petrolio-con-le-auto-elettriche-risparmiati-20-miliardi-di-dollari-in-sei-mesi/">Caro petrolio: con le auto elettriche risparmiati 20 miliardi di dollari in sei mesi</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra marzo e agosto 2026, nei primi sei mesi della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le auto elettriche hanno <strong>evitato il consumo di 200 milioni di barili di greggio</strong>, facendo risparmiare ai Paesi importatori <strong>20 miliardi di dollari</strong>. In generale, nei primi otto mesi del 2026, i <strong>veicoli elettrici a batteria (BEV)</strong> hanno rappresentato il 18% delle vendite globali di auto nuove, contro il 16% registrato nello stesso periodo del 2025.</p>
<p>È quanto <a href="https://ember-energy.org/app/uploads/2026/10/Electric-energy-security_-how-EVs-are-reducing-oil-import-vulnerabilities.pdf" target="_blank" rel="noopener">emerge da un’analisi di <strong>Ember</strong></a> che prende in esame 56 Paesi, dove si registra oltre il 90% delle vendite di auto elettriche a livello globale (e dove si vende oltre l’80% di tutte le auto nel mondo). Il think tank sull’energia sottolinea, inoltre, che a settembre <strong>il <a href="https://ivanmanzo.it/idrocarburi-e-memoria-corta-il-curioso-caso-della-presidente-meloni/">petrolio</a> ha nuovamente superato i 100 dollari al barile</strong>, dopo aver oltrepassato questa soglia più volte da maggio. Dall’inizio dell’anno, il prezzo di chiusura giornaliero del Brent ha infatti sfondato il muro dei 100 dollari per <strong>più di 60 volte</strong>. L’ultima volta che era successo con questa frequenza risale al 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Con ogni probabilità, la tendenza dovrebbe proseguire per il resto dell’anno.</p>
<p>A complicare il quadro c’è poi la <strong>crisi delle forniture di gasolio e di altri prodotti raffinati</strong>, aggravata dagli attacchi alle raffinerie e dalle ripercussioni sui flussi globali di petrolio. Il gasolio è utilizzato soprattutto nel trasporto su strada e le difficoltà di approvvigionamento stanno avendo conseguenze dirette sugli automobilisti, in particolare in mercati come quello europeo.</p>
<h3><strong>I vantaggi delle BEV</strong></h3>
<p>Tra le economie più dipendenti dalle importazioni di petrolio, <strong>Cina e Unione europea</strong> sono i mercati in cui le flotte di auto elettriche hanno consentito di sostituire i maggiori volumi di greggio. Nei sei mesi successivi all’inizio della <strong>crisi energetica legata allo Stretto di Hormuz</strong>, il risparmio per la Cina è stato pari a <strong>14 miliardi di dollari</strong>, circa tre quarti del valore complessivo del petrolio sostituito dalle auto elettriche in tutti i Paesi importatori analizzati. Nell’Unione europea il petrolio sostituito dalle auto elettriche ha raggiunto un valore di <strong>3,1 miliardi di dollari</strong>. <strong>Germania</strong> <strong>e Francia</strong> hanno tratto i maggiori benefici, rispettivamente con 760 e 560 milioni di dollari. Nel <strong>Regno Unito</strong>, invece, il risparmio di petrolio nei sei mesi considerati è stato pari a circa 790 milioni di dollari.</p>
<p>Il quadro cambia se si rapportano i risparmi ai consumi nazionali. In questo caso è la <strong>Danimarca</strong> a distinguersi: ad agosto, il parco di <a href="https://ivanmanzo.it/biocarburanti-ed-e-fuels-sono-una-soluzione-alternativa-allelettrico/">auto elettriche</a> in circolazione ha permesso di evitare un consumo annualizzato di 6,4 milioni di barili di petrolio (il 13% del consumo di petrolio di tutto il 2025).</p>
<p>“<em>I Paesi che hanno investito nei veicoli elettrici prima di questa crisi sono oggi meglio protetti, e un numero crescente di altri li sta seguendo</em> – osserva <strong>Euan Graham</strong>, analista senior del settore energetico di Ember -. <strong><em>Ogni auto elettrica in circolazione riduce l’esposizione alla volatilità dei mercati petroliferi</em></strong><em>. Con l’aumento delle flotte cresce anche la capacità di proteggersi da futuri shock dell’offerta. I benefici dell’elettrificazione, dunque, non si limitano alla riduzione delle emissioni: riguardano anche la <strong>sicurezza energetica</strong>, la resilienza economica e la vulnerabilità dei Paesi che dipendono dal petrolio importato</em>”.</p>
<h3><strong>Male gli Stati Uniti</strong></h3>
<p>Sul fronte della<a href="https://ivanmanzo.it/il-paradosso-europeo-sul-clima-accelerare-lelettrificazione-svuotando-lets/"> transizione</a> ai veicoli elettrici,<strong> gli Stati Uniti stanno perdendo terreno rispetto al resto del mondo</strong>. Dopo la riduzione degli incentivi federali nel 2025 voluta dal governo Trump, nei primi otto mesi del 2026 le auto elettriche a batteria (BEV) hanno rappresentato appena <strong>il 6% delle vendite </strong>di veicoli leggeri nel Paese. Tra i 56 mercati monitorati da Ember, 49 registrano ormai una quota di vendite superiore a quella statunitense. Di questi, in 15 hanno superato gli Stati Uniti per la prima volta proprio nel 2026, tra cui <strong>India</strong>, <strong>Brasile</strong>, <strong>Italia</strong>, <strong>Malesia</strong> e <strong>Nuova Zelanda</strong>.</p>
<p style="text-align: center"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-113978" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-252x300.jpeg" alt="" width="371" height="442" srcset="https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-252x300.jpeg 252w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-400x477.jpeg 400w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-768x916.jpeg 768w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-800x954.jpeg 800w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-1200x1431.jpeg 1200w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche-1288x1536.jpeg 1288w, https://asvis.it/wp-content/uploads/2026/10/grafico-macchine-elettriche.jpeg 1342w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></p>
<p>Per quanto riguarda l’<strong>India</strong>, la nazione ha incrementato la quota di vendite di BEV grazie al contributo dei costruttori “di casa” Tata e Mahindra: hanno rappresentato oltre il 60% delle vendite di auto elettriche nella prima metà del 2026. Anche il <strong>Brasile</strong> ha beneficiato della crescita del mercato interno. In <strong>Giappone</strong>, invece, ciò che ha spinto maggiormente la vendita di BEV sono state le misure di sostegno ai consumatori per ridurre i costi iniziali di acquisto.</p>
<p>Discorso simile per l’<strong>Europa</strong>, dove l<strong>e politiche pubbliche continuano a incidere sulla diffusione dei <a href="https://ivanmanzo.it/ricarica-auto-elettrica-piu-tassata-di-benzina-diesel-e-gpl/">veicoli elettrici</a></strong>. In <strong>Francia</strong>, il programma di leasing sociale ha contribuito a portare per la prima volta oltre il 30% la quota delle auto elettriche sulle vendite. In <strong>Germania</strong>, invece, le immatricolazioni sono aumentate dopo l’introduzione di nuovi incentivi per i consumatori all’inizio del 2026.</p>
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		<title>Biodiversità: con il calo del 73% delle popolazioni selvatiche la prossima Cop 17 non può far finta di nulla</title>
		<link>https://asvis.it/biodiversita-con-il-calo-del-73-delle-popolazioni-selvatiche-la-prossima-cop-17-non-puo-far-finta-di-nulla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Living Planet Report 2026 fotografa il declino della fauna globale. Alla Cop 17 in Armenia, la sfida sarà trasformare gli impegni in scelte politiche capaci di invertire la rotta. L’Italia invia il Piano nazionale di ripristino a Bruxelles.</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/biodiversita-con-il-calo-del-73-delle-popolazioni-selvatiche-la-prossima-cop-17-non-puo-far-finta-di-nulla/">Biodiversità: con il calo del 73% delle popolazioni selvatiche la prossima Cop 17 non può far finta di nulla</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il Living Planet Report 2026 fotografa il declino della fauna globale. Alla Cop 17 in Armenia, la sfida sarà trasformare gli impegni in scelte politiche capaci di invertire la rotta. L’Italia invia il Piano nazionale di ripristino a Bruxelles. <strong>15/10/26</strong></em></p>
<p>Le prime registrazioni subacquee del <strong>delfino del Gange</strong>, una specie in via di estinzione che abita le acque del Bengala Occidentale, mostrano che i richiami tra questi cetacei sono più frequenti all’alba e al tramonto e sembrano seguire anche i cicli lunari. <a href="https://india.mongabay.com/2026/10/ganges-river-dolphins-may-synchronise-their-activity-with-time-tides-and-the-moon/">La scoperta</a> può avere importanti implicazioni per la conservazione dei delfini, costretti a vivere in un ambiente fortemente antropizzato, esposto al traffico commerciale e all’inquinamento acustico.</p>
<p>Ma le pressioni dell’attività umana colpiscono gli ecosistemi di tutto il Pianeta. La dimensione delle popolazioni di specie selvatiche monitorate nel corso degli ultimi 52 anni è infatti diminuita in media del 73%, secondo il <a href="https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/pubblicato-il-nuovo-living-planet-report-2026-del-wwf/">Living Planet Report</a> 2026 del <strong>WWF</strong>. Lo studio, una fotografia preoccupante sullo stato della biodiversità globale, prende in esame 35.803 trend di popolazione relativi a 5.790 specie di vertebrati, monitorate tra il 1970 e il 2022. Il dato più allarmante riguarda gli <strong>ecosistemi d’acqua dolce</strong>, dove <strong>il declino delle popolazioni raggiunge l’85%. </strong>Seguono gli <strong>ecosistemi terrestri</strong>, con una diminuzione del 69%, e quelli <strong>marini</strong>, che registrano un calo del 59%.</p>
<p>Tra le minacce che incidono maggiormente troviamo <strong>la perdita e il degrado degli habitat</strong>, seguiti dal <strong>sovrasfruttamento delle specie</strong>, dalla <strong>crisi climatica</strong>, dall’<strong>inquinamento</strong>, dalla diffusione di <strong>specie aliene invasive</strong> e dalle <strong>malattie</strong>. Non si tratta, tuttavia, di pressioni isolate. La perdita di biodiversità è legata (anche) al modo in cui <strong>produciamo e consumiamo il cibo</strong>, al <strong>funzionamento dei sistemi energetici</strong> e alle <strong>scelte del sistema finanziario</strong>. In sostanza, sono i meccanismi che regolano il sistema economico a contribuire, direttamente o indirettamente, alla distruzione delle risorse naturali.</p>
<p>Per arrestare il declino non basta quindi intervenire sui suoi effetti: <strong>occorre agire sulle cause</strong> che lo alimentano. Infatti, sebbene il quadro complessivo sia negativo, non mancano risultati che dimostrano come gli <strong>interventi di conservazione</strong> possano produrre effetti concreti. Un esempio arriva dalle <strong>tigri</strong>: grazie a un’ampia alleanza tra governi, comunità locali e organizzazioni della società civile, tra il 2010 e il 2025 la popolazione mondiale è aumentata di oltre il 70%, passando da circa 3.200 a 5.700 individui in natura. Un risultato significativo, che non deve però far abbassare la guardia. La specie rimane in pericolo e <strong>occupa oggi meno dell’8% del proprio areale storico</strong>.</p>
<h3 style="text-align: center;"><em><strong>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6618/lindia-ha-salvato-le-tigri-ora-deve-imparare-a-conviverci" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;INDA HA SALVATO LE TIGRI. ORA DEVE IMPARARE A CONVIVERCI</a></strong></em></h3>
<p>Un altro caso riguarda l’<strong>elefante africano di savana</strong>, classificato come specie “in pericolo”. Nell’Africa australe, tuttavia, le sue popolazioni, stimate in circa 293mila individui, risultano stabili e in alcune aree sono persino in crescita. Si tratta di miglioramenti legati a una serie di fattori che hanno permesso la conservazione, come la disponibilità di habitat estesi e connessi, la gestione comunitaria delle risorse naturali e l’efficacia dei <strong>programmi di contrasto al bracconaggio</strong>. Restano comunque problemi rilevanti, a partire dai conflitti tra elefanti e uomini, e dalla necessità di preservare <strong>corridoi ecologici</strong> che consentano agli animali di spostarsi tra territori diversi.</p>
<p>I risultati ottenuti con l’attività di conservazione mostrano che la <strong>cooperazione tra comunità, governi e Paesi può fare la differenza</strong>. È anche da questa capacità di lavorare insieme che dipende l’attuazione degli accordi internazionali. Un principio centrale alla <strong>Cop 17 della Convenzione sulla Diversità Biologica</strong>, in programma dal 19 al 30 ottobre a Erevan, in <strong>Armenia</strong>. La Conferenza rappresenta un passaggio importante: sarà il primo banco di prova per verificare se il nuovo sistema di finanziamento sarà davvero <strong>in grado di colmare il divario economico</strong> che ancora ostacola la lotta alla <strong>perdita di biodiversità</strong>.</p>
<p>L’obiettivo della Cop17 è quello di dare attuazione al <strong>Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</strong>, <a href="https://asvis.it/laccordo-sulla-biodiversita-che-provera-a-fermare-lera-dellestinzione">l’accordo approvato nel 2022</a> durante la Conferenza delle parti (Cop) numero 15. Un’intesa nata anche in risposta al <strong>clamoroso fallimento dei governi sui 20 Target di Aichi</strong>, che avrebbero dovuto essere raggiunti entro il 2020 e che sono invece rimasti tutti disattesi. L’attuale quadro globale per la biodiversità prevede <strong>quattro obiettivi da raggiungere entro il 2050 e 23 target al 2030</strong>. Tra gli impegni principali c’è la protezione di almeno il 30% delle terre e dei mari entro la fine del decennio, insieme all’eliminazione di <strong>500 miliardi di dollari all’anno di sussidi dannosi per l’ambiente (SAD)</strong>. L’accordo punta inoltre ad aumentare la resilienza degli ecosistemi, riducendo di 10 volte il tasso di estinzione delle specie naturali e incrementando l’abbondanza delle popolazioni selvatiche.</p>
<p>Per raggiungere questi obiettivi è stato istituito il <strong>Global Biodiversity Framework Fund</strong> (<strong>Gbff</strong>) con l’intenzione di mobilitare <strong>200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030</strong> attraverso tutti i canali di finanziamento possibili, ma i progressi finora registrati sono molto lenti e i dati mostrano quanto sia ancora ampio lo scarto tra gli impegni assunti e le risorse effettivamente mobilitate. Secondo il <strong>rapporto dell’Ocse</strong> “<a href="https://www.oecd.org/en/publications/an-overview-of-global-biodiversity-finance_f3379e8d-en.html">An Overview of Global Biodiversity Finance</a>”, i finanziamenti globali destinati alla biodiversità hanno raggiunto <strong>una cifra stimata tra i 75 miliardi e i 92 miliardi di dollari all’anno</strong> nel periodo 2023-2025. Il divario finanziario resta il principale ostacolo all’attuazione degli impegni internazionali: senza finanziamenti adeguati e continuativi, senza tagli ai SAD, anche gli obiettivi meno ambiziosi rischiano di rimanere sulla carta, ancora una volta. Riguardo alla distribuzione delle risorse, l’International Institute for Environment and Development (IIED) segnala che solo il 33,7% delle voci relative ai finanziamenti per la biodiversità tra il 2011 e il 2024 faceva riferimento alle iniziative a livello locale e <strong>appena il 2,24% menzionava le popolazioni indigene</strong>, nonostante le prove dimostrino che la natura viene conservata al meglio da questi gruppi e dalle comunità locali.</p>
<p>Tra gli altri temi in discussione, ci sarà anche il cosiddetto <strong>Fondo Cali</strong>, lanciato a Roma durante la Cop 16. Si tratta di uno strumento basato sull’<strong>equa condivisione dei benefici</strong> <strong>derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche legate alla biodiversità</strong>. L’obiettivo è fare in modo che una parte dei profitti generati dallo sfruttamento commerciale delle risorse naturali venga destinata alla conservazione della biodiversità e vada a beneficio dei Paesi in via di sviluppo, delle comunità indigene e delle popolazioni locali. Alla Cop 17 si dovrà capire come tradurre questo principio in un meccanismo operativo.</p>
<p>Per invertire la rotta serve una forte discontinuità rispetto alle politiche adottate finora, che continuano a <strong>privilegiare il sovrasfruttamento delle risorse e il profitto di breve periodo</strong> rispetto alla tutela degli ecosistemi. La Cop 17 servirà a capire se i governi sono disposti a rivedere le proprie priorità, economiche e politiche, intervenendo sulle cause strutturali della <strong>perdita di biodiversità</strong>. Perché tra gli obiettivi sottoscritti e le scelte compiute la distanza resta profonda. Ridurla significa smettere di considerare la conservazione un impegno separato dalle politiche economiche e iniziare a <strong>tradurre gli accordi internazionali in decisioni</strong> capaci di cambiare concretamente il rapporto tra attività umane e natura.</p>
<p>Uno strumento importante per passare dagli impegni ai fatti è il <strong>Piano nazionale di ripristino</strong> (Pnr) della natura. L’<strong>Italia</strong> ha inviato (in ritardo) una<strong> prima bozza alla Commissione europea</strong>, in vista della scadenza del primo settembre prevista per la consegna. Lo strumento è richiesto a tutti gli Stati membri dalla <strong>Nature Restoration Law</strong>, il Regolamento europeo approvato nel giugno 2024, e dovrà individuare i luoghi e gli interventi necessari per ripristinare gli ecosistemi degradati. L’obiettivo non è soltanto <strong>proteggere</strong> la natura che resta, ma <strong>recuperare</strong> quella che è stata compromessa o distrutta. La Commissione europea avrà sei mesi per valutare il Piano e proporre eventuali modifiche. Perché sia davvero efficace, tuttavia, <strong>non basta individuare gli interventi</strong> necessari: occorre garantire risorse economiche adeguate e continuative e assicurare che il Piano sia coerente con le altre politiche pubbliche. Anche in questo caso, senza finanziamenti e scelte politiche allineate agli obiettivi, si corre il rischio che resti solo su carta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-in-primo-piano-di-tigre-213944/" target="_blank" rel="noopener">Pexels</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/biodiversita-con-il-calo-del-73-delle-popolazioni-selvatiche-la-prossima-cop-17-non-puo-far-finta-di-nulla/">Biodiversità: con il calo del 73% delle popolazioni selvatiche la prossima Cop 17 non può far finta di nulla</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Emergenza casa: cosa sta succedendo davvero, dalla Spagna all’Italia</title>
		<link>https://asvis.it/emergenza-casa-cosa-sta-succedendo-davvero-dalla-spagna-allitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 11:50:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La crisi abitativa spagnola racconta un problema che riguarda anche il nostro Paese: prezzi e affitti crescono più dei redditi, mentre turismo, investimenti e domanda concentrata nelle città restringono l’accesso alla casa. 09/10/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/emergenza-casa-cosa-sta-succedendo-davvero-dalla-spagna-allitalia/">Emergenza casa: cosa sta succedendo davvero, dalla Spagna all’Italia</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il caso spagnolo</strong></p>
<p>In Spagna la casa è diventata uno dei <strong>principali problemi sociali</strong>. La vicenda di Maricarmen Abascal, un’anziana di Madrid sfrattata dal suo appartamento e deceduta in seguito in ospedale, ha dato il via a una serie di proteste talmente profonde da innescare una <strong>crisi di governo</strong> che, il primo ottobre, ha portato alle <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2016/10/01/spagna-psoe-pedro-sanchez-si-e-dimesso_84206539-7ae4-4144-8ec0-5726e7d08e91.html">dimissioni del governo Sanchez</a>.</p>
<p>Come riportato da un articolo <a href="https://www.internazionale.it/magazine/borja-andrino/2026/10/01/la-lotta-degli-spagnoli-per-il-diritto-alla-casa">pubblicato su<em> Internazionale</em></a>, nell’ultimo decennio il reddito medio pro capite della Spagna è aumentato del 50% e i salari di circa il 30%, ma nello stesso periodo il prezzo delle abitazioni è cresciuto dell’80% e quello degli affitti dell’87%. Nelle aree dove la domanda è più forte, come Madrid, le isole Baleari e la Catalogna, l’aumento è stato ancora maggiore. Gli <strong>effetti sono particolarmente evidenti tra i giovani e le giovani</strong>: oggi il 69% degli spagnoli tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, contro il 52% del 2010.</p>
<p>Dietro questa tendenza ci sono diversi fattori: la <strong>crescita della popolazione</strong>, concentrata soprattutto nelle grandi città, l’<strong>esplosione del turismo e degli affitti brevi</strong>, la <strong>crescente domanda di immobili</strong> da parte degli acquirenti stranieri e la <strong>trasformazione della casa in un investimento</strong> sempre più redditizio. Dal 2015 la popolazione spagnola è aumentata di oltre tre milioni di persone, mentre i pernottamenti nelle abitazioni destinate agli affitti turistici sono raddoppiati. Nel 2025 le compravendite immobiliari sono tornate a circa 750mila unità, gli acquisti effettuati da stranieri non residenti hanno invece superato quota 500mila dal 2015.</p>
<p>Non è quindi soltanto una questione di prezzi. È il rapporto tra <strong>redditi, mercato immobiliare e diritto all’abitare</strong> a essere entrato in crisi. La protesta esplosa in Spagna racconta così un problema che va ben oltre i confini del Paese: cosa succede quando il costo della casa cresce molto più rapidamente della capacità delle persone di sostenerlo? E soprattutto, quanto è ancora possibile considerare <strong>l’abitazione un diritto fondamentale</strong> quando una parte crescente del patrimonio immobiliare viene trattata come un’attività finanziaria, turistica o di investimento? <strong>È una domanda che riguarda da vicino anche l’Italia. </strong>Nonostante il nostro Paese non sia stato (per ora) contagiato dalla protesta spagnola &#8211; che nel frattempo si è saldata con quella degli studenti francesi -, presenta diversi elementi in comune con il Paese iberico.</p>
<p><strong>L’emergenza casa in Italia</strong></p>
<p>Anche per milioni di italiani e italiane trovare un alloggio a prezzi sostenibili è diventato uno dei problemi principali. Dal 2015, il mercato immobiliare italiano si è mosso in maniera del tutto sbilanciata. Se a livello nazionale i prezzi delle abitazioni sono cresciuti lentamente, <a href="https://cdn-tecnocasagroup.medialabtc.it/it/sites/2/2026/09/La-rivalutazione-degli-immobili-nel-tempo-Gruppo-Tecnocasa.pdf">fino a circa il 17%</a> (quota che varia in base alle stime), nelle aree metropolitane si è verificata una vera e propria impennata: a <strong>Milano</strong> i prezzi di vendita sono <a href="https://www.gazzettadimilano.it/rubriche/immobiliare-milano/mercato-immobiliare-milano-corre-piu-dellitalia-prezzi-delle-case-592-in-dieci-anni/">aumentati di circa il 60% nell&#8217;ultimo decennio</a>, seguiti da significativi rincari a <strong>Bologna</strong> e <strong>Firenze</strong>.</p>
<p>Parallelamente, l’Ocse certifica che l&#8217;Italia è rimasta l&#8217;unico grande paese europeo in <strong>cui i salari reali sono rimasti <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/it/publications/reports/2025/07/oecd-employment-outlook-2025-country-notes_5f33b4c5/italy_a775131b/9571f483-it.pdf">stagnanti o in lieve calo negli ultimi 30 anni</a></strong>, rendendo il divario tra reddito e costo della casa sempre più difficile da colmare.</p>
<p>Anche qui, <strong>le prime vittime di questo divario sono i giovani e le giovani</strong>. Secondo l&#8217;analisi <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Young_people_-_housing_conditions">Eurostat sulle condizioni abitative dei giovani in Europa</a>, in Italia circa il 70% dei cittadini tra i 18 e i 34 anni <strong>vive ancora con i genitori</strong>, con un&#8217;età media di “uscita” vicina ai 30 anni, del tutto paragonabile alla Spagna. La precarietà contrattuale unita ai requisiti sempre più stringenti per l&#8217;ottenimento di un mutuo frena inoltre l&#8217;autonomia abitativa delle nuove generazioni.</p>
<p><strong>La crisi demografica non incide sulla domanda</strong></p>
<p>A differenza della Spagna, <strong>l&#8217;Italia affronta una marcata crisi demografica</strong>. Tuttavia, il calo demografico non ha limitato la domanda nelle grandi città, in particolare a causa di una forte concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Un fenomeno identificato come “<strong>polarizzazione urbana</strong>”. Milano, Bologna, Roma e le principali province del Nord Italia continuano a registrare una <strong>forte attrazione di studenti, lavoratori e cittadini stranieri</strong>, come evidenziato nel <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente-anni-2024-2025/">Rapporto sulle migrazioni dell&#8217;Istat</a>, riducendo la disponibilità di alloggi a fronte di una domanda in continua crescita nei poli produttivi.</p>
<p>Questo non significa, però, che in Italia manchino semplicemente le abitazioni. Il problema riguarda anche la loro distribuzione e il loro utilizzo. <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Rapporto_ASviS/Rapporto_ASviS_2025/Report_ASviS_2025_final.pdf#page=175">Secondo l&#8217;Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</a> (<strong>ASviS</strong>), nelle città e nei Comuni più densamente popolati <strong>circa 1,8 milioni di abitazioni risultano non occupate</strong>. Allo stesso tempo, le politiche pubbliche a sostegno della locazione rimangono limitate: il canone concordato svolge un ruolo marginale <strong>e le risorse destinate al disagio abitativo sono limitate</strong>. Per l&#8217;ASviS è dunque necessario <strong>intervenire sulla regolamentazione del settore</strong> per riequilibrare la distribuzione degli alloggi e ridurre la pressione sui prezzi per i residenti, anche utilizzando in modo più efficace le risorse disponibili e quelle destinate all&#8217;efficientamento energetico delle abitazioni. Il punto, quindi, non è soltanto quante abitazioni esistano, ma <strong>a quale uso siano destinate</strong> e quale valore venga attribuito alla loro funzione.</p>
<p>A questa pressione sul mercato residenziale si aggiunge la <strong>crescita esponenziale del mercato degli alloggi turistici</strong>. I dati di agosto 2026 relativi agli <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/26_ottobre_02/boom-affitti-brevi-15-mila-alloggi-7aa99524-f0e4-4d53-a3d5-9a7ef7f75xlk.shtml">alloggi disponibili per gli affitti brevi sul territorio nazionale</a> riportano un numero di 571.982, il 7,2% in più rispetto all’agosto 2025. Nelle città d&#8217;arte come Firenze, Venezia e Roma, l&#8217;alta redditività di queste locazioni<strong> ha sottratto decine di migliaia di appartamenti</strong> al mercato residenziale di lungo termine, spingendo al rialzo i canoni per residenti e studenti.</p>
<p>Infine, c’è il peso dei <strong>compratori esteri non residenti</strong>: le analisi indicano che gli acquisti effettuati da cittadini stranieri rappresentano circa l&#8217;8%-10% del totale delle transazioni nazionali, concentrandosi prevalentemente in Toscana, Puglia, nei grandi laghi del Nord e in Sardegna.</p>
<p>Non tutti questi fattori hanno lo stesso peso né producono gli stessi effetti, ma insieme contribuiscono a trasformare la casa da bene destinato innanzitutto all’abitare <strong>in un asset d’investimento da cui trarre enormi profitti nel breve termine</strong>, anche a discapito del diritto alla casa di cittadine e cittadini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ansa.it/sito/photogallery/primopiano/2026/10/03/in-migliaia-in-corteo-in-spagna-per-la-casa_4175033a-fc22-476f-ab66-9f86be54c528.html" target="_blank" rel="noopener">imagine di copertina ANSA/EPA</a></p>
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		<title>La Terra in codice rosso: il pianeta verso i punti di non ritorno</title>
		<link>https://asvis.it/la-terra-in-codice-rosso-il-pianeta-verso-i-punti-di-non-ritorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 09:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#agenda2030]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Planetary Health Check 2026 certifica il superamento di sette limiti planetari su nove. Clima e biodiversità fuori controllo delineano un sistema Terra che prosegue lungo una traiettoria inadatta alla vita umana. 23/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se la Terra fosse un paziente la cartella clinica aggiornata al 2026 non lascerebbe margini di interpretazione: stato critico, <strong>sette parametri vitali su nove compromessi</strong> e una capacità di resilienza biologica ormai ridotta ai minimi storici.</p>
<p>È quanto emerge dall’<a href="https://asvis.it/superati-sette-dei-nove-limiti-planetari-lallarme-del-planetary-health-check-2025">aggiornamento</a> del <strong>Planetary Health Check</strong> al <a href="https://www.planetaryhealthcheck.org/">2026</a>, rapporto scientifico di riferimento che mostra lo <strong>stato di salute del sistema Terra</strong> e che dovrebbe segnare, con i messaggi che lancia, uno spartiacque ambientale ma, soprattutto, culturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fuori dall’Olocene</strong></p>
<p>La prima indicazione è radicale: <strong>l’Olocene non è più l’epoca di riferimento del sistema terrestre</strong>. Il sostanza, il periodo climatico relativamente stabile che negli ultimi 10mila anni ha permesso lo sviluppo dell’agricoltura e delle civiltà umane è ormai superato a causa delle attività antropiche. L’estrattivismo, l’uso dei <strong>combustibili fossili</strong>, il depauperamento delle risorse naturali, hanno così spinto il pianeta <strong>fuori dall’S.O.S.</strong>, lo “<strong>spazio operativo sicuro</strong>” individuato dalla comunità scientifica (la fascia di condizioni entro cui i principali sistemi biofisici restano stabili).</p>
<p>Per comprendere la portata del cambiamento, il rapporto richiama la cosiddetta “<strong>Grande Accelerazione</strong>” iniziata intorno alla metà del Novecento. In poco più di settant’anni, le pressioni umane sul sistema Terra hanno conosciuto un’impennata senza precedenti: la popolazione è cresciuta di 11 volte, il consumo di 30, i prelievi di acqua dolce di 6, mentre l’uso di fertilizzanti di sintesi è aumentato di oltre 200 volte. Un’accelerazione che <strong>ha eroso la capacità di autoregolazione dei sistemi naturali</strong>.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/limiti_planetari.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><strong>Il modello dei limiti planetari</strong></p>
<p>La situazione viene illustrata attraverso il modello dei <strong>limiti planetari</strong> che individua <strong>nove processi biofisici fondamentali per la stabilità del pianeta</strong>. Nel 2026, <strong>sette di questi nove confini risultano oltre la soglia di sicurezza</strong>.</p>
<p>La<strong> crisi climatica</strong> è ormai <a href="https://asvis.it/il-clima-oltre-l15c-mitigazione-e-adattamento-non-sono-piu-rinviabili">fuori scala rispetto ai valori</a> dell’Olocene: la <strong>concentrazione di CO₂ ha raggiunto circa 426 ppm</strong> (parti per milione), ben oltre il livello di sicurezza individuato a 350 ppm, accompagnata da un forte disequilibrio energetico che alimenta eventi estremi sempre più intensi.</p>
<p>Accanto al clima, la <strong>perdita di integrità della biosfera</strong> rappresenta uno dei punti più critici. Il <strong>declino della biodiversità</strong> e l’alterazione dei cicli ecologici stanno indebolendo la capacità della Terra di assorbire carbonio, regolare l’acqua e mantenere la fertilità dei suoli. A questo si sommano il <strong>collasso dell’integrità forestale globale</strong>, la crescente pressione sugli ecosistemi d’acqua dolce, lo squilibrio dei cicli dell’azoto e del fosforo e l’espansione incontrollata dell’inquinamento chimico e delle cosiddette “entità nuove”, dalle plastiche ai PFAS (composti chimici di sintesi noti come &#8220;inquinanti eterni&#8221;).</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/limiti_9.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>Solo due parametri restano formalmente entro i limiti di sicurezza globale: lo <strong>strato di ozono</strong>, che mostra segnali di recupero grazie agli accordi internazionali, e gli <strong>aerosol atmosferici</strong>, sebbene con forti criticità regionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Punti di non ritorno</strong></p>
<p>Il rapporto insiste sul fatto che questi superamenti <strong>non sono fenomeni isolati</strong>. La crisi climatica e ambientale si manifesta attraverso una concatenazione di eventi estremi sempre più ravvicinati. Tra il 2025 e il 2026 si registrano <strong>ondate di calore</strong>, <strong>cicloni intensificati</strong> da mari più caldi, <strong>collassi ecosistemici</strong> come lo sbiancamento massiccio dei coralli e <strong>gravi crisi idriche e agricole</strong> in diverse regioni del mondo.</p>
<p>Particolarmente allarmante è la dinamica dei cosiddetti “<strong>tipping points</strong>”, i <strong>punti di non ritorno</strong> che possono innescare trasformazioni <strong>irreversibili</strong>. Tra questi, <strong>il caso della foresta amazzonica è indicato come uno dei più delicati</strong>: la combinazione tra deforestazione e riscaldamento globale potrebbe innescare un <strong>collasso dei cicli di umidità</strong> e la progressiva trasformazione della foresta in un ecosistema più arido, con rilevanti conseguenze sul clima globale.</p>
<p>Un altro elemento centrale riguarda il progressivo indebolimento dei nostri scudi naturali. Si tratta, per esempio, della capacità degli ecosistemi terrestri e oceanici di <strong>assorbire una quota significativa delle emissioni di CO₂</strong>. Andando avanti di questo passo questo servizio, che oggi contribuisce a smaltire circa la metà delle emissioni antropiche (generate dall’attività umana), <strong>non può più essere considerato garantito nel tempo</strong>.</p>
<p>Ma la diagnosi si estende anche al sistema chimico globale, dove la <strong>produzione di sostanze sintetiche</strong> supera di gran lunga la capacità di valutazione scientifica dei loro impatti. Migliaia di molecole entrano nei cicli ambientali senza adeguati test di sicurezza, mentre molte restano nell’ambiente per <strong>tempi incompatibili con la scala biologica</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le crisi si rafforzano</strong></p>
<p>Il quadro complessivo suggerisce una dinamica di <strong>rafforzamento reciproco delle crisi</strong>. Le alterazioni dei sistemi atmosferici, idrologici ed ecologici non si sommano soltanto, ma si amplificano, <strong>accelerando così la perdita di stabilità del sistema Terra</strong>.</p>
<p>Di fronte a questo scenario, il lavoro di ricerca avanza una serie di considerazioni non più trascurabili. Per quanto riguarda la crisi climatica, l’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5°C (inteso come aumento medio della temperatura terrestre rispetto al periodo preindustriale) non può essere interpretato, ignorato o negoziato, ma deve essere inteso come un <strong>confine fisico di sicurezza</strong>. Allo stesso modo, l’idea di un “<strong>overshoot temporaneo</strong>”, <a href="https://asvis.it/il-clima-oltre-l15c-mitigazione-e-adattamento-non-sono-piu-rinviabili">situazione nella quale ci troviamo</a>, viene considerata ad alto rischio, perché <strong>ogni superamento contribuisce a danni potenzialmente irreversibili</strong>.</p>
<p>La risposta richiesta alla classe politica è dunque netta: <strong>serve una trasformazione sistemica</strong> che vada da una decarbonizzazione rapida alla rigenerazione degli ecosistemi, da una nuova governance dei beni comuni globali a una riduzione alla fonte dell’inquinamento chimico. Un insieme di interventi che implica un <strong>cambiamento profondo nei modelli economici, di stampo capitalistico, e industriali</strong>. Perché non esiste un esito già scritto: la traiettoria del sistema Terra dipende da scelte politiche, economiche e tecnologiche che sono ancora sul tavolo. Ma, a causa dei decenni persi, il margine temporale si restringe rapidamente: <strong>la finestra per rientrare nell’S.O.S. non è chiusa, ma non resterà ancora aperta a lungo.</strong></p>
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		<title>Incentivi verso le imprese: il nodo non è quanto ma come si spende</title>
		<link>https://asvis.it/incentivi-verso-le-imprese-il-nodo-non-e-quanto-ma-come-si-spende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 09:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo la ricerca del Teha Club, nonostante 299 miliardi erogati in 25 anni, l’Italia non colma i divari produttivi. Siamo parte di un sistema frammentato che guarda poco al futuro, così il Paese non cresce. 16/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Non è la quantità degli incentivi a fare la differenza ma la loro qualità”.</em> È intorno a questa considerazione che ruota la ricerca del <strong>Teha Club</strong> dal titolo “<a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25737&amp;doc_player=1">Sostenere chi crea valore: incentivi alle imprese e semplificazione amministrativa</a>”, presentata a Cernobbio nell’ambito del Forum Ambrosetti. Il Rapporto mette sotto la lente di ingrandimento uno dei pilastri della politica industriale italiana: <strong>il sistema di sostegno alle imprese</strong>.</p>
<p>Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato <strong>299 miliardi di euro di incentivi</strong>, di cui 18,3 miliardi nel solo 2024, pari allo 0,8% del Pil. Una cifra significativa – anche se minore di Francia (1,2% del Pil) e Germania (1%) -, che però non ha avuto gli effetti sperati. La produttività industriale del nostro Paese resta infatti inferiore del 25% rispetto ai livelli del 2007, mentre cresce il peso delle imprese medio-grandi a controllo estero, che nel 2024 rappresentano il 34,5% del fatturato, in aumento rispetto al 29,7% del 2022.</p>
<p>A questo si aggiunge la <strong>dinamica delle acquisizioni</strong>: solo nel 2024 si contano 429 operazioni di “M&amp;A” (fusioni e acquisizioni) che hanno coinvolto realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere, per un valore record di <strong>36,2 miliardi di euro</strong>. Un trend che alimenta il rischio di delocalizzazione della produzione e solleva interrogativi sulla capacità del Paese di trattenere valore industriale.</p>
<p>A differenza di quello che ci si aspettava non emerge, dunque, una correlazione chiara tra<strong> volume di incentivi e crescita</strong> <strong>della produttività</strong>. Un risultato che mina una convinzione diffusa, cioè che <strong>basta</strong> <strong>aumentare le risorse</strong>, sottolineando che la vera differenza è data dalla <strong>capacità di orientarle</strong>. Anche perché, quando gli incentivi vengono concentrati su obiettivi industriali specifici, gli effetti diventano evidenti. Per fare un esempio, nei <strong>programmi a sostegno della siderurgia</strong> in Germania, Francia e Spagna, la produttività è cresciuta in media di 2,9 punti percentuali in più all’anno rispetto allo scenario senza incentivi, con un aumento del valore aggiunto di oltre 3 punti.</p>
<p>Il problema italiano, sottolinea inoltre il Teha Club, è che siamo parte di un sistema frammentato, che guarda poco al futuro, basti pensare che nel 2024 circa il 39% delle risorse è stato <strong>assorbito da misure emergenziali</strong> e di stabilizzazione economica, mentre altri Paesi europei hanno concentrato gli sforzi su <strong>energia</strong>, innovazione e trasformazione industriale.</p>
<p>Ciò comporta una serie di rischi concerti, come la possibilità che gli incentivi finiscano per premiare le imprese più attrezzate a intercettarli anziché quei progetti capaci di creare valore economico.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Teha.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>Ma a pesare è anche la <strong>macchina amministrativa</strong>. Ministeri, Regioni, enti locali e organismi di controllo fanno parte di una rete che spesso si traduce in costi e incertezza per le imprese. Secondo le stime Teha, la sola complessità nell’accesso agli incentivi genera circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti. Ecco spiegato il motivo per cui il 65% delle imprese ricorre a consulenti esterni, con una spesa media di 3.650 euro per pratica.</p>
<p>C’è infine il capitolo <strong>lentezza burocratica</strong>: in Italia un investimento pubblico richiede in media quasi cinque anni per essere realizzato, e può arrivare fino a 11 anni per progetti di dimensioni medio-piccole. Un ritardo che incide direttamente sulla capacità del sistema produttivo di innovare e competere.</p>
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		<title>Qualità dell’aria, ASviS: “recepimento Ue cruciale ma servono regole più ambiziose”</title>
		<link>https://asvis.it/qualita-dellaria-asvis-recepimento-ue-cruciale-ma-servono-regole-piu-ambiziose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#audizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ferrazzi in audizione al Senato: “La qualità dell’aria è una priorità sanitaria ed economica”. L’Alleanza chiede più coerenza con l’Ue, target Oms e governance rafforzata per rendere efficaci le politiche. 16/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il recepimento della nuova <strong>Direttiva europea sulla qualità dell’aria</strong> rappresenta un passaggio cruciale per aggiornare le politiche ambientali italiane, ma restano criticità che rischiano di limitarne l’efficacia. È uno dei messaggi emersi nel corso dell’audizione ASviS al Senato sullo schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva (Ue) 2024/2881, lanciati il 16 settembre da <strong>Andrea Ferrazzi</strong>, responsabile delle relazioni istituzionali dell’Alleanza. “<em>Il recepimento della direttiva europea costituisce un’occasione fondamentale per rafforzare la <strong>tutela della salute e dell’ambiente</strong>, in coerenza con i principi costituzionali introdotti nel 2022</em>”, ha osservato Ferrazzi, richiamando gli <a href="https://asvis.it/lo-sviluppo-sostenibile-arriva-nella-costituzione-lasvis-plaude-al-risultato">articoli 9 e 41 della Costituzione</a>, che di fatto rendono la qualità dell’aria un obiettivo trasversale delle politiche pubbliche.</p>
<p>Lo schema di decreto introduce nuovi strumenti di pianificazione, tra cui l’obbligo di adottare tabelle di marcia per le <strong>aree a rischio di superamento dei limiti</strong> entro il 2030, e definisce i criteri per la rete dei cosiddetti <strong>“supersiti” di monitoraggio</strong>, destinati a migliorare la qualità e l’affidabilità dei dati. Viene inoltre rafforzato il ricorso a modelli atmosferici per supportare la valutazione delle concentrazioni di inquinanti.</p>
<p>Tuttavia, l’analisi di conformità evidenzia alcuni elementi di criticità. In particolare, lo schema nazionale prevede una riduzione del numero di punti di campionamento fino al 25% in determinate condizioni, rispetto al 50% consentito dalla direttiva europea, e <strong>limita l’attuazione delle disposizioni relative al diritto al risarcimento per danni alla salute</strong>. “<em>È importante garantire una piena coerenza con il quadro europeo, soprattutto per quanto riguarda la tutela effettiva dei cittadini</em>”, ha sottolineato Ferrazzi.</p>
<p>Un elemento valutato positivamente riguarda invece l’introduzione di una <strong>disciplina specifica per la qualità dell’aria negli ambienti chiusi</strong>, come scuole, uffici e strutture sanitarie, ambito non coperto direttamente dalla normativa europea. Nel corso dell’audizione, l’ASviS ha richiamato anche il divario tra i limiti europei al 2030 e le <strong>linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità</strong>. Per il PM2,5, la direttiva fissa un limite annuale di 10 microgrammi per metro cubo, mentre l’Oms raccomanda una <strong>soglia di 5 microgrammi</strong>. “L<em>e amministrazioni dovrebbero assumere progressivamente i parametri Oms come riferimento di lungo periodo, in coerenza con l’obiettivo di inquinamento zero al 2050</em>”, ha evidenziato Ferrazzi.</p>
<p>Secondo le stime riportate nel corso dell’audizione, a livello globale l’esposizione agli inquinanti atmosferici causa circa <strong>6,6 milioni di decessi prematuri l’anno</strong>, mentre <strong>in Italia si registrano oltre 40mila morti premature attribuibili al solo PM2,5</strong>. Nel 2025, città come Palermo, Milano e Napoli hanno superato per decine di giorni i limiti di qualità dell’aria.</p>
<p>Un’analisi Ocse basata su oltre 2,5 milioni di imprese europee mostra che un aumento di 1 microgrammo per metro cubo di PM2,5 è associato a una <strong>riduzione dello 0,55% della produttività del lavoro</strong>. “<em>La qualità dell’aria non è solo una questione ambientale, ma una variabile che incide direttamente sulla competitività del sistema economico</em>”, ha osservato Ferrazzi.</p>
<p>Nel complesso, l’inquinamento atmosferico comporta costi stimati in circa <strong>600 miliardi di euro l’anno per i Paesi dell’Unione europea</strong>, pari al 4% del Pil. Una cifra che include anche la perdita di ore lavorative legata alle malattie correlate all’inquinamento.</p>
<p>Alla luce di questo quadro, l’ASviS indica alcune priorità per rafforzare l’efficacia del recepimento. Tra queste, il <strong>potenziamento dei meccanismi di monitoraggio e della governance</strong>, l’integrazione della valutazione di impatto sanitario nella pianificazione e una maggiore attenzione alle condizionalità finanziarie, per evitare che i territori più in difficoltà vengano penalizzati.</p>
<p>Un focus specifico riguarda anche il settore agricolo e zootecnico, <strong>responsabile di una quota rilevante delle emissioni di ammoniaca</strong>, precursore del particolato secondario (particelle che non sono state immesse direttamente in aria ma che si sono formate a seguito di processi chimici). “<em>È necessario accompagnare le imprese verso <strong>modelli produttivi a minore impatto emissivo</strong>, utilizzando in modo più efficace gli strumenti della Politica agricola comune e delle politiche di coesione</em>”, ha concluso Ferrazzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il clima oltre l’1,5°C: mitigazione e adattamento non sono più rinviabili</title>
		<link>https://asvis.it/il-clima-oltre-l15c-mitigazione-e-adattamento-non-sono-piu-rinviabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 14:04:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_In_Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>10 Settembre 2026</p>
<p>Superare 1,5°C non è più un rischio ma lo scenario più probabile, come indica il Rapporto dell’Unep. Tra impatti crescenti e limiti dell’adattamento, l’Italia resta esposta e in ritardo. Ma il Pnacc è fermo e il governo non coinvolge il Paese per prepararsi ai prossimi mesi. 10/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box d-box-descrizione">
<p><em>Superare 1,5°C non è più un rischio ma lo scenario più probabile, come indica il Rapporto dell’Unep. Tra impatti crescenti e limiti dell’adattamento, l’Italia resta esposta e in ritardo. Ma il Pnacc è fermo e il governo non coinvolge il Paese per prepararsi ai prossimi mesi. <strong>10/09/26</strong></em></p>
</div>
<div id="d-box-testo" class="d-box d-box-testo">
<p>C’è un passaggio, nel nuovo <a href="https://www.unep.org/resources/limiting-overshoot-navigating-exceedance"><strong>Rapporto dell’Unep</strong></a>, che è bene sottolineare: il <strong>riscaldamento globale</strong> <strong>supererà la soglia di +1,5°C</strong> rispetto all’era pre-industriale fissata dall’Accordo di Parigi e, anche nello scenario migliore, si stabilizzerà intorno ad almeno 1,8°C. Per tornare indietro serviranno decenni. Insomma, non siamo più di fronte a un obiettivo da raggiungere o a un rischio da evitare, ma davanti a un dato. Ed è da qui che dovrebbe partire qualsiasi riflessione sulla <strong>crisi climatica</strong>, sull’economia, sull’energia. Lo studio del <strong>Programma ambientale delle Nazioni Unite</strong> ridefinisce i confini del possibile e, soprattutto, descrive una traiettoria ormai inevitabile: quella dell’<strong>overshoot</strong>. Il punto non è più se accadrà, ma quanto durerà e quanto sarà profondo, perché da questi fattori dipenderà la <strong>gravità dei suoi impatti sulle persone, sull’economia, sulla società</strong>. Del resto, +1,5°C non è mai stato un livello “tendenziale”, ma una soglia di rischio oltre la quale gli effetti sono destinati rapidamente più difficili da gestire. Già oggi ne vediamo i segnali: <a href="https://asvis.it/ne-eccezionali-ne-imprevedibili-le-ondate-di-calore-sono-una-normalita"><strong>ondate di calore</strong></a> sempre più frequenti, <strong>incendi</strong>, <strong>siccità</strong> prolungate, <strong>eventi meteorologici estremi</strong>.</p>
<p>È in questo quadro che emergono i <strong>punti di non ritorno</strong>: dal deperimento della <strong>foresta amazzonica</strong> alla fusione del <strong>permafrost</strong>, fino al collasso dell’<strong><a href="https://futuranetwork.eu/focus/533-6368/clima-la-nuova-frontiera-tra-responsabilita-giuridiche-e-rischi-irreversibili">Amoc</a></strong> (Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica) e delle grandi <strong>calotte glaciali</strong>. Gli impatti del cambiamento climatico non sono lineari e, in alcuni casi, sono<strong> irreversibili</strong>. Questo significa che ecosistemi, territori e condizioni di vita potrebbero <strong>non tornare allo stato precedente anche in presenza di una netta riduzione delle emissioni</strong>.</p>
<p>Man mano che gli scenari più caldi <strong>diventano realtà</strong>, gli impatti sull’ambiente e sulla società smettono di essere marginali e diventano strutturali. Secondo l’Unep, fino a un quarto dei ghiacciai potrebbe<strong> scomparire</strong> entro la fine del secolo, mentre la produzione alimentare globale rischia di <strong>ridursi in modo significativo</strong> già a metà secolo. A crescere sono anche i <strong>costi della mitigazione</strong>: più si ritarda il taglio delle emissioni, più aumenta la dipendenza da interventi successivi. Ed è qui che entra in gioco la <strong>rimozione del carbonio </strong>(Cdr) dall’atmosfera. Il Rapporto distingue tra <strong>soluzioni basate sugli ecosistemi</strong>, come riforestazione e gestione dei suoli, e <strong>soluzioni tecnologiche</strong>. Le prime sono oggi le più praticabili, ma richiedono enormi superfici e non garantiscono un’attività di stoccaggio della CO₂ stabile. Le seconde <strong>restano costose</strong>, ancora <strong>poco mature</strong> e difficili da implementare. In ogni caso, anche nelle proiezioni più ottimistiche, il loro contributo è limitato: possono ridurre il riscaldamento globale solo di pochi decimi di grado. Un apporto importante ma insufficiente, che <strong>non sostituisce la mitigazione</strong>.</p>
<p>Per evitare il peggio, l’unica strada tracciata dall’Unep è quella di <strong>raggiungere il prima possibile il picco delle emissioni di gas serra</strong>, per poi avviare una riduzione rapida e su larga scala. Non c’è alternativa. <strong>Ogni frazione di grado in più ci spinge verso un mondo inesplorato</strong>, dove le condizioni che hanno reso possibile lo sviluppo umano cessano di essere garantite. Il Rapporto, però, non è un invito ad arrendersi a un futuro inevitabile. Al contrario, stabilisce una gerarchia molto chiara: <strong>oltre +1,5°C esistono differenze profonde</strong> tra scenari peggiori e meno peggiori. La variabile decisiva diventa dunque il <strong>tempo</strong>, che scandisce la durata dell’overshoot, la velocità dei tagli alle emissioni e la capacità di contenere il picco dei gas climalteranti.</p>
<p>Ed è su questo punto che la questione torna ad essere <strong>politica</strong>. Per restare intorno a 1,8°C la <strong>neutralità climatica</strong> &#8211; quando le emissioni antropiche saranno totalmente assorbite dagli ecosistemi &#8211; non è più negoziabile, ma rappresenta un <strong>passaggio obbligato</strong>.</p>
<p>Come inevitabile è il passaggio di <strong>El Niño</strong>. Si tratta di un fenomeno ciclico, oggi in fase di espansione, caratterizzato da un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano pacifico orientale e centro-meridionale. I dati più recenti restituiscono un quadro preoccupante: nel cuore dell’evento le temperature oceaniche risultano superiori di circa 2,6°C rispetto alla media trentennale, con proiezioni che indicano un <strong>ulteriore rafforzamento fino a circa +4°C </strong>nei prossimi mesi. Gli effetti sono già evidenti su scala globale (incendi più intensi nel Sud-Est asiatico e in Australia, indebolimento delle piogge monsoniche in India, precipitazioni estreme in alcune aree del Sud America), ma con alte probabilità <strong>si faranno sentire anche in Europa e in Italia</strong>.</p>
<p>Questa <strong>combinazione tra riscaldamento e variabilità naturale</strong> rende ancora più urgente un tema rimasto troppo a lungo in secondo piano: l’<strong>adattamento</strong>. Perché se una parte degli impatti è ormai inevitabile, <strong>la capacità di ridurne i danni dipende dalle scelte che facciamo oggi</strong>. E su questo fronte, <strong>l’Italia resta esposta e in forte ritardo</strong>. La crisi climatica è la principale minaccia per gli <strong>8mila chilometri costieri</strong> del nostro Paese. I <strong>ghiacciai italiani</strong>, preziosa riserva di acqua dolce, hanno già perso circa il 40% del loro volume e si ritireranno sempre di più. Le precipitazioni complessive sono destinate a diminuire, mentre <strong>cresce il pericolo di frane e alluvioni</strong>. Le produzioni agricole, soprattutto nel Mezzogiorno, potrebbero <strong>ridursi in modo significativo</strong>, colpendo alcune delle filiere più rappresentative del made in Italy. Non è un caso che l’Italia sia considerata un <strong>“hot spot” climatico</strong>, un’area in cui il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale.</p>
<p>Eppure, almeno sulla carta, uno strumento esiste. Il <strong>Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici</strong> (<strong>Pnacc</strong>) <strong>individua 361 misure </strong>per rafforzare la resilienza di infrastrutture e territori a livello nazionale e regionale, dalla gestione delle risorse idriche alla tutela degli ecosistemi. Il problema è che, a più di due anni di distanza, <strong>il Pnacc non ha ancora beneficiato di alcun finanziamento</strong>. Del tema ne ha parlato il direttore scientifico dell’ASviS, <strong>Enrico Giovannini</strong>, <a href="https://asvis.it/centerclima-fuori-controllo-tra-ritardi-globali-e-inerzia-italiana-center" target="_blank" rel="noopener">all’interno della rubrica Il punto di Giovannini</a>, ricordando che “l’adattamento non può essere considerato una voce accessoria delle politiche pubbliche, ma una componente strutturale della programmazione economica e istituzionale”.</p>
<p>In altri Paesi europei la questione è già entrata nell’agenda di governo. Nel Regno Unito, il primo ministro ha dedicato il comitato sui rischi (Cobra) proprio alle <strong>conseguenze del cambiamento climatico</strong>, con un’attenzione ai prossimi 6/12 mesi, che si attendono caratterizzati da siccità, precipitazioni estreme e impatti sulla produzione agricola, con possibili <strong>effetti su inflazione e disponibilità di beni alimentari</strong>, come segnalato anche dalla presidente della Bce, <strong>Christine Lagarde</strong>.</p>
<p>L’Italia, invece, continua a essere in ritardo. Il Pnacc, pur approvato nel 2023, ha richiesto due anni solo per avviare il comitato di coordinamento e <strong>non dispone ancora di risorse dedicate</strong> per l’attuazione. Non si tratta di assenza totale di interventi, ma di una loro dispersione, priva di una regia unitaria e di una valutazione sistemica dei rischi già nel breve periodo. Secondo Giovannini, “senza una governance chiara e risorse dedicate rischiano di rimanere sulla carta”. Viste le preoccupanti previsioni degli scienziati per i prossimi mesi andrebbe creato un <strong>organismo di coordinamento di alto livello</strong>, presieduto dal Presidente del Consiglio, in grado di integrare le evidenze scientifiche nella <strong>gestione dei rischi climatici e immaginare gli interventi necessari</strong>. “In secondo luogo, occorrerebbe prevedere in Legge di bilancio <strong>investimenti specifici per l’adattamento</strong>, indirizzati ai settori più esposti. Infine, è necessario <strong>rafforzare il coordinamento tra livello nazionale e regionale</strong> e coinvolgere le grandi imprese pubbliche nell’<strong>integrazione del rischio climatico nei propri piani industriali</strong>”.</p>
<p>Le soluzioni esistono, con livelli diversi di costo e complessità. Ma soprattutto serve un <strong>cambio di impostazione culturale e politica</strong>: la tutela dei territori e delle persone non può essere solo una risposta ex post agli eventi estremi. Deve diventare prevenzione. Perché, in questo caso più che mai, prevenire è davvero meglio che curare.</p>
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		<title>Audizione ASviS: “Dal deposito cauzionale benefici economici e ambientali significativi”</title>
		<link>https://asvis.it/audizione-asvis-dal-deposito-cauzionale-benefici-economici-e-ambientali-significativi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#audizioni]]></category>
		<category><![CDATA[#goal12]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il deposito cauzionale sugli imballaggi può combattere il fenomeno dei rifiuti abbandonati, nonché ridurre i costi per i Comuni e le emissioni gas serra, rafforzando economia circolare e gli Obiettivi dell’Agenda 2030. 10/09/27</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>ASviS </strong>“<em>esprime un giudizio ampiamente favorevole all&#8217;adozione del sistema di <strong>deposito cauzionale</strong> (Drs) in Italia, inserito nel quadro del Regolamento (Ue) 2025/40, auspicando un&#8217;attuazione tempestiva per guidare la filiera verso la scadenza del 2029</em>”.</p>
<p>Si tratta di uno dei messaggi lanciati da <strong>Andrea Ferrazzi</strong>, responsabile delle Relazioni Istituzionali, in occasione dell’audizione alla Camera dei deputati sui “sistemi di riutilizzo e di deposito cauzionale e restituzione per specifiche tipologie di imballaggi”, tenutasi il 9 settembre presso la Commissione “Ambiente, territorio e lavori pubblici”.</p>
<p>Ferrazzi ha sottolineato come il sistema di deposito cauzionale possa produrre “<em>un impatto significativo sia sul piano economico sia su quello ambientale</em>”, a partire dalla riduzione delle dispersioni nell’ambiente di circa <strong>8 miliardi di contenitori ogni anno</strong>. Un effetto che si tradurrebbe anche in una diminuzione degli oneri legati alla Plastic Tax europea, stimati in oltre <strong>108 milioni di euro annui</strong>, e in una riduzione dei costi sostenuti dai Comuni per la pulizia urbana, fino a <strong>450 milioni di euro</strong>.</p>
<p>{##card#47#23400}</p>
<p>Sul piano climatico, il Drs viene indicato come uno strumento coerente con gli <strong>O</strong><strong>biettivi dell’Agenda 2030</strong>. Secondo quanto evidenziato nel corso dell’audizione, il sistema potrebbe contribuire a una riduzione fino a <strong>600mila tonnellate di CO2 all’anno</strong>, oltre a rafforzare il perseguimento del Goal 12 sul consumo e la produzione responsabili. “<em>Un intervento che si colloca pienamente anche nel quadro della <strong>Costituzione</strong>, ponendosi in armonia con le previsioni degli <strong><a href="https://asvis.it/lo-sviluppo-sostenibile-arriva-nella-costituzione-lasvis-plaude-al-risultato">articoli 9 e 41</a> </strong>in materia di tutela dell&#8217;ambiente e sostenibilità dell&#8217;iniziativa economica, oltre che a presidio della salute pubblica</em>”, ha osservato Ferrazzi.</p>
<p>Un altro punto centrale riguarda l’integrazione con i sistemi esistenti. Il deposito cauzionale non viene concepito come alternativa alla raccolta differenziata gestita dal Conai, ma come strumento complementare, capace di rafforzare il <strong>modello del vuoto a rendere</strong>. In questo contesto, Ferrazzi ha richiamato anche il consenso sociale crescente attorno alla misura: circa l’<strong>83% dei cittadini</strong> e delle cittadine si dichiara favorevole all’introduzione del sistema.</p>
<p>Sul piano della <strong>governance</strong>, l’indicazione è quella di un modello centralizzato e senza scopo di lucro, con una partecipazione equilibrata tra produttori e distributori e con obblighi stringenti di trasparenza verso i ministeri competenti, in particolare Mase e Mimit. “<em>La gestione del sistema deve essere affidata a un soggetto terzo, <strong>non orientato al profitto</strong></em>”, è la linea illustrata.</p>
<p>Per quanto riguarda la rete commerciale, viene accolta positivamente la soglia dei <strong>200 metri quadrati</strong> per distinguere tra esercizi obbligati alla raccolta e quelli su base volontaria. Allo stesso tempo, si sostiene l’introduzione di una commissione di gestione (<em>handling fee</em>) per remunerare il servizio svolto dai punti vendita.</p>
<p>Un ulteriore elemento riguarda la destinazione dei depositi non riscossi, che secondo la proposta dovrebbero essere vincolati alla copertura dei costi operativi del sistema e al miglioramento delle performance ambientali. Sul perimetro applicativo, Ferrazzi ha inoltre indicato la necessità di un impianto “<em>ampio e coerente</em>”, <strong>evitando esclusioni settoriali</strong> come quella del vino e degli alcolici, e concentrando l’avvio su Pet e metalli, con una possibile estensione progressiva al vetro.</p>
<p>Infine, sul ruolo degli enti locali, è stata condivisa la destinazione dei proventi delle sanzioni ai Comuni per <strong>rafforzare la vigilanza ambientale</strong>, insieme a meccanismi di premialità per le amministrazioni virtuose. In parallelo, viene proposta l’introduzione di un <strong>diritto di primo rifiuto</strong> (<em>right of first refusal</em>) per garantire agli imbottigliatori l’accesso privilegiato alla materia prima seconda raccolta, con l’obiettivo di prevenire fenomeni di <em>downcycling</em> e rafforzare la qualità del riciclo.</p>
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		<title>Cosa c’è nel Piano sociale per il clima varato dal Governo</title>
		<link>https://asvis.it/cosa-ce-nel-piano-sociale-per-il-clima-varato-dal-governo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 08:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra mobilità sostenibile, edilizia e sostegni diretti al reddito, obiettivo è evitare che il prezzo del carbonio gravi sui redditi più bassi. In vista dell’entrata in vigore dell’Ets2, si attende l’ok di Bruxelles. 04/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Contribuire alla transizione verso la neutralità climatica <strong>senza scaricare i costi sulla collettività</strong> è possibile, ma richiede la ricerca di un equilibrio tra strumenti da mettere in campo ed <strong>equità sociale</strong>. Tra le questioni da affrontare c’è il <strong>prezzo del carbonio</strong>, destinato a coprire un maggior numero di consumi con l’introduzione dell’<strong><a href="https://asvis.it/caro-energia-il-problema-non-e-lets-ma-la-dipendenza-dai-combustibili-fossili">Emission trading system</a> 2 </strong>(<strong>Ets2</strong>). Dal primo gennaio 2028 il <strong>sistema europeo di scambio delle quote di emissione</strong> includerà anche edifici e trasporto su strada, coinvolgendo una platea finora esclusa, in particolare piccole e medie imprese.</p>
<p>È in questo quadro che, all’inizio di agosto, il Consiglio dei ministri <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/2026_08_06_psclima-pdf"><strong>ha approvato il Piano sociale per il clima</strong></a> (<strong>Psc</strong>), lo strumento con cui il governo punta ad attenuare gli effetti economici e sociali dell’Ets2. La dotazione complessiva ammonta a <strong>9,346 miliardi di euro</strong>, di cui 7,01 miliardi provenienti dal Fondo europeo e 2,33 miliardi di cofinanziamento nazionale, pari al 25% del totale. Le risorse sono distribuite in quattro categorie: <strong>riqualificazione energetica degli edifici</strong>, <strong>mobilità sostenibile</strong>, <strong>sostegno temporaneo al reddito</strong> e <strong>rafforzamento della capacità amministrativa</strong>. Dopo il via libera nazionale, <strong>il Piano passa ora al vaglio della Commissione europea</strong>, che potrà richiedere modifiche prima dell’approvazione definitiva.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/piano_sociale_clima.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>L’impianto del Psc discende dal <strong>Fondo sociale per il clima</strong>, istituito dal <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32023R0955">Regolamento Ue 2023/955</a>. L’introduzione di un prezzo del carbonio sui combustibili per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici, così come sui carburanti, rischia, se non gestita in modo sostenibile, di scaricarsi sui redditi medio-bassi. Proprio quelle fasce che, al contrario, dovrebbero essere <strong>le principali beneficiarie dei meccanismi redistributivi associati a questo strumento</strong>, così da poter investire in efficienza energetica e ridurre nel tempo il peso delle bollette.</p>
<p>L’orizzonte temporale del Piano copre il <strong>periodo 2026-2032</strong>, con le misure di investimento che saranno operative già dal 2027, mentre <strong>il sostegno al reddito sarà attivo tra il 2028 e il 2031</strong>, in concomitanza con l’avvio dell’Ets2.</p>
<h3>Edilizia e trasporti: le misure</h3>
<p>La ripartizione delle risorse evidenzia le priorità del Psc: <strong>il settore dei trasporti assorbe la quota più consistente</strong>, pari a 4,63 miliardi di euro. Di questi, circa 2,89 miliardi sono destinati dal 2028 al <strong>potenziamento dei servizi di mobilità pubblica e condivisa</strong>, con particolare attenzione alle aree caratterizzate da una maggiore povertà dei trasporti. A questa linea si affianca la misura “<strong>I</strong><strong>l mio conto di mobilità</strong>”, dotata di 1,74 miliardi dal 2027, che <strong>introduce un portafoglio digitale individuale</strong> articolato su tre fasce (400, 200 e 100 euro annui) in base a un indice di vulnerabilità. Lo strumento <strong>consente l’accesso agevolato al trasporto pubblico locale e regionale</strong> (inclusi i servizi a chiamata) e punta a favorire il passaggio dall’auto privata al trasporto collettivo.</p>
<p>Sul <strong>fronte edilizio</strong>, il Piano concentra 1,95 miliardi di euro sull’edilizia residenziale pubblica tra il 2027 e il 2032. Il finanziamento copre fino al 65% degli interventi sugli alloggi di proprietà pubblica, <strong>con priorità per quelli nelle classi energetiche più basse</strong> (F e G). L’obiettivo è riqualificare circa 15,6 milioni di metri quadrati, raggiungendo così oltre 220mila famiglie vulnerabili, con un <strong>risparmio stimato in più di 82mila tonnellate equivalenti di petrolio all’anno</strong>.</p>
<p>1,25 miliardi di euro sono poi rivolti alle <strong>microimprese vulnerabili</strong> con l’obiettivo di efficientare gli immobili di proprietà. Qui il target è di circa 128mila edifici riqualificati (sempre con priorità per le classi energetiche più basse). Completa il quadro un investimento da 95,2 milioni per <strong>promuovere l’elettrificazione dei consumi domestici</strong>.</p>
<h3>Arriva il bonus sociale “energia plus”</h3>
<p>La componente di sostegno diretto al reddito si concentra in un’unica misura: il <strong>Bonus sociale energia plus</strong>. Il Bonus è pari a 1,34 miliardi di euro per il periodo 2028-2031 e <strong>riguarda le famiglie con Isee fino a 25mila euro</strong>. Il contributo è stabilito sia in base alla zona climatica di appartenenza (per tenere conto delle diverse esigenze di riscaldamento e raffrescamento) e <strong>viene concesso direttamente nella bolletta elettrica</strong> sotto forma di componente tariffaria negativa. Si stima che la misure dovrebbe raggiungere circa quattro milioni di famiglie all’anno.</p>
<p>Infine, il Piano finanzia per 85 milioni di euro il <strong>rafforzamento della governance</strong>. Le risorse puntano a sviluppare piattaforme informatiche e a costruire reti territoriali e sportelli informativi, con l’obiettivo di accompagnare cittadine, cittadini e imprese nella comprensione e nell’accesso alle misure previste.</p>
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