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	<title>#goal5 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>#goal5 Archivi - ASviS</title>
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	<item>
		<title>Gender Snapshot 2026: il potere resta maschile</title>
		<link>https://asvis.it/gender-snapshot-2026-il-potere-resta-maschile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Rapporto di UN Women avverte: nessun Target dell’Obiettivo 5 è sulla buona strada verso il 2030. I divari nei parlamenti si riducono, ma non ai vertici. Per la parità di genere servono 171 anni. 02/10/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le donne sono entrate in quasi tutte le stanze di parlamenti, governi, universit&agrave;, imprese e laboratori dove si sviluppano le tecnologie destinate a cambiare il nostro futuro. Ma <strong>pi&ugrave; ci si avvicina alla stanza in cui si decide, meno donne si incontrano</strong>. &Egrave; una delle immagini che emerge dal <strong><a href="https://www.unwomen.org/en/digital-library/publications/2026/09/progress-on-the-sustainable-development-goals-the-gender-snapshot-2026">&ldquo;Progress on the Sustainable Development Goals: The Gender Snapshot 2026&rdquo;</a></strong>, il rapporto di UN Women e del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite che osserva i 17 Obiettivi dell&rsquo;Agenda 2030 attraverso la condizione di donne e ragazze. A quattro anni dalla scadenza, il dato pi&ugrave; netto riguarda proprio il <strong>Goal 5 &ldquo;Parit&agrave; di genere&rdquo;: nessuno dei suoi target &egrave; sulla buona strada per essere raggiunto</strong> entro il 2030. Continuando a questo ritmo, per centrarlo pienamente serviranno 171 anni.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" style="display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_14_.jpg" alt="" width="70%" />Fig.1 Le donne in politica<br /><br /></p>
<p><strong>Pi&ugrave; donne in Parlamento, ma il potere cambia lentamente</strong></p>
<p>Basta seguire la strada che porta ai vertici della politica. Nel 2015 le donne occupavano il 22,3% dei seggi nei parlamenti nazionali; nel 2026 sono arrivate al 27,4%. Ma salendo ancora di un gradino la presenza si assottiglia: al primo gennaio 2026 <strong>soltanto 28 Paesi avevano una donna come capo di Stato</strong> o di governo e sei Paesi su sette erano ancora guidati da uomini. Anche nei governi le donne restano una minoranza, soprattutto quando si arriva ai dicasteri con maggiore peso politico ed economico. <strong>Nei ministeri economici, per esempio, solo il 19% degli incarichi &egrave; affidato a una donna</strong>. Una distanza che non sembra dipendere da un minore interesse per questi temi: analizzando gli interventi all&rsquo;Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2025, il Rapporto rileva che le leader donne hanno parlato di economia e finanza, cos&igrave; come di sicurezza e difesa, con una frequenza simile agli uomini. Il divario, dunque, non riguarda tanto i temi di cui le donne si occupano, quanto la possibilit&agrave; di accedere alle posizioni in cui si prendono le decisioni.</p>
<p style="text-align: center;"><img decoding="async" style="display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_10_.jpg" alt="" width="70%" /><sup>Fig.2 Divario salariale a livello dirigenziale</sup></p>
<p><strong>La distanza aumenta salendo verso i vertici</strong></p>
<p>Uscendo dai palazzi della politica, la situazione non cambia. A livello mondiale le donne sono il 31,4% dei ricercatori e circa il 22% dei professionisti dell&rsquo;intelligenza artificiale. Nei ruoli senior dell&rsquo;AI, per&ograve;, la loro presenza scende sotto il 14%. A confermarlo, da un&rsquo;altra prospettiva, &egrave; il <a href="https://reports.weforum.org/docs/WEF_GGGR_Report_2026.pdf">Global Gender Gap Report 2026</a> del World Economic Forum. Il mondo continua ad avvicinarsi alla parit&agrave;, ma a piccoli passi: a livello globale <strong>&egrave; stato colmato il 69,2% del divario tra uomini e donne</strong>, appena 0,4 punti percentuali in pi&ugrave; rispetto al 2025. Secondo i dati LinkedIn utilizzati dal Wef, nel 2026 le donne rappresentano il 46% dei lavoratori nei ruoli di ingresso, ma appena il 23% nelle posizioni di vertice, una distanza che diventa sempre pi&ugrave; evidente man mano che si sale nella gerarchia aziendale.<br /><br /><strong>Una disuguaglianza che comincia molto prima</strong></p>
<p>Arrivare ai piani alti, per&ograve;, &egrave; soltanto l&rsquo;ultimo tratto di un percorso che parte molto pi&ugrave; indietro. Nel mondo <strong>donne e ragazze dedicano 2,5 volte pi&ugrave; tempo degli uomini al lavoro domestico e di cura non retribuito</strong>, un carico che condiziona la possibilit&agrave; di studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica. &Egrave; anche per questo che il Gender Snapshot non confina la parit&agrave; nell&rsquo;Obiettivo 5, ma la segue attraverso l&rsquo;intera Agenda 2030. Le disuguaglianze di genere si intrecciano con povert&agrave;, salute, istruzione, accesso alle tecnologie e crisi climatica. Il Rapporto ricorda, per esempio, che <strong>2,9 miliardi di donne e ragazze vivono in Paesi altamente o molto altamente esposti ai rischi climatici</strong> e geofisici, mentre le donne occupano appena il 27% degli incarichi ministeriali nazionali con deleghe ambientali.</p>
<p><strong>Quando le donne decidono, si muovono anche gli altri Obiettivi</strong></p>
<p>Portare pi&ugrave; donne nei luoghi decisionali non &egrave; soltanto una questione di rappresentanza: pu&ograve; incidere sul raggiungimento degli altri Obiettivi di sviluppo sostenibile. Una maggiore presenza femminile nei parlamenti, per esempio, si associa a una maggiore spesa per l&rsquo;istruzione, a migliori tassi di completamento della scuola primaria e a progressi verso la parit&agrave; nelle iscrizioni scolastiche. Eppure, proprio mentre &egrave; necessario accelerare, diminuiscono alcune delle risorse destinate a farlo. <strong>Tra il 2023 e il 2024 i finanziamenti alle organizzazioni per i diritti delle donne sono scesi del 28%.</strong> A quattro anni dal 2030, quindi, la distanza da colmare non si misura soltanto contando quante donne sono entrate nei parlamenti, nelle imprese o nei laboratori dell&rsquo;intelligenza artificiale, ma da quanto potere decisionale accompagni quella presenza. Entrare nella stanza non significa ancora avere la stessa possibilit&agrave; di decidere cosa accade al suo interno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.unwomen.org/sites/default/files/2026-09/the-gender-snapshot-2026-en.pdf">Leggi il Gender Snapshot 2026</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Italia: occupazione record al 62,8% ma donne e giovani restano indietro</title>
		<link>https://asvis.it/italia-occupazione-record-al-628-ma-donne-e-giovani-restano-indietro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 09:08:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova scheda Ocse sull'Italia registra disoccupazione al minimo storico, ma evidenzia forti divari territoriali e salari reali. I rincari dell’energia hanno spinto l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. 15/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mercato del lavoro italiano continua a migliorare, con l’occupazione ai massimi e la disoccupazione ai minimi storici. Restano però forti distanze rispetto agli altri Paesi Ocse e persistono <strong>criticità nei salari e nelle opportunità </strong>di lavoro tra i diversi territori.</p>
<p>È quanto emerge da <strong><em><a href="https://www.oecd.org/it/publications/2026/07/oecd-employment-outlook-2026-country-notes_5aa6f0be/italy_fd32ef4f.html">Prospettive dell’Ocse sull’occupazione 2026: Italia</a></em></strong>, la nuova scheda Paese elaborata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Ocse, nell’ambito dell’<em><a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-employment-outlook-2026_7e710f54-en.html">Oecd employment outlook 2026</a></em>.<br />
Le schede nazionali analizzano l’andamento dei mercati del lavoro dei Paesi membri e l’edizione di quest’anno dedica particolare attenzione alle <strong>disparità geografiche in termini di posti di lavoro e redditi</strong>.</p>
<h3><strong>Occupazione ai massimi, resta il divario con gli altri Paesi Ocse</strong></h3>
<p>A maggio 2026 il tasso di <strong>disoccupazione italiano è sceso al 5%</strong>, sostanzialmente in linea con la media Ocse del 4,9%. In un anno la diminuzione è stata di 1,5 punti percentuali, un andamento che distingue l’Italia dal quadro generale: in circa due terzi dei Paesi Ocse la disoccupazione è aumentata. Insieme a Grecia, Portogallo e Spagna, l’Italia rientra nel gruppo di Paesi dell’Europa meridionale dove il calo è proseguito.</p>
<p>Anche l’occupazione ha raggiunto un massimo storico. Nel primo trimestre del 2026 il tasso è arrivato al 62,8%, grazie alla forte crescita registrata nei due anni precedenti. La <strong>distanza dalla media Ocse</strong>, pari al 72,1%, resta però considerevole: 9,3 punti percentuali, con <strong>differenze particolarmente marcate per le donne e per i giovani.</strong></p>
<p>Nell’ultimo anno la crescita del tasso di occupazione ha rallentato, mentre altri Paesi dell’Europa meridionale hanno mantenuto un ritmo più sostenuto. Restano poi alcune <strong>difficoltà nel reperimento di personale</strong>. Le carenze si sono attenuate rispetto ai livelli record precedenti alla pandemia, ma l’Ocse individua alcuni fattori strutturali destinati a incidere nel tempo: invecchiamento della popolazione, trasformazione digitale, transizione verde e scarsa qualità del lavoro in alcuni settori.</p>
<h3><strong>Il luogo in cui si vive pesa sulle opportunità di lavoro</strong></h3>
<p>La geografia del lavoro rappresenta uno dei punti centrali dell’analisi. In oltre la metà dei Paesi Ocse, tra le diverse province si registrano differenze superiori a 20 punti percentuali nei tassi di occupazione. Secondo l’Organizzazione, questi divari riflettono anche la <strong>diversa capacità dei territori di offrire opportunità economiche</strong> e finiscono per tradursi in differenze negli standard di vita.<br />
In Italia le differenze tra territori restano molto ampie: nelle province con maggiori difficoltà la disoccupazione è oltre quattro volte più alta rispetto alle province con i risultati migliori. Nella media Ocse è circa il doppio.<br />
La distanza si è comunque ridotta negli ultimi anni. Dall’inizio degli anni Dieci, le differenze territoriali nell’occupazione sono diminuite del 10,4%, grazie soprattutto al miglioramento delle aree che partivano dai livelli più bassi.</p>
<p>Gli <strong>spostamenti dei lavoratori</strong> tra le regioni riducono poco questi divari. Chi lascia le aree con meno occupazione è in media più giovane, più istruito e più spesso occupato rispetto a chi rimane. Secondo l’Ocse, questo fenomeno rischia di aumentare le differenze territoriali, perché sono proprio le aree più in difficoltà a perdere giovani e persone qualificate.</p>
<h3><strong>Salari reali ancora del 6,1% sotto i livelli del 2021</strong></h3>
<p>Sul fronte dei salari, il <strong>recupero resta lento</strong>. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente, grazie soprattutto alla bassa inflazione. Rimangono però inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’area Ocse.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/export-2026-09-05T17_10_10.329Z.png" alt="" width="80%" /></p>
<p>I recenti <strong>rincari dell’energia</strong> hanno però spinto nuovamente l’inflazione e frenato la crescita dei salari reali. Per l’Italia l’Ocse prevede una diminuzione dello 0,9% nel 2026 e una crescita di appena lo 0,2% nel 2027. A pesare sono anche i <strong>pochi rinnovi dei contratti collettivi</strong> previsti per il 2027 e il rallentamento del mercato del lavoro.</p>
<h3><strong>Crescono le clausole che limitano la mobilità tra imprese</strong></h3>
<p>La scheda dedica infine un approfondimento alle <strong>clausole di non concorrenza</strong>, che impediscono o limitano a un lavoratore la possibilità di passare a un’impresa concorrente o di avviare un’attività nello stesso settore dopo la fine del rapporto di lavoro. Nel 2025 queste clausole interessavano circa il 30% dei lavoratori nell’area Ocse e si stanno diffondendo anche al di fuori delle professioni altamente specializzate. In Italia riguardano, secondo i datori di lavoro intervistati, tra il 7% e il 18% dei dipendenti del settore privato, una quota inferiore alla media Ocse del 20-30%, ma in crescita.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/export-2026-09-05T17_10_40.467Z.png" alt="" width="80%" /></p>
<p>Secondo l’Ocse, una diffusione eccessiva di queste clausole può <strong>rendere più difficile cambiare lavoro, frenare la crescita dei salari e limitare lo scambio di competenze e conoscenze tra le imprese</strong>, con possibili effetti anche sulla produttività. La scheda segnala infine un altro fenomeno: circa il 30% delle imprese italiane intervistate dichiara di conoscere, nel proprio settore, <strong>accordi tra aziende per evitare di assumere reciprocamente i dipendenti o per fissare i salari</strong>. Nei Paesi coinvolti nell’indagine la quota media arriva al 48%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.oecd.org/it/publications/2026/07/oecd-employment-outlook-2026-country-notes_5aa6f0be/italy_fd32ef4f.html">Scarica la scheda Ocse</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Vnr, Persone: tutelato il potenziale umano, ma si arretra su salute e benessere</title>
		<link>https://asvis.it/vnr-persone-tutelato-il-potenziale-umano-ma-si-arretra-su-salute-e-benessere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 15:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18,6% della popolazione italiana a rischio di povertà, Italia tra i Paesi Ue con i più alti livelli di disuguaglianza dei redditi, otto morti al giorno sulle strade. Il punto della Voluntary national review italiana su “Persone”. 31/07/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Garantire le condizioni per lo sviluppo del potenziale umano&#8221;</em> evidenzia un andamento complessivamente positivo, mentre <em>&#8220;Promuovere la salute e il benessere&#8221;</em> registra un andamento complessivamente negativo.</p>
<p>Così si esprime la <a href="https://asvis.it/litalia-presenta-allonu-la-sua-voluntary-national-review-sullagenda-2030"><strong>Voluntary national local youth review</strong></a> (Vnr) italiana, il documento presentato il 13 luglio all’High-level political forum che illustra i progressi compiuti nell’attuazione dell’Agenda 2030 a livello nazionale e le sfide da affrontare.</p>
<p>In questo articolo vi parleremo di una delle cinque “P” dell’Agenda 2030, quella dedicata alle <strong>Persone</strong>.</p>
<h3><strong>I dati</strong></h3>
<p>Nel 2025, il 18,6% della popolazione italiana era a rischio di <strong>povertà</strong> (Goal 1) e il 10,2% della popolazione occupata era a rischio di povertà, una quota superiore alla media dell&#8217;Ue-27 (8,2%). Mentre nel 2023 il 20% della popolazione con i redditi più elevati percepiva un reddito pari a 5,5 volte quello del 20% più povero: l&#8217;Italia si confermava così tra i Paesi dell&#8217;Unione europea con <strong>i più alti livelli di disuguaglianza dei redditi </strong>(Goal 10).</p>
<p>Relativamente al Goal 2 “Sconfiggere la fame”, nel 2024 l&#8217;1,3% della popolazione italiana si trovava in una condizione di <strong>insicurezza alimentare</strong>. Preoccupante il tasso di <strong>mortalità per incidenti stradali </strong>(Goal 3): 4,9 ogni 100mila residenti (circa 8 vittime al giorno).</p>
<p>Sul piano dell’<strong>istruzione</strong> (Goal 4), si segnala che In Italia, nell’anno scolastico 2024/25, la quota di alunni e alunne che non ha raggiunto il livello di competenza di base in italiano è pari al 33,7% nella classe seconda della scuola primaria: si tratta di un ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. In seconda e in quinta, la quota di alunni e alunne che non raggiunge il livello di competenza di base in matematica (rispettivamente 33% e 33,6%) resta distante dai valori pre-pandemici. Infine, nel 2024, l’85,3% delle <strong>donne</strong> (Goal 5) vittime di omicidio è stata uccisa da partner, ex partner o altri familiari, una quota estremamente elevata.</p>
<h3><strong>La Youth voluntary review</strong></h3>
<p>La <em><strong>Youth voluntary review </strong></em>(Yvr) rappresenta una delle principali novità della revisione volontaria italiana del 2026: per la prima volta l’Italia integra infatti un rapporto dedicato alle giovani generazioni, con l’obiettivo di raccogliere il loro punto di vista sull’attuazione dell’Agenda 2030 e sulla costruzione delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Il percorso ha coinvolto bambine, bambini e giovani tra i <strong>6 e i 35 anni</strong>, attraverso un processo strutturato di ascolto e partecipazione.</p>
<p>La Yvr si fonda sull’idea che i giovani e le giovani non siano soltanto destinatari delle politiche future, ma <strong>protagonisti del cambiamento nel presente</strong>, e che la prospettiva intergenerazionale debba entrare stabilmente nei processi decisionali.</p>
<p>Dalla consultazione emergono alcune priorità:</p>
<ul>
<li><strong>La crisi climatica resta una delle principali preoccupazioni delle nuove generazioni.</strong> I giovani e le giovani mostrano un’elevata sensibilità ambientale, ma cresce anche la percezione che i comportamenti individuali, da soli, non siano sufficienti a produrre trasformazioni profonde: servono interventi collettivi e politiche più incisive.</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>People (Persone) è la dimensione più citata da tutte le fasce d’età</strong>: il tema prevalente riguarda il benessere psicologico e relazionale<strong>.</strong> Il 30,5% degli e delle adolescenti indica il supporto psicologico tra i bisogni prioritari, segnalando l’importanza di rafforzare servizi e strumenti di prevenzione e cura. Rilevante il crollo della facilità nelle relazioni sociali tra i giovani di 14-18 anni (25,3%).</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>La scuola appare sempre meno collegata alla percezione del futuro con il crescere dell’età.</strong> Se il 92% dei bambini tra 6 e 10 anni considera la scuola utile per il proprio futuro, questa percentuale scende al 43,1% tra gli 11 e i 13 anni e al 13,1% tra i 14 e i 18 anni, evidenziando una distanza crescente tra sistema educativo e aspettative delle nuove generazioni.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>   <a href="https://asvis.it/voluntary-national-review-2026/" target="_blank" rel="noopener">CONSULTA LA PAGINA DEDICATA ALLA VOLUNTARY NATIONAL REVIEW</a>   </strong></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il debito dei Paesi poveri sottrae risorse a salute, istruzione e parità di genere</title>
		<link>https://asvis.it/il-debito-dei-paesi-poveri-sottrae-risorse-a-salute-istruzione-e-parita-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 14:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
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		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio dell’UNDP su 85 Paesi in via di sviluppo mostra che l’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito riduce occupazione e investimenti sociali, ampliando soprattutto le disuguaglianze di genere. 14/07/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata al rimborso del debito, diminuisce lo spazio fiscale disponibile per finanziare sanità, istruzione, protezione sociale e servizi di cura. <strong>A pagarne il prezzo sono soprattutto le donne. </strong>È questa la conclusione del nuovo studio del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo &#8211; Undp, che evidenzia come il peso del debito riduca l’occupazione femminile, ampli le disuguaglianze di genere e limiti gli investimenti necessari per uno sviluppo sostenibile.</p>
<hr />
<p><strong>Il peso dei rimborsi del debito riduce le risorse disponibili per sanità, istruzione, servizi di cura e protezione sociale.</strong></p>
<ul>
<li><strong>85</strong> Paesi in via di sviluppo analizzati</li>
<li><strong>55 milioni</strong> di posti di lavoro femminili persi nel breve periodo</li>
<li><strong>92,5 milioni</strong> nel lungo periodo</li>
<li><strong>17%</strong> di riduzione del reddito pro capite delle donne</li>
<li><strong>+32,5%</strong> di mortalità materna nei Paesi con maggiore pressione del debito</li>
</ul>
<hr />
<p>Il rapporto <a href="https://www.undp.org/publications/who-pays-price-gender-inequality-and-sovereign-debt">Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</a>, pubblicato dall’Undp nell’ambito dell’iniziativa Equanomics, analizza gli effetti del servizio del debito, cioè della quota di risorse che ogni anno gli Stati destinano al rimborso di capitale e interessi. Lo studio prende in esame 85 Paesi in via di sviluppo, utilizzando dati della Banca mondiale, dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e dell’Human Development Report.</p>
<p>Attraverso un modello econometrico che osserva l’evoluzione dei Paesi nel tempo, gli autori valutano <strong>l’impatto del servizio del debito su occupazione, reddito, salute ed educazione.</strong> Uno dei risultati più significativi mostra che gli effetti sociali dipendono soprattutto dal peso dei rimborsi annuali, più che dal livello complessivo del debito. In altre parole, conta quanto uno Stato deve destinare ogni anno al pagamento del debito e quanto questo <strong>riduce le risorse disponibili per investire nello sviluppo.  </strong></p>
<h3><strong>Occupazione reddito: le donne pagano il prezzo più alto</strong></h3>
<p>L’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito si riflette rapidamente sul mercato del lavoro. Lo studio stima <strong>una riduzione del 6,3% dell’occupazione femminile</strong>, pari a circa 55 milioni di posti di lavoro nei Paesi analizzati. Considerando gli effetti che si accumulano nel tempo, la perdita potrebbe raggiungere 92,5 milioni di occupate.<br />
Per gli uomini l’impatto esiste, ma rimane molto più contenuto. Anche il reddito segue la stessa dinamica. Quando aumenta il peso dei rimborsi del debito, <strong>il reddito pro capite delle donne diminuisce del 17%</strong>, mentre quello degli uomini non registra variazioni statisticamente significative. Il risultato è un ulteriore ampliamento del divario economico tra i generi.</p>
<p>Secondo gli autori, questi effetti alimentano un circolo vizioso. La riduzione dell’occupazione femminile nell’economia formale restringe la base imponibile, riduce le entrate fiscali degli Stati e limita ulteriormente le risorse disponibili per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/debito_1.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p style="text-align: center">Figura 1. I principali impatti del debito su occupazione, reddito e salute.</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: UNDP, Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt – Executive Summary, 2026.</em></p>
<h3><strong>Il debito riduce gli investimenti nei servizi essenziali</strong></h3>
<p>L’aumento delle risorse destinate al rimborso del debito produce effetti che vanno oltre il mercato del lavoro. Quando gli investimenti pubblici si riducono, anche sanità, istruzione, servizi di cura e sistemi di protezione sociale dispongono di meno risorse, con <strong>conseguenze dirette sulla qualità della vita.<br />
</strong>Lo studio stima che, nei Paesi dove il peso del rimborso del debito cresce maggiormente, <strong>la mortalità materna aumenti del 32,5%,</strong> pari a oltre 67 decessi aggiuntivi ogni 100 mila nascite. Nello stesso tempo <strong>diminuisce l’aspettativa di vita</strong> sia delle donne sia degli uomini, un segnale del progressivo indebolimento dei sistemi sanitari sottoposti a vincoli di bilancio.</p>
<p>La riduzione dei servizi di cura produce inoltre un ulteriore effetto. Le attività di assistenza tornano a gravare sulle famiglie e vengono svolte prevalentemente dalle donne, che dispongono così di meno tempo per il lavoro retribuito e per la partecipazione alla vita economica. <strong>Il risultato è un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze di genere</strong>, che alimenta il circolo vizioso descritto dal rapporto.</p>
<h3><strong>Dalla gestione del debito a un nuovo modello di sviluppo</strong></h3>
<p>Lo studio conclude che le strategie di gestione del debito dovrebbero integrare sistematicamente la prospettiva di genere, valutando in anticipo gli effetti delle politiche fiscali e tutelando gli investimenti in sanità, istruzione, servizi di cura e infrastrutture sociali. Gli autori chiedono inoltre una <strong>riforma dell’architettura finanziaria internazionale</strong> che riduca il costo del finanziamento per i Paesi più vulnerabili e consenta di destinare maggiori risorse allo sviluppo umano.</p>
<p>Queste indicazioni si inseriscono in una riflessione più ampia che l’Undp sta portando avanti sul <strong>rapporto tra sviluppo economico e diritti umani.</strong> Nel rapporto <a href="https://www.undp.org/rolhr/publications/human-rights-vs-competitiveness-false-dilemma">Human Rights vs. Competitiveness – a False Dilemma?</a> , l’organizzazione dimostra infatti che la competitività non dipende soltanto da produttività, innovazione o riduzione dei costi. Sistemi sanitari efficienti, istruzione di qualità, lavoro dignitoso, inclusione e tutela dei diritti contribuiscono ad attrarre investimenti, rafforzare il capitale umano e aumentare la resilienza delle economie di fronte alle crisi. Letti insieme, i due rapporti delineano una stessa visione dello sviluppo. <strong>Le risorse destinate a salute, istruzione e protezione sociale rappresentano un investimento nella capacità di crescita dei Paesi.</strong> Preservare questo spazio significa quindi ridurre le disuguaglianze, sostenere la competitività e costruire economie più solide nel lungo periodo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/debito_2.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<p style="text-align: center">Figura 2. Le principali strategie proposte dall’UNDP per ridurre l’impatto del debito sullo sviluppo e promuovere una crescita più equa e sostenibile.</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: UNDP,</em> <em>Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</em> – Executive Summary, 2026.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scarica il Report <a href="https://www.undp.org/publications/who-pays-price-gender-inequality-and-sovereign-debt">Who Pays the Price? Gender Inequality &amp; Sovereign Debt</a></strong></p>
<p><strong>Scarica il Report <a href="https://www.undp.org/rolhr/publications/human-rights-vs-competitiveness-false-dilemma">Human Rights vs. Competitiveness – a False Dilemma?</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/il-debito-dei-paesi-poveri-sottrae-risorse-a-salute-istruzione-e-parita-di-genere/">Il debito dei Paesi poveri sottrae risorse a salute, istruzione e parità di genere</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>L&#8217;altra faccia della crisi climatica: perché colpisce di più donne e ragazze</title>
		<link>https://asvis.it/laltra-faccia-della-crisi-climatica-perche-colpisce-di-piu-donne-e-ragazze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 14:15:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le donne sono presenti nelle strategie climatiche: il 97% dei Piani di adattamento cita il tema del genere e il 95% fa riferimento esplicito. Ma tra riconoscimento e trasformazione resta una distanza profonda. 18/06/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/laltra-faccia-della-crisi-climatica-perche-colpisce-di-piu-donne-e-ragazze/">L&#8217;altra faccia della crisi climatica: perché colpisce di più donne e ragazze</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>crisi climatica</strong> viene spesso raccontata attraverso temperature record, incendi, alluvioni e conferenze internazionali. Ma spesso i suoi effetti più profondi si manifestano lontano dai riflettori. Entrano nelle case quando l&#8217;acqua diventa più difficile da trovare. Quando un raccolto va perduto. Quando una famiglia deve lasciare il proprio territorio dopo una siccità o un&#8217;inondazione. Quando aumentano le ore dedicate alla cura dei figli, degli anziani o dei familiari malati perché servizi e infrastrutture non riescono più a rispondere ai bisogni quotidiani. È in queste situazioni, spesso invisibili alle statistiche economiche, che <strong>la crisi climatica incontra le disuguaglianze</strong>. Il Rapporto <a href="https://www.unwomen.org/sites/default/files/2026-06/egm-report-progress-of-the-worlds-women-2026-gender-equality-age-climate-crisis-en.pdf">“World&#8217;s women 2026: gender equality in the age of climate crisis”</a> di <strong>UN Women</strong> prova a leggere insieme due fenomeni che procedono in parallelo: il <strong>riscaldamento globale</strong> e il rallentamento dei progressi verso la <strong>parità di genere</strong>.</p>
<h3><strong>Le donne e le decisioni</strong></h3>
<p>Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Secondo il Rapporto, il 97% dei <strong>Piani nazionali di adattamento climatico</strong> presentati dai governi, menziona il tema del genere e il 95% fa riferimento esplicito alle donne. In oltre due terzi dei casi questi richiami compaiono nell&#8217;analisi dei problemi, negli obiettivi strategici e nelle misure operative. Ma, sottolinea UN Woman, emerge un paradosso: le donne sono presenti nel <strong>linguaggio delle politiche climatiche</strong>, ma molto meno nelle trasformazioni che quelle politiche dovrebbero produrre. Continuano a essere descritte soprattutto come una categoria vulnerabile, mentre le cause strutturali che alimentano le <strong>disuguaglianze</strong> e limitano la capacità di reagire agli impatti climatici, ricevono troppo poca attenzione.</p>
<h3><strong>L&#8217;emergenza amplifica le disuguaglianze</strong></h3>
<p>Le evidenze raccolte nel Report mostrano come gli effetti della crisi climatica tendano a scaricarsi con maggiore intensità sulle donne, soprattutto nei contesti più fragili. In diversi Paesi emergono correlazioni tra condizioni climatiche avverse, perdita dei mezzi di sussistenza, spostamenti forzati, <strong>matrimoni precoci</strong> e gravidanze adolescenziali.</p>
<p>Anche l&#8217;<strong>accesso</strong> <strong>alle informazioni</strong> fa la differenza. Le donne ricevono più frequentemente notizie e allerte attraverso reti informali come amici e familiari, mentre gli uomini hanno spesso maggiori possibilità di accedere a canali istituzionali e sistemi di allerta ufficiali. Una distanza che si traduce in una minore capacità di prepararsi e <strong>reagire agli eventi estremi</strong>. Non esiste una condizione femminile uguale ovunque. Età, reddito, appartenenza etnica, accesso ai servizi e luogo di residenza contribuiscono a determinare livelli molto diversi di esposizione al rischio climatico.</p>
<h3><strong>La transizione verde non sarà automaticamente una transizione giusta</strong></h3>
<p>Per molti anni il dibattito pubblico ha associato la <strong>transizione ecologica</strong> all&#8217;idea di progresso. Più energie rinnovabili, più innovazione, più occupazione. Il Rapporto invita a guardare anche l&#8217;altra faccia di questa trasformazione. La <strong>riconversione energetica e industriale</strong> può produrre nuove opportunità, ma può anche riprodurre vecchie disuguaglianze. In diversi contesti, la chiusura di attività tradizionali e la riorganizzazione del mercato del lavoro hanno generato perdita di reddito, precarietà e nuove forme di <strong>esclusione sociale</strong> che hanno colpito soprattutto le donne. La distanza tra ambizioni e risultati emerge anche nelle politiche di adattamento. Per UN Women, la sfida non è soltanto <strong>rendere le donne visibili</strong> nelle strategie climatiche, ma redistribuire risorse, rafforzare la partecipazione ai processi decisionali e riconoscere il <strong>valore del lavoro di cura</strong> e delle conoscenze che molte donne mettono già oggi al servizio delle comunità.</p>
<h3><strong>Dalla vulnerabilità alla leadership</strong></h3>
<p>C&#8217;è un messaggio che attraversa tutto il Rapporto e che va oltre la dimensione della fragilità. Le donne non sono soltanto tra coloro che subiscono maggiormente gli effetti della crisi climatica. In molte parti del mondo sono anche tra le <strong>protagoniste delle risposte </strong>che comunità e territori stanno costruendo per adattarsi ai cambiamenti in corso. Dalla <strong>gestione dell&#8217;acqua</strong> alla conservazione delle sementi, dall&#8217;agricoltura alla <strong>tutela degli ecosistemi</strong>, numerose esperienze documentate mostrano come conoscenze ed esperienze femminili possano contribuire a rafforzare la <strong>resilienza delle comunità</strong> e migliorare l&#8217;efficacia delle politiche ambientali. Per questo la questione non riguarda soltanto il clima. <strong>Riguarda il modello di società che si intende costruire</strong>. Perché l&#8217;altra faccia della crisi climatica non è fatta soltanto di emissioni, temperature e fenomeni estremi. È fatta di diritti, opportunità e giustizia. E il modo in cui il mondo saprà affrontare queste disuguaglianze contribuirà a determinare non solo il futuro della parità di genere, ma anche l&#8217;efficacia stessa della risposta alla crisi climatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.unwomen.org/sites/default/files/2026-06/egm-report-progress-of-the-worlds-women-2026-gender-equality-age-climate-crisis-en.pdf">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
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		<title>Quando una busta paga racconta ancora un divario strutturale</title>
		<link>https://asvis.it/quando-una-busta-paga-racconta-ancora-un-divario-strutturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 13:43:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per molte lavoratrici europee, scoprire differenze salariali rispetto ai colleghi uomini trasforma una percezione in realtà. Il Rapporto “Pay transparency in progress” mostra che il gender pay gap è fermo al 10%. 15/05/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando una lavoratrice scopre che, a parità di ruolo, competenze ed esperienza, il proprio <strong>stipendio resta inferiore a quello di un collega uomo</strong>, il tema della parità salariale smette di appartenere al linguaggio delle policy e diventa una questione personale, economica e professionale. È in quel momento che una differenza spesso invisibile si traduce in minore autonomia, minore sicurezza economica e minori prospettive future. Secondo il Rapporto Ocse <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2026/04/pay-transparency-in-progress_74817da8/121f268d-en.pdf">“Pay transparency in progress: valuing jobs, closing gender pay gaps”</a> questa esperienza resta tutt’altro che marginale. Nel 2024, le donne occupate a tempo pieno nei Paesi Ocse continuavano a guadagnare in media circa il <strong>10% in meno rispetto agli uomini</strong>, pari a circa 90 centesimi per ogni euro o dollaro percepito dai colleghi maschi. Ancora più significativo è il ritmo del cambiamento: dal 1995 il divario medio si è ridotto di appena nove punti percentuali, segnalando progressi troppo lenti per colmare realmente la disparità nel breve periodo.</p>
<h5><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_4_.jpg" alt="" width="70%" /><em><sup>Fig.1 Le donne guadagnano il 10% in meno rispetto agli uomini</sup></em></h5>
<h3><strong>Dalla disparità individuale a problema sistemico</strong></h3>
<p>Il <strong>gender pay gap </strong>non rappresenta soltanto una questione di discriminazione individuale, ma una distorsione strutturale che accompagna l’intero ciclo di vita lavorativo delle donne. <strong>Retribuzioni inferiori</strong> significa minori risparmi, pensioni più basse, maggiore rischio di povertà e una indipendenza economica più fragile. In questo quadro, il divario salariale non è soltanto una questione di giustizia sociale, ma anche un <strong>freno economico</strong> che limita la piena valorizzazione di una parte fondamentale della forza lavoro.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_3_.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<h5><strong><sup>Fig.2 I Paesi Ocse (e non) che modificano la trasparenza salariale</sup></strong></h5>
<h3><strong>La trasparenza salariale nella governance europea</strong></h3>
<p>Per affrontare questa lentezza strutturale la <strong>trasparenza retributiva</strong> sta diventando una leva sempre più centrale. Oggi il 55% dei Paesi Ocse impone già obblighi di reporting sul gender pay gap nel settore privato, ma entro la fine del 2026 la quota salirà all’84%, spinta soprattutto dall’attuazione della direttiva europea sulla trasparenza salariale. Questo significa che per un numero crescente di imprese la parità salariale non sarà più soltanto un principio generale, ma una responsabilità concreta fatta di rendicontazione, audit interni, classificazione neutrale delle mansioni e maggiore accessibilità ai dati retributivi. La busta paga individuale si inserisce così in una trasformazione più ampia che riguarda modelli organizzativi, reputazione Esg e capacità competitiva.</p>
<h3><strong>Cambia il lavoro europeo</strong></h3>
<p>La trasparenza non viene più trattata come semplice misura correttiva, ma come nuova infrastruttura del lavoro. <strong>Rendere più visibili le disparità</strong> significa rafforzare la possibilità di correggerle, aumentare la pressione pubblica sulle imprese e trasformare il principio di “pari retribuzione per lavoro di pari valore” in uno standard operativo. In questo scenario, la parità salariale smette progressivamente di essere soltanto una battaglia per i diritti e si afferma come parte integrante della modernizzazione economica europea. Per milioni di lavoratrici, il cambiamento potrebbe iniziare proprio da una voce in busta paga. Per governi e imprese, invece, rappresenta una ridefinizione più profonda del rapporto tra equità, produttività e sostenibilità sociale.</p>
<p><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2026/04/pay-transparency-in-progress_74817da8/121f268d-en.pdf">Scarica il Report</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/quando-una-busta-paga-racconta-ancora-un-divario-strutturale/">Quando una busta paga racconta ancora un divario strutturale</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Ripensare gli spazi urbani in ottica di genere significa creare città accessibili a tutte e tutti</title>
		<link>https://asvis.it/ripensare-gli-spazi-urbani-in-ottica-di-genere-significa-creare-citta-accessibili-a-tutte-e-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 16:05:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
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		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Welfare, sicurezza, servizi: serve una nuova idea di urbanistica che tenga conto delle necessità delle donne nella progettazione a monte. Questi e molti altri i temi toccati nell’evento del Festival ASviS dedicato a città e parità di genere. 13/05/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/ripensare-gli-spazi-urbani-in-ottica-di-genere-significa-creare-citta-accessibili-a-tutte-e-tutti/">Ripensare gli spazi urbani in ottica di genere significa creare città accessibili a tutte e tutti</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box d-box-descrizione">
<div class="d-head-left">
<div class="d-box d-box-descrizione">
<p><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/bologna/1182-2841/la-citta-delle-donne-spazi-servizi-e-lavoro-per-una-nuova-idea-di-cittadinanza">“</a><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/bologna/1182-2841/la-citta-delle-donne-spazi-servizi-e-lavoro-per-una-nuova-idea-di-cittadinanza"><strong>La città delle donne. Spazi, servizi e lavoro per una nuova idea di cittadinanza”</strong></a> è il titolo dell’evento<strong> </strong>organizzato dall’ASviS che, lunedì 11 maggio, ha dato il via alla tappa di Bologna del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026.</p>
</div>
</div>
</div>
<div id="d-box-testo" class="d-box d-box-testo">
<div>
<div class="video-container">
<div><strong>Marcella Cocchi,</strong> caporedattrice del Quotidiano nazionale che ha moderato l’incontro, esordisce dicendo<em> </em>che<em> “la città delle donne è un cantiere”</em>, a indicare che si parla di un processo in itinere. Ad aprire i lavori è <strong>Pierluigi Stefanini</strong>, presidente dell’ASviS, ricordando come<em> “l’incontro di oggi combina diversi valori che fanno parte dell’Agenda 2030, di cui il Goal 5 (ndr. “parità di genere”) rappresenta un valore trasversale”.</em> Stefanini ribadisce inoltre che l&#8217;Agenda Onu deve essere una leva trasformativa e che la parità di genere va assunta come pilastro fondamentale anche nella Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. In continuità con questa visione, <strong>Emily Marion Clancy,</strong> vicesindaca di Bologna, rimarca che <em>“lo spazio urbano non è neutro”,</em> essendo spesso progettato per persone adulte senza fragilità. Illustra poi come il<strong> Bilancio e l&#8217;Atlante di genere</strong> di cui il Comune si è dotato, siano strumenti per capire non solo o non tanto cosa si è fatto ma cosa resti da fare. <em>“Dobbiamo chiederci a chi appartiene la città”</em>, auspicando che <strong>l’ottica di genere entri nelle politiche urbane e urbanistiche sin dal concepimento dello spazio pubblico.</strong> <em>“La costruzione di una città intersezionale è un processo continuo, che parte anche dal mettere in discussione i modelli consolidati. <strong>Una città funziona quando crea le condizioni per tutte e tutti di viverla davvero”.</strong></em></div>
</div>
</div>
<p>Il dibattito entra nel vivo con il <strong>keynote speech, “La città è di tutte e tutti”</strong> affidato a <strong>Elena Granata,</strong> docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, la quale osserva che<em> “prima non eravamo invitate alla festa”</em>, riferendosi al ruolo delle donne che per secoli è stato marginalizzato. Granata mette in guardia dal rischio che i temi del femminile siano tradotti nella vita pubblica senza la reale partecipazione e soggettività delle donne, spiegando che le città, per essere davvero inclusive, devono fondarsi su elementi trasversali e di comunanza tra tutti gli esseri umani, come il fatto di essere (stati) bambini o il bisogno di natura o ancora le necessità legate all&#8217;invecchiamento. <em>“Ciascun essere umano è una moltitudine. Quando ci occupiamo di politiche pubbliche, va preso in considerazione un ecosistema di azioni: dobbiamo adottare un’intelligenza collettiva e connettiva, mettendo al centro la dimensione dell’umano”.</em></p>
<p><em><img decoding="async" src="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/public/asvisfestival25/images/notizie/panel1_donne.jpg" alt="" width="70%" /></em>Il secondo panel<strong> “La città che sostiene: servizi, spazi e politiche per l’autonomia delle donne</strong>” esplora le sfide del welfare. <strong>Simona Lembi,</strong> consigliera Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna, ricorda la conquista del voto delle donne 80 anni fa, e le tappe più salienti della partecipazione femminile alla vita politica del Paese in ruoli apicali. Affronta poi il tema delle <strong>dimissioni volontarie delle neomamme</strong> e rilancia la proposta di legge della “<strong>Naspi della conciliazione</strong>” ovvero una misura pensata per sostenere le donne nel primo anno di vita del bambino scongiurandone l’uscita dal mondo del lavoro. Sul fronte amministrativo, <strong>Monica Lucarelli,</strong> assessora alle Attività produttive e alle pari opportunità di Roma Capitale, spiega come la Certificazione della parità di genere di cui il Comune si è dotato, permetta all&#8217;ente di “autoanalizzarsi” internamente e costantemente, visto che si tratta di un’attività trasversale che coinvolge tutta l’Amministrazione che va riconfermata ogni due anni, ma anche di essere responsabile di fronte agli stakeholder esterni: “<em>Mettere dei punteggi nei bandi di gara per le aziende che partecipano agli appalti pubblici presupponeva un impegno a monte da parte dell’Amministrazione”</em>. In questa cornice, <strong>Dora Iacobelli,</strong> coordinatrice del GdL Goal 5 di ASviS, in un intervento scritto, ribadisce la natura trasversale della parità di genere in tutte le politiche, mentre <strong>Ethel Frasinetti,</strong> direttrice generale della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, pone l’accento sulla <strong>strategia multilivello</strong>, spiegando l’importanza di agire sia a livello macro che micro. “<em>La nostra fondazione è accreditata al Comitato economico e sociale dell’Onu. Ogni due anni si valuta a che punto siamo dalla Dichiarazione di Pechino a oggi. L’orologio delle conquiste è sicuramente positivo, ma a tornare indietro ci si mette un attimo”. </em>Subito dopo<em> </em>illustra l&#8217;impatto territoriale del bando “<strong>Percorsi verso la parità di genere</strong>”, pensato per rimuovere gli ostacoli a livello locale, e il progetto “Luci sulla notte” per la sicurezza notturna delle donne e l&#8217;educazione al rispetto nelle scuole.</p>
<p>L&#8217;attenzione si è sposta poi sui servizi con <strong>Giuseppina Gualtieri,</strong> presidente di Tper (Trasporto passeggeri Emilia Romagna), che presenta la “<strong>Carta della qualità dei servizi per le donne”</strong> mossa dal principio che <em>“se si lavora per le donne, si lavora per tutti”. </em>Gualtieri evidenzia come l&#8217;azienda abbia raggiunto il 20% di autiste donne (contro la media nazionale del 9% in questo settore) grazie a politiche interne di welfare e certificazioni. Parallelamente, <strong>Alessandra Galeotti</strong> diversity management e responsabile personale innovazione del Gruppo Hera, sostiene che <em>“bisogna pensare sempre in maniera plurale”, </em>descrivendo azioni di welfare condiviso per entrambi i generi, come i webinar sulla genitorialità paterna, necessari per abbattere anche il gender pay gap.</p>
<p>Tra un panel e l’altro si esibisce <strong>Cinzia Spanò</strong>, attrice, che attraverso il monologo <strong>&#8220;Esagerate!&#8221; </strong>decostruisce con ironia gli stereotipi che, fin dalle favole come ad esempio Cappuccetto Rosso, identificano le donne come prede, alimentano la violenza. <em>“Se è il lupo quello cattivo, allora è lui che non dovrebbe andare in giro!” </em>chiosa.</p>
<p><img decoding="async" src="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/public/asvisfestival25/images/notizie/panel2_donne.jpg" alt="" width="70%" />L&#8217;ultima parte dell&#8217;incontro è dedicata a “<strong>Il lavoro che cambia la città: imprese, welfare e cultura di genere”</strong>. <strong>Teresa Gualtieri</strong> architetta, progettista urbana ed esperta del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 11 “Città e comunità sostenibili”, affronta il tema delle<strong> <em>smart cities</em></strong>, spiegando come traffico, inquinamento e verde incidano direttamente sulle possibilità delle donne. Sul tema dell&#8217;inclusività, <strong>Piera Nobili</strong>, presidente di Cerpa Italia Ets di Trento (Centro europeo di ricerca e promozione dell’accessibilità), denuncia come le donne con disabilità subiscano una moltiplicazione delle disuguaglianze e difficoltà di movimento a causa di trasporti e servizi molto spesso non accessibili. La questione della rappresentanza è stata sollevata da <strong>Monica Cerutti,</strong> dell’Associazione Donne 4.0, che ha parlato dei progetti di “<strong>urbanistica partecipata</strong>” portati avanti con l’Università di Torino attraverso piattaforme digitali aperte, con l’obiettivo di mappare e colmare le lacune della toponomastica femminile nelle città, ancora ferme a percentuali minime.</p>
<p>Il ruolo degli incentivi economici è trattato invece da <strong>Grazia Precetti,</strong> responsabile innovazione sociale dell’area occupazione di Invitalia, che evidenzia la forte presenza e progettualità dell&#8217;imprenditoria delle donne, emersa grazie al bando e <strong>Fondo impresa femminile</strong>. <em>“Gli incentivi all’imprenditoria femminile contribuiscono indirettamente a rendere le città più accessibili anche per le donne”. </em> Le pratiche aziendali contro la violenza di genere sono al centro dell’intervento di <strong>Paola Bertocchi</strong>, sustainability manager di Camst Group, che illustra i percorsi di formazione e sensibilizzazione generalizzati, avviati dopo un&#8217;indagine interna sulle molestie che ha fatto emergere un fenomeno largamente diffuso e subito dalle donne, ma anche che <em>“uno zero virgola per cento (ndr. del personale) ha risposto che non sapeva di che si trattava e abbiamo quindi deciso di intervenire”. </em>In modo analogo, <strong>Francesca Durighel</strong> vicepresidente di Coop Alleanza 3.0, presenta i “<strong>punti viola</strong>”, ovvero punti vendita concepiti anche come spazi sicuri e di rifugio per donne in pericolo, presupponendo un impegno attivo anche dei dipendenti: “<em>Facciamo formazione con la Fondazione Cecchettin con l’obiettivo di rendere i lavoratori delle sentinelle nel cogliere eventuali segnali di pericolo”.</em></p>
<p>A concludere la rassegna di esperienze locali, <strong>Giulia Casarini,</strong> presidente di Cadiai, ribadisce che garantire servizi come nidi e accoglienza anziani restituisce alle donne la possibilità di essere protagoniste, liberandole in parte dal lavoro di cura, altrimenti “<em>restiamo in una maxi ghettizzazione”. </em>A seguire <strong>Chiara Nerozzi,</strong> presidente di Spostamenti, testimonia il valore di “<strong>La città delle donne&#8221;</strong> come cantiere aperto di riflessione territoriale.</p>
<p>Le conclusioni sono affidate a <strong>Enrico Giovannini,</strong> direttore scientifico dell’ASviS, che chiede al Governo un focus centrale sulla disuguaglianza di genere nella revisione della Strategia per lo sviluppo sostenibile e la nascita di un’agenda urbana nazionale. <em>“Il primo passo è che il Governo metta questa questione al centro. Il secondo elemento è chiarire che le disuguaglianze sono un tema anche nell’interesse delle future generazioni. Le donne non solo hanno una cura particolare per la natura, ma anche per la vita. Allora parlare di giustizia intergenerazionale significa anche parlare di giustizia delle donne”.</em> Infine, <strong>Benedetta Squittieri,</strong> presidente della Rete dei Comuni sostenibili, ricorda che “<em>è nelle città che si gioca il raggiungimento della parità di genere. Ma i Comuni da soli non bastano, per costruire le città delle donne abbiamo bisogno di partnership”</em>. Secondo Squittieri inoltre <em>“servono strumenti ispirati alla certificazione di genere per essere valutati e per essere trasparenti. E penso che la Vig un po’ ribalta questo concetto, dato che ci consente un&#8217;analisi ex ante ed ex post: abituiamoci a ragionare attraverso la valutazione degli impatti. Questa è una grande sfida”.</em></p>
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		<title>Interconnessione e multilateralismo, unica chiave per energia, clima e guerre</title>
		<link>https://asvis.it/interconnessione-e-multilateralismo-unica-chiave-per-energia-clima-e-guerre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#goal16]]></category>
		<category><![CDATA[#goal17]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una prospettiva di genere per affrontare le sfide globali. Ad Alta Sostenibilità, ospiti: Cerruti (UN Women Italy) e Valensise (Istituto affari internazionali). In studio Manieri e Viettone [VIDEO] 09/03/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="font-weight: 400;">E&rsquo; in affanno, per certi versi superato, appesantito, ma rappresenta la risposta migliore, per non dire l&rsquo;unica, alle grandi questioni globali che possiamo affrontare solo attraverso la cooperazione tra Stati e istituzioni internazionali. Dai conflitti alle crisi climatiche, dalle disuguaglianze allo sviluppo economico, parafrasando Churchill, <em>&#8220;la democrazia &egrave; la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono alternate nel tempo.&#8221;</em></p>&#13;
<p style="font-weight: 400;">Ma in un sistema in cui le guerre tornano al centro delle relazioni tra Stati, mettendo alla prova il sistema internazionale quale spazio rimane per gli Obiettivi globali di sviluppo? Peraltro il Il <strong>Patto per il Futuro,</strong>&nbsp;adottato dagli Stati membri delle Nazioni Unite nel settembre 2024 durante il&nbsp;<em>Summit of the Future</em> a New York, &egrave; considerato il pi&ugrave; significativo aggiornamento del sistema multilaterale Onu degli ultimi anni.&nbsp;</p>&#13;
<div style="max-width: 600px; margin: 0 auto;">&#13;
<div class="video-container"><iframe src="//www.radioradicale.it/scheda/783954/iframe" width="560" height="355" frameborder="0" allowfullscreen=""></iframe></div>&#13;
</div>&#13;
<p style="font-weight: 400; text-align: center;">&nbsp;</p>&#13;
<p style="font-weight: 400;">Assistiamo poi al triste paradosso per cui guerre, crisi economiche e instabilit&agrave; geopolitica colpiscono <strong>in modo sproporzionato le donne</strong>. Ma allo stesso tempo l&rsquo;abbandono del multilateralismo e la logica della potenza militare siano attuate essenzialmente da leader uomini. Che multilateralismo sarebbe se integrasse davvero una prospettiva di genere?</p>&#13;
<p>Ad Alta Sostenibilit&agrave;, in onda luned&igrave; 9 marzo alle 12.30 e disponibile in podcast. Ospiti della puntata:&nbsp;Monica Cerutti, Segretaria Generale UN Women Italy, Ambassador Donne 4.0 e Women in AI Italy e&nbsp;Michele Valensise, ambasciatore e presidente dell&#8217;Istituto Affari Internazionali. Conducono Valeria Manieri ed Elis Viettone. &nbsp;</p>&#13;
<p><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/783954/alta-sostenibilita-i-goal-per-lo-sviluppo-sostenibile-nel-nuovo-disordine-mondiale">RIASCOLTA L&rsquo;ULTIMA PUNTATA</a></p>&#13;
<p><a href="https://asvis.it/radio-alta-sostenibilita/">VAI ALL&rsquo;ARCHIVIO DELLE PUNTATE DI ALTA SOSTENIBILIT&Agrave;</a>&nbsp;la trasmissione di ASviS in onda ogni luned&igrave; dalle 12.30 alle 13.00 su Radio Radicale, salvo dirette parlamentari, e disponibile in podcast.</p>&#13;
<p><em>Trasmissione di Valeria Manieri, Ruggero Po ed Elis Viettone, con il supporto organizzativo di Eleonora Santini.</em></p>&#13;
<p style="font-weight: 400;">&nbsp;</p>
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		<title>Parità di genere tra obiettivi e ritardi. La sfida della Uni/PdR 180 del 2026</title>
		<link>https://asvis.it/parita-di-genere-tra-obiettivi-e-ritardi-la-sfida-della-uni-pdr-180-del-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ars2]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 00:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Goal 5 è al centro delle strategie UE e dell’Agenda 2030, dalla politica al lavoro fino alla violenza. Ma il divario tra obiettivi e realtà persiste: la valutazione di impatto di genere punta a ridurlo.<br />
13 aprile 2026</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Oliviero Casale (consigliere fondazione Communia), Alessia Ciccaglione (Affari istituzionali, Gruppo FS; esperta in politiche pubbliche e sviluppo sostenibile)</em></p>
<p>La lettura dei pi&ugrave; recenti documenti della <strong>Commissione europea</strong> mostra con chiarezza che la parit&agrave; di genere non viene pi&ugrave; trattata come un tema laterale, ma come una questione che riguarda insieme democrazia, coesione sociale, sicurezza e competitivit&agrave; economica. Nella <strong><em>Gender Equality Strategy 2026-2030</em></strong> la Commissione afferma che l&rsquo;uguaglianza tra donne e uomini &egrave; un valore fondativo dell&rsquo;Unione e sostiene che una riduzione pi&ugrave; incisiva dei divari potrebbe tradursi in un aumento del PIL pro capite del 9,6% e in 10,5 milioni di posti di lavoro in pi&ugrave; entro il 2050, segnalando cos&igrave; che la parit&agrave; investe non solo il terreno dei diritti, ma anche la capacit&agrave; dell&rsquo;Europa di utilizzare pienamente il proprio capitale umano.</p>
<p>L&rsquo;orizzonte europeo si colloca dentro una cornice ancora pi&ugrave; ampia, definita dall&rsquo;Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che presenta i <strong>17 <em>Sustainable Development Goals</em></strong> come integrati e indivisibili e afferma che nessuno dovr&agrave; essere lasciato indietro. In <strong><em>Transforming our world: the 2030 Agenda for sustainable development</em> </strong>si legge che la realizzazione della parit&agrave; di genere e dell&rsquo;<strong>empowerment</strong> di tutte le donne e le ragazze costituisce una condizione cruciale per il progresso dell&rsquo;intera Agenda, perch&eacute; lo sviluppo sostenibile non &egrave; possibile se met&agrave; dell&rsquo;umanit&agrave; continua a essere privata di diritti, opportunit&agrave; e accesso alle risorse. Il <strong>Goal 5</strong> dedicato alla parit&agrave; attraversa cos&igrave; il <strong>Goal 3</strong> sulla salute, il <strong>Goal 4</strong> sull&rsquo;istruzione, il <strong>Goal 8</strong> sul lavoro dignitoso, il <strong>Goal 10</strong> sulla riduzione delle disuguaglianze e il Goal 16 sulle istituzioni inclusive, delineando una visione nella quale la qualit&agrave; dello sviluppo dipende anche dalla capacit&agrave; di rimuovere i divari di genere.</p>
<p>La forza di un simile impianto rende per&ograve; ancora pi&ugrave; visibile la distanza che separa gli obiettivi dichiarati dalla situazione reale. Il <strong><em>Global gender gap report 2025</em></strong> <strong>del World economic forum</strong> stima che a livello globale sia stato chiuso il 68,8% del divario complessivo e calcola che, al ritmo attuale, serviranno ancora 123 anni per arrivare alla piena parit&agrave;, mentre il sottoindice pi&ugrave; arretrato resta quello del potere politico, fermo al 22,9%, seguito dalla partecipazione economica e dalle opportunit&agrave;, che si arrestano al 61,0%. Anche nel quadro europeo il bilancio resta lontano da un equilibrio soddisfacente, dal momento che il contributo di <strong>Equinet</strong>, <em>The <strong>EU Gender equality strategy 2026-2030: public consultation</strong></em>, ricorda che nel 2024 l&rsquo;indice europeo di uguaglianza di genere si fermava a 71,0 punti e che, mantenendo l&rsquo;attuale velocit&agrave; di avanzamento, occorrerebbero ancora pi&ugrave; di sessant&rsquo;anni per raggiungere una reale uguaglianza nell&rsquo;Unione.</p>
<p>Il divario tra principi e risultati appare con particolare evidenza nei luoghi della rappresentanza politica, dove la cittadinanza femminile continua a restare parziale. Il briefing dell&rsquo;European parliamentary research service, <strong><em>Women in politics in the EU. State of play in 2026</em></strong>, mostra che, dopo il picco del 41% raggiunto nel 2019, <strong>la quota di donne elette al Parlamento europeo &egrave; scesa</strong> al 38,5% dopo le elezioni del 2024, mentre alla fine del 2025 soltanto il 15% dei capi di governo dell&rsquo;Unione era donna e la percentuale di ministre si attestava al 30%. Anche a livello territoriale la presenza femminile resta <strong>lontana dall&rsquo;equilibrio</strong>, con una media del 36,4% nelle assemblee regionali e del 34,5% nei consigli locali e comunali, e una simile sottorappresentazione rende difficile immaginare istituzioni davvero inclusive nel senso richiesto dal Goal 16 dell&rsquo;Agenda 2030.</p>
<p>Un quadro non meno severo emerge sul terreno della violenza di genere, che la Commissione europea continua a descrivere come una minaccia diretta alla dignit&agrave;, alla sicurezza e alla libert&agrave; delle donne. La <strong><em>Gender equality strategy 2026-2030</em></strong> ricorda che una donna su tre nell&rsquo;Unione ha subito <strong>violenza di genere</strong> nel corso della vita, che una donna su cinque ha sperimentato violenza fisica o sessuale da parte del partner o ex partner, di un parente o di un altro componente del nucleo familiare, e che nell&rsquo;UE vengono <strong>uccise in media 18 donne ogni settimana</strong>. Alla violenza fisica e domestica si aggiunge ormai quella digitale, dato che la stessa strategia osserva che il 98% dei deepfake presenti online ha natura pornografica e che il 99% di tali contenuti riguarda donne, con effetti che colpiscono reputazione, libert&agrave; di espressione e partecipazione alla vita pubblica.</p>
<p>Nemmeno la dimensione economica consente letture consolatorie, perch&eacute; Equinet ricorda che il gender pay gap europeo resta intorno al 14% e che il gender pension gap si avvicina al 29%. Un report come il <strong><em>Gender pay gap report 2026</em> di Frontier Economics</strong> aiuta inoltre a capire che il divario retributivo non dipende soltanto dal salario a parit&agrave; di mansione, ma dalla struttura delle carriere e dalla distribuzione del potere nelle organizzazioni, dal momento che in quel caso il gap orario medio &egrave; del 40,1% mentre quello mediano scende al 10,2% proprio per effetto della forte sovrarappresentazione maschile nei ruoli apicali. Una conferma pi&ugrave; vicina al contesto italiano arriva dal <strong><em>Piano di uguaglianza di genere 2024-2026</em> dell&rsquo;Istat</strong>, che mostra come la parit&agrave; possa essere tradotta in obiettivi, azioni, responsabilit&agrave; e indicatori e rileva, per esempio, che il 78,1% delle donne intervistate considera il lavoro agile uno strumento utile a conciliare meglio vita personale e lavoro, contro il 73,2% degli uomini. La questione di genere riguarda dunque anche il tempo, i carichi di cura, la qualit&agrave; dell&rsquo;organizzazione del lavoro e la possibilit&agrave; concreta di permanere e avanzare nella vita professionale, cio&egrave; una parte essenziale del Goal 8 sul lavoro dignitoso e la crescita inclusiva.</p>
<p>La natura trasversale del problema emerge con chiarezza anche in ambiti che troppo spesso restano fuori dal dibattito pubblico. L&rsquo;issue brief di UN Women, <strong><em>Gender equality in the 2030 agenda: gender-responsive water and sanitation systems</em></strong>, ricorda che 2,1 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in sicurezza e 4,5 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari sicuri, mentre nelle famiglie prive di acqua in casa il peso della raccolta ricade prevalentemente su donne e ragazze. Lo stesso documento segnala che una riduzione di un&rsquo;ora nel tempo necessario per raccogliere acqua aumenta l&rsquo;iscrizione scolastica delle ragazze di circa il 19% in Tanzania e del 9% in Yemen, rendendo evidente quanto il Goal 6 sull&rsquo;acqua, il Goal 4 sull&rsquo;istruzione, il Goal 3 sulla salute e il Goal 5 sulla parit&agrave; siano strettamente intrecciati. In un simile quadro la <strong>disuguaglianza di genere</strong> appare anche come una questione di tempo, di salute, di libert&agrave; di movimento e di accesso materiale alle opportunit&agrave;.</p>
<p>Un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare la persistenza dei divari di genere riguarda il ruolo strutturale dell&rsquo;economia della cura e la natura intersezionale delle disuguaglianze. Numerosi studi dell&rsquo;<strong>International labour organization</strong> e dell&rsquo;<strong>Oecd</strong> mostrano che il lavoro di cura non retribuito, svolto in misura prevalente dalle donne, rappresenta una componente essenziale ma ancora largamente invisibile dei sistemi economici, con un valore stimato fino al 9-15% del Pil nei Paesi avanzati. La distribuzione asimmetrica di tali attivit&agrave; incide direttamente sulla partecipazione al mercato del lavoro, sulla qualit&agrave; delle carriere e, nel lungo periodo, sull&rsquo;ampiezza dei divari retributivi e pensionistici, confermando che la questione di genere non riguarda soltanto l&rsquo;accesso al lavoro, ma anche la possibilit&agrave; concreta di permanervi e progredire.</p>
<p>A questa dimensione si aggiunge la crescente attenzione della letteratura internazionale verso il carattere intersezionale delle disuguaglianze, concetto sviluppato nell&rsquo;ambito degli studi giuridici e sociologici e oggi adottato anche da organismi come UN Women e l&rsquo;European institute for gender equality. In tale prospettiva, il genere si intreccia con altri fattori di vulnerabilit&agrave;, quali l&rsquo;origine socio-economica, l&rsquo;et&agrave;, la disabilit&agrave; o il background migratorio, producendo forme di svantaggio cumulativo che sfuggono a letture unidimensionali. Ci&ograve; implica che le politiche pubbliche orientate alla parit&agrave; non possano limitarsi a interventi generici, ma debbano essere <strong>progettate e valutate tenendo conto della pluralit&agrave; delle condizioni</strong> che attraversano la popolazione femminile, pena il rischio di ridurre i divari medi senza incidere sulle situazioni di maggiore fragilit&agrave;.</p>
<p>Nel contesto italiano, il collegamento tra strategia europea, Agenda 2030 e qualit&agrave; dell&rsquo;azione pubblica potrebbe trovare uno strumento di particolare rilievo nella <strong><em>Uni/PdR 180:2026</em></strong><em> &ldquo;Valutazione di impatto di genere delle misure legislative e dei programmi di investimento ex-ante ed ex-post&rdquo;</em>, una prassi di riferimento che nasce con l&rsquo;obiettivo di integrare la prospettiva di genere nelle decisioni pubbliche e di <strong>guidare le Pubbliche Amministrazioni</strong> nella valutazione preventiva e successiva di politiche, programmi, spese e investimenti rispetto ai loro effetti su donne e uomini. Pur non essendo una norma nazionale in senso stretto, il documento prova a tradurre in metodo amministrativo ci&ograve; che la strategia europea e l&rsquo;Agenda 2030 chiedono da tempo, vale a dire che la parit&agrave; smetta di essere un principio evocato in astratto e diventi un criterio osservabile nella costruzione concreta delle decisioni pubbliche. La prassi non si limita a richiamare la necessit&agrave; di considerare l&rsquo;impatto delle scelte, ma organizza tale compito in un quadro metodologico che collega <strong>valutazione ex ante ed ex post</strong>, gender mainstreaming, gender budgeting, policy di genere, classificazione della spesa, indicatori minimi di riferimento e verifica dei risultati, mostrando che il tema della parit&agrave; pu&ograve; essere portato dentro i luoghi nei quali si programmano risorse, si definiscono bandi, si selezionano priorit&agrave; e si misurano esiti. Se davvero venisse applicata con continuit&agrave; e non ridotta a un mero adempimento, la prassi potrebbe rappresentare in Italia uno dei tentativi pi&ugrave; concreti di trasformare il legame tra strategia europea, <strong>Agenda 2030 e qualit&agrave; dell&rsquo;azione pubblica</strong> in una pratica istituzionale misurabile, capace di far uscire la parit&agrave; dal registro delle intenzioni e di farla entrare in quello delle decisioni verificabili.</p>
<p>Letti nel loro insieme, i documenti europei, internazionali e nazionali esaminati impediscono risposte semplici alla domanda se la parit&agrave; di genere sia un&rsquo;illusione o una realt&agrave;, perch&eacute; mostrano che oggi ci troviamo in uno spazio intermedio nel quale la grammatica dell&rsquo;uguaglianza &egrave; molto pi&ugrave; forte di ieri, ma la sua traduzione in vita quotidiana, in istituzioni e in distribuzione effettiva del potere resta ancora incompleta. Parlare di illusione sarebbe sbagliato, dal momento che esistono ormai una strategia europea pi&ugrave; definita, un&rsquo;architettura universale come quella dell&rsquo;Agenda 2030, dati pi&ugrave; raffinati e strumenti pi&ugrave; maturi, ma parlare di realt&agrave; compiuta sarebbe altrettanto fuorviante, perch&eacute; salari, pensioni, violenza, accesso al potere e distribuzione dei carichi di cura continuano a mostrare che l&rsquo;uguaglianza sostanziale &egrave; ancora lontana. La distanza tra obiettivi e risultati potr&agrave; ridursi solo quando il Goal 5 e le sue connessioni con gli altri Goal dell&rsquo;Agenda 2030 verranno tradotti in politiche pubbliche misurabili, finanziamenti coerenti, dati accessibili e <strong>istituzioni davvero responsabili</strong>.</p>
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		<title>Parità di genere: come l’effetto Pigmalione può cambiare la nostra società</title>
		<link>https://asvis.it/parita-di-genere-come-leffetto-pigmalione-puo-cambiare-la-nostra-societa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal5]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dagli stereotipi nelle Stem al lavoro di cura, le aspettative plasmano le opportunità di donne e uomini. Dare fiducia e valorizzare le capacità di tutte e tutti può ridurre le disuguaglianze e promuovere leadership femminili. 12/03/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’era una volta un re e scultore che non riusciva a trovare nessuna donna all’altezza del suo ideale. Decise allora di scolpire una statua perfetta di donna, chiamata <strong>Galatea</strong>, così bella e armoniosa da innamorarsene. <strong>Pigmalione</strong> le parlava, le portava doni e si comportava come se fosse viva. Colpita dal suo amore e dalla sua devozione, la dea <strong>Afrodite</strong> decise di dare vita alla statua, trasformandola in una donna vera.</p>
<p>Il mito greco, nelle Metamorfosi di Ovidio, ha catturato l&#8217;attenzione di esperte ed esperti di psicologia ed è stato analizzato in molteplici ambiti e contesti, dando vita al cosiddetto “<strong>effetto Pigmalione</strong>” (o “effetto Rosenthal&#8221; dal nome dello studioso che ne approfondì le caratteristiche): un fenomeno che si riferisce all&#8217;influenza che le aspettative di una persona hanno sulle prestazioni degli altri. In altre parole, <strong>quando ci aspettiamo che qualcuno riesca in un compito, quella persona tenderà ad avere successo.</strong> Vale però anche il contrario (“effetto Golem”), come accade per la parità di genere.</p>
<p>Gli esperimenti condotti da Rosenthal negli anni ’60 dimostrarono che quando agli insegnanti veniva detto che alcuni studenti avevano “grande potenziale”, questi studenti finivano davvero per ottenere risultati migliori semplicemente perché gli insegnanti dedicavano loro più attenzione, fiducia e stimoli. <strong>Ma cosa accade se insegnanti e genitori pensano (anche inconsciamente) che i ragazzi siano più portati per matematica, scienza e tecnologia e le ragazze per discipline umanistiche o di cura?</strong> Che tenderanno a incoraggiare maggiormente i ragazzi nelle materie Stem anziché le ragazze, le quali perderanno autostima e saranno influenzate rispetto a scelte universitarie e carriere future. Se invece viene data loro più fiducia, le ragazze potranno avere le stesse opportunità di avere successo. In Italia oggi cresce la partecipazione femminile nei percorsi Stem, ma nei ruoli di leadership scientifica e tecnologica le donne restano meno rappresentate. In campo scientifico le donne sono da sempre state sottovalutate, c’è chi, però, ha fatto la differenza: <strong>Maria Montessori, Samantha Cristoforetti, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack</strong>, solo per citarne alcune. Grazie al loro impegno e convinzione non si sono fermate e hanno avuto successo. L’“<strong>effetto Galatea</strong>” non si riferisce all’effetto che gli altri hanno su di noi ma alla percezione di noi stessi. Queste aspettative su noi stessi possono essere potenti, poiché quando abbiamo un elevato senso di autoefficacia e crediamo fortemente nelle nostre capacità, tendiamo a impegnarci di più e quindi abbiamo più facilità a superare gli ostacoli e, alla fine, a raggiungere i nostri obiettivi. </p>
<p><strong>Il problema è che a volte la nostra convinzione non è sufficiente</strong>. In ambito lavorativo, se si presume che gli uomini siano più adatti alla leadership, verranno più spesso promossi, formati o responsabilizzati. Questo alimenta fenomeni come il “soffitto di cristallo”, la minore presenza femminile nei ruoli decisionali e il gap retributivo. Se un capo non si aspetta che una donna possa ricoprire ruoli di leadership/non abbia le caratteristiche da leader, le probabilità di dimostrare leadership sono ridotte. Secondo quanto riportato dalla sociologa <strong>Chiara Saraceno</strong> su <a href="https://www.lastampa.it/economia/2026/03/08/news/parita_genere_italia_politica_lavoro_donne-15535789/amp/"><em>La stampa</em></a>, in occasione dell’8 marzo, “<em>la distribuzione dell’occupazione per gruppi professionali mostra che in Italia <strong>la componente femminile è minoritaria, rispetto alla media europea, proprio nei tre gruppi delle professioni più qualificate</strong>:</em><em> la quota delle dirigenti </em><em>è del 38% in meno, quella delle professioni intellettuali e quella delle professioni tecniche rispettivamente del 24% e del 5% in meno. Solo per quanto riguarda la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle societ</em><em>à quotate in borsa (ma quasi mai nelle posizioni più importanti dal punto di vista decisionale) l’introduzione della <strong>legge Golfo-Mosca </strong>ha portato l’Italia, con il 18,9%, tra i paesi più virtuosi, anche se ancora lontano dalla parità</em>. <em>È una legge che non piace alla presidente del consiglio, che evidentemente non ne coglie la funzione anti-monopolistica, di scardinamento della quota blu che tuttora è largamente prevalente quando si tratta di posizioni di potere, in tutti i campi. Continuano a persistere stereotipi di genere su ciò che è adatto a una donna (o a un uomo), più resistenti che altrove. Ne è un esempio la scarsità, anche se in lenta riduzione, di donne nelle qualifiche e professioni Stem</em>”.</p>
<p>Come possiamo cambiare le nostre società se non partiamo dallo scardinare i pregiudizi che abbiamo e trasformare la nostra cultura? Come possiamo dare pari dignità alle donne, quando nel mondo il 31% dei ragazzi della gen Z crede che la moglie debba obbedire al marito, secondo un <a href="https://www.ipsos.com/it-it/giornata-internazionale-donna-parita-genere-crescita-abbastanza">sondaggio</a> di Ipsos e King’s College in 29 Paesi? E se il 49% degli italiani condivide l&#8217;idea che si sia fatto già abbastanza per la parità di genere?</p>
<p>C’è anche però un <strong>59% di italiani che ritiene che più donne in posizioni di responsabilità porterebbero benefici</strong>. Il problema è la difficoltà di accesso a queste responsabilità, soprattutto per le madri. “<em>Se per gli uomini diventare padri significa rafforzare la propria posizione nel mercato del lavoro, con benefici in termini di carriera e stipendio, per le donne avere un figlio continua a rappresentare una penalità. Il 20% smette di lavorare dopo la maternità e, quando c’è un bambino, il lavoro di cura pesa ogni giorno per oltre quattro ore in più sulle donne rispetto ai compagni</em>”, come si legge su <a href="https://altreconomia.it/sulla-parita-di-genere-nulla-cambia-in-italia-e-fare-figli-resta-uno-svantaggio-per-le-lavoratrici/"><em>altroconsumo</em></a>. Non stupisce che si parli di <em>child penality</em>, ovvero la penalizzazione a cui le donne sono sottoposte con la nascita di un bambino o di una bambina e che spesso implica il dover lasciare il lavoro, fare un part-time involontario, ricevere uno stipendio più basso o avere una carriera meno gratificante.</p>
<p>Un’importante misura da applicare per contrastare il fenomeno è <strong>l’estensione della durata e dell’indennità del congedo di paternità</strong>, “<em>affinché diventi uno strumento reale di condivisione paritaria, non solo simbolico</em>”, come sottolineiamo nel <a href="https://asvis.it/rapporto-2025-goal-5-parita-di-genere/"><strong>Rapporto ASviS</strong></a>. Introducendo anche meccanismi di integrazione al reddito da lavoro in caso di maternità, potenziando i servizi di assistenza per figli, figlie e altre persone a carico e promuovendo anche una cultura della condivisione dei ruoli di cura. In <strong>Svezia</strong>, il congedo parentale è pensato per essere realmente condiviso tra madre e padre. Sono previsti circa 480 giorni di congedo parentale per coppia, una parte è riservata obbligatoriamente al padre (se non la usa, la perde) e ci sono incentivi economici se i genitori dividono il congedo. Questo riduce il peso della cura solo sulle donne e aiuta la carriera femminile. La <strong>Spagna</strong> ha introdotto una riforma molto chiara: fino a 19 settimane di congedo pagato sia per la madre che per il padre, non trasferibile (ognuno deve usare il proprio). Questo spinge le aziende a non discriminare le donne in età fertile, perché anche gli uomini si assentano. Anche il ruolo degli asili nido è fondamentale. La <strong>Danimarca ha</strong> <strong>asili nido pubblici molto diffusi</strong>. Questo permette alle madri di tornare al lavoro, riduce il part-time involontario femminile e aumenta il tasso di occupazione delle donne.</p>
<p>Se la strada per la parità di genere è ancora lunga, come ribadito da molti in occasione dell’8 marzo, è una strada che richiede sforzi in molteplici direzioni: dalla trasformazione culturale all’adozione di misure politiche efficaci, fino all’applicazione di strumenti come la <strong>Valutazione di impatto di genere </strong>nelle politiche pubbliche. Mentre agiamo sui diversi fronti possiamo lavorare sulla sfera personale, cambiando le aspettative che abbiamo gli uni verso gli altri.</p>
<p>In fondo, è proprio questo che ci insegna il mito di Pigmalione. Le aspettative possono diventare una profezia che si autoavvera: se continuiamo a pensare che alcune strade siano più “naturali” per gli uomini e altre per le donne, continueremo a costruire una società diseguale. Ma se iniziamo ad aspettarci — a scuola, nel lavoro, nella politica e nelle famiglie — che ragazze e ragazzi possano avere le stesse capacità, aspirazioni e opportunità, allora quelle aspettative possono diventare una forza di cambiamento. <strong>Proprio come nella storia di Pigmalione, ciò che immaginiamo e in cui crediamo può prendere forma.</strong> La differenza è che, questa volta, la statua da portare alla vita è una società più giusta.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/parita-di-genere-come-leffetto-pigmalione-puo-cambiare-la-nostra-societa/">Parità di genere: come l’effetto Pigmalione può cambiare la nostra società</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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