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	<title>#goal9 Archivi - ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 14:19:47 +0000</lastBuildDate>
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	<title>#goal9 Archivi - ASviS</title>
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		<title>Greenwashing, dal 27 settembre cambia il modo di comunicare la sostenibilità</title>
		<link>https://asvis.it/greenwashing-dal-27-settembre-cambia-il-modo-di-comunicare-la-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 09:24:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le nuove regole europee rafforzano la tutela dei consumatori contro claim ambientali generici o ingannevoli. Per le imprese cresce la responsabilità di comunicare benefici specifici, fondati e verificabili. 25/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 27 settembre 2026 <strong>cambiano le regole</strong> per comunicare la sostenibilità ai consumatori. Diventano applicabili le <strong>nuove disposizioni europee contro il greenwashing</strong>: per le imprese, dichiarare che un prodotto o un servizio è <em>green</em>, <em>ecologico</em> o <em>sostenibile</em> significherà <strong>dimostrare ciò che si afferma.</strong> Le nuove regole riguardano claim ambientali, simboli e marchi di sostenibilità, dichiarazioni climatiche e impegni ambientali futuri.</p>
<p>È un passaggio che arriva dopo anni in cui la sostenibilità ha assunto un peso crescente nelle scelte di acquisto e, di conseguenza, nella comunicazione delle imprese. Parole, immagini e simboli ambientali hanno conquistato spazio su prodotti, confezioni, siti e campagne pubblicitarie, mentre per i consumatori è diventato sempre più <strong>difficile distinguere informazioni attendibili da messaggi vaghi</strong> o difficili da verificare.</p>
<p>Nel 2020, un controllo coordinato delle autorità europee su 344 dichiarazioni di sostenibilità online rilevava espressioni vaghe nel 37% dei casi e, nel 59%, l’assenza di prove o spiegazioni facilmente accessibili a sostegno delle affermazioni. In quasi la metà dei casi esaminati, le autorità avevano motivo di ritenere che il claim potesse essere falso o ingannevole.</p>
<p>Queste evidenze si inseriscono in un percorso europeo durato anni, culminato nella <strong><a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/825/oj?locale=it">Direttiva (Ue) 2024/825</a></strong><strong> sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde</strong>, approvata il 28 febbraio 2024. La direttiva rafforza la normativa sulle pratiche commerciali sleali e sui diritti dei consumatori. In Italia è stata recepita con il <strong><a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/03/09/26G00047/SG">decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30</a></strong>, che modifica il Codice del consumo e le cui disposizioni si applicano dal 27 settembre.</p>
<h3><strong>Dal <em>green</em> generico alle informazioni che si possono dimostrare</strong></h3>
<p>Per la direttiva è <strong>un’<em>asserzione</em></strong><em> <strong>ambientale</strong></em> qualsiasi messaggio, anche attraverso immagini, simboli, marchi o nomi, che suggerisca un beneficio per l’ambiente o un miglioramento delle prestazioni ambientali. Le nuove regole individuano una serie di pratiche da evitare nella comunicazione della sostenibilità:</p>
<ul>
<li><strong>claim ambientali generici</strong>, come <em>green</em>, <em>eco</em>, <em>rispettoso dell’ambiente</em> o <em>biodegradabile</em>, se non supportati da un’eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali pertinente all’affermazione. Se il beneficio viene invece specificato in modo chiaro e visibile, il claim non è più considerato generico;</li>
<li><strong>valutare l’intero prodotto</strong>: un beneficio relativo a un singolo aspetto non può essere esteso all’intero prodotto o all’attività dell’impresa. Non si può, per esempio, dare l’impressione che un prodotto sia realizzato con materiale riciclato se a esserlo è soltanto l’imballaggio;</li>
<li><strong>presentare come un vantaggio ambientale ciò che è già obbligatorio per legge</strong> per tutti i prodotti della stessa categoria;</li>
<li><strong>vantare benefici irrilevanti</strong>, cioè caratteristiche che non rappresentano un reale vantaggio del prodotto: per esempio, presentare una carta “senza plastica” come se fosse una caratteristica ambientale distintiva;</li>
<li><strong>comunicare il “green” anche attraverso immagini e colori</strong> in modo fuorviante: la sostenibilità può essere suggerita anche senza dichiarazioni esplicite. Immagini, simboli, etichette e colori associati all’ambiente concorrono al messaggio complessivo e non devono amplificare il beneficio ambientale reale.</li>
</ul>
<p>La logica che attraversa queste regole è quella dell’<strong>accountability</strong>: chi dichiara un beneficio ambientale deve poterne rendere conto, collegando le parole a informazioni verificabili.</p>
<h3><strong>Claim climatici, impegni futuri e marchi: le nuove regole</strong></h3>
<p>Una delle novità più rilevanti riguarda la <strong>compensazione delle emissioni</strong>. Un prodotto non potrà essere presentato come <em>climate neutral</em>, <em>CO<sub>2</sub> neutral</em> o <em>a ridotto impatto</em> <em>climatico</em> se questa caratteristica deriva dall’acquisto di crediti o dalla compensazione delle emissioni attraverso progetti esterni. Le imprese potranno continuare a compensare le proprie emissioni e a raccontare gli investimenti fatti in progetti ambientali. <strong>Quello che cambia è il modo di comunicarli: compensare delle emissioni altrove non significa che il prodotto che acquistiamo abbia meno emissioni o sia climaticamente neutro.<br />
</strong>Regole più stringenti riguardano <strong>gli impegni ambientali futuri</strong>. Promettere migliori prestazioni ambientali richiede impegni chiari, pubblici e verificabili, inseriti in un piano realistico con obiettivi misurabili e scadenze definite. La loro attuazione deve inoltre essere verificata periodicamente da un soggetto terzo indipendente.<br />
Nuove regole riguardano infine i <strong>marchi di sostenibilità</strong>: quelli volontari dovranno essere basati su un sistema di certificazione oppure essere istituiti da autorità pubbliche. L’obiettivo è ridurre la proliferazione di simboli e bollini capaci di suggerire caratteristiche ambientali o sociali senza garanzie sufficienti sulla loro attendibilità.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Greenw.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>Cosa cambia per le imprese?</strong></h3>
<p>Le nuove regole richiedono di verificare i claim ambientali prima di comunicarli: a quale prodotto, processo o attività si riferisce il beneficio dichiarato e quali dati lo sostengono. La comunicazione della sostenibilità diventa così un processo che coinvolge competenze diverse: sostenibilità, comunicazione e marketing, sviluppo del prodotto e funzioni legali. <strong>Parole, dati e azioni devono essere coerenti</strong>, perché ciò che viene comunicato entra sempre più chiaramente nella sfera della responsabilità d’impresa.</p>
<p>Regole più chiare <strong>tutelano anche le aziende che investono realmente nel miglioramento delle proprie prestazioni ambientali</strong>. La direttiva punta infatti a creare condizioni di concorrenza più eque, evitando che dichiarazioni poco attendibili producano lo stesso vantaggio competitivo di caratteristiche ambientali reali e documentate.</p>
<h3><strong>Il greenwashing entra nella tutela dei consumatori</strong></h3>
<p>La Direttiva 2024/825 nasce prima di tutto per <strong>rafforzare la tutela dei consumatori</strong>. Informazioni ambientali chiare e affidabili favoriscono scelte di acquisto più consapevoli e permettono alle imprese di competere sulla base delle reali caratteristiche dei propri prodotti. Il contrasto al greenwashing diventa così parte della transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili, in linea con il <strong><a href="https://asvis.it/goal12">Goal 12 dell’Agenda 2030</a></strong>, dedicato a consumo e produzione responsabili. Dal 27 settembre la distanza tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità dimostrabile diventa ancora più rilevante: per le imprese, comunicare la transizione significa sempre di più <strong>essere in grado di documentarla.</strong></p>
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		<title>Con l’AI c’è il rischio di una sanità a due velocità</title>
		<link>https://asvis.it/con-lai-ce-il-rischio-di-una-sanita-a-due-velocita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 09:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal3]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale può ampliare i divari tra ospedali, aumentare i costi e indebolire il giudizio clinico. Per l’Oms servono controlli continui e sistemi sanitari capaci anche di rinunciare agli algoritmi. 18/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un ospedale può permettersi un algoritmo, ma può permettersi anche di controllarlo per anni, aggiornare i dati, formare medici e infermieri, verificarne gli errori e, se necessario, smettere di utilizzarlo? È da questa domanda che potrebbe passare una <strong>nuova forma di disuguaglianza sanitaria</strong>: non più soltanto tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso, ma tra chi possiede le risorse per governarle e chi no. È una delle chiavi di lettura che emerge dal nuovo “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Report of the knowledge community on responsible artificial intelligence in health: from promise to practice</a>” dell’Ufficio regionale per l’Europa <strong>dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)</strong>, che raccoglie il confronto avvenuto nell’arco di cinque settimane tra professionisti della salute, ricercatori, esperti di intelligenza artificiale, decisori pubblici e specialisti di regolamentazione.</p>
<h3><strong>Un nuovo divario tra gli ospedali</strong></h3>
<p>L’<strong>innovazione</strong> tende a concentrarsi negli ospedali e nei territori che dispongono già di <strong>infrastrutture digitali</strong>, dati e competenze, mentre quelli con meno risorse rischiano di perdere terreno. La disuguaglianza può crescere anche quando l’algoritmo funziona correttamente: un modello validato in un grande ospedale può non adattarsi all’assistenza primaria, alle zone rurali o a strutture meno attrezzate. Il rischio è quindi <strong>ampliare divari già esistenti</strong>. Anche medici e infermieri sono spesso destinatari di strumenti progettati per loro anziché con loro: senza un reale coinvolgimento, aumenta il rischio di introdurre sistemi poco adatti al lavoro quotidiano e alla sicurezza delle cure.</p>
<h3><strong>Comprare un algoritmo è solo l’inizio</strong></h3>
<p>C’è poi un secondo elemento che può allargare le distanze tra i sistemi sanitari: il <strong>costo dell’intelligenza artificiale </strong>non coincide solo con il suo prezzo d’acquisto. Una volta introdotto un sistema, servono risorse per la gestione e la qualità dei dati, gli aggiornamenti, la cybersecurity, le verifiche periodiche e la formazione di chi dovrà utilizzarlo. Per le strutture con infrastrutture digitali o competenze limitate, questi costi possono diventare insostenibili. Il Rapporto mette poi in discussione l’idea dell’<strong>AI come scorciatoia verso una sanità meno costosa</strong>. Molte applicazioni promettenti riescono a funzionare durante la fase pilota, quando dispongono di finanziamenti e risorse dedicate, ma faticano a diventare parte della pratica ordinaria. Il conto continua anche quando l’algoritmo non funziona come previsto. Nella valutazione economica, sostengono i partecipanti, dovrebbe essere considerato l’intero ciclo di vita della tecnologia, compreso il costo della sua eventuale de-implementazione.</p>
<h3><strong>Se il medico smette di mettere in dubbio la macchina</strong></h3>
<p>Il Rapporto individua anche un rischio meno immediato: fidarsi troppo di un algoritmo che funziona bene. È il cosiddetto <strong>automation bias</strong>, la tendenza ad affidarsi alle indicazioni prodotte da un sistema automatizzato anche quando esistono elementi che suggeriscono una valutazione diversa. La Knowledge Community considera il <strong>fidarsi troppo dell’AI</strong> e l’erosione del giudizio clinico, rischi importanti quanto gli errori prodotti dai modelli stessi. Se un professionista deve essere in grado di contraddire l’algoritmo, deve avere competenze, tempo e autorità per farlo. Il paradosso è che il problema diventa più difficile proprio quando l’AI si dimostra affidabile. Più frequentemente un sistema fornisce indicazioni corrette, più diventa importante preservare la capacità dei professionisti di valutarle criticamente.</p>
<h3><strong>Quando spegnere l’algoritmo</strong></h3>
<p>C’è infine una capacità che potrebbe misurare la maturità di un sistema sanitario: saper <strong>rinunciare all’intelligenza artificiale</strong>. Il Rapporto ricorda che buone prestazioni tecniche non garantiscono utilità clinica e che, in alcuni casi, la scelta responsabile può essere non utilizzare l’AI. Anche un algoritmo efficace può subire il cosiddetto <strong>model drift</strong>: con il cambiamento dei dati e delle pratiche cliniche, le sue prestazioni possono deteriorarsi. Per questo servono controlli continui anche dopo l’introduzione nella pratica clinica. Da qui la conclusione più netta del Rapporto: il rischio non è adottare l’AI troppo lentamente, ma farlo più velocemente di quanto i sistemi sanitari siano capaci di governarla. Servono responsabilità chiare, dati di qualità e interoperabili, controlli nel tempo, competenze del personale e partecipazione di pazienti e professionisti. La corsa all’AI potrebbe quindi non ridurre le distanze, ma <strong>favorire i sistemi sanitari che dispongono già delle risorse </strong>necessarie per utilizzarla. La vera frontiera dell’innovazione potrebbe non essere avere più algoritmi, ma sistemi capaci di decidere quali usare, come controllarli e quando farne a meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Leggi il Rapporto</a></p>
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		<item>
		<title>Incentivi verso le imprese: il nodo non è quanto ma come si spende</title>
		<link>https://asvis.it/incentivi-verso-le-imprese-il-nodo-non-e-quanto-ma-come-si-spende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 09:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo la ricerca del Teha Club, nonostante 299 miliardi erogati in 25 anni, l’Italia non colma i divari produttivi. Siamo parte di un sistema frammentato che guarda poco al futuro, così il Paese non cresce. 16/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Non è la quantità degli incentivi a fare la differenza ma la loro qualità”.</em> È intorno a questa considerazione che ruota la ricerca del <strong>Teha Club</strong> dal titolo “<a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25737&amp;doc_player=1">Sostenere chi crea valore: incentivi alle imprese e semplificazione amministrativa</a>”, presentata a Cernobbio nell’ambito del Forum Ambrosetti. Il Rapporto mette sotto la lente di ingrandimento uno dei pilastri della politica industriale italiana: <strong>il sistema di sostegno alle imprese</strong>.</p>
<p>Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato <strong>299 miliardi di euro di incentivi</strong>, di cui 18,3 miliardi nel solo 2024, pari allo 0,8% del Pil. Una cifra significativa – anche se minore di Francia (1,2% del Pil) e Germania (1%) -, che però non ha avuto gli effetti sperati. La produttività industriale del nostro Paese resta infatti inferiore del 25% rispetto ai livelli del 2007, mentre cresce il peso delle imprese medio-grandi a controllo estero, che nel 2024 rappresentano il 34,5% del fatturato, in aumento rispetto al 29,7% del 2022.</p>
<p>A questo si aggiunge la <strong>dinamica delle acquisizioni</strong>: solo nel 2024 si contano 429 operazioni di “M&amp;A” (fusioni e acquisizioni) che hanno coinvolto realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere, per un valore record di <strong>36,2 miliardi di euro</strong>. Un trend che alimenta il rischio di delocalizzazione della produzione e solleva interrogativi sulla capacità del Paese di trattenere valore industriale.</p>
<p>A differenza di quello che ci si aspettava non emerge, dunque, una correlazione chiara tra<strong> volume di incentivi e crescita</strong> <strong>della produttività</strong>. Un risultato che mina una convinzione diffusa, cioè che <strong>basta</strong> <strong>aumentare le risorse</strong>, sottolineando che la vera differenza è data dalla <strong>capacità di orientarle</strong>. Anche perché, quando gli incentivi vengono concentrati su obiettivi industriali specifici, gli effetti diventano evidenti. Per fare un esempio, nei <strong>programmi a sostegno della siderurgia</strong> in Germania, Francia e Spagna, la produttività è cresciuta in media di 2,9 punti percentuali in più all’anno rispetto allo scenario senza incentivi, con un aumento del valore aggiunto di oltre 3 punti.</p>
<p>Il problema italiano, sottolinea inoltre il Teha Club, è che siamo parte di un sistema frammentato, che guarda poco al futuro, basti pensare che nel 2024 circa il 39% delle risorse è stato <strong>assorbito da misure emergenziali</strong> e di stabilizzazione economica, mentre altri Paesi europei hanno concentrato gli sforzi su <strong>energia</strong>, innovazione e trasformazione industriale.</p>
<p>Ciò comporta una serie di rischi concerti, come la possibilità che gli incentivi finiscano per premiare le imprese più attrezzate a intercettarli anziché quei progetti capaci di creare valore economico.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Teha.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>Ma a pesare è anche la <strong>macchina amministrativa</strong>. Ministeri, Regioni, enti locali e organismi di controllo fanno parte di una rete che spesso si traduce in costi e incertezza per le imprese. Secondo le stime Teha, la sola complessità nell’accesso agli incentivi genera circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti. Ecco spiegato il motivo per cui il 65% delle imprese ricorre a consulenti esterni, con una spesa media di 3.650 euro per pratica.</p>
<p>C’è infine il capitolo <strong>lentezza burocratica</strong>: in Italia un investimento pubblico richiede in media quasi cinque anni per essere realizzato, e può arrivare fino a 11 anni per progetti di dimensioni medio-piccole. Un ritardo che incide direttamente sulla capacità del sistema produttivo di innovare e competere.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Adattamento e resilienza, le parole d’ordine per le infrastrutture italiane del futuro</title>
		<link>https://asvis.it/adattamento-e-resilienza-le-parole-dordine-per-le-infrastrutture-italiane-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le reti italiane sono messe a dura prova dal riscaldamento climatico. Il documento, elaborato dal Cmcc, esplora scenari al 2050 per infrastrutture resilienti ed eque. Giovannini: “Ora ogni investimento deve essere future-proof rispetto al clima”. 14/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/adattamento-e-resilienza-le-parole-dordine-per-le-infrastrutture-italiane-del-futuro/">Adattamento e resilienza, le parole d’ordine per le infrastrutture italiane del futuro</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia si trova di fronte a una sfida cruciale: il cambiamento climatico sta alterando rapidamente le condizioni ambientali e operative per le quali le infrastrutture — reti idriche, energetiche, di trasporto e digitali &#8211; sono state storicamente progettate. Con oltre un terzo delle infrastrutture pubbliche che ha superato i 50 anni di età senza significativi interventi strutturali, il rischio di guasti e di impatti a cascata sta crescendo in modo allarmante.</p>
<p>Realizzata dalla <strong>Fondazione Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici)</strong> nell’ambito di <a href="https://ecosistemafuturo.it/"><strong>Ecosistema Futuro</strong></a>, il <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/CMCC-_Future_Brief_2_ITA.pdf"><strong>Future brief</strong></a> mette in luce come questa marcata vulnerabilità si intreccia con deficit di manutenzione e frammentazione istituzionale, rischiando di agire come moltiplicatore di disuguaglianze e marginalizzazione territoriale. In un&#8217;ottica sistemica, l&#8217;adattamento infrastrutturale non è un semplice costo tecnico, bensì un banco di prova per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell&#8217;Agenda 2030, in primis l&#8217;SDG 9 (innovazione e infrastrutture) e l&#8217;SDG 11 (città sostenibili).</p>
<p><strong>Il documento traccia quattro scenari esplorativi al 2050 (policentrico, tecnocentrico, burocratico ed egocentrico)</strong> per illustrare come approcci unilaterali — basati su eccessiva fiducia tecnologica, isolazionismo locale o burocrazia difensiva — possano generare nuove vulnerabilità o accentuare i divari territoriali. “<em>Questi quattro scenari servono per far emergere potenziali criticità e leve di trasformazione</em>” ha spiegato <strong>Alfredo Reder</strong> della Fondazione Cmcc e autore del Future Brief durante il webinar di presentazione del documento, “<em>e sono basati su due dimensioni: la <strong>capacità decisionale</strong>, che può essere reattiva e guidata dall’emergenza o anticipatoria e fondata sulla pianificazione preventiva, e la <strong>coesione territoriale</strong>, con risposte locali disallineate tra loro o una regia nazionale multilivello</em>”.</p>
<p><strong>La visione per l&#8217;Italia del 2050 impone invece un netto cambio di paradigma</strong>: <strong>la transizione da logiche reattive ed emergenziali verso un approccio anticipatorio, interconnesso ed equo. </strong>Le infrastrutture devono divenire sistemi dinamici in grado di assorbire i crescenti impatti climatici e di favorire la transizione ecologica e digitale.</p>
<p>“<em>L’impressione è che sia mancato un indirizzo forte a tutti i soggetti, pubblici e privati, per far sì che d’ora in poi <strong>ogni investimento sia future-proof </strong></em>(a prova di futuro, <em>ndr</em>)<em> dal punto di vista del clima</em>” ha sottolineato il direttore scientifico dell’ASviS, <strong>Enrico Giovannini</strong>, durante il webinar di presentazione.</p>
<p>Per concretizzare questa traiettoria, il brief propone urgenti orientamenti di policy:</p>
<ul>
<li><strong>costruire una governance multilivello:</strong> serve una regia nazionale coesa che dia attuazione e forza al Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), integrando i piani urbanistici, idrici ed energetici e superando le frammentazioni istituzionali;</li>
<li><strong>ridurre i divari territoriali:</strong> è indispensabile garantire anche ai comuni più piccoli e alle aree svantaggiate meccanismi redistributivi, competenze tecniche e strumenti operativi avanzati (come i gemelli digitali e i dati di monitoraggio aperti) per favorire la co-progettazione pubblica;</li>
<li><strong>ridefinire gli investimenti pubblici:</strong> il ciclo della spesa infrastrutturale deve valutare il &#8220;valore adattivo&#8221; delle opere nel lungo periodo, misurando l&#8217;efficacia in base alle crisi evitate, ai danni ridotti e al benessere sociale generato.</li>
</ul>
<p>“<em>Dobbiamo lavorare alla resilienza e alla capacità di sviluppo del nostro Paese</em>” ha affermato <strong>Riccardo Barbieri</strong> del ministero di Economia e finanza. “<em>Ci vuole <strong>integrazione</strong> fra il piano infrastrutturale, il piano energia e clima, il programma di sviluppo delle reti di telecomunicazione, la digitalizzazione e l’alfabetizzazione, soprattutto digitale e per i rischi climatici</em>” ha continuato Barbieri, “<em>ma serve anche maggiore coordinamento e responsabilità locali. La parola chiave è <strong>responsabilizzazione</strong></em>”.</p>
<p>Questi interventi, però, richiedono grandi interventi economici. Per <strong>Simona Camerano</strong> di Cassa Depositi e Prestiti occorre <strong>catalizzare risorse private, nazionali ed europee</strong>. “<em>Il mercato dei capitali è molto attento ai temi della sostenibilità ed è intenzionato a investire in maniera progressiva, sebbene ci sia stato un rallentamento negli ultimi anni, in tutti i progetti che hanno un impatto misurabile e concreto</em>” ha evidenziato Camerano “<em>bisogna quindi trovare il modo di attrarre queste risorse e veicolarle in base a una programmazione nazionale e pubblica</em>”.</p>
<p><strong>Davide Ciferri</strong> del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti si è soffermato sul ruolo del <strong>Piano nazionale di ripresa e resilienza</strong> (Pnrr) nel rafforzare la capacità di programmazione degli investimenti infrastrutturali e a integrare maggiormente gli obiettivi di sostenibilità. Ma ha fatto emergere anche una tensione tra la regia nazionale e la dimensione locale. “<em>Le infrastrutture sono legate ai bisogni dei territori e delle comunità e mettono in relazione le persone, i sistemi economici e le risorse naturali</em>” ha spiegato Ciferri “<em>lo scoglio è trovare una strategia che possa soddisfare questi bisogni locali con una regia centrale</em>”.</p>
<p>Rendere il nostro sistema infrastrutturale resiliente è, in definitiva, una scelta strategica di equità sociale: una precondizione fondamentale per proteggere i cittadini, supportare lo sviluppo e preparare l&#8217;Italia alle incertezze del futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scarica:</p>
<p><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/CMCC-_Future_Brief_2_ITA.pdf">il brief in italiano</a></p>
<p><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/CMCC_Future_Brief_2_ENG.pdf">il brief in inglese</a></p>
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		<item>
		<title>Il 14 settembre il webinar sulle infrastrutture del futuro</title>
		<link>https://asvis.it/il-14-settembre-il-webinar-sulle-infrastrutture-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un incontro online, targato ASviS-Cmcc nell'ambito di Ecosistema Futuro, sul tema delle infrastrutture nel nostro Paese al 2050. Esperte ed esperti riflettono su come il cambiamento climatico impatta sul sistema italiano. 07/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si terrà lunedì <strong>14 settembre, alle ore 16:30</strong>, il <strong>webinar di presentazione del secondo Future Brief della collana di Ecosistema Futuro, <a href="https://www.cmcc.it/lectures_conferences/trame-di-resilienza-infrastrutture-per-litalia-del-2050-future-brief-n-2-webinar-di-presentazione">&#8220;Trame di resilienza: infrastrutture per l’Italia del 2050&#8221;</a></strong>, realizzato dalla Fondazione Cmcc, Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici.</p>
<p>Il documento analizza come il cambiamento climatico stia mettendo alla prova il sistema infrastrutturale italiano (reti idriche, energetiche, di trasporto e digitali) progettato su condizioni climatiche ormai superate. Attraverso quattro scenari esplorativi al 2050 gli autori costruiscono una visione di infrastrutture adattive, eque e interconnesse, e propongono orientamenti di policy per accelerare la trasformazione necessaria.</p>
<p>Ad introdurre l’incontro online sarà <strong>Enrico Giovannini</strong>, direttore scientifico dell’ASviS, mentra toccherà ad <strong>Alfredo Reder</strong> del Cmcc presentare i contenuti del brief. Seguirà una tavola rotonda in cui interverranno <strong>Riccardo Barbieri</strong> del ministero di Economia e finanza, <strong>Simona Camerano</strong> di Cassa depositi e prestiti e <strong>Davide Ciferri</strong> del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.</p>
<p>Per partecipare al webinar è necessario registrarsi tramite <a href="https://cmcc-it.zoom.us/webinar/register/WN_gWT1AYxtRJykS-G6v95oBw#/registration" target="_blank" rel="noopener"><strong>il modulo dedicato.</strong></a></p>
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		<title>Vnr, Prosperità: andamenti positivi nel lungo periodo, ma nel breve emergono criticità</title>
		<link>https://asvis.it/vnr-prosperita-andamenti-positivi-nel-lungo-periodo-ma-nel-breve-emergono-criticita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavia Belladonna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 08:54:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cresce il Pil, migliora l’occupazione, male sui giovani. Si spende troppo poco in ricerca e sviluppo, ma cresce il numero di ricercatori. L’Italia eccelle sull’economia circolare. Il punto della Voluntary national review italiana su “Prosperità”. 03/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Le scelte strategiche nell&#8217;area Prosperità mostrano nel complesso andamenti positivi, soprattutto nel lungo periodo. Tuttavia, alcuni indicatori evidenziano una dinamica più eterogenea, con miglioramenti registrati nell&#8217;ultimo decennio affiancati dall&#8217;emergere di criticità nel breve periodo”.</p>
<p>Così si esprime la <a href="https://asvis.it/litalia-presenta-allonu-la-sua-voluntary-national-review-sullagenda-2030"><strong>Voluntary national local youth review</strong></a> (Vnr) italiana, il documento presentato il 13 luglio all’High-level political forum che illustra i progressi compiuti nell’attuazione dell’Agenda 2030 a livello nazionale e le sfide da affrontare.</p>
<p>In questo articolo vi parleremo di una delle cinque “P” dell’Agenda 2030, quella dedicata alla <strong>Prosperità</strong>.</p>
<h3><strong>I dati</strong></h3>
<p>Relativamente al Goal 8, in Italia, nel 2024, il Prodotto interno lordo (<strong>Pil</strong>) è aumentato dello 0,8%, in linea con l&#8217;anno precedente, registrando una crescita inferiore alla media dell&#8217;Ue27 (+1,1%).</p>
<p>Nel 2025 è proseguito il <strong>trend positivo del mercato del lavoro italiano</strong> avviato nel 2021. <strong>Il tasso di occupazione</strong> della popolazione tra i 20 e i 64 anni è aumentato di 0,6 punti percentuali rispetto al 2024, raggiungendo il 67,6%, mentre il <strong>tasso di disoccupazione</strong> è diminuito di 0,4 punti percentuali, attestandosi al 6,1%.</p>
<p>Permangono tuttavia le difficoltà dei giovani nel mercato del lavoro. Il <strong>tasso di occupazione tra i 20 e i 24 anni </strong>è pari al 35%. Inoltre, la quota di giovani <strong>Neet</strong> (<em>Not in Education, Employment or Training</em>, ossia che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) è pari al 13,3%.</p>
<p>Nel 2023, l&#8217;intensità <strong>della spesa in ricerca e sviluppo</strong> si è confermata all&#8217;1,37% del Pil, lo stesso valore registrato l&#8217;anno precedente. L&#8217;Italia continua così a collocarsi tra gli ultimi Paesi dell&#8217;Ue27 per questo indicatore. Nel 2022 è invece proseguita la <strong>crescita del numero di ricercatori e ricercatrici</strong>, che ha raggiunto 28,3 ricercatori ogni 10mila abitanti, rispetto ai 26,8 dell&#8217;anno precedente. La <strong>quota di specialisti Ict</strong> (<em>Information and Communication Technology</em>) sul totale degli occupati è invece diminuita per il secondo anno consecutivo, attestandosi al 3%.</p>
<p>Tra il 2020 e il 2022 è aumentata anche la <strong>quota di imprese che hanno introdotto una o più innovazioni</strong> con effetti positivi sull&#8217;ambiente, passata dal 37% al 40,1%.</p>
<p>Nel 2023, i risultati relativi al <strong>Consumo interno di materiali</strong> sono stati positivi, con una riduzione del 7,4% rispetto al Pil e del 6,7% rispetto alla popolazione. Con 0,25 tonnellate di materiali consumati ogni mille euro di Pil e 8,3 tonnellate per abitante, l&#8217;Italia si colloca tra i Paesi più virtuosi dell&#8217;Ue27, occupando il secondo posto per consumo pro capite e il terzo per consumo in rapporto al Pil.</p>
<p>Nonostante un lieve aumento della <strong>produzione di rifiuti urbani pro capite</strong>, il <strong>tasso di riciclo</strong> è cresciuto avvicinandosi al 51%, mentre la quota di raccolta differenziata è aumentata, raggiungendo il 66,6%. Permangono tuttavia significativi ritardi sul piano normativo e diffuse disparità territoriali.</p>
<p>Dopo il recupero registrato nel 2022, la crescita del <strong>tasso di utilizzo circolare dei materiali</strong> ha rallentato, mentre nel 2023 la <strong>quota di materiali recuperati reimmessi nell&#8217;economia</strong> sul totale dei materiali utilizzati ha raggiunto il 20,8%, un valore nettamente superiore alla media dell&#8217;Ue27 (11,8%) e che colloca l&#8217;Italia al secondo posto in Europa.</p>
<h3><strong>La Youth voluntary review</strong></h3>
<p>La <strong>Youth voluntary review </strong>(Yvr) rappresenta una delle principali novità della revisione volontaria italiana del 2026: per la prima volta l’Italia integra infatti un rapporto dedicato alle giovani generazioni, con l’obiettivo di raccogliere il loro punto di vista sull’attuazione dell’Agenda 2030 e sulla costruzione delle politiche per lo sviluppo sostenibile. Il percorso ha coinvolto bambine, bambini e giovani tra i <strong>6 e i 35 anni</strong>, attraverso un processo strutturato di ascolto e partecipazione.</p>
<p>Sul punto “Prosperità” dell’Agenda 2030 emerge che, tra gli 11 e i 13 anni, la <strong>principale priorità per il futuro lavorativo</strong> è lavorare in gruppo e collaborare (43,1%). Il 59% degli adolescenti e delle adolescenti considera l&#8217;esperienza pratica l&#8217;aspetto più importante per prepararsi al mondo del lavoro. Inoltre, il 51,5% dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 18 anni ritiene che la scuola sia poco o per nulla utile per affrontare la vita adulta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>   <a href="https://asvis.it/voluntary-national-review-2026/" target="_blank" rel="noopener">CONSULTA LA PAGINA DEDICATA ALLA VOLUNTARY NATIONAL REVIEW</a>   </strong></p>
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		<item>
		<title>Innovazione: Italia leader nella ricerca ma mancano finanziamenti per i brevetti</title>
		<link>https://asvis.it/innovazione-italia-leader-nella-ricerca-ma-mancano-finanziamenti-per-i-brevetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elita Viola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 08:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal8]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il trasferimento tecnologico rappresenta un collo di bottiglia per il nostro Paese, nonostante il primato nelle pubblicazioni scientifiche. Servono investimenti sul capitale umano e nel mercato. Lo dimostra lo studio Teha. 02/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Che gli investimenti in <strong>ricerca e sviluppo</strong> (R&amp;S) rappresentino una componente chiave e un importante indicatore della crescita e dello sviluppo economico di un Paese, è una verità nota. E si sa anche che esiste una correlazione positiva tra le due variabili:<strong> </strong>in pratica questo significa i Paesi che investono di più in ricerca e sviluppo sono anche quelli con i tassi di crescita più elevati. A confermarlo, e ad offrire una ricerca approfondita con un focus sull’Italia, è lo studio realizzato da <strong>The European House Ambrosetti (Teha),</strong> pubblicato di recente e intitolato “<strong><a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25356&amp;doc_player=1">InnoTech Report 2026: Harnessing Innovation in the Global Scenario”.</a></strong><strong> </strong>Secondo gli ultimi dati disponibili, la <strong>Cina</strong> si conferma leader sia nella crescita degli investimenti in R&amp;S che nell&#8217;andamento del Pil, mentre l’Italia arranca.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teah1.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>L&#8217;indice sviluppato da Teha, elaborando i dati dal 2023 al 2025, e definito “<strong>Teha-Global Innosystem Index (Teha-Gii)</strong>, consente di confrontare e valutare il panorama dell&#8217;innovazione da un punto di vista globale. I risultati di ciascun ecosistema sono stati rappresentati a livello di due macro-insiemi di indicatori: <strong>variabili di input</strong> (capitale umano, risorse finanziarie per l’innovazione, ecosistema innovativo, attrattività dell’ecosistema)<strong> </strong>e <strong>variabili di output </strong>(risultati dell&#8217;attività di ricerca di base, per misurare la quantità di &#8220;nuova conoscenza&#8221; generata; risultati della ricerca applicata, ovvero il trasferimento di conoscenze dalla ricerca di base al mercato, capacità di generare soluzioni tecnologiche di riferimento).</p>
<p><strong>L&#8217;Italia si posiziona al 31° posto</strong>, senza variazioni rispetto alla classifica del 2023. Il suo punteggio è leggermente aumentato a 2,79, con un incremento di 0,06 punti rispetto all&#8217;indice precedente.</p>
<p><strong><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha2.png" alt="" width="70%" /> </strong></p>
<h3><strong>Dalla ricerca al mercato: il panorama italiano</strong></h3>
<p>Il nostro Paese produce un volume e una qualità di ricerca che lo collocano tra i sistemi scientifici più solidi d&#8217;Europa. La <strong>debolezza emerge</strong> laddove la ricerca deve essere tutelata, diffusa, finanziata e ampliata. Gli investimenti in ricerca e sviluppo riflettono una tendenza di lunga data e di scarso impegno<strong>. </strong>La spesa lorda in R&amp;S si è attestata all&#8217;1,37% del Pil nel 2023,<strong> ben al di sotto della media UE del 2,14%.</strong> E anche se il trend sembra far registrare un + 0,04%, in termini reali, i finanziamenti sono scesi al di sotto dei livelli pre-pandemia, una riduzione che contrasta con la traiettoria di diverse altre economie avanzate.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha3.png" alt="" width="70%" /></p>
<p>La forza della ricerca italiana risiede nel volume delle pubblicazioni e nella loro qualità. In Europa, <strong>l&#8217;Italia si posiziona al secondo posto dopo la Germania per il suo contributo alla produzione scientifica</strong> più citata al mondo, <strong>rappresentando circa il 3% del totale globale.</strong></p>
<p><strong>La debolezza italiana si riscontra nei seguenti numeri. </strong>Il nostro Paese genera circa 3.100 depositi di brevetti internazionali all&#8217;anno, rispetto ai 16.800 della Germania e agli 8.100 della Francia. Il divario di conversione è ancora più significativo:<strong> l&#8217;Italia trasforma solo il 3% delle sue pubblicazioni scientifiche in brevetti</strong>, mentre la Germania ne converte il 14%, con la Francia e i Paesi Bassi che fanno registrare il 12%.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/teha4.png" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>L&#8217;infrastruttura del trasferimento tecnologico</strong></h3>
<p>La spina dorsale istituzionale del trasferimento tecnologico in Italia è costituita da una rete di <strong>Uffici di trasferimento tecnologico (Tto)</strong>, strutture integrate nelle università e negli enti pubblici di ricerca, responsabili dell&#8217;identificazione, della tutela e della commercializzazione della proprietà intellettuale generata dalla ricerca accademica. Attualmente in Italia si contano 122 Tto, di cui 67 all&#8217;interno di università, 9 all&#8217;interno di enti pubblici di ricerca e 46 all&#8217;interno dell&#8217;Ircss (Istituto di ricerca, ospedalizzazione e assistenza sanitaria). Tuttavia, uno sguardo più granulare mostra che <strong>il 61% delle Tto italiane impiega cinque persone o meno</strong>, mentre solo il 13% ha più di 10 dipendenti a tempo pieno. Secondo Teha, la grandezza non consente a queste <strong>organizzazioni di gestire processi di commercializzazione complessi</strong> (attività internazionali, portafogli di brevetti, costruzione di rapporti duraturi con l’industria e gli investitori).</p>
<h3><strong>L&#8217;ecosistema italiano del venture capital</strong></h3>
<p>Anche quando le tecnologie italiane riescono a superare il sistema di ricerca, spesso <strong>si scontrano con un contesto finanziario insufficiente a supportare la crescita su larga scala.</strong> Il mercato italiano del <strong>venture capital</strong> &#8211; serve a finanziare l&#8217;avvio o la crescita di un&#8217;attività in settori a elevato potenziale di sviluppo &#8211; è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con investimenti totali passati da circa 729 milioni di dollari nel 2020 a 1,7 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento del 133%. Questa crescita è importante e segnala un ecosistema più dinamico rispetto al passato. Tuttavia, parte da una base bassa e non risolve una lacuna strutturale: il mercato rimane troppo piccolo, troppo concentrato geograficamente e non ancora ben allineato alle esigenze dell&#8217;innovazione tecnologica e scientifica.</p>
<h3><strong>Le proposte di Teha</strong></h3>
<p>Alla luce della ricerca condotta, le raccomandazioni di Teha per contribuire a promuovere l&#8217;innovazione in Italia sono strutturate in tre aree strategiche:</p>
<ul>
<li><strong>competitività strategica per costruire un vantaggio di lungo termine</strong>: definire una politica tecnologica nazionale, istituire Zone speciali di innovazione (Zis) e plasmare il quadro EU.inc per prevenire l&#8217;arbitraggio normativo;</li>
<li><strong>costruire le fondamenta per talenti e competenze</strong>: definire una Strategia nazionale Stem per colmare il divario di competenze; integrare l&#8217;approccio &#8220;coding for all&#8221; con un quadro di riferimento per l&#8217;alfabetizzazione digitale e la cultura dell&#8217;innovazione e lanciare un <strong>pacchetto di attrazione dei talenti</strong> per attrarre talenti globali ad alto potenziale;</li>
<li><strong>sbloccare il potenziale di ricerca e innovazione per tradurre l&#8217;eccellenza della ricerca italiana in valore economico e di mercato</strong>: istituire uno Sportello unico per la ricerca sperimentale, rafforzare la collaborazione tra industria e università aumentando al contempo la remunerazione dei dottorandi, garantire stabilità a lungo termine per gli investimenti in R&amp;S attraverso un pacchetto di attrazione dedicato e rafforzare il trasferimento tecnologico.</li>
</ul>
<p><strong><a href="https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&amp;id=25356&amp;doc_player=1">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/innovazione-italia-leader-nella-ricerca-ma-mancano-finanziamenti-per-i-brevetti/">Innovazione: Italia leader nella ricerca ma mancano finanziamenti per i brevetti</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<item>
		<title>Comunità energetiche, in Italia sono già quasi 900 e coinvolgono quasi 38mila utenti</title>
		<link>https://asvis.it/comunita-energetiche-in-italia-sono-gia-quasi-900-e-coinvolgono-quasi-38mila-utenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Monica Sozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:48:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal12]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://asvis.it/?p=81365</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il rapporto Euricse fotografa crescita, governance e modelli delle Cer. Competenze, procedure e sostenibilità economica segnano il passaggio dalla condivisione dell’energia alla costruzione di comunità. 31/08/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/comunita-energetiche-in-italia-sono-gia-quasi-900-e-coinvolgono-quasi-38mila-utenti/">Comunità energetiche, in Italia sono già quasi 900 e coinvolgono quasi 38mila utenti</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) stanno crescendo rapidamente e la loro evoluzione apre una sfida più ampia: <strong>trasformare la condivisione dell’energia in partecipazione, autonomia territoriale e benefici collettivi</strong>.</p>
<p>La capacità di costruire relazioni tra cittadine e cittadini, imprese e istituzioni può fare delle Cer vere infrastrutture sociali, capaci di affiancare alla produzione di energia rinnovabile inclusione e sviluppo locale.</p>
<p>È la prospettiva del Research Report n. 47/26 <strong><a href="https://www.info-cooperazione.it/public/Allegati/2026/08/le-comunita-energetiche-in-italia_rr-47-2026_euricse.pdf"><em>Le Comunità energetiche in Italia: stato attuale e nuove prospettive</em></a></strong>, pubblicato il 23 giugno 2026 da Euricse e coordinato scientificamente da Jacopo Sforzi, con Caterina De Benedictis e Silvia Scarafoni. La ricerca combina l’analisi quantitativa delle Cer registrate presso il Gse, 48 studi di caso su organizzazione, governance e finanziamento e un approfondimento sul Trentino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>597 Cer fotografano un fenomeno diffuso e frammentato</h3>
<p>L’analisi quantitativa riguarda <strong>597 Cer censite dal Gse al 30 settembre 2025</strong>: il 31% si concentra nel Nord-Ovest, il 30% nel Sud e nelle Isole, il 21,6% nel Nord-Est e il 17,4% nel Centro. Lombardia e Piemonte guidano la graduatoria regionale con 98 e 78 comunità, seguite da Sicilia e Veneto con 58.</p>
<p><em> <img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/MappaCER.jpg" alt="" width="70%" /></em></p>
<p><em> </em><em>Le 597 Comunità energetiche rinnovabili censite dal Gse al 30 settembre 2025 sono distribuite in tutto il territorio nazionale. Il 31% si concentra nel Nord-Ovest e il 30% nel Sud e nelle Isole. Fonte: Euricse, elaborazione su dati Gse 2025.</em></p>
<p>Le Cer analizzate comprendono <strong>883 impianti per 67,7 MW complessivi</strong>. La dimensione è prevalentemente piccola: ogni comunità conta in media 1,48 impianti e 9,23 utenze, mentre il valore mediano delle utenze scende a due.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/NumUtenzeCer.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>La maggior parte delle Cer analizzate ha dimensioni contenute: il numero mediano di utenze è pari a due, mentre la media è di 9,23. Fonte: Euricse, elaborazione su dati Gse 2025.</em></p>
<p>I dati Gse successivi mostrano una forte accelerazione: <strong>al 30 giugno 2026 risultano 3.630 configurazioni in esercizio, 302,9 MW di potenza e 37.821 Pod associati</strong>. Le configurazioni vanno distinte dalle singole Cer, perché una comunità può gestirne più di una</p>
<h3><strong>Tre modelli per costruire una comunità energetica</strong></h3>
<p>Euricse individua tre modelli principali:</p>
<ol>
<li><strong>Cer promosse dalle amministrazioni pubbliche. </strong>Il Comune mette spesso a disposizione edifici e impianti, coordina gli attori e facilita l’accesso alle risorse.</li>
<li><strong>Comunità nate dall’iniziativa dei cittadini e delle cittadine. </strong>Le iniziative promosse dai cittadini richiedono maggiore investimento in tempo, competenze e relazioni e possono generare fiducia, cooperazione, educazione energetica e nuove attività collettive.</li>
<li><strong>Cer avviate dalle imprese.</strong> Il modello imprenditoriale punta soprattutto su efficienza, stabilizzazione dei costi energetici e replicabilità. La governance diventa così decisiva nel determinare obiettivi e benefici della comunità.</li>
</ol>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/DistriGeoCER.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><em>La diffusione delle Cer presenta differenze regionali: Lombardia e Piemonte registrano rispettivamente 98 e 78 comunità, mentre Veneto e Sicilia ne contano 58 ciascuna. Fonte: Euricse, elaborazione su dati Gse 2025.</em><strong> </strong><strong> </strong></p>
<h3>Competenze e burocrazia pesano sulle comunità più piccole</h3>
<p>Costituire e gestire una Cer richiede <strong>competenze tecniche, giuridiche e amministrative</strong>: dalla progettazione degli impianti alla forma giuridica, fino alla gestione degli incentivi e ai rapporti con il Gse. Tempi delle procedure e vincoli autorizzativi aumentano ulteriormente la complessità.</p>
<p>Il Rapporto evidenzia quindi il valore dei soggetti capaci di accompagnare le comunità. In Trentino, dove Euricse censisce <strong>29 Cer per circa 7,4 MW</strong>, la Federazione Trentina della Cooperazione offre competenze tecniche, giuridiche, amministrative e finanziarie. La presenza di strutture territoriali di supporto può ridurre le barriere di accesso, soprattutto per cittadini, cittadine e piccole organizzazioni.</p>
<h3><strong>Dagli incentivi alla sostenibilità economica</strong></h3>
<p>Il sostegno pubblico ha favorito lo sviluppo delle Cer. Il sistema introdotto dal decreto Mase 414/2023 combina una tariffa incentivante sull’energia condivisa con un contributo in conto capitale del Pnrr per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili.</p>
<p>Per Euricse, la fase successiva richiede <strong>modelli capaci di mantenere nel tempo la propria sostenibilità economica</strong>. Tra le prospettive analizzate figura lo scorporo in bolletta, che consentirebbe di valorizzare direttamente l’energia condivisa tra i membri. Anche forme di comproprietà degli impianti potrebbero rafforzare il legame tra partecipanti e comunità.</p>
<p>La <strong>destinazione dei benefici economici</strong> rappresenta un’altra scelta centrale: alcune Cer distribuiscono i proventi tra i soci, altre destinano risorse a nuovi investimenti o finalità sociali, compreso il sostegno alle famiglie vulnerabili e il contrasto alla povertà energetica.</p>
<h3><strong>Quando l’energia diventa infrastruttura sociale</strong></h3>
<p>Euricse colloca le Cer lungo un continuum che va dalla <strong>“<em>infrastruttura funzionale</em>” alla “<em>comunità trasformativa</em>”</strong>. Da una parte prevalgono efficienza, risparmio e replicabilità; dall’altra partecipazione, capitale sociale, cooperazione e capacità di generare nuovi progetti territoriali.</p>
<p>La dimensione comunitaria richiede tempo, competenze e relazioni e può ampliare il valore prodotto dalle Cer, collegando decarbonizzazione, inclusione sociale, educazione energetica e sviluppo locale.<br />
Governance, formazione e reti territoriali diventano così elementi centrali per accompagnare la crescita delle comunità energetiche italiane e trasformare la condivisione dell’elettricità in valore collettivo.</p>
<p><a href="https://www.info-cooperazione.it/public/Allegati/2026/08/le-comunita-energetiche-in-italia_rr-47-2026_euricse.pdf"><strong>Scarica il Rapporto</strong></a></p>
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		<title>Perché l’energia costa di più in Italia (e come ridurre i prezzi)</title>
		<link>https://asvis.it/perche-lenergia-costa-di-piu-in-italia-e-come-ridurre-i-prezzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ivan Manzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 14:54:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I costi dell’energia dipendono dall’uso dei combustibili fossili e da distorsioni strutturali. Energy Square: fiscalità, ritardi nelle rinnovabili e carenze infrastrutturali frenano elettrificazione e competitività. 17/07/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/perche-lenergia-costa-di-piu-in-italia-e-come-ridurre-i-prezzi/">Perché l’energia costa di più in Italia (e come ridurre i prezzi)</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia possiede un sistema energetico fragile e costoso. Il nostro Paese dipende per circa il 75% del proprio fabbisogno energetico dalle <strong>importazioni di combustibili fossili</strong>, il valore più elevato tra i principali Paesi europei (la media Ue è del 58,3%). Una dipendenza che si traduce in una <strong>bolletta energetica estera</strong> che varia tra 50 e 100 miliardi di euro l’anno e in una forte esposizione alle tensioni internazionali.</p>
<p>A questo si aggiungono una serie di <strong>inefficienze strutturali</strong>. A fronte di circa 700 TWh annui di domanda utile, il sistema spreca oltre 1.000 TWh sotto forma di calore di scarto. Il prezzo dell’elettricità, inoltre, resta fortemente legato al <strong>gas naturale</strong>, che determina il prezzo all’ingrosso per oltre il 70% delle ore dell’anno. Il risultato è un <strong>costo dell’elettricità tra i più elevati nell’Unione</strong> e un impatto diretto sulla competitività di un Paese a forte vocazione manifatturiera, con ricadute macroeconomiche e finanziarie negative e una minore sicurezza dell’approvvigionamento.</p>
<p>A sottolinearlo è il Policy brief a opera del think tank indipendente <strong>Energy Square</strong> &#8211; <em><a href="https://drive.google.com/file/d/1W6MN475u1oLXgIUf8gs5g24Wd13q7cHG/view"><strong>Ridurre i costi dell’energia in Italia. Verso un sistema energetico più efficiente e competitivo</strong></a></em> -, presentato il 16 luglio alla Camera dei Deputati.</p>
<p>Secondo Energy Square questa situazione è il prodotto di <strong>quattro distorsioni</strong> che rallentano la trasformazione del sistema energetico:</p>
<ul>
<li><strong>una fiscalità che penalizza l’uso di elettricità </strong>rispetto al gas;</li>
<li><strong>il ritardo nello sviluppo delle rinnovabili</strong> e un mercato elettrico che non consente alle persone di beneficiare del loro basso costo marginale;</li>
<li><strong>infrastrutture di rete e sistemi di accumulo ancora insufficienti</strong>;</li>
<li><strong>una domanda energetica poco flessibile</strong> e ancora inefficiente negli usi finali.</li>
</ul>
<p>Il risultato è un ritardo nell’elettrificazione di trasporti, edifici e industria, che mantiene il Paese ancorato a un modello costoso e vulnerabile agli shock esterni.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/energy_square_grafico.png" alt="" width="60%" /></p>
<h3><strong>L’elettrificazione è la chiave</strong></h3>
<p>In questo quadro, <strong>l’elettrificazione rappresenta la leva principale per ridurre i costi</strong>. Tecnologie come pompe di calore e veicoli elettrici sono mediamente <strong>tre volte più efficienti</strong> delle equivalenti termiche e risultano sempre più competitive lungo l’intero ciclo di vita. Parallelamente, la produzione da fonti rinnovabili &#8211; in particolare solare ed eolico &#8211; <strong>è oggi l’opzione più conveniente</strong> per nuovi impianti, come dimostrano i dati a livello globale. Le rinnovabili registrano infatti il 23esimo anno consecutivo di espansione record, mentre <strong>le batterie segnano un +40%</strong> nel 2025, configurandosi come la <strong>tecnologia elettrica a più rapida crescita</strong>.</p>
<p>Tuttavia, in Italia lo sviluppo del settore procede a un ritmo inferiore rispetto ad altri Paesi europei. Nel 2025 le <strong>nuove installazioni rinnovabili si sono fermate a 7,2 GW</strong>, in calo rispetto ai 7,6 GW del 2024, con l’eolico fermo a soli 0,5 GW. Un dato che evidenzia un potenziale ancora in larga parte inespresso.</p>
<h3><strong>Cosa non fa scendere i prezzi</strong></h3>
<p>A frenare la diffusione dell’elettrico è anche il quadro fiscale. In Italia, attraverso accise, Iva e oneri di sistema, viene eroso il vantaggio che si ha dall’elettrificazione, per esempio con il passaggio a un’auto elettrica o a una pompa di calore. Si tratta di una distorsione spalmata nel tempo, che non riflette né i costi reali dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, né le <strong>esternalità negative</strong> generate dal consumo di <strong>combustibili fossili</strong> che si trasformano in <strong>costi sociali scaricati sulle spalle di cittadine e cittadini</strong>.</p>
<p>Tra gli altri fattori che impediscono alle persone di beneficiare delle ricadute positive legate all’elettrificazione, troviamo il meccanismo con cui si forma il <strong>prezzo sul mercato elettrico</strong>. In sostanza, oggi l’energia viene acquistata all’ingrosso attraverso un sistema in cui le diverse fonti &#8211; rinnovabili, nucleare, carbone, gas &#8211; entrano in ordine di costo crescente. A soddisfare la domanda è una combinazione di queste fonti, ma il prezzo finale pagato dalla collettività è determinato dall’ultima centrale necessaria a coprire il fabbisogno energetico. E, nella maggior parte dei casi, questa fonte in Italia è rappresentata dal <strong>gas fossile</strong>, cioè la fonte più costosa. In base a questo sistema, le rinnovabili possono abbassare i prezzi all’ingrosso, dunque, solo in presenza di una loro quota elevata nel mix energetico (oggi circa il 40% dell’elettricità in Italia è ad appannaggio delle rinnovabili).</p>
<p>Su questo fronte pesano però anche i <strong>ritardi autorizzativi</strong>. In Italia, i tempi per la realizzazione di impianti solari ed eolici possono essere pari al doppio o al triplo della media europea, con conseguenti oneri finanziari e rallentamenti negli investimenti. Si tratta di un tema, quello dei ritardi, che s’intreccia con l’esigenza di rendere le infrastrutture adeguate alla transizione. Gli investimenti in reti di trasmissione e distribuzione sono infatti essenziali sia per sostenere la crescita della domanda elettrica e sia per <strong>valorizzare la distribuzione geografica delle rinnovabili</strong>. Su questo aspetto, il Piano di sviluppo di <strong>Terna</strong> &#8211; che gestisce le reti di trasmissione italiane &#8211; da 23 miliardi di euro rappresenta un passaggio cruciale. Anch’esso, tuttavia, viene <strong>rallentato dai lunghi tempi autorizzativi </strong>e dalle lunghe liste d’attesa per l’approvazione di nuovi impianti.</p>
<p>Infine, un ruolo decisivo è giocato <strong>dall’efficienza energetica e dalla flessibilità della domanda</strong>: la prima interviene sul fabbisogno, la seconda consente di spostare consumi e produzione nei momenti in cui produrre energia è meno costoso. Queste due leve, se gestite insieme, sono in grado di abbassare strutturalmente il “punto di equilibrio” del sistema. Se però restano escluse dal mercato e dalla regolazione, <strong>il sistema rinuncia a risparmi rilevanti</strong>.</p>
<h3><strong>Le proposte di Energy Square</strong></h3>
<p>Il Policy Brief individua in <strong>cinque decisioni politiche</strong> <strong>le priorità per ridurre il costo dell’energia</strong> entro il 2030 e rafforzare la sicurezza energetica. La prima è il <strong>riequilibrio della fiscalità energetica</strong>, attraverso la progressiva rimozione delle asimmetrie che penalizzano l’elettrico. La seconda riguarda lo <strong>sblocco della capacità rinnovabile</strong> e il repowering (ammodernamento) degli impianti esistenti, tramite semplificazioni autorizzative e il coinvolgimento degli enti locali. La terza punta allo <strong>sviluppo di contratti a lungo termine</strong>, come Ppa (Power Purchase Agreement) e i CfD (Contract for Difference), grazie anche a un ruolo più attivo della pubblica amministrazione. La quarta riguarda l’accelerazione degli <strong>investimenti in reti e accumuli</strong>, mentre, la quinta, la <strong>diffusione della flessibilità della domanda e dell’efficienza energetica</strong>, con prezzi dinamici e incentivi stabili per gli interventi di riqualificazione.</p>
<p>La direzione indicata è chiara: <strong>per ridurre i costi dell’energia</strong> <strong>servono misure strutturali</strong>. Quelle emergenziali, come l’elargizione di sussidi, possono al massimo attenuare momentaneamente gli effetti della crisi, ma non sono in grado di incidere sulle cause dell’alto costo dell’energia in Italia. Bisogna concentrarsi sulle politiche che portano a una trasformazione profonda del sistema. <strong>Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili</strong>, valorizzare le rinnovabili e rendere più efficiente l’uso dell’energia lungo tutta la filiera, non sono misure da rinviare al futuro.</p>
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		<title>Dalla Vnr alla Strategia nazionale: la sfida è accelerare sull’Agenda 2030</title>
		<link>https://asvis.it/dalla-vnr-alla-strategia-nazionale-la-sfida-e-accelerare-sullagenda-2030/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Annix]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
		<category><![CDATA[#goal15]]></category>
		<category><![CDATA[#goal7]]></category>
		<category><![CDATA[#goal9]]></category>
		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Istituzioni e società civile a confronto su governance, coinvolgimento di giovani e territori e coerenza delle politiche: i temi al centro dell’ASviS Live sulla Voluntary national review presentata dall’Italia all’Onu. 16/07/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dalla-vnr-alla-strategia-nazionale-la-sfida-e-accelerare-sullagenda-2030/">Dalla Vnr alla Strategia nazionale: la sfida è accelerare sull’Agenda 2030</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La <strong><a href="https://hlpf.un.org/sites/default/files/vnrs/2026/VNLYR_IT_2026.pdf"><em>Voluntary national review</em></a></strong> (Vnr) presentata dall’Italia all’<strong>High-level political forum</strong> delle Nazioni Unite rappresenta il punto di partenza per l’aggiornamento della <strong>Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile</strong> (SNSvS) atteso nei prossimi mesi. È quanto emerso dall’<strong><a href="https://asvis.it/il-15-luglio-lasvis-live-in-diretta-da-new-york-sulla-voluntary-national-review-dellitalia">ASviS Live “L’Italia allo specchio della Voluntary national review”</a></strong> del 15 luglio, un confronto tra rappresentanti delle istituzioni, della società civile e del Terzo settore per riflettere sui contenuti del monitoraggio realizzato dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. L’evento<strong> </strong>ha raggiunto<strong> oltre 124 mila persone con oltre 69.8 mila visualizzazioni della diretta </strong>attraverso il sito e i canali social dell’ASviS.</p>
<p>La Vnr documenta i progressi dell’Italia nell’economia circolare, settore in cui il nostro Paese si conferma leader in Europa, e la crescita continua delle installazioni di energia rinnovabile, nonostante le difficoltà legate al potenziamento delle reti elettriche. Rimangono invece criticità nel contrasto alle disuguaglianze, nella parità di genere e nella tutela degli ecosistemi terrestri e marini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="inline-element clearfix inline-item-card inline-element-25858">
<div class="inline-element-container">
<div class="card-wrapper ">
<div class="card-container">
<div class="oc-item-img"><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/VNR_.png" /></div>
<div class="oc-item-text">
<h3 class="oc-item-title"><a class="oc-item-link" href="https://asvis.it/litalia-presenta-allonu-la-sua-voluntary-national-review-sullagenda-2030">L’Italia presenta all’Onu la sua Voluntary national review sull’Agenda 2030</a></h3>
<div class="oc-item-desc">
<p><em>Dal monitoraggio emerge un quadro eterogeneo e la necessità di un&#8217;accelerazione. Per la prima volta la Vnr include la Youth voluntary review con le prospettive dei giovani e 14 Local review realizzate da Regioni, Province e Città. <strong>09/07/26</strong></em></p>
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<p>Ad aprire l’incontro, moderato da <strong>Monica Paternesi</strong> di Ansa, è stato <strong>Giorgio Marrapodi</strong>, capo della Rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, che ha sottolineato la “<em>forte volontà degli Stati membri dell’Onu di proseguire verso l’Agenda 2030</em>” nonostante le grandi sfide che il mondo ha dovuto affrontare negli ultimi anni, dalla pandemia alle guerre. Marrapodi ha poi ricordato come l’Italia abbia sviluppato una “<strong><em>grande capacità di coinvolgere tutte le componenti della società </em></strong><em>necessarie per assicurare uno sviluppo economico, sociale e ambientale</em>”.</p>
<p>Nel suo intervento il direttore scientifico dell’ASviS, <strong>Enrico Giovannini</strong>, ha osservato come la Vnr italiana documenti i progressi compiuti dal nostro Paese sul piano della governance e del coinvolgimento delle Regioni e dei territori, ma abbia evidenziato anche i ritardi nel raggiungimento di alcuni Goal su cui è necessario accelerare. Giovannini ha inoltre elencato alcuni punti che l’ASviS ritiene necessari per la revisione della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile: prendere impegni più forti nella transizione energetica; accelerare sulla parità di genere; inserire la valutazione di impatto generazionale delle nuove leggi nella SNSvS; allargare il set di indicatori della SNSvS e renderlo coerente con il Pnrr; assicurare la coerenza delle politiche. “<em>Ora occorre <strong>passare dalla teorizzazione e dallo sviluppo degli strumenti al loro utilizzo concreto</strong></em>” ha concluso Giovannini.</p>
<p><strong>Alessandro Guerri</strong>, direttore generale Affari europei e internazionali e finanza sostenibile del ministero dell&#8217;Ambiente e della sicurezza energetica (Mase), ha evidenziato due novità della Vnr italiana: <strong>il coinvolgimento delle giovani generazioni e dei territori nel processo di monitoraggio</strong>. “<em>La Vnr è il primo passo</em>” ha spiegato Guerri “<em>ora è necessario lavorare su più livelli per poter rafforzare e rendere effettiva la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile</em>”.</p>
<p>La collaborazione tra istituzioni e stakeholder è stato un tema centrale anche nell’intervento di <strong>Mara Cossu</strong>, coordinatrice dell&#8217;Unità per lo sviluppo sostenibile della Direzione generale affari europei, internazionali e finanza sostenibile del Mase. “<em>Il <strong>coinvolgimento delle giovani generazioni</strong> è funzionale a costruire uno strumento complementare alla valutazione di impatto generazionale nella valutazione delle proposte normative” </em>ha sottolineato Cossu.</p>
<p><strong>Massimo Pallottino</strong>, coordinatore dell’Unità studi e advocacy di Caritas italiana e rappresentante del Forum nazionale per lo sviluppo sostenibile, ha presentato alcune questioni prioritarie per la società civile: “<em>tra questi c’è il tema della pace, in particolare la <strong>pace positiva</strong>. Spesso pensiamo alla pace come all’assenza di conflitti, mentre la pace positiva è <strong>la condizione che permette lo sviluppo delle comunità</strong></em>”.</p>
<p>A chiudere l’incontro è stato <strong>Francesco Fermanelli</strong>, rappresentante di Felcos Umbria, che ha raccontato il processo di consultazione e confronto che ha portato, per la prima volta, alla stesura di una <em>Youth voluntary review italiana, </em>sottolineando che “<em>i giovani non sono solo protagonisti del futuro, ma anche attori del presente delle nostre comunità</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/dalla-vnr-alla-strategia-nazionale-la-sfida-e-accelerare-sullagenda-2030/">Dalla Vnr alla Strategia nazionale: la sfida è accelerare sull’Agenda 2030</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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