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	<title>Flavio Natale, Autore presso ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>Flavio Natale, Autore presso ASviS</title>
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		<title>FOCUS. Entro il 2040 mezzo milione di satelliti in orbita: come evitare il caos spaziale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 14:37:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’orbita terrestre bassa sta diventando sempre più trafficata, a causa di satelliti e detriti di vecchie missioni. I costi e i rischi sono molto alti. La ricerca punta su riciclo, strutture modulari, reti e raggi laser. Ma serve una giurisdizione comune. [Da FUTURAnetwork] 03/07/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/focus-entro-il-2040-mezzo-milione-di-satelliti-in-orbita-come-evitare-il-caos-spaziale/">FOCUS. Entro il 2040 mezzo milione di satelliti in orbita: come evitare il caos spaziale</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In <em>Gravity</em>, sci-fi thriller del 2013 diretto da <strong>Alfonso Cuarón</strong>, l’incidente che dà il via alla trama è una collisione satellitare nell’orbita terrestre bassa che <strong>innesca una reazione a catena</strong>, creando una nube di detriti che distrugge più o meno tutto ciò che incontra sul suo cammino, astronauti protagonisti del film compresi.</p>
<p>Il film drammatizza il fenomeno noto come <strong>sindrome di Kessler</strong>, scenario teorizzato nel 1978 dall’ex consulente Nasa<strong> Donald J. Kessler</strong> secondo cui, in un’orbita terrestre molto affollata, un singolo incidente potrebbe provocare una cascata di collisioni, generando il caos. Finora non è mai accaduto, ma con l’aumento vertiginoso dei satelliti degli ultimi anni (e con l’idea di <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6214/costruire-data-center-nello-spazio-potrebbe-essere-piu-economico-">inviare data center nello spazio</a>), è un’opzione che in molti iniziano a prendere in considerazione.</p>
<p>Ma c’è veramente spazio per tutti questi oggetti lassù?</p>
<h3><strong>Una panoramica</strong></h3>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=gYgNcA9p8Xw">Secondo l’Agenzia spaziale europea</a> (Esa) a oggi esistono 45mila oggetti monitorati in orbita. Di questi 9.300 sono satelliti attivi, mentre per il resto si tratta di <strong>detriti spaziali</strong> di vecchie missioni e lanci: parti di razzi abbandonate, satelliti in disuso, frammenti generati dalle collisioni (la più famosa delle quali <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Collisione_satellitare_del_2009">avvenne nel 2009</a>, tra il satellite russo Kosmos 2251 e quello statunitense Iridium 33) che continuano a roteare nell’orbita.</p>
<p>Le stime dell’Esa, se non si considerano solo gli oggetti monitorati, parlano però di <strong>un problema molto più grande</strong>: circa 1,2 milioni di frammenti tra uno e dieci centimetri e oltre 140 milioni di particelle più piccole, che oltre a inquinare lo spazio lo rendono un luogo molto pericoloso – persino un oggetto grande un centimetro, se viaggia a 28mila chilometri orari, può imprimere un’energie sufficiente da distruggere un satellite.</p>
<p>E la situazione potrebbe peggiorare in futuro. <strong>Entro il 2040</strong> si prevede che <a href="https://www.smithsonianmag.com/smart-news/more-than-500000-satellites-are-set-to-orbit-earth-by-2040-they-may-end-up-photobombing-the-images-captured-by-space-telescopes-180987796/?utm_source=chatgpt.com">il numero di satelliti in orbita crescerà fino a 560mila</a>, sulla base dei lanci pianificati da aziende come <strong>Starlink</strong>, <strong>SpaceX</strong> e <strong>Amazon</strong>. A queste stime c’è da aggiungere il percorso parallelo della rete cinese <strong>Guowang</strong>, competitor di Starlink ma ancora non all’altezza della rivale americana. Ad oggi la rete di Guowang conta circa 177 satelliti operativi in orbita (Starlink ne ha 10mila), prevede il lancio di 310 satelliti entro la fine del 2026, 900 entro il 2027, con l’obiettivo di raggiungere quota 3.600 lanci annuali a partire dal 2028. Con questo ruolino di marcia, negli anni ’30 Guowang potrebbe arrivare a una flotta di <strong>13mila satelliti</strong>.</p>
<p>I benefici di questa fitta struttura satellitare, naturalmente, sono molti. Starlink sta portando la connessione internet in alcune zone d’Italia e del mondo <strong>molto difficili da raggiungere per gli altri operatori</strong>. Sempre Starlink è diventata <strong>un’infrastruttura strategica fondamentale per l’Ucraina</strong> dopo l’invasione della Russia, offrendo la possibilità di comunicare sul campo di battaglia e tra la popolazione civile. E i satelliti ci permettono di compiere una serie di azioni quotidiane – chi potrebbe vivere oggi senza Google Maps? – a cui sarebbe difficile rinunciare. La questione non è, come spesso accade, lo strumento in sé, ma il sistema con cui viene usato e la coscienza dei suoi effetti.</p>
<p>Secondo <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-09759-5"><em>Nature</em></a> la presenza strabordante di satelliti nello spazio sta inquinando non solo l’osservazione dei fenomeni celesti dalla Terra – come già era stato appurato tempo fa – ma <strong>dallo spazio stesso</strong>.</p>
<p>Mentre i telescopi spaziali come Hubble “scrutano l&#8217;universo nel tentativo di svelare galassie, pianeti e asteroidi lontani, <strong>a volte i satelliti transitano davanti alle loro telecamere</strong>, lasciando brillanti tracce di luce che cancellano il debole segnale che riceviamo dal cosmo”, ha detto a <a href="https://www.reuters.com/science/nasa-study-shows-how-satellite-light-pollution-hinders-space-telescopes-2025-12-03/"><em>Reuters</em></a> <strong>Alejandro Borlaff</strong>, coautore dello studio e astrofisico presso il Centro di ricerca Ames della Nasa. Una sorta di <em>photobombing</em> che intralcia lo studio delle stelle.</p>
<p>“Per dare un&#8217;idea di quanto sia aumentato questo numero di recente, negli ultimi quattro anni, dal 2021 al 2025, <strong>abbiamo lanciato in orbita terrestre bassa più satelliti che nei precedenti settant’anni di voli spaziali messi insieme</strong>”, ha aggiunto. Tuttavia, i ricercatori hanno sempre ritenuto che i telescopi spaziali in orbita alta nel cielo fossero per lo più esenti dall&#8217;inquinamento luminoso prodotto dall’essere umano. Mentre ora sembra non sia più così.</p>
<p>Per capire in che modo mezzo milione di satelliti potrebbe influenzare gli osservatori spaziali, i ricercatori hanno eseguito <strong>simulazioni al computer</strong> che coinvolgevano <strong>quattro telescopi</strong>: il telescopio spaziale Hubble; Spherex, lanciato a marzo; il telescopio spaziale cinese Xuntian, il cui lancio è previsto per il 2026; e Arrakihs dell&#8217;Esa, previsto per il 2030. Il team ha scoperto che <strong>oltre il 96% delle immagini </strong>catturate dai satelliti conterrebbe almeno una scia satellitare.</p>
<p>Se per alcuni ricercatori come <strong>Patrick Seitzer</strong>, astronomo dell’Università del Michigan, questo possibile futuro è “davvero spaventoso”, per altri l’effetto negativo delle “megacostellazioni” sarebbe sovrastimato. Secondo <strong>Rafael Guzmán</strong>, responsabile del consorzio Arrakihs e astrofisico presso l’Istituto di fisica della Cantabria in Spagna, il telescopio spaziale sotto la sua guida trascorrerà la maggior parte del tempo a osservare lo spazio lontano dalla Terra, dove i satelliti non dovrebbero interferire con la sua visuale. L&#8217;idea che i telescopi spaziali evitino i satelliti è “<strong>profondamente ingenua</strong>”, ha risposto su <em>Nature</em> <strong>Mark McCaughrean</strong>, astronomo del Max planck institute for astronomy in Germania. “Sembra che troppo poche persone si preoccupino delle conseguenze dello sfruttamento eccessivo di questa risorsa celeste”.</p>
<h3><strong>I costi della spazzatura </strong></h3>
<p>Ma che fine dovrebbero fare tutti i rifiuti che stanno galleggiando proprio ora sulle nostre teste? È una domanda che in molti si fanno ma a cui nessuno, per ora, è riuscito a rispondere. Il <strong>costo</strong> dello smaltimento della spazzatura spaziale <strong>è molto alto</strong> e, mancando una valida giurisdizione di settore, non si capisce bene chi se ne debba occupare e quando.</p>
<p>Per dare un po’ di numeri, dal 1999 al febbraio 2024, la Stazione spaziale internazionale (Iss) <a href="https://www.fondazioneleonardo.com/stories/detriti-spaziali-boom-sonici-pulizia-orbita">ha dovuto effettuare circa 38 manovre</a> per evitare satelliti o loro pezzi. Il costo di una di queste manovre – chiamate in gergo tecnico Collision avoidance (Cam) – <strong>può arrivare anche al milione di euro</strong> per una struttura come la Iss, ma i danni provocati da un frammento di pochi centimetri potrebbero richiedere una cifra che si aggira intorno ai <strong>200 milioni di euro</strong>. Costi enormi che, se gestiti in maniera strutturata, potrebbero tramutarsi in un’opportunità economica molto invitante: questa “<strong>spazzatura celeste</strong>”, secondo le proiezioni di uno studio dell’Università di Southampton riportato da <a href="https://www.mobilitafutura.eu/spazio/vettori/ecco-un-sistema-per-valutare-la-sostenibilita-delle-missioni-spaziali/29697/">Mobilità Futura</a>, se recuperata e riciclata potrebbe generare un valore netto che oscilla da 570 miliardi di dollari agli <strong>1,2 migliaia di miliardi</strong>, con un parco di rottami metallici da riutilizzare compreso tra le 5.312 e le 19.124 tonnellate.</p>
<p>Se la tecnologia avanza la giurisdizione arranca. Come fa notare <strong>Flavio Fabbri</strong> <a href="https://futuranetwork.eu/energia-italia-news/795-6407/data-center-il-lato-oscuro-della-corsa-allai-orbitale-detriti-collisioni-e-rischio-effetto-domino">sul blog <em>Key4Biz Energia</em></a>, “le linee guida internazionali sulla mitigazione dei detriti spaziali restano in larga parte <strong>volontarie</strong> e non esiste oggi un’autorità globale con il potere di limitare le dimensioni delle costellazioni o imporre standard uniformi di gestione del traffico orbitale”.</p>
<p>Negli Stati Uniti la Federal communications commission ha <strong>introdotto l’obbligo di deorbitare i satelliti entro cinque anni</strong> dalla fine della loro missione (finora l’obbligo rientrava nei 25 anni), un provvedimento che però si concentra sulla fase finale del ciclo di vita dei satelliti e non affronta il problema della densità orbitale nella sua complessità. L’Esa, come altri istituti internazionali, preme per passare da blande misure di mitigazione a programmi attivi di rimozione dei detriti. <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/462143-how-can-we-clean-up-space-junk/it">Ma quali</a>?</p>
<p>C’è chi propone di utilizzare <strong>reti per catturare i detriti e riportarli sulla Terra</strong>, un po’ come con i pesci. L’idea non è così utopica come si potrebbe pensare: il progetto <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PIfRPTIgXuw">RemoveDebris</a>, cofinanziato dall’Unione europea, ha dimostrato che il dispiegamento di una rete di grandi dimensioni in orbita terrestre bassa è un metodo valido per catturare e deorbitare i detriti spaziali. Altra opzione è l’utilizzo dei <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/36591-big-laser-for-small-debris/it"><strong>raggi laser</strong></a> per deorbitare i detriti e lasciarli bruciare a contatto con l’atmosfera. Oppure, <strong>aggiustarli <em>in situ</em></strong>.</p>
<p>Quello della manutenzione nello spazio è il settore su cui si concentra da anni il team di <strong>Javier Viñals</strong>, ingegnere e project manager presso Sener Aeroespacial, divisione dedicata allo spazio del gruppo di ingegneria e tecnologia spagnolo Sener. Nel progetto <a href="https://cordis.europa.eu/project/id/101082078/it">Oru-Boas</a>, finanziato dall’Ue, Viñals e colleghi stanno cercando di “<strong>realizzare satelliti modulari basati sulle costruzioni Lego</strong>”, ovvero veicoli spaziali le cui parti possano essere sostituite quando necessario, rimuovendo un pezzo e non buttando l’intero satellite.</p>
<p>Siamo ancora abbastanza lontani da questo traguardo – uno degli ostacoli riguarda chi (una macchina? Un essere umano?) e come si riusciranno a sostituire questi pezzi. Tuttavia, secondo Viñals, la manutenzione in orbita potrebbe diventare realtà <strong>già nel 2035</strong>. Così potremo evitare di inviare altri satelliti nello spazio e tenerci stretti quelli che già abbiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/unimmagine-di-un-satellite-sopra-la-terra-c3b_heA8194">Nasa Hubble Space Telescope</a>/unsplash</em></p>
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		<title>Lo sviluppo è sostenibile solo se anche culturale: l’evento Festival su patrimonio artistico e giovani</title>
		<link>https://asvis.it/lo-sviluppo-e-sostenibile-solo-se-anche-culturale-levento-festival-su-patrimonio-artistico-e-giovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 14:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Musei, dialogo tra comunità, diritti umani e scenari futuri: di questo e altro si è parlato all’evento di Roma presso l’Istituto centrale per la grafica. La cultura è il Goal trasversale che deve attraversare tutti gli altri. 29/05/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/lo-sviluppo-e-sostenibile-solo-se-anche-culturale-levento-festival-su-patrimonio-artistico-e-giovani/">Lo sviluppo è sostenibile solo se anche culturale: l’evento Festival su patrimonio artistico e giovani</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box d-box-descrizione">
<p><em>Musei, dialogo tra comunità, diritti umani e scenari futuri: di questo e altro si è parlato all’evento di Roma presso l’Istituto centrale per la grafica. La cultura è il Goal trasversale che deve attraversare tutti gli altri. <strong>29/05/26</strong></em></p>
</div>
<div id="d-box-testo" class="d-box d-box-testo">
<p>Mettere la cultura al centro dell’<strong>Agenda 2030</strong>. Ma in che modo? Questa la domanda al cuore dell’evento “<strong><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/roma/683-1761/il-goal-necessario-la-cultura-fondamento-dello-sviluppo-sostenibile">Il goal necessario: la cultura, fondamento dello sviluppo sostenibile</a></strong>” che si è tenuto il 27 maggio a Roma presso la Sala Dante, Istituto Centrale per la Grafica, all’interno del <strong>Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026</strong>.</p>
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<div class="video-container">
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<p>“<em>Non possiamo più considerare il rapporto tra cultura e sostenibilità come accessorio. Non esiste sostenibilità autentica senza una trasformazione culturale profonda</em>”. Questo le parole di <strong>Fabio De Chirico</strong>, direttore Istituto centrale per la grafica, che fa gli onori di casa introducendo i lavori, moderati dal giornalista e autore <strong>Marco Frittella</strong>. “<em>Quando parliamo di sostenibilità ci limitiamo di solito a quella ambientale o economica</em>”, prosegue De Chirico. “<em>Ma <strong>esiste una sostenibilità della conoscenza e della memoria</strong>. La cultura deve essere considerata una dimensione trasversale sviluppo sostenibile. Colmare questo scarto è una sfida centrale prossimi anni</em>”.</p>
<p>“<em>La governance dei musei non può più prescindere dal tema dello sviluppo sostenibile</em>”, aggiunge <strong>Massimo Osanna</strong>, direttore generale Musei per il Ministero della cultura (Mim), ponendo l’accento sui rinnovamenti che le strutture museali stanno mettendo in atto da anni, dall’efficientamento energetico alla resilienza ai cambiamenti climatici fino all’accessibilità fisica, cognitiva e sensoriale. “<strong><em>I musei non sono sostenibili se non sono aperti a tutti e possono raggiungere tutti i pubblici</em></strong>”, anche attraverso le nuove tecnologie, dalla realtà aumentata alla digitalizzazione.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ASVIS_Istituto_Grafica_28.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><strong>Alfonsina Russo</strong>, capo dipartimento per la Valorizzazione del patrimonio culturale, parla della cultura come pilastro dello sviluppo sostenibile: “<em>Non è possibile costruire modelli di sviluppo equi, inclusivi e duraturi senza integrare in modo organico con la dimensione culturale. Non si tratta solo di un patrimonio da tutelare</em>”, prosegue Russo, “<em>ma di una <strong>struttura immateriale dello sviluppo</strong></em>”.</p>
<p>“<em>La cultura si costruisce dietro ogni espressione creativa dell’essere umano. <strong>Ma dietro ci siamo sempre noi</strong></em>”, ricorda <strong>Mariassunta Peci</strong>, direttore generale Affari europei e internazionali del Mim. La cultura è infatti un’occasione di dialogo tra popoli, un luogo di scambio e relazioni umane, un dialogo necessario per dare segnali di sviluppo, pace e sostenibilità, basati su “una <em>mano tesa, un ascolto empatico</em>”. “<em>Non dobbiamo essere visionari</em>”, conclude Peci, “<em>abbiamo l’obbligo di esserlo</em>”.</p>
<p>L’intervento di <strong>Enrico Giovannini</strong>, direttore scientifico dell’ASviS, chiude il primo panel istituzionale. Dopo aver ricordato l’impegno del gruppo di lavoro dell’Alleanza dedicato al tema cultura, spinge lo sguardo in avanti, verso la “<strong><em>cultura del futuro</em></strong>”. Questo settore, spiega Giovannini, necessita di un “<em>cambio di paradigma</em>” per educare e formare agli scenari futuri i funzionari pubblici, ma non solo: bisogna allargare il dibattito a tutta la popolazione italiana. Con questo scopo è nato <strong><a href="https://ecosistemafuturo.it/">Ecosistema Futuro</a></strong> che vuol porre il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito politico, culturale, economico. Motivo per cui è stata lanciata a Parma l’<strong><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/notizie/649-3777/a-parma-la-prima-piazza-sul-futuro-per-immaginare-litalia-di-domani">Assemblea nazionale sul futuro</a></strong>, “il futuro parlamento dei giovani”, fondato da una costituente di 40 ragazzi e ragazze under 35 più 12 mentor come <strong>Giuliano Amato</strong>, <strong>Silvana Sciarra</strong> e <strong>Mario Monti</strong>.</p>
<p>“<em>A livello nazionale e internazionale si parla molto della preservazione della cultura, ma non del <strong>diritto della cultura</strong></em>”, prosegue <strong>Alexandra Xanthaki</strong>, alta rappresentante dei Diritti culturali delle Nazioni Unite, sottolineando la necessità di una partecipazione degli individui. “<em>Gli Stati parlano di proteggere la loro cultura, ma dovrebbero intraprendere azioni positive per proteggere il diritto di ognuno a partecipare. In particolare</em>”, avverte Xanthaki, “<em>per quanto riguarda minoranze culturali</em>”.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ASVIS_Istituto_Grafica_79.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>“<em>Come si riesce a supportare il diritto alla cultura, quando si collabora con Paesi esteri?</em>” si chiede <strong>Paola Abenante</strong>, del Desk geografico Africa Sud-orientale e responsabile team Cultura e sviluppo dell’Agenzia italiana cooperazione allo sviluppo. “<em>Con una serie di attività che hanno come fondamento l’analisi dei bisogni e del contesto. Bisogna riconoscere le diversità di culture e stakeholder del Paese con cui si andrà a lavorare</em>”. Ad esempio, attraverso attività di coprogettazione di iniziative si possono “<strong><em>costruire dialoghi piuttosto che imporre modelli culturali</em></strong><em>, consentendo ad altre voci di entrare nel merito</em>”.</p>
<p>Il giornalista e conduttore televisivo e radiofonico <strong>Emilio Casalini</strong> ha poi portato una serie di esempi di “<em>luoghi che funzionano</em>”, tratti dal suo programma <em>Generazione Bellezza</em>, che racconta il valore della bellezza italiana con storie di luoghi, persone e progetti che valorizzano il nostro patrimonio culturale. Esperienze come quelle della città di Aielli, dove è stato scritto su un muro tutto il libro <em>Fontamara</em> di <strong>Ignazio Silone</strong>, rivitalizzando un luogo dimenticato, “<em>ci fanno capire che le cose si possono fare, e che <strong>la cultura può generare una rinascita anche in termini di economia reale</strong></em>”.</p>
<p>Il direttore Parco archeologico del Colosseo <strong>Simone Quilici</strong> pone l’accento sull’enorme <strong>stress a cui sono sottoposti i grandi monumenti italiani</strong>, tra cambiamento climatico e <em>overtourism</em>. Per questo motivo “<em>bisogna trovare degli equilibri</em>”. Di quale tipo? Per esempio ribilanciando il flusso tra turisti esteri e locali o generando un ribilanciamento territoriale. Le istituzioni culturali romane stanno cercando di comunicare meglio le attrattive di località fuori dal centro storico, per evitare il congestionamento nei dintorni di pochi attrattori culturali. In questo senso è anche utile un miglior connubio tra monumenti e gestione del verde limitrofo, su cui la direzione del Parco archeologico Colosseo sta puntando molto.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ASVIS_Istituto_Grafica_97.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><strong>Daniele Spizzichino</strong>, del dipartimento per il Servizio geologico di Ispra, coglie la palla al balzo per parlare della “<em>tropicalizzazione dell’area mediterranea</em>” e dei fenomeni estremi (come precipitazioni breve e intese) che stanno mettendo a rischio i nostri beni culturali. “<em>Parchi e musei devono <strong>prendere consapevolezza di questi fenomeni</strong>, sia per quanto riguarda i flussi turistici che per i cambiamenti climatici</em>”.</p>
<p>Ma la cultura si respira già dai primi passi che si muovono in un Paese, e in questa direzione vanno le iniziative riportate da <strong>Giovanna De Cesare</strong>, head of Corporate &amp; Internal communication, partnership, events &amp; CSR di Aeroporti di Roma. “<strong><em>L’aeroporto è la prima porta di accesso al Paese</em></strong><em>, dà la possibilità di affacciarsi alla sua cultura</em>”. Per questo l’Aeroporto di Fiumicino ha inserito all’interno delle sue strutture i reperti provenienti dell’area archeologica di Ostia Antica, di alto valore culturale e molto vicina alla struttura. “<em>Dobbiamo fare in modo che l’aeroporto diventi la vetrina del nostro Paese e sappia vivere il contesto territoriale in maniera sana, valorizzandolo</em>” e tutelandolo con progetti sostenibili come impianti fotovoltaici e batterie second life, di cui l’Aeroporto di Fiumicino è dotato da tempo.</p>
<p><strong>Angelo Piero Cappello</strong>, direttore generale Unità di missione per la cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo allargato e direttore generale ad interim Creatività contemporanea, si interroga sulle azioni e linee guida per il Ministero della cultura e il governo. “<em>Il Ministero nasce con un’ottica e una vocazione alla tutela e alla conservazione. Ha fatto sempre fatica quando si tratta di dialogare con la creatività contemporanea</em>”. Nonostante questo, il percorso è necessario poiché “<strong><em>riguarda l’eredità che lasceremo al futuro</em></strong>” e, allo stesso tempo, è parte attiva di quella “<em>rigenerazione del tessuto sociale che nasce da un evento culturale e può diventare, ad esempio, attivatore di un percorso di rigenerazione urbana</em>”.</p>
<p>Sempre in tema l’intervento di <strong>Simonetta Giordani</strong>, segretario generale Associazione Civita, che ricorda la potenzialità della cultura e della valorizzazione del patrimonio come “<strong><em>motore di sviluppo economico</em></strong>”, attivando un partenariato efficace tra pubblico e privato, come è stato per l’appunto il caso di Civita di Bagnoregio, rigenerata grazie a un processo condiviso che ha visto la partecipazione di stakeholder provenienti da diverse aree della società.</p>
<p>“<em>L’impatto dell’industria musicale è un impatto culturale</em>”, prosegue <strong>Marco Gisotti</strong>, direttore scientifico dell&#8217;Osservatorio spettacolo e ambiente. “<em>La sostenibilità è molto importante per questo settore, ma bisogna registrare alcuni dati, come l’altissimo livello di precarietà lavorativa e il problema dell’equilibrio di genere</em>”. In questo senso, bisogna acquisire più competenze di sostenibilità e green: “<strong><em>Il futuro non sarà roseo ma verde</em></strong>”.</p>
<p>Per <strong>Caterina Spezzano</strong>, dirigente tecnico del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’istruzione e del merito (Mim), “<strong><em>la parola chiave è il patrimonio delle conoscenze</em></strong><em>, che non può essere calato dall’alto ma co-costruito attraverso una serie di interventi sistemici e sistematici rivolti alle nostre scuole</em>”, offrendo agli studenti e studentesse gli strumenti “<em>per arrivare nel 2030, ma anche prima, a raggiungere determinati obiettivi</em>”. Mentre <strong>Marina Giuseppone</strong>, direttore Generale risorse umane e organizzazione del Mic, parla dei luoghi di cultura come di “<strong><em>spazi per affrontare tematiche sociali importanti</em></strong><em>, come ad esempio la salute</em>”. Argomenti e messaggi che possono essere veicolati dalle nuove generazioni, che “<em>vogliono essere protagoniste e culturalmente attive</em>”.</p>
<p>“<em>Un museo, con le sue collezioni, <strong>traduce la sostenibilità per i giovani</strong></em>”, riprende <strong>Michela Rota</strong>, coordinatrice del GdL Icom Italia sostenibilità e Agenda 2030 e del Network Musei dei Futuri di Ecosistema Futuro. Giovani che, come ricorda anche Giuseppone, vogliono essere coinvolti come parte attiva, tanto nel presente quanto per il futuro. Per questo motivo, racconta Rota, è stato messo a punto con ASviS e Icom il <strong><a href="https://ecosistemafuturo.it/educazione-e-cultura/il-network-dei-musei-dei-futuri/">Network dei Musei dei Futuri</a></strong>, iniziativa nata all’interno di Ecosistema Futuro che vuole rendere i musei luoghi per <strong>alfabetizzare i visitatori ai pensieri anticipanti e alla produzione di scenari</strong>.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ASVIS_Istituto_Grafica_243.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><strong>Simona Bondanza</strong>, head of Sustainability and public Affairs Costa Edutainment e Opera Laboratori, racconta le esperienze di Costa Edutaiment e Opera Laboratori dove “<strong><em>l’educazione si fa attraverso l’esperienza</em></strong>”. Le persone, spiega Bondandza, non sono legate solo al museo, all’acquario che vanno a visitare, ma anche alle “<em>modalità in cui i contenuti vengono trasmessi</em>”. In questo senso, la produzione di beni culturali “<em>produce molta ricchezza</em>”, un bagaglio educativo con cui “<em>i nostri ragazzi un giorno andranno in giro per il mondo, formando un valore non immediatamente monetizzabile ma fondamentale</em>”.</p>
<p>Di “whole school approach” parla invece <strong>Giordana Francia</strong>, co-coordinatrice dei Gruppi di lavoro ASviS sul Goal 4 ed Educazione, in un panel dedicato alla premiazione delle scuole per il concorso Mim-ASviS “<strong><a href="https://asvis.it/concorso-facciamo-17-goal/">Facciamo 17 Goal. Whole School Approach per l&#8217;educazione allo sviluppo sostenibile</a></strong>”, moderato dal conduttore di Rai Kids <strong>Marco Di Buono</strong>. Parlare di Whole school approach, spiega Francia, significa “<em>considerare <strong>la sostenibilità come uno strumento integrato che permei l’intero sistema scolastico</strong>, da come si gestiscono i rifiuti al modo in cui studenti e studentesse esprimono la loro partecipazione, fino all’inserimento dei docenti</em>”. Quando si mettono questi concetti a sistema, aggiunge Francia, “<em>funziona tutto meglio</em>”. <strong>Caterina Spezzano</strong>, già precedentemente intervenuta, ha sottolineato l’entusiasmo con cui le scuole hanno partecipato al concorso, già in piedi da due anni. I <strong>progetti</strong> delle scuole primarie, secondarie e terziarie hanno riguardato le tematiche più diverse, dalla tutela del mare alla gestione delle microplastiche fino all’utilizzo del linguaggio giovanile per comunicare l’Agenda 2030.</p>
<p>A seguire sono state premiate le tre scuole vincitrici della terza edizione del concorso “<strong>Consapevolmente in viaggio. Un’agenda nello zaino</strong>”, progetto sulla mobilità sostenibile promosso da Trenitalia in collaborazione con ASviS. A parlarne <strong>Nicoletta Antonias</strong>, responsabile Sostenibilità e infrastrutture sostenibili di Trenitalia, che ricorda il “<em>valore sostenibile</em>” dello spostamento ferroviario, che “<strong><em>ci dà la possibilità di viaggiare in modo diverso, riscoprire il valore del tempo e delle relazioni</em></strong>”. Tanti ragazzi e ragazze, prosegue Antonias, “<em>hanno usato il viaggio come metafora e occasione concreta di collaborare con le comunità di riferimento</em>”.</p>
<p>A chiudere il convegno <strong>Valentina Gemignani</strong>, capo di Gabinetto del MiC, e <strong>Paola Dubini</strong>, coordinatrice Gruppo di lavoro ASviS “Cultura per lo Sviluppo Sostenibile” e direttrice del Centro di ricerca ASK Bocconi.</p>
<p>Per Gemignani questa giornata “<em>è stata un’occasione per discutere un tema importante<strong>: lo sviluppo è davvero sostenibile solo quando è anche culturale</strong>, generando consapevolezza e una visione del futuro, costruendo un senso di comunità e alimentando il dialogo tra le generazioni</em>”. Dubini tira le fila della giornata: “<em>Abbiamo visto con mano in questo convegno che la cultura attraversa tutti gli Obiettivi ed è a suo tempo un Goal specifico, che ci porta a riflettere con grande serietà sul luogo da cui veniamo, su cosa facciamo e come ci relazioniamo con i luoghi e le persone</em>”. La cultura, ancora una volta, “<strong><em>racconta chi siamo e da dove veniamo</em></strong><em>. Da qui dobbiamo partire</em>”.</p>
<p><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/roma/683-1761/il-goal-necessario-la-cultura-fondamento-dello-sviluppo-sostenibile" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rivedi l&#8217;evento</strong></a></p>
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		<title>Turismo, accessibilità e nuovi linguaggi: l’evento sulla comunicazione sostenibile a Torino</title>
		<link>https://asvis.it/turismo-accessibilita-e-nuovi-linguaggi-levento-sulla-comunicazione-sostenibile-a-torino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 15:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Salone del Libro ha ospitato l’incontro annuale del Festival ASviS su media e transizione verde. Presentato il Quaderno sul turismo accessibile. Dal greenhushing al disability washing fino alle buone pratiche, un viaggio attraverso un mondo che cambia. 18/05/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box d-box-descrizione">
<p><em>Il Salone del Libro ha ospitato l’incontro annuale del Festival ASviS su media e transizione verde. Presentato il Quaderno sul turismo accessibile. Dal greenhushing al disability washing fino alle buone pratiche, un viaggio attraverso un mondo che cambia. <strong>18/05/26</strong></em></p>
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<div id="d-box-testo" class="d-box d-box-testo">
<p>Come si comunica la sostenibilità? E quando il turismo si può veramente definire green? Queste sono le domande a cui ha provato a rispondere l’evento “<a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/torino/684-1660/si-fa-presto-a-dire-sostenibilita"><strong>Si fa presto a dire sostenibilità</strong></a>”, appuntamento annuale a tema comunicazione del <strong>Festival dello Sviluppo Sostenibile</strong>, svolto il 14 maggio presso il Salone del Libro di Torino. Durante l’incontro è stato presentato il nuovo <a href="https://asvis.it/presentato-il-quaderno-asvis-sul-turismo-accessibile-sette-punti-per-linclusione" target="_blank" rel="noopener"><strong>Quaderno ASviS sul turismo accessibile</strong></a>, uno studio che esamina le varie dimensioni della disabilità, evidenziando la necessità di un modello turistico senza barriere informative e basato su standard verificati.</p>
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<p>“<strong><em>Il silenzio non è neutro. Il silenzio è una scelta</em></strong>”. Così il segretario generale dell’ASviS <strong>Giulio Lo Iacono</strong> inaugura l’evento, raccontando come nella comunicazione d’impresa, accanto al <em>greenwashing</em>, si sia affiancato negli ultimi tempi il <strong><em>greenhushing</em></strong>, il cosiddetto “silenzio verde”, la scelta strategica di ridurre o evitare la comunicazione delle azioni sostenibili per timore di critiche, strumentalizzazioni o errori. Ma per l’appunto il silenzio è una scelta, e “<em>quando le buone pratiche non vengono comunicate è come se sparissero</em>”. Il segretario dell’ASviS parla poi della necessità di partire da dati, indicatori ed evidenze, traducendole a livello comunicativo in un registro emotivo e coinvolgente. Insomma: “<em>Semplificare senza banalizzare</em>”.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Turismo_1.jpeg" alt="" width="90%" /><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvisfestival25/images/notizie/si_fa_presto1.jpg" alt="" width="60%" /></p>
<p>Il recupero dei dati e il racconto di storie personali, corredati da proposte politiche, è anche il fulcro del Quaderno ASviS sul turismo accessibile. A introdurlo <strong>Marta Grelli</strong>, ceo e fondatrice di Travelin, startup innovativa focalizzata sul turismo accessibile e inclusivo, nonché principale contributrice del documento. Il punto dello studio, specifica Grelli, è stato individuare il “<strong><em>profondo malinteso</em></strong>” di cui soffre il sistema italiano: considerare l&#8217;accessibilità esclusivamente come una questione di barriere architettoniche e conformità normativa minima.</p>
<p>“<em>Quando parliamo di accessibilità, un’impresa pensa a una persona disabile, spesso in carrozzina. Ma ci sono tantissime dimensioni dell’accessibilità </em>– pensiamo ad esempio alla celiachia<em> – e forme conseguenti di accessibilità, che possono riguardare anche <strong>disabilità cognitive o sensoriali</strong></em>”.</p>
<p>A seguire interviene <strong>Valentina Tomirotti</strong>, attivista e giornalista. “<em>Il problema dell’accessibilità è che secondo le aziende di settore non muove il mercato. Ma i numeri dicono il contrario</em>”. Le persone con disabilità in Italia sono infatti una su sette/otto, rapporto che scende a una su cinque quando si includono le persone anziane.</p>
<p>Ma c’è un problema: molte aziende fanno “<strong><em>disability washing</em></strong>”. “<em>Usiamo la disabilità come Cavallo di Troia per riempirci la bocca. Ma quando andiamo nel concreto saltano fuori i problemi</em>”. La persona con disabilità, aggiunge Tomirotti, è identificata sempre con lo stesso “<em>identikit</em>”, perennemente accompagnata e dipendente da altri sul piano economico. E questa è “<em>una combo perfetta per lasciare le persone con disabilità in una <strong>situazione di traino</strong> e non di movimento</em>”.</p>
<p><strong>Stefania Farina</strong>, responsabile sostenibilità del Salone del Libro, parla del percorso che la kermesse torinese ha compiuto in questi anni per <strong>garantire una migliore accessibilità</strong>. “<em>Abbiamo iniziato attraverso la formazione, perché è prima di tutto un tema culturale</em>”. Una formazione, specifica Farina, costruita all’interno del Salone stesso, combinando progettualità e comunicazione. “<em>Abbiamo creato un percorso digitale di pre-registrazione online per le persone con disabilità, garantendo migliori forme di accessibilità. Abbiamo anche previsto due <strong>spazi di quiete</strong>, aree con accesso prioritario dove ci si può riposare</em>”. Il Salone, avverte Farina, “<em>non è ancora accessibile per tutte le disabilità. Ma è nelle nostre intenzioni, passo dopo passo, migliorare</em>”.</p>
<p>Il secondo panel, moderato da Giulio Lo Iacono e <strong>Andrea Farinet</strong>, il presidente di Pubblicità progresso che richiama l’attenzione sulla necessità di “<em>fare azione politica, perché non basta la voce</em>”, vede la partecipazione di speaker provenienti dal mondo di arte, impresa, ricerca, che si sono interrogati sugli strumenti per comunicare messaggi di sostenibilità in un modo allo stesso tempo attendibile ed emozionale.</p>
<p>“<em>Noi musicisti abbiamo la possibilità di unire vari tipi di linguaggio, da quello melodico a quello ritmico. Ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità</em>”, esordisce <strong>Eugenio Cesaro</strong>, del gruppo “Eugenio in via di Gioia”. Le persone, prosegue Cesaro, “<strong><em>hanno il linguaggio delle emozioni</em></strong>”, e con quel linguaggio si può parlare. Senza preparare le canzoni a tavolino, ma “<em>comunicando in maniera istintiva</em>”. Per esempio, gli “Eugenio in via di gioia” hanno scritto un brano, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=qhaBiwrUeVI"><em>Terra</em></a>, in forma di atto d’amore per il nostro pianeta. Un testo che è arrivato a tantissime persone, e una dimostrazione di “<strong><em>quanto le emozioni possono avvicinarci di più del cervello alle persone</em></strong>”.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Turismo_2.jpeg" alt="" width="90%" /></p>
<p><strong>Massimo Cirri</strong>, presentatore di Caterpillar, la trasmissione radiofonica su Rai Radio 2 che si occupa anche di sostenibilità, racconta di come in 20 anni le cose siano profondamente cambiate nella comunicazione del cambiamento climatico e della transizione energetica. Durante una delle prime trasmissioni di Caterpillar sul tema, in Italia a possedere i pannelli solari “<em>erano solo quattro persone</em>”, mentre oggi “<strong><em>ci sono un milione e mezzo di italiani che hanno dei pannelli sul tetto</em></strong>”. Ma questo non vuol dire rilassarsi, tutt’altro. “<em>Abbiamo poco tempo. Ma abbiamo anche la tecnologia, i soldi, e siamo l’Europa. Dobbiamo fare uno sforzo collettivo</em>”.</p>
<p><strong>Sara Roversi</strong>, del Patto Ue per il Clima, parla dell’importanza dell’impegno individuale, che deve trasformarsi in impegno collettivo. “<em>Noi ambassador non vogliamo parlare di politica, ma di comunità. Il nostro obiettivo è <strong>mettere in campo strumenti</strong>, azioni che sembrano complesse ma che possono passare per le nostre case</em>”. Bisogna però “<em>lavorare come una comunità allargata</em>” per raggiungere questi traguardi, “<strong><em>una bioregione e non tante municipalità</em></strong><em>. Se tu a monte inquini io a valle soffro</em>”, dice Roversi, ricordando come il lavoro di comunità non sia solo uno strumento giusto dal punto di vista etico, ma anche particolarmente efficiente.</p>
<p><strong>Mirella Marchese</strong>, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia, parla del monitoraggio che l’Osservatorio compie quotidianamente sui temi della sostenibilità. Marchese nota che non solo si parla sempre di meno di clima in televisione e sui quotidiani, ma che “<em>le cornici di senso, che costruiscono il modo di pensare un certo tema, sono cambiate</em>”. Dal 2022 al 2025, nonostante il caldo estremo, l’Osservatorio ha registrato il <strong>26% in meno di articoli dedicati alla crisi climatica</strong>. Sui telegiornali si è addirittura arrivati a <strong>-67%</strong>. “<em>Il clima lo sentiamo sulla nostra pelle. Ma l’informazione ne parla meno</em>”.</p>
<p>Interviene infine <strong>Ottavia Ortolani</strong>, sutainability &amp; impact contents manager delle Olimpiadi di Milano Cortina. “<strong><em>Bisogna lavorare con stakeholder diversi e portarli a bordo</em></strong>”, dice Ortolani, raccontando la sua esperienza durante il lavoro di preparazione, accompagnamento e svolgimento delle Olimpiadi. E insieme a questi stakeholder “<em>integrare criteri e principi in un grandissimo evento sportivo, anche per spronare a fare meglio nelle prossime edizioni</em>”. Ad esempio, <strong>l’elevata partecipazione delle atlete ai Giochi</strong> è stata un dato estremamente positivo (la partecipazione più alta nella storia delle Olimpiadi), ma il problema della disparità resta, perché “<em>appena i giochi finiscono lo sport femminile, a parte alcuni casi isolati, finisce di nuovo in sordina</em>”.</p>
<p>Un esempio tra tanti di una disparità che una <strong>comunicazione attenta alla sostenibilità</strong> può e deve contribuire a ridurre.</p>
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<p><a href="https://2026.festivalsvilupposostenibile.it/torino/684-1660/si-fa-presto-a-dire-sostenibilita" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rivedi l&#8217;evento</strong></a></p>
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		<title>Il paradosso della caccia sportiva in Africa: uccidere per conservare la specie</title>
		<link>https://asvis.it/il-paradosso-della-caccia-sportiva-in-africa-uccidere-per-conservare-la-specie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 13:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Mozambico, Sudafrica e altri Stati gli introiti delle battute di caccia private vengono devoluti ai progetti di conservazione. Ma questo sistema legittima una pratica brutale e consolida la dipendenza del continente da élite straniere. C’è bisogno di un’alternativa. 8/05/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Puoi cacciare gli animali, ma devi pagare per farlo. E pagando li proteggi. Questo è il <strong>paradosso</strong> attorno a cui ruota il mercato della caccia sportiva alle specie in via di estinzione, un fenomeno strutturato e redditizio a cui il <em>Guardian</em> <a href="https://www.theguardian.com/environment/2026/apr/21/hunters-who-believe-shooting-big-game-can-save-africa-wildlife">ha dedicato</a> un interessante reportage.</p>
<p>Ogni anno, i clienti dell&#8217;industria della caccia ai trofei causano la morte di <strong>decine di migliaia di animali selvatici in tutto il mondo</strong>, specialmente nell’Africa subsahariana. Solo che i cacciatori stessi – nella maggior parte dei casi uomini bianchi molto ricchi – sono i più <strong>grandi finanziatori</strong> delle riserve protette e dei progetti di conservazione su vasta scala.</p>
<p>Nel 2014, per esempio, l&#8217;erede petrolifero texano <strong>Corey Knowlton</strong> <a href="https://www.gqitalia.it/news/2015/05/28/per-uccidere-un-rinoceronte-paga-350mila-dollari-che-serviranno-per-proteggere-i-rinoceronti">ha pagato</a> 350mila dollari per uccidere un rinoceronte nero, specie considerata “in pericolo critico di estinzione”, in Namibia. Si è aggiudicato l&#8217;asta del Dallas Safari Club, organizzata con l&#8217;obiettivo di raccogliere fondi per la conservazione delle specie in Africa. In seguito, Knowlton ha dichiarato ai media di aver ricevuto minacce di morte, ma di aver portato a termine la caccia senza rimorsi: “Ho sentito fin dal primo giorno che stavo facendo del bene al rinoceronte nero”. Gli <strong>sforzi di conservazione</strong>, ha detto sono costosi, e ci vogliono soldi per mantenerli in vita. “Sono assolutamente determinato a proteggere questo animale”.</p>
<p>I cacciatori devono infatti disporre di <strong>grandi quantità di denaro</strong> per fare anche una sola volta nella vita un’esperienza simile. Il costo base per la caccia al bisonte è di 2.150 dollari al giorno, per un minimo di 10 giorni. A questo si deve aggiungere il noleggio dell’aereo (5.500 dollari) e i permessi di caccia (mille dollari a persona) e altre tasse. Il tutto per dormire dentro tende spartane (anche se dotate di servizi igienici con impianto idraulico protetto da pareti di bambù) e sentirsi Hernest Hemingway almeno per un giorno, rischiando alcune volte anche di <a href="https://futurism.com/science-energy/millionaire-big-game-hunter-trampled-death-elephants?utm_source=beehiiv&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=futurism-newsletter&amp;_bhlid=96d6e477bc1f393e50da93318d6c3b7142cd9f7f">perdere la vita</a>.</p>
<p>In Mozambico, come in molti altri Paesi africani, quando si spara a un animale bisogna inoltre <strong>pagare una somma prestabilita</strong>, una sorta di tassa. Questo è l’esempio di un <a href="https://www.di.co.za/client-samples/NIASSA2026/PRICELIST/NIASSA-PRICELIST-2026.html">listino prezzi</a> di una guida privata: impala (600 dollari) e facoceri (700 dollari) sono le opzioni più economiche. Cacciare un coccodrillo o ippopotamo costa 5.800 dollari, mentre un leopardo – attualmente classificato come “vulnerabile” dall&#8217;Unione internazionale per la conservazione della natura – costa 11.650 dollari. Un leone? 25mila dollari. Nella riserva nazionale di Niassa (la più grande area protetta del Mozambico) vengono cacciati quattro leoni all’anno, una percentuale stimata tra il 2% e il 4% della popolazione locale.</p>
<p>I cacciatori professionisti o amatoriali preferiscono riserve come Niassa perché sono vaste e gli animali possono muoversi liberamente, <strong>dando l’illusione che si stia giocando una battaglia ad armi pari</strong> (anche se solo uno dei due contendenti ha deciso di giocare). Al contrario, la “caccia in recinti”, dove gli animali vengono allevati scientemente per essere uccisi, sono considerate una competizione scorretta.</p>
<p>La domanda sorge spontanea: <strong>è veramente l’unica opzione percorribile?</strong> Ovviamente no. Una grossa fetta di ambientalisti si scaglia contro l’uccisione di animali selvatici a scopo sportivo sostenendo che, oltre a legittimare attraverso i fondi per la conservazione la pratica barbara di uccidere per il solo gusto di farlo, questo sistema consolida la dipendenza e la sottomissione africana a un&#8217;élite straniera (il giro d’affari per i Paesi africani è enorme). La presenza di queste riserve ha anche sradicato abitudini e culture secolari delle popolazioni locali – per esempio, agli abitanti del villaggio della riserva speciale di Niassa è stato vietato di cacciare – per conservare le specie e destinarne parte alla caccia sportiva.</p>
<p>L’aspetto abbastanza sconvolgente è che <strong>questo sistema sembra funzionare</strong>. La popolazione di leoni nella riserva speciale di Niassa, stimata tra gli 800 e i 1.200 esemplari, è una delle poche in Africa ancora in crescita. In Sudafrica, patria della caccia sportiva, le popolazioni di selvaggina sono passate da 500mila esemplari nel 1964 a oltre 20 milioni (e più di due terzi di questi animali si trova in riserve private). Il Kenya invece, che ha vietato la caccia nel 1977, ha registrato un calo drastico della popolazione animale.</p>
<p>Trovare un’alternativa, a maggior ragione, sembra quantomai cruciale.</p>
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		<title>FOCUS. Guerra, data center, Luna: perché il futuro si sta giocando nello spazio</title>
		<link>https://asvis.it/focus-guerra-data-center-luna-perche-il-futuro-si-sta-giocando-nello-spazio-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre i satelliti potrebbero decidere il conflitto in Iran, si moltiplicano le iniziative per mandare i data center in orbita e risparmiare energia. Gli Stati Uniti potrebbero perdere la corsa per tornare sul suolo lunare. E la Cina potrebbe arraffare tutto. [Da FUTURAnetwork] 27/03/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lo spazio non è più quello di una volta. Se prima dei voli orbitali e dell’allunaggio era un’utopia e dopo è diventato terreno di competizione geopolitica, in questi ultimi anni si è trasformato in qualcosa di diverso. La componente geopolitica è rimasta, ma è come se, con il dispiegamento massiccio di tecnologie all’avanguardia, questa variabile si fosse mescolata con l’idea che lo spazio possa rappresentare un’<strong>alternativa</strong>. Una guerra alternativa, sì, specialmente in questo periodo. Ma anche un’alternativa energetica o di vita. Se queste possibilità potranno tramutarsi in realtà è quello che dobbiamo capire.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Spazio guerra </strong></span></h3>
<p>Quando guardiamo in televisione o sui social le immagini che arrivano dai conflitti – missili che centrano palazzi, navi che prendono fuoco, siti di arricchimento dell’uranio distrutti – raramente pensiamo che sono foto scattate da satelliti che galleggiano nell’orbita terrestre bassa. Non si tratta soltanto di <a href="https://italia-informa.com/iran-guerra-orbita-satelliti-missili-cina.aspx">materiale per i giornali</a>, ma di informazioni cruciali che gli eserciti utilizzano per capire quale obiettivo colpire e se un attacco è andato a buon fine. Un vantaggio tattico che gli Stati Uniti (ma non solo) conoscono molto bene.</p>
<p>Giusto qualche giorno fa, il Pentagono <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/03/21/pentagono-integreremo-lia-palantir-nelle-forze-armate-usa_9e5af134-5590-4ab2-af8a-ad60f09f0e11.html">ha annunciato</a> che il sistema di intelligenza artificiale “Maven” dell’azienda Palantir è diventato un programma ufficiale Usa. Era già il principale sistema operativo utilizzato dalle forze armate statunitensi, ma dopo <a href="https://www.corriere.it/tecnologia/26_marzo_18/il-pentagono-attacca-ancora-anthropic-rischio-inaccettabile-potrebbe-spegnere-claude-durante-azioni-militari-7618e3de-cd8b-466e-b66a-241e25c1bxlk.shtml">lo scontro del governo con Anthropic</a> – che si è rifiutata di rimuovere le restrizioni d’uso ai suoi modelli di AI, in particolare per <strong>sorveglianza di massa</strong> e <strong>armi autonome</strong> – Trump ha deciso che il fidanzamento con Palantir dovesse diventare un matrimonio a tutti gli effetti. <strong>Stephen A. Feinberg</strong>, vice segretario alla Difesa, ha detto che Maven fornirà ai combattenti “gli strumenti più avanzati necessari per individuare, scoraggiare e dominare i nostri avversari in tutti i settori”.</p>
<p>Palantir sta sviluppando anche <strong>Titan</strong>, un modello di intelligenza artificiale il cui acronimo significa “Tactical intelligence targeting access node”, sistema che consentirà ai soldati di analizzare <strong>in tempo reale</strong> i dati provenienti da sensori spaziali, aerei e terrestri per identificare e tracciare obiettivi nemici, velocizzando le operazioni decisionali sul campo. </p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6217/quando-le-app-diventano-armi-di-guerra" target="_blank" rel="noopener"><em>QUANDO LE APP DIVENTANO ARMI DI GUERRA</em></a></strong></p>
<hr />
<p>Dall’altre parte della barricata, <a href="https://www.aljazeera.com/features/2026/3/11/could-iran-be-using-chinas-highly-accurate-beidou-navigation-system">secondo <em>Al Jazeera</em></a>, <strong>l’Iran si starebbe appoggiando a dati e servizi satellitari cinesi</strong>. “Una delle sorprese di questa guerra è che i missili iraniani sono più precisi rispetto alla guerra di otto mesi fa, il che solleva molti interrogativi sui sistemi di guida di questi missili”, ha insinuato <strong>Alain Juillet</strong>, ex direttore dell’intelligence estera francese, alludendo al supporto cinese. Questo sodalizio non è stato confermato dai governi, anzi: il ministro iraniano delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione ci ha tenuto a precisare che “l’Iran usa tutte le capacità esistenti nel mondo e non dipende da una sola fonte di tecnologia”. Ma in molti pensano che si tratti di dichiarazioni di facciata.</p>
<p>Anche perché gli Stati Uniti possono <strong>disturbare o negare l&#8217;accesso al sistema di posizionamento globale</strong> (Gps) di proprietà del governo statunitense – su cui l’esercito iraniano faceva affidamento fino a qualche mese fa – ma non possono fare lo stesso con <strong>BeiDou</strong>, il sistema satellitare cinese alternativo.  </p>
<p>BeiDou utilizza più satelliti rispetto agli altri sistemi di navigazione e potrebbe essere potenzialmente più preciso: secondo <em>Al Jazeera</em>, mentre il sistema statunitense si avvale di 24 satelliti (così come il Gps “Glonass” russo e il “Galileo” dell&#8217;Unione Europea), quello cinese <strong>ne utilizza 45</strong>. Questo sistema dovrebbe avere un “margine di errore” inferiore a un metro, e secondo gli analisti permetterebbe di correggere automaticamente la direzione dei bersagli. Quanto è significativo l’eventuale utilizzo di BeiDou da parte dell&#8217;Iran? Molto, al punto che secondo gli analisti “<strong>se l&#8217;Iran ne fosse in possesso, cambierebbero completamente gli scenari</strong>”.</p>
<p>La Cina ne guadagnerebbe su alcuni fronti: oltre a supportare una forza antiamericana, otterrebbe un logoramento degli Usa per una guerra più lunga del previsto e al contempo testerebbe l’efficacia dei propri sistemi di difesa contro quelli di attacco americani, raccogliendo dati preziosi sulla capacità degli Stati Uniti di intercettare missili e droni iraniani guidati dal sistema BeiDou. Come ricorda ad <em>Al Jazeera</em> <strong>Elijah Magnier</strong>, analista politico e militare con sede a Bruxelles, “l’evoluzione della navigazione satellitare ha trasformato il panorama della guerra moderna”.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Spazio center </strong></span></h3>
<p>Lo spazio è diventato un terreno di scontro, ma soprattutto un’alternativa, anche per i <strong>data center</strong>. Dato che quelli sulla Terra consumano molta acqua, fanno salire i prezzi dell’energia e si stanno trovando davanti un’opinione pubblica sempre più indiavolata, c’è chi sta pensando di <strong>inviarli nello spazio</strong>.</p>
<p>Il <strong>costo del lancio</strong> potrebbe essere inizialmente proibitivo, così come altri due fattori: la potenza specifica – ovvero quanti watt di potenza di elaborazione possono effettivamente essere installati sul satellite – e l’effetto delle radiazioni sui chip. Ma questi data center, dotati di pannelli solari, avrebbero <strong>energia pressoché illimitata</strong> e <strong>raffreddamento</strong> quasi naturale grazie alle bassissime temperature dell’orbita terrestre bassa. </p>
<p>Sui tempi per realizzare questo progetto ci sono opinioni diverse. Se per <strong>Elon Musk</strong>, che ha fuso da poco SpaceX (l’azienda spaziale) a xAI (la startup di intelligenza artificiale) con l’obiettivo di costruire data center orbitanti, sarà realizzabile “entro due anni, forse tre al massimo”, per <strong>Sam Altman</strong> di OpenAI è un pensiero “ridicolo”, mentre Google prevede di cominciare i test per il prossimo anno con il <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/11/05/news/progetto_suncatcher_cosi_google_vuole_creare_datacenter_nello_spazio-424961266/">progetto Suncatcher</a>, senza assicurare nulla.  </p>
<hr />
<p style="text-align: center"><strong>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6214/costruire-data-center-nello-spazio-potrebbe-essere-piu-economico-" target="_blank" rel="noopener"><em>COSTRUIRE DATA CENTER NELLO SPAZIO POTREBBE ESSERE PI</em><em>Ù</em><em> ECONOMICO?</em></a></strong></p>
<hr />
<p>Intanto, la startup statunitense Aetherflux, che sviluppa tecnologie per sfruttare l&#8217;energia solare nello spazio, <a href="https://www.theverge.com/news/841887/data-center-space-solar-power-aetherflux-lunch">ha annunciato</a> che nel 2027 lancerà il suo <strong>primo satellite per data center</strong> in orbita (il primo tassello di una costellazione più ampia chiamata “Galactic Brain”). Così come Starcloud, azienda fondata nel 2024 per perseguire l’obiettivo di data center orbitali, <a href="https://www.economist.com/science-and-technology/2026/03/02/data-centres-in-space-less-crazy-than-you-think?utm_content=ed-picks-image-link-6&amp;etear=nl_today_6&amp;utm_campaign=r.the-economist-today&amp;utm_medium=email.internal-newsletter.np&amp;utm_source=salesforce-marketing-cloud&amp;utm_term=3/3/2026&amp;utm_id=2166828">ha assicurato</a> che sta lavorando sull’abbattimento dei costi per i lanci, in modo da rendere l’alternativa spaziale più economica di quella terrestre. Naturalmente, del rischio di intasare l’orbita con tutti quei satelliti – a marzo dell’anno scorso <a href="https://www.museoscienza.org/it/fatti-per-capire/sostenibilita-satelliti">se ne contavano</a> circa 11mila attivi, più 13.660 di vecchie spedizioni – nessuno si sta preoccupando.</p>
<h3><span style="color: #000000"><strong>Spazio Luna </strong></span></h3>
<p>Altro terreno di gioco è l’allunaggio. Gli Stati Uniti sarebbero dovuti tornare sul satellite entro il 2027, ma a quanto pare non andrà così. Secondo <a href="https://futurism.com/space/nasa-losing-space-race-china?utm_source=beehiiv&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=futurism-newsletter&amp;_bhlid=577528ad57e053c0b3c141cf660b69619dabb2c5">una recente dichiarazione della Nasa</a>, la missione Artemis III, che avrebbe dovuto ripercorrere il grande passo compiuto l’ultima volta nel 1972, servirà invece come volo di prova nell’orbita terrestre, mentre l’allunaggio vero e proprio sarà affidato ad Artemis IV, <strong>missione prevista per il 2028</strong>.</p>
<p>Questo rinvio è sintomatico di alcuni problemi che nella Nasa vanno avanti da un po’. Per gli esperti di settore si tratta di un segnale chiaro che <strong>il programma spaziale statunitense è in ritardo rispetto a quello cinese</strong>, con cui si sta giocando la corsa contro il tempo per tornare (o arrivare, nel caso di Pechino) per primi sulla Luna. “Con la concorrenza credibile del nostro principale avversario geopolitico che aumenta di giorno in giorno, dobbiamo accelerare i tempi, eliminare i ritardi e raggiungere i nostri obiettivi”, ha detto <strong>Jared Isaacman</strong>, amministratore della Nasa (il funzionario più alto in grado dell’Agenzia).</p>
<p>Il programma Artemis ha sofferto di una serie di <strong>ritardi</strong> e <strong>problemi tecnici</strong>. Il più recente si è verificato il mese scorso, quando l’Agenzia è stata costretta a posticipare per ben due volte di seguito il lancio di Artemis II, una missione destinata a portare gli astronauti in orbita attorno alla Luna. I problemi di Artemis, come dicevamo, sono la manifestazione di un logorio dell’Agenzia che ha radici molto profonde, dai <a href="https://it.euronews.com/next/2025/07/28/agenzia-spaziale-statunitense-nasa-in-uscita-il-20-del-personale-allarme-sicurezza-e-tagli"><strong>tagli al personale</strong></a> voluti da Trump (4mila dipendenti con un programma di dimissioni differite) a politiche poco oculate e programmi non rispettati.</p>
<p>La <strong>Cina</strong>, nel frattempo, sta procedendo con passo spedito e assicura che gli astronauti cinesi, o taikonauti (da <em>taikon</em>, che in cinese significa “spazio”), toccheranno il suolo lunare “<strong>prima del 2030</strong>”. Il suo programma ha collezionato una serie di successi impressionanti, tra cui il ritorno sulla Terra, nel 2024, di un campione di regolite raccolto sul lato nascosto della Luna utilizzando un lander robotico, impresa mai realizzata prima. Un anno dopo, ha testato con successo il suo lander lunare Lanyue. Di recente, uno studio pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41550-026-02790-0"><em>Nature Astronomy</em></a> ha individuato quattro possibili siti per l’allunaggio nella regione chiamata Rimae Bode. Quest’area è considerata di grande valore scientifico e chissà se non sarà proprio la Cina ad arrivare lassù per prima.</p>
<p>E <strong>Marte</strong>? Se persino Musk, dopo anni di dichiarazione reboanti, <a href="https://www.wired.it/article/elon-musk-marte-stop-spacex-insediamenti-luna/">ha deciso</a> di congelare i piani sul pianeta rosso per concentrarsi sugli insediamenti lunari, un motivo ci sarà. Secondo il miliardario ci sono ragioni temporali e tecniche dietro questa scelta. La Luna, intanto, è più facile da raggiungere: mentre le finestre di lancio verso il satellite si aprono ogni dieci giorni e il viaggio dura poco più di due, per Marte si parla di <strong>un’occasione ogni 26 mesi</strong> – a causa dell’allineamento orbitale dei pianeti – e un viaggio che dura un semestre. Inoltre, per costruire una città autosufficiente sulla Luna potrebbero volerci “meno di dieci anni”, mentre per un insediamento marziano almeno venti. Per Musk, quindi, l’idea è riprendere i piani per il pianeta rosso nel giro di cinque o sei anni, concentrandosi per ora sulla Luna e sulla competizione geopolitico-spaziale con la Cina.</p>
<p>Ultimo appunto: la <strong>Stazione spaziale internazionale</strong> (Iss), che tanto ha fatto negli anni per lo studio dello spazio, verrà dismessa nel 2030 a causa dell’obsolescenza strutturale, l’elevato costo di manutenzione e l’ingresso nel mercato di stazioni commerciali private. Ma chi la sostituirà? Ancora non si sa. La Nasa ha iniziato a raccogliere feedback da vari partner industriali, ma ancora non è stata individuata un’azienda specifica. La startup Vast <a href="https://arstechnica.com/space/2026/01/the-first-commercial-space-station-haven-1-is-now-undergoing-assembly-for-launch/">sembra in pole position</a> con la sua Haven-1, una stazione piccola e affidabile, con “letti lussuosi, enormi finestre a cupola e un layout minimalista”, che potrebbe fungere da avamposto per strutture più grandi. Tra le aziende favorite anche Voyager Technologies, che sta sviluppando il suo prototipo, e Blue Origin, di proprietà di Jeff Bezos. Ma da come stanno andando le cose in casa Nasa, tutto può succedere.</p>
<p><em>Copertina: <a class="name-bimlc4 truncate-Pc_c1s resetAnchor-rkYpCn nameLight-wQd_Au" href="https://unsplash.com/it/@spacex" data-discover="true">SpaceX</a>/unsplash</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/focus-guerra-data-center-luna-perche-il-futuro-si-sta-giocando-nello-spazio-2/">FOCUS. Guerra, data center, Luna: perché il futuro si sta giocando nello spazio</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Il Pnrr ha cambiato l’Italia? L’analisi dell’ASviS nella presentazione al Cnel</title>
		<link>https://asvis.it/il-pnrr-ha-cambiato-litalia-lanalisi-dellasvis-nella-presentazione-al-cnel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[#agenda2030]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il Piano nazionale di Ripresa e resilienza in fase conclusiva, l’Alleanza esamina gli impatti del Piano sul Paese. Giovannini: “Un modello non solo giusto ma replicabile” per le politiche future. Montanino: importante discutere gli obiettivi, ancora prima delle misure. 13/03/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma non solo: politiche territoriali, metodologie e strumenti di analisi. Questi solo alcuni dei temi emersi dal convegno di presentazione del Rapporto ASviS “<a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Rapporto_ASviS/RapportoASviSPnrr.pdf"><strong>L’impatto del Pnrr sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori</strong></a>” (documento realizzato con il sostegno di <strong>Fondazione Enel</strong> e di <strong>Unioncamere)</strong>, che si è svolto il <strong>13 marzo</strong> nella sede del Consiglio nazionale dell&#8217;economia e del lavoro (Cnel).</p>
<p>A introdurre il dibattito <strong>Marcella Mallen</strong>, presidente dell’Alleanza: “<em>Il Pnrr ha rappresentato un passaggio importante per far muovere l’Italia in una direzione più sostenibile</em>”, ha sottolineato Mallen, focalizzando l’attenzione in particolare sulle realtà regionali e locali, campionesse di pragmatismo per la loro capacità di <strong>trasformare “<em>le politiche in azioni</em>”</strong>. Allo stesso tempo, però, ha detto Mallen, “<em>non possiamo ignorare che il governo Meloni abbia espresso delle critiche, in particolare sui rischi del Green Deal, che rischiano di intralciare o indebolire l’intero processo</em>”.</p>
<p>“<em>I governi passano ma la società civile resta</em>”, ha risposto <strong>Enrico Giovannini</strong>, direttore scientifico dell’ASviS, sottolineando il grande lavoro degli oltre 300 aderenti dell’Alleanza. “<em>Abbiamo parlato per molti anni in termini di obiettivi da raggiungere, dei soldi spesi. Ma si è parlato poco di cosa il Pnrr avrebbe effettivamente dovuto trasformare, in Italia, e se l’ha fatto</em>”, ha proseguito, approfondendo il tema della giornata. Perché proprio con questo interrogativo è nato il documento dell’Alleanza. Un interrogativo e un obiettivo: comunicare che il metodo del Pnrr “<strong><em>non è solo giusto ma anche replicabile</em></strong><em>. E da adesso in poi</em>”, ha chiosato Giovannini, “<em>ci</em> <em>auguriamo che ci sia una ricerca approfondita sugli impatti</em>”, in particolare in vista delle prossime elezioni nazionali (che si terranno nel 2027) e delle priorità di bilancio europee per il periodo 2028-2034, su cui l’Italia dovrà farsi trovare necessariamente pronta. </p>
<p>“<em>Il nostro obiettivo è <strong>creare modelli che possano essere replicati nel tempo</strong></em>”, ha esordito <strong>Giulia Genuardi</strong>, Direttrice della Fondazione Enel, tra le realtà promotrici del Rapporto. Un modello che non deve restare “<em>soltanto un esercizio analitico</em>”, bensì trasformarsi in “<em>metodologia</em>”. Come? Utilizzando i dati per orientare le scelte di politica pubblica; dando rilevanza non solo agli investimenti ma anche agli impatti che gli investimenti generano; costruendo una “<em>governance che si basi sull’evidenza dei dati</em>” e, ultimo ma non meno rilevante, “<em>leggere gli scenari</em>”, intercettando le politiche migliori per un futuro sostenibile. Per questo “<em>è importante programmare</em>” e per farlo serve “<em>coerenza, concretezza e pragmatismo</em>”.</p>
<p>Su metodo e metodologia anche l’intervento di <strong>Giuseppe Tripoli</strong>, segretario generale Unioncamere, che ha analizzato le novità apportate del Rapporto ASviS. “<em>Questo rapporto consente prima di tutto di <strong>superare una diatriba </strong>che periodicamente si presenta: tra la programmazione dall&#8217;alto e le prospettive territoriali</em>”; la seconda novità riguarda l’impatto delle politiche pubbliche e il modo di analizzarlo, “<em>valutando l&#8217;effetto che realmente hanno avuto le iniziative, le policy perseguite, i progetti realizzati sulla società economica civile</em>”. Infine, ha sottolineato Tripoli, “<em>il Rapporto consente di fare un altro passo avanti che secondo me è importante: misurare l&#8217;influenza reciproca che le diverse politiche hanno l’una con l&#8217;altra</em>”.</p>
<p><strong>Manlio Calzaroni</strong>, Responsabile dell’area ricerca dell’ASviS e autore del Rapporto (insieme ad <strong>Alessandro Ciancio</strong> e <strong>Camilla Sofia Grande</strong>), ha esposto il documento nello specifico. Secondo le stime dell’ASviS, il Pnrr ha permesso di colmare circa <strong>il</strong> <strong>39% della distanza che l’Italia aveva nel 2021 </strong>rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. Si tratta di un risultato significativo, ma non sufficiente: per raggiungere tutti i Target dell’Agenda 2030 sarebbero necessari circa 20 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Una cifra consistente, ma non impossibile da realizzare a patto che il Piano strutturale di bilancio definito nel 2024 sia rivisto nel 2027 per incorporare tale spesa.</p>
<p>Il Rapporto evidenzia anche <strong>le diverse concentrazioni di investimenti a seconda dei Goal</strong>. Le quote maggiori sono destinate all’energia (Goal 7), all’innovazione (Goal 9) e alle città (Goal 11). Trascurabili o completamente assenti le spese direttamente orientate alla lotta contro la fame (Goal 2), alla parità di genere (Goal 5), alla riduzione delle disuguaglianze (Goal 10), alla tutela degli ecosistemi marini e terrestri (Goal 14 e Goal 15) e alla cooperazione (Goal 17).</p>
<p>{##card#47#25325}  </p>
<p>L’obiettivo del documento, ha commentato Calzaroni, è “<em>capire come siamo messi</em>”, come sono stati distribuiti i fondi all’interno del panorama dei 17 Goal e quale impatto queste politiche hanno avuto sugli obiettivi quantitativi. Anche se a volte non è stato possibile scendere nel dettaglio perché, ha avvertito Calzaroni, “<strong><em>c’è carenza di informazioni</em></strong>”, informazioni che corrispondono a “<em>quanti ospedali servono, quanti asili nido, quanti autobus elettrici circolano sulle nostre strade</em>”.</p>
<p>La seconda parte dell’evento è stata moderata da <strong>Eva Giovannini</strong>, giornalista di Rai News 24, che ha approfondito con gli speaker la loro visione dei risultati del Pnrr, nonché delle analisi contenute nel Rapporto ASviS.</p>
<p>“<em>Tra le innovazioni che il Pnrr ha apportato all’Italia c’è senza dubbio la <strong>messa a disposizione dei dati</strong></em>”, ha ricordato <strong>Carlo Altomonte</strong>, direttore del Pnrr Lab, SDA Bocconi. “<em>Dati pubblici che possono essere sfruttati e utilizzati per disegnare le policy desiderate</em>”. Per esempio, ha ricordato Altomonte, abbiamo potuto sapere che la percentuale di posti a disposizione negli asili nido a Napoli è passata dal 9% (prima degli investimenti del Piano) al 28%. Il professore della Bocconi ha poi dato ampio spazio al tema delle riforme, sottolineando in particolare come, nonostante un <strong>taglio del 50% dei tempi del <em>permitting</em></strong> (processo burocratico per ottenere autorizzazioni e nulla osta per costruire e modificare impianti e infrastrutture) ci sia ancora molto da lavoro da fare, per esempio sulla digitalizzazione dei comuni.</p>
<p>“<em>Al contrario di quanto si dice, il Pnrr in Italia ha un potere narrativo fortissimo</em>”, ha commentato <strong>Alise Pennisi</strong>, Direttore generale dell’Unità di missione Next Generation Ue del ministero dell’Economia e delle finanze. Il Rapporto ASviS, ha dichiarato Pennisi, è uno “<em>strumento ricchissimo per conoscere quel mosaico che è il nostro Paese</em>”. Inoltre, “<em>ha superato l’approccio macroeconomico</em>”, fornendo una<em> “<strong>lettura dettagliata di quei fenomeni sociali, ambientali e dei servizi pubblici sottostanti</strong></em>”. Il punto, infatti, “<em>non sono gli euro, gli investimenti, ma i prodotti di questi investimenti</em>”. Ma, secondo Pennisi, nel Rapporto, “<em>mancano tutte le altre politiche</em>”, da quelle “trainate” dalle misure del Pnrr (e che non vi rientrano) a quelle private.</p>
<p>“<em>Con questo Rapporto, credo che siamo di fronte a <strong>un salto di qualità nella discussione delle politiche pubbliche</strong></em>”, ha dichiarato <strong>Andrea Montanino</strong>, Direttore strategie settoriali e impatto Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). È sempre stato difficile, ha proseguito Montanino, comporre un’analisi delle politiche pubbliche, ma ancora più difficile orientare il decisore, poiché spesso “<em>si discutono le misure ma non gli obiettivi che ci stiamo ponendo</em>”. Quindi, cosa fare? Prima di tutto, strutturare quale tipo di intervento si vuole mettere in campo e con quali target. “<em>Si fissino degli obiettivi quantitativi</em>” e, sulla base di quelli, si potrà finalmente valutare l’efficacia delle politiche messe in campo. Secondo punto: “<em>Sfruttare la disponibilità dei dati</em>”, associandoli alle singole politiche. Infine “<em>introdurre la cultura del feedback</em>. <em>Al funzionario pubblico viene chiesto di spendere rispettando le norme e il più velocemente possibile. Ma raramente si chiede di spendere i fondi bene</em>”. Proprio per questo motivo il Rapporto ASviS ha spostato la sua attenzione “<em>dalla spesa al risultato</em>”, un tipo di impostazione che anche Cdp ha integrato nella sua struttura di valutazione interna.</p>
<p>Per <strong>Maria Benedetta Francesconi</strong>, Direttore generale della Dg coordinamento, gestione progetti e supporto tecnico del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase), queste analisi sono fondamentali per il futuro, in particolare per unire le politiche nazionali a quelle locali. “<strong><em>Combinare una programmazione centralizzata con politiche di coesione</em></strong><em>, coordinare l’intervento pubblico sulle traiettorie territoriali</em>”, questo deve essere l’obiettivo. Il Pnrr, ha sottolineato con piacere Francesconi, “<em>ha spinto verso riforme che in una programmazione ordinaria avrebbero richiesto molto più tempo</em>”. Anche Francesconi sul tema dell’importanza dei dati, che possono testimoniare i “<em>risultati concreti</em>” da portare all’attenzione dell’opinione pubblica.</p>
<p>“<em>Ci piace immaginare che questo modello possa essere utilizzato per chi è chiamato a prendere decisioni</em>”, ha commentato Giovannini, in chiusura di convegno. “<em>Lo dico alle istituzioni pubbliche e private: trasformiamo questa banca dati, e le altre banche dati, in un <strong>simulatore</strong>. Così, anche al livello territoriale più piccolo, si potranno simulare alternative politiche per l’orizzonte al 2030 o al 2034, se vogliamo già prepararlo per la programmazione europea del nuovo ciclo”.</em> Perché, ha concluso il direttore scientifico dell’ASviS: “<strong><em>La discussione politica è soprattutto sul futuro</em></strong><em>. Se non pensiamo al futuro, il futuro penserà a noi</em>”.</p>
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		<title>Proteggere l’ambiente e saperlo comunicare: i temi del secondo ASviS live da Sanremo</title>
		<link>https://asvis.it/proteggere-lambiente-e-saperlo-comunicare-i-temi-del-secondo-asvis-live-da-sanremo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://asvis.it/?p=37280</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal Festival della musica italiana il nuovo appuntamento dei talk sulle “cinque P” promossi dall’Alleanza, in diretta dal People &amp; Planet Lab. In questa puntata si è parlato di pianeta, incontri tra culture, uso dei social e podcast. 26/02/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/proteggere-lambiente-e-saperlo-comunicare-i-temi-del-secondo-asvis-live-da-sanremo/">Proteggere l’ambiente e saperlo comunicare: i temi del secondo ASviS live da Sanremo</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Siamo alla seconda giornata del Festival di Sanremo e anche al secondo appuntamento del People &amp; Planet Lab, lo spazio dedicato alla sostenibilità promosso da <strong>ASviS</strong>, <strong>Rai Radio</strong> e <strong>TIM</strong> nella cornice della kermesse della canzone italiana. Dopo la <a href="https://asvis.it/da-sanremo-2026-partnership-e-linguaggi-per-portare-la-sostenibilita-al-grande-pubblico" target="_blank" rel="noopener"><strong>puntata</strong></a> dedicata alle “Partnership”, oggi è il turno del “<strong>Pianeta</strong>”, seconda delle “cinque P”, pilastri portanti dell’Agenda 2030.</p>
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</div>
</div>
<p>Come ha ricordato ironicamente <strong>Sara Zambotti</strong>, giornalista di Rai Radio 2 e moderatrice degli ASviS live, “<em>cominciano già a intravedersi le occhiaie”</em> per la lunga notte della serata di inaugurazione del Festival. Ad aprire con lei la puntata nello studio vicino all’Ariston <strong>Gianmaurizio Foderaro</strong>, giornalista di Rai Radio 1 e Rai Isoradio con “<em>quattro ore di sonno”</em> alle spalle, e <strong>John Vignola</strong>, speaker di Radio Rai, che invece applica la tecnica del “<em>microsonno”</em> per cercare di sopravvivere alla settimana. Zambotti, citando il <strong>Premio per la canzone sostenibile</strong> che l’ASviS consegnerà all’artista che più si sarà distinto per aver portato i temi dell’Agenda 2030 nei suoi testi, ha chiesto a Foderaro e Vignola se avevano già in mente dei candidati, e mentre il primo ha citato <strong>Ermal Meta</strong>, <strong>Bambole di Pezza</strong> e <strong>Michele Bravi</strong>, il secondo ha puntato sul duetto <strong>Maria Antonietta &amp; Colombre</strong>, richiamando però l’attenzione anche su <strong>Ditonellapiaga</strong> e <strong>Fulminacci</strong>.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/Sanremo/ASviSLive_Pianeta4.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
<p>Sempre di sostenibilità della canzone italiana ha parlato anche <strong>Giulio Lo Iacono</strong>, segretario generale dell’ASviS, e in particolare dei riferimenti, “<em>un po’ timidi a dir la verità”</em>, alle questioni ambientali nei brani di questa edizione. Lo Iacono ha citato per esempio il brano di <strong>Sayf</strong>, che in un verso parla di <strong><em>un’Emilia che si allaga e la Liguria pure</em></strong>. Ma ha ricordato anche altri artisti e artiste, nazionali e internazionali, che in questi anni si sono impegnati per i temi dell’Agenda 2030, “<em>da <strong>Elisa</strong>, con cui noi abbiamo collaborato per il Back to the Future Tour, che ha cercato proprio di ridurre il footprint dei concerti,</em> <em>a <strong>Billie Eilish</strong>, fino ad arrivare ai <strong>Coldplay</strong> che</em> <em>hanno cercato di ridurre le loro emissioni, anche se li hanno accusati di greenwashing. Però uno sforzo c&#8217;è stato”</em>.</p>
<p>A seguire, parlando di Pianeta e preservazione dell’ambiente, sono intervenuti <strong>Simona Abbondanza</strong>, della Fondazione Acquario di Genova, e <strong>Fabio Mattioli</strong>, curatore del settore tropicale dell’acquario. L’intervento di Abbondanza si è concentrato soprattutto sull’impegno che l’Acquario profonde affinché “<em>sia trasmessa a tutti, soprattutto ai giovanissimi (ma non solo) l’importanza dell&#8217;interconnessione tra il mondo naturale e gli esseri umani”</em>. Con quale obiettivo? Far capire che “<strong><em>tutelare le specie animali significa anche proteggere la qualità della nostra vita</em></strong><em>. Vorremmo che le persone partecipassero attivamente”</em>, ha proseguito Abbondanza, con l’aiuto di partnership pubbliche e private, di organizzazioni come ASviS, di enti di ricerca, università e migliaia di studenti e studentesse che vengono ogni anno in visita a Genova.</p>
<p>Fabio Mattioli si è invece concentrato sul fatto che se l’Acquario, e le vasche che contiene, sono un’importante “vetrina”, è altrettanto importante conoscere i vari progetti di <strong>conservazione e salvaguardia della natura</strong> che ci sono dietro. “<em>Per i coralli, ad esempio, sono in corso delle iniziative per la reintroduzione in natura, così come per i cavallucci marini. Ci sono un sacco di studi sulle meduse, che purtroppo vengono utilizzate per prodotti cosmetici o medicinali. E da più di vent’anni c’è il progetto <strong>Sos tartarughe</strong>, un’iniziativa in collaborazione con la guardia costiera e tanti volontari per recuperare gli animali marini che stanno soffrendo, spesso a causa dell’inquinamento, curarli e riportarli di nuovo nel loro habitat”</em>.</p>
<p><strong>Andrea Alemanno</strong>, responsabile delle service line public affairs e corporate reputation di Ipsos, ha riportato alcuni dei dati della ricerca condotta per ASviS sulla percezione della sostenibilità da parte della popolazione italiana. “<em>È un tema relativamente recente”</em>, ha detto Alemanno. “<em>Seppure il termine ‘sostenibilità’ sia abbastanza conosciuto, quando scendiamo nello specifico, affrontando termini come Agenda 2030, SDGs, Esg, la consapevolezza è minore”</em>. Per questo motivo, nonostante secondo lo studio Ipsos le persone si sentano ingaggiate sul tema (a volte sul piano personale e privato, molto spesso richiedendo l’intervento pubblico) e la conoscenza dell’Agenda 2030 sia cresciuta nel tempo, c’è bisogno di una <strong>comunicazione più semplificata</strong>, perché “<em>il concetto di sostenibilità è abbastanza astratto e non scalda”</em>. </p>
<p>E proprio di una comunicazione più calda e diretta ha parlato <strong>Elis Viettone</strong>, responsabile dei podcast per ASviS e autrice di “<a href="https://asvis.it/un-mondo-di-inchieste/"><strong>Un mondo di inchieste</strong></a>”, che affronta con il taglio giornalistico dell’inchiesta le grandi sfide ed emergenze del nostro tempo. La prima puntata, pubblicata proprio in questi giorni, si è concentrata sull’<strong>inquinamento da plastica</strong>. L’obiettivo di questo podcast, ha ricordato Viettone, “è <em>provare a dissipare i dubbi, dare un&#8217;informazione più obiettiva e ragionata possibile”</em> in un’ottica di “<em>giornalismo costruttivo, <strong>un giornalismo delle soluzioni</strong> che non vuole lasciare impotente chi ci ascolta, ma invece deve comunicare e far scattare qualcosa, trasmettere l’idea che il pezzetto che ognuno di noi può fare fa la differenza”</em>.</p>
<p><strong>Mariano Tredicini</strong>, responsabile social platforms &amp; data analysis di Tim, è intervenuto <strong>sull’uso più consapevole dei social network</strong>, argomento che approfondirà durante tutte e cinque le giornate degli ASviS live. Come sappiamo, si è chiesto Tredicini, di trovarci all’interno di una eco chamber, ovvero in una bolla, sui nostri social? Quali sono i segnali? “<em>Il primo direi arriva quando ci rendiamo conto che intorno a noi tutti la pensano nello stesso modo, e questo nella vita reale non succede”</em>. Il secondo segnale si registra quando l’utente si accorge che i post che scorre sprigionano emozioni molto veloci e istintive – come rabbia, disprezzo, paura – sentimenti su cui le piattaforme fanno leva per aumentare l’interazione. “<em>Il terzo elemento, e secondo me più importante, è il fatto che scorrendo i post non si trovano fonti chiare. A un certo punto, in particolare in contesti polarizzati, non è importante se la notizia che leggiamo è vero e falsa, ma se viene da noi o viene da loro”</em>. Come uscirne? “<strong><em>Prendersi una pausa</em></strong><em>, aspettare 10 secondi. Quei 10 secondi di tempo ci danno una cosa potentissima che la bolla odia: la possibilità di scelta”.</em></p>
<p><em><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/Sanremo/ASviSLive_Pianeta2.jpeg" alt="" width="60%" /></em></p>
<p><strong>Giulia De Cunsolo</strong> e <strong>Michelangelo Pisani</strong> sono intervenuti per parlare delle loro esperienze dirette nel progetto <strong>Intercultura</strong>, iniziativa nata per promuovere il dialogo internazionale attraverso scambi studenteschi, borse di studio e formazione scolastica. De Cunsolo si è concentrato sull’esperienza in una famiglia uruguayana, riportando la testimonianza di “<em>un Paese molto attento alle questioni di inclusione e a quelle di genere, soprattutto negli ultimi anni”</em>, dove <strong>l’incontro tra culture diverse</strong> rappresenta l’ossatura della società. Pisani, invece, ha raccontato di aver ospitato uno studente francese e di averla considerata “<strong><em>l’esperienza più bella della mia vita finora</em></strong><em>”</em>. Pisani ha anche riportato la domanda dello studente, che gli ha chiesto per quale motivo lui e il compagno, una coppia di fatto, non avessero mai pensato di adottare un bambino. “<em>L’Italia è ancora un po’ in difficoltà su questo argomento”</em>, ha detto, “<em>e non vorrei che avesse problemi”</em>.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2026/Sanremo/ASviSLive_Pianeta3.jpeg" alt="" width="60%" /></p>
<p><strong>Giulia Detomati</strong> è intervenuta per parlare di InVento Innovation Lab, la prima B Corp italiana (di cui Detomati è fondatrice) specializzata in educazione all&#8217;imprenditorialità sostenibile, innovazione sociale e tutela ambientale. “<em>Il nostro obiettivo”</em>, ha detto, “<em>è far conoscere ai ragazzi e alle ragazze di ogni ordine e grado questi temi per <strong>ispirarli</strong></em><strong> <em>e coinvolgerli nell’azione</em></strong><em>, un’azione che deve riguardare anche le organizzazioni e le aziende, perché in Italia le imprese giocano un ruolo molto importante in ambito sostenibile e possono avere delle ripercussioni sia positive sia negative”.</em> Detomati ha poi parlato di una serie di startup create grazie all’aiuto di InVento Innovation Lab. Tra i tanti esempi, Detomati ha citato un progetto per produrre pannelli fonoassorbenti che influiscono positivamente sull’inquinamento acustico degli eventi all’aperto, iniziative per produrre energia tramite i passi percorsi da studenti e studentesse dentro i licei, fino ad arrivare a un biomattone che può essere preparato senza essere cotto, risparmiando così molta energia.  </p>
<p>A chiusura degli interventi l’attrice <strong>Anna Favella</strong>, testimonial di Amnesty International e di altre realtà, che ha parlato del suo impegno nelle cause sociali e ambientali. “<em>Mi sono sempre occupata di volontariato”</em>, ha detto. “<em>Poi, diventando un volto pubblico, ho capito che potevo fare da megafono e cassa di risonanza alle voci più autorevoli. <strong>Abbiamo una responsabilità oltre che un privilegio e secondo me è importantissimo usare la nostra voce</strong>. Ognuno nel suo piccolo può e deve fare qualcosa. E la domanda è: perché non farlo?”</em> Favella ha parlato anche del progetto The Sostainables, nato per premiare i nuovi talenti del mondo green. “<em>Un modo per parlare di sostenibilità in maniera pop”</em> per avvicinare questi temi, sempre di più, al grande pubblico.</p>
<p><a href="https://youtu.be/uxq2cxWUdio" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rivedi l&#8217;evento</strong></a><br /><br /></p>
<table style="border-collapse: collapse;width: 47.9126%;background-color: #e03e2d;margin-left: auto;margin-right: auto;height: 47px" border="1">
<tbody>
<tr style="height: 43px">
<td style="width: 100%;text-align: center;height: 43px"><a href="https://asvis.it/l-asvis-e-a-sanremo/"><span style="color: #ffffff"><strong>VAI ALLA PAGINA DEDICATA A SANREMO</strong></span></a></td>
</tr>
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</table>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/proteggere-lambiente-e-saperlo-comunicare-i-temi-del-secondo-asvis-live-da-sanremo/">Proteggere l’ambiente e saperlo comunicare: i temi del secondo ASviS live da Sanremo</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>FOCUS. La corsa all’oro continuerà nel 2026 e potrebbe modificare gli equilibri geopolitici</title>
		<link>https://asvis.it/focus-la-corsa-alloro-continuera-nel-2026-e-potrebbe-modificare-gli-equilibri-geopolitici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra guerre commerciali e crisi internazionali, il bene rifugio per eccellenza sta registrando numeri record. Le banche centrali corrono all’acquisto, mentre il dollaro perde colpi come riserva ufficiale. Le criptovalute sono il nuovo “oro digitale”? [Da FUTURAnetwork] 19/12/25</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 2025, lo sappiamo bene, è stato un anno molto teso, anche sul piano economico. L’amministrazione Trump ha intrapreso una <strong>guerra commerciale</strong> contro la Cina (ma non solo), inaugurando una fase di tensione i cui effetti si sentiranno anche nel 2026. Se a questo si aggiungono guerre, tracollo del multilateralismo, cambiamento climatico, intelligenza artificiale (<a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6018/dalla-deriva-geopolitica-alla-bolla-speculativa-dellai-le-tendenze-da-tenere-docchio-nel-2026-">con la sua possibile bolla</a>), si capisce per quale motivo i mercati abbiano ballato parecchio. E perché, in particolare quest’anno, ci sia stata una corsa al bene rifugio per eccellenza: l’oro. A ottobre 2025, il metallo giallo ha raggiunto un valore record di <strong>4mila dollari</strong> l’oncia (circa 28 grammi), mentre <a href="https://www.orafinanza.it/it/oro-oltre-i-5-mila-dollari-nel-2026-secondo-jp-morgan/">nel 2026 potrebbe toccare i 5mila dollari</a>.</p>
<h3><strong>Ma perché l’oro è così importante?</strong></h3>
<p>Quando i mercati tremano, questo metallo prezioso resta ancora un porto sicuro. A differenza degli asset finanziari convenzionali, non comporta rischi di credito e <strong>conserva un valore reale nel tempo</strong>, soprattutto in contesti inflazionistici o di turbolenza geopolitica.</p>
<p>Facciamo qualche esempio. Dopo l’11 settembre 2001, il prezzo passò da circa 270 a 320 dollari l’oncia, e durante la crisi del 2008 compì un ulteriore salto, da 650 dollari nel 2007 a 1.900 dollari nel 2011, quasi triplicando il proprio valore. Durante il Covid-19, l’oro ha superato per la prima volta i 2mila dollari, ma è stato con la guerra dei dazi che ha raggiunto il suo picco, toccando quota 4mila.  </p>
<p>Questo andamento crescente è frutto della relativa indipendenza dell’oro dai mercati azionari. Come ricostruisce <a href="https://www.ilriformista.it/le-riserve-auree-di-bankitalia-ingolosiscono-fratelli-ditalia-ma-e-un-nostalgico-oro-alla-patria-che-sa-di-beffa-492292/#google_vignette"><em>il</em> <em>Riformista</em></a>, in tempi normali la correlazione tra i due “è piuttosto bassa, intorno a 0,1, suggerendo che <strong>l’oro segua una logica di prezzo distinta</strong> rispetto agli altri asset finanziari. Tuttavia, nei momenti di grave instabilità, la correlazione diventa fortemente negativa, raggiungendo valori attorno a -0,6, segno che <strong>mentre i mercati crollano l’oro tende a salire</strong>, consolidando il suo ruolo di scudo contro il rischio sistemico”.</p>
<p>Quindi arriviamo al 2024, quando l’oro ha consolidato la sua posizione come riserva strategica, in particolare negli Stati emergenti. <a href="https://www.wallstreetitalia.com/oro-secondo-la-bce-e-la-seconda-riserva-globale-dopo-il-dollaro/">Secondo la Banca centrale europea</a>, nel 2024 <strong>l’oro è diventato la seconda riserva ufficiale del mondo</strong> dopo il dollaro, superando l’euro. Rappresenta infatti circa il 20% delle riserve globali, contro il 16% dell’euro e il 46% della moneta statunitense.</p>
<p>E <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/oro-tra-geopolitica-e-mercati-219389">l’Ispi conferma</a>. Lo scorso 7 ottobre l’oro ha superato lo “strabiliante” prezzo di 4mila dollari l’oncia e salirà ancora. In un momento in cui le borse continuano a gonfiarsi per gli investimenti nell’intelligenza artificiale, c’è chi, “<strong>fiutando il pericolo di una nuova dot-com</strong>, sta già correndo verso il bene rifugio per eccellenza”.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/FUTURAnetwork/Oro_2.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p>I record dell’oro sono dovuti ai timori per le mosse predatorie del governo Trump e delle aziende tech, ma non solo. <strong>Ken Griffin</strong>, Ceo di Citadel, uno dei più grandi fondi di investimento al mondo, <a href="https://www.coindesk.com/markets/2025/10/07/ken-griffin-sounds-alarm-as-gold-futures-tops-usd4-000-and-dollar-weakens">ha dichiarato</a> che le persone “cominciano a vedere l’oro come un porto sicuro nei confronti del dollaro. Stiamo assistendo a una sostanziale fuga di chi è in cerca di un modo per ‘<strong>de-dollarizzare</strong>’”. Ma ci sono anche altre crisi in corso. Molte banche centrali hanno ad esempio incrementato l’acquisto del metallo giallo dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina. O gli investitori, temendo l’instabilità della politica economica dei propri Paesi, si sono messi al sicuro. Per tutti questi motivi nel 2024 le banche centrali di tutto il mondo <a href="https://www.internazionale.it/notizie/alessandro-lubello/2025/10/11/ritorno-oro">hanno comprato</a> più di mille tonnellate d’oro per il terzo anno consecutivo, arrivando a detenere <strong>un quinto di tutto il metallo giallo mai estratto</strong>.</p>
<p>E l’oro italiano, dove si trova? L’<strong>Italia</strong> detiene 2.452 tonnellate del metallo, il che la rende <strong>il terzo Paese al mondo per riserve auree</strong>, dopo Germania e Stati Uniti. Il 44,86% si trova nei caveau della Banca d’Italia, mentre la parte restante è distribuita tra Bank of England (5,76%), Banca Nazionale Svizzera (6,09%) e Stati Uniti (43,29%). <a href="https://www.linkiesta.it/2025/11/oro-italiano-dove-si-trova-riserva/">Non a Fort Knox</a>, però, come spesso si dice, ma a New York, in un caveau di Manhattan, a venticinque metri sotto terra. Un deposito che non appartiene tecnicamente alla Federal Reserve, ma dove la banca americana agisce da custode. </p>
<p>Questo <strong>trasferimento all’estero</strong> è avvenuto nel secondo dopoguerra, quando l’Italia è diventata un Paese esportatore e ha accumulato grandi quantità di dollari, poi convertite in oro, come avevano fatto altre economie occidentali. “Tra gli anni cinquanta e sessanta la Banca d’Italia acquistò la maggior parte del metallo oggi in suo possesso”, si legge su <a href="https://www.linkiesta.it/2025/11/oro-italiano-dove-si-trova-riserva/"><em>Linkiesta</em></a>. “È in questa fase che il caveau della Federal Reserve di New York divenne, insieme a Londra, la destinazione naturale del metallo europeo: gli Stati Uniti erano la potenza egemone del sistema di Bretton Woods, il dollaro era convertibile in oro, le piazze anglosassoni garantivano liquidità immediata, sicurezza e una cornice politica stabile”.</p>
<p>Data però la forte instabilità politica del governo americano, in molti stanno spingendo per un ritorno dell’oro in patria. A <a href="https://www.open.online/2025/11/10/romano-prodi-usa-oro-italia/">parlarne ultimamente</a> è stato l’ex presidente del Consiglio <strong>Romano Prodi</strong>: “Resto un amico degli Stati Uniti ma con l’acqua e con l’oro non si sa mai: bisogna essere prudenti e preparati. Lo dico da buon padre di famiglia, quando la situazione politica è ballerina come negli Usa, bisognerebbe pensare a riportare l’oro in Italia, come ha fatto la Francia. Solo così potremo costruire davvero il nostro futuro”. Ipotesi che era stata <a href="https://lespresso.it/c/economia/2025/6/23/italia-germania-vogliono-indietro-oro-depositato-stati-uniti/55104">già sostenuta</a> nel 2019 dall’attuale premier <strong>Giorgia Meloni</strong>, posizione oggi ridimensionata dati gli stretti rapporti con Trump. Niente a che vedere comunque con la richiesta di emendamento alla Legge di Bilancio, proposta da Fratelli d’Italia e sostenuta dal ministro Giorgetti, di <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/12/11/dossier-fdi-dentro-bankitalia-anche-stranieri-sulloro-non-si-corrano-rischi_56d7d60c-bdfb-4aad-a421-5fe7afad0133.html">rivendicare la proprietà dell’oro detenuto dalla Banca d’Italia</a>. Dopo i pareri contrari espressi dalla Banca centrale europea, <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/12/15/news/oro_bankitalia_testo_emendamento_accordo-425041135/">si è raggiunto un accordo</a>: l’oro resta contabilizzato nel bilancio di Bankitalia, ma la legge <a href="https://www.economymagazine.it/oro-di-bankitalia-pace-fatta-la-manovra-chiude-il-caso-senza-strappi-con-leuropa/">affermerà esplicitamente</a> che le riserve auree “<strong>appartengono al popolo italiano</strong>” (appartenenza che comunque avviene nel rispetto degli accordi internazionali).</p>
<p>L’importanza dell’oro è così centrale, in Italia come altrove, che potrebbe modificare gli equilibri geopolitici a seconda di chi lo detiene. Saxo, piattaforma di trading online, nel suo rapporto annuale “<a href="https://www.home.saxo/-/media/documents/campaigns/outrageous-predictions/2026/outrageous-predictions-2026.pdf?revision=5192c6ec-9306-4ff0-9ec8-e4da0c66003d">Outrageous prediction</a>”, ha inserito tra le sue proposte provocatorie per il 2026 proprio questa variabile. La <strong>Cina</strong> potrebbe sorprendere il mondo annunciando riserve auree molto più vaste di quelle dichiarate fino al 2025, sufficienti a superare quelle degli Stati Uniti. Poco dopo, Pechino potrebbe compiere una mossa ancora più dirompente, dichiarando che lo yuan offshore (quello che gira fuori dalla Cina) sarà parzialmente coperto dall&#8217;oro, rafforzando la valuta cinese. E questo “<strong>yuan dorato</strong>” trasformerebbe i caveau di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong nell’epicentro di un nuovo sistema monetario globale.</p>
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<p style="text-align: center"><em><strong>LEGGI ANCHE &#8211; <a href="https://futuranetwork.eu/news/534-6068/dalla-colonizzazione-dello-spazio-alloro-cinese-le-previsioni-oltraggiose-di-saxo-per-il-2026-" target="_blank" rel="noopener">DALLA COLONIZZAZIONE DELLO SPAZIO ALL&#8217;ORO CINESE, LE PREVISIONI &#8220;OLTRAGGIOSE&#8221; DI SAXO PER IL 2026</a></strong></em></p>
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<h3><strong>I nuovi cercatori d’oro</strong></h3>
<p>Non tutto l’oro però è stato ancora trovato. Motivo per cui negli ultimi anni è tornata in auge una professione otto-novecentesca, quella dei cercatori del prezioso metallo. Nel suolo della <strong>California</strong>, e in particolare a nord-ovest, nella miniera della Grass Valley, c’è ancora tanto oro, come fa notare <a href="https://undark.org/2022/01/24/the-gold-rush-returns-to-california/"><em>Undark</em></a>. “La miniera in questione, che si trova nella contea di Nevada, fu chiusa nel 1956, non perché l’oro fosse finito ma per ragioni di economia politica. Nel 1944 gli accordi di Bretton Woods avevano creato un nuovo sistema monetario internazionale per dare stabilità ai tassi di cambio. Come parte di quello sforzo, si decise di fissare il prezzo dell’oro a 35 dollari per oncia (28 grammi). A causa di questo cambiamento, l’estrazione dell’oro diventò poco redditizia”.</p>
<p>Tralasciando il fatto che in poco più di ottant’anni il prezzo dell’oro è salito da 35 dollari a 4mila, la situazione è cambiata anche per un altro motivo: il costo del metallo giallo non è più fisso e le <strong>tecnologie</strong> per estrarlo sono diventate più sofisticate. Nel sottosuolo statunitense riposerebbero infatti ancora circa <strong>63mila tonnellate d’oro</strong>, <strong>circa</strong> <strong>un terzo di quello estratto finora</strong>. Solo che questo metallo si trova molto più in profondità rispetto a prima, e per tirarlo fuori le aziende devono sobbarcarsi un bel po’ di costi, tra cui lo smaltimento di materiali di scarto come arsenico, mercurio, piombo e altre sostanze tossiche. E alcune volte potrebbe risultare economicamente svantaggioso, oltre che rischioso per la salute. “Gli abitanti della Grass valley stanno ancora facendo i conti con i danni causati dalla precedente corsa all’oro”, ha sottolineato <em>Undark</em>.</p>
<p>Anche in <strong>Italia</strong> non siamo da meno. <a href="https://crema.laprovinciacr.it/news/cronaca/557374/cercatori-doro-nel-serio-il-klondike-padano-e-qui.html">Nel Cremasco</a>, e nello specifico lungo il fiume Serio, c’è ancora chi va a caccia di oro, un manipolo ristretto di appassionati o speranzosi. “Ci sono tuttora cinque o sei persone che per hobby si divertono a cercare le pagliuzze d’oro nel fiume”, ha dichiarato <strong>Basilio Monaci</strong>, presidente del Parco del Serio. “Qualche anno fa era venuta un’associazione di cercatori d’oro di Pavia, che aveva anche fatto una dimostrazione”. Le persone che si dedicano a questa attività sono <strong>diminuite nel corso del tempo</strong>, perché serve molto tempo per imparare le tecniche base e i risultati sono tutt’altro che sicuri. Ma c’è ancora chi tiene viva la tradizione.</p>
<h3><strong>Oltre l’oro</strong></h3>
<p>Non esiste solo il metallo giallo. Nel suo report annuale “<a href="https://www.deutsche-bank.it/news/detail/insights-not-only-gold-glistening?language_id=1">Precious Metals Outlook</a>”, la Deutsche Bank ha messo in evidenza che, nonostante la crescita dell’oro sia indiscussa, <strong>altri metalli preziosi</strong> stanno subendo un’accelerata. L’<strong>argento</strong>, ad esempio. Il suo sviluppo è legato all’innovazione (in particolare nel settore fotovoltaico), essendo parte integrante dei componenti elettronici. Oppure il <strong>platino</strong>, che beneficia della crescente domanda di tecnologie a idrogeno. O il <strong>palladio</strong>, che risente invece del rallentamento dell’industria automobilistica tradizionale.</p>
<p>Nel frattempo c’è chi punta verso altri lidi. I <strong>bitcoin</strong>, insieme alle altre criptovalute in circolazione, sono considerati da qualcuno un bene rifugio, tanto da esser stati definiti “<a href="https://global.morningstar.com/it/mercati/oro-contro-bitcoin-perch-il-dibattito-sui-beni-rifugio-sta-cambiando">il nuovo oro digitale</a>”, anche se non hanno la stessa stabilità del metallo giallo. Ci sono anche i <strong>diamanti</strong>, che hanno però perso valore dopo l’arrivo di pietre di alta qualità realizzate in laboratorio.</p>
<p>Se ve lo steste chiedendo, hanno provato a rendere artificiale anche l’oro. Un <a href="https://www.scmp.com/news/china/science/article/2179209/chinese-scientists-turn-copper-gold">gruppo di ricerca cinese</a> ha “bombardato” atomi di rame, generando una trasformazione nella loro struttura che li fa comportare come un metallo nobile. Il risultato? Simile all’oro ma non uguale, motivo per cui non potrà essere considerato un valido sostituto. Verrà invece utilizzato per <strong>scopi industriali</strong> (realizzare dispositivi elettronici) o per <strong>sofisticati processi chimici</strong>, che hanno bisogno del metallo prezioso per trasformare il carbone in una risorsa più utile e pulita.</p>
<p>Magra consolazione per chi pensava già di poter vivere di rendita tutta la vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a class="name-bimlc4 truncate-Pc_c1s resetAnchor-rkYpCn nameLight-wQd_Au" href="https://unsplash.com/it/@scottsdalemint" data-discover="true">Scottsdale Mint</a>/unsplash</em></p>
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		<title>Rapporto Territori ASviS: l’Italia procede a velocità differenziata verso il 2030</title>
		<link>https://asvis.it/rapporto-territori-asvis-litalia-procede-a-velocita-differenziata-verso-il-2030/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rischio spopolamento, servizi essenziali fragili ed ecosistemi a rischio. Le realtà locali faticano a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Servono misure di coesione territoriale, politiche abitative e preservazione della natura. 11/12/25</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/rapporto-territori-asvis-litalia-procede-a-velocita-differenziata-verso-il-2030/">Rapporto Territori ASviS: l’Italia procede a velocità differenziata verso il 2030</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Senza regioni, province autonome, comuni ed enti locali lo sviluppo sostenibile non si fa. È questo il messaggio che, ancora una volta, esce fuori in maniera chiara dal <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Rapporto_Territori/2025/Report_TERRITORI_2025_WEB.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Rapporto Territori “Obiettivi globali, soluzioni locali”</strong></a> dell’ASviS, giunto quest’anno alla sua sesta edizione.</p>
<p>Curato da tutta l’Alleanza, e in particolare dall’Area ricerca e dal Gruppo di lavoro 11 (Città e comunità sostenibili), il documento sottolinea che “il percorso del Paese verso un governo sostenibile capace di supportare le trasformazioni territoriali <strong>stenta ad affermarsi</strong>”. E quindi bisogna rivolgersi ai territori, realtà più o meno piccole che possono dare lo slancio a questo percorso.</p>
<hr />
<h3 style="text-align: center"><a href="https://asvis.it/rapporto-territori-2025/" target="_blank" rel="noopener"><strong>CARD, GRAFICI INTERATTIVI, SINTESI REGIONALI: <br />SCOPRI TUTTI I MATERIALI DEL RAPPORTO TERRITORI!</strong></a></h3>
<hr />
<p>Come descritto nel <a href="https://asvis.it/rapporto-asvis-2025/"><strong>Rapporto annuale dell’ASviS</strong></a> pubblicato ad ottobre, a dieci anni dall’adozione dell’Agenda 2030, i progressi globali verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) sono <strong>decisamente insufficienti</strong>: solo il 18% dei Target verrà raggiunto, mentre una quota rilevante è in stallo o in regressione. Povertà estrema, insicurezza alimentare, carenze nell’accesso ad acqua, servizi igienici, energia e alloggi dignitosi restano diffuse, così come disuguaglianze di genere e lavoro informale.</p>
<p>L’ASviS mostra però in questo Rapporto come negli ultimi anni si sia consolidato un <strong>ecosistema di iniziative</strong> che promuovono l’integrazione degli SDGs nelle politiche locali, sia a livello internazionale, come l’High Level Political Forum dell’Onu, i Rapporti United cities and local governments (Uclg) l’espansione delle Voluntary Local e Subnational Reviews, sia a livello nazionale, con molte <a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Buone_Pratiche_Territoriali_2024.pdf"><strong>buone pratiche</strong></a> ampiamente raccolte nel documento dell’Alleanza. </p>
<h3><strong>Come stanno messi i nostri territori </strong></h3>
<p>Andando più nello specifico, le realtà locali procedono a velocità differenziata. Il Rapporto ASviS registra forti disuguaglianze territoriali, e se c’è chi (pochi) procede bene, molti dimostrano un’evoluzione “<strong>decisamente insoddisfacente</strong>” verso gli SDGs.</p>
<p>Per quanto riguarda Regioni, Province autonome e Città metropolitane, il quadro è questo: l’economia circolare registra un <strong>forte miglioramento&lt;/strong&gt;; istruzione, parità di genere, energia e lavoro mostrano un <strong>miglioramento più contenuto</strong> (a parte in Valle d’Aosta, dove il lavoro peggiora); <strong>stabili</strong> agricoltura, salute, imprese, infrastrutture e innovazione, città e comunità; <strong>male</strong> povertà, acqua, disuguaglianze, vita sulla terra, giustizia e istituzioni.</strong></p>
<p>Guardando agli indici compositi, si ritrova la consueta <strong>divergenza tra Centro-Nord e Mezzogiorno</strong>. Nelle regioni centrosettentrionali la maggior parte dei Goal presenta valori superiori a quelli medi nazionali, mentre nel Mezzogiorno prevalgono quelli inferiori. Fanno eccezione gli Obiettivi relativi a energia, economia circolare, vita sulla terra e giustizia e istituzioni, per i quali un buon numero di regioni del Mezzogiorno mostra livelli vicini o superiori a quelli nazionali.</p>
<p>Quindi, chi è che riuscirà a <strong>tagliare il traguardo al 2030</strong>? Sulla base delle tendenze degli ultimi anni, la Provincia autonoma di Trento, la Valle d’Aosta, la Liguria e l’Umbria possono centrare 12-13 obiettivi quantitativi su 29 (che corrispondono a circa il 43% del totale). Di contro, in 11 Regioni/Province autonome su 21 gli obiettivi raggiungibili sono meno di un terzo.</p>
<p>Gli obiettivi quantitativi appartenenti alla <strong>dimensione economica</strong> sono quelli messi meno peggio, con una quota di raggiungibilità del 41%. Situazione più problematica per le altre dimensioni: nella <strong>sfera</strong> <strong>sociale</strong> gli obiettivi raggiungibili sono poco più di un terzo (35%), mentre in quella <strong>ambientale</strong> poco più di un quarto (28%) e quelli <strong>istituzionali</strong> sono solo il 12%.</p>
<p>Numeri che si traducono in effetti sulle persone. Per esempio, nel Mezzogiorno la minore capacità dei Comuni di finanziare spesa corrente e gestire nuove infrastrutture significa <strong>servizi essenziali più deboli</strong>, in particolare per infanzia e sanità: i servizi educativi 0-3 anni coprono appena il 16,5% dei bambini e delle bambine (oltre il 30% nel Centro-Nord) e i posti letto per l’assistenza di lungo periodo sono tre ogni mille residenti, contro i dieci del Nord-Est. Oppure, le aree interne – il 60% del territorio nazionale, il 52% dei Comuni e oltre 13 milioni di abitanti – restano segnate da <strong>spopolamento</strong>, carenza di servizi e fragilità socioeconomica.</p>
<h3><strong>Le proposte dell’ASviS </strong></h3>
<p>Nonostante lo straordinario afflusso di risorse europee degli ultimi anni (con il Pnrr in testa), le disuguaglianze territoriali rimangono quindi profonde e abbastanza problematiche. Cosa fare, quindi?</p>
<p>Intanto, bisogna <strong>rilanciare le politiche di coesione territoriale</strong>. L’attuazione del Pnrr ha messo in pausa molte altre tipologie di interventi territoriali. La programmazione delle politiche di coesione 2021-2027, al suo quinto anno di attività, è giunta solo all’8% dei pagamenti. È quindi necessario accelerarne l’attività, per evitare il crollo degli investimenti al termine del Pnrr.</p>
<p>Poi, come già detto, bisogna intervenire sul <strong>divario tra regioni</strong> e sulla <strong>bassa crescita del reddito nazionale</strong>. “Siamo ormai un Paese in impoverimento strutturale”, si legge nel Rapporto ASviS. Per il reddito pro capite sono sotto la media europea ben 11 Regioni su 20, con il 45% degli abitanti, il 55% del territorio, il 51% di Comuni e Province. E secondo l’Istat, <strong>entro il 2043 il 92,6% dei Comuni ultraperiferici del Sud sarà a rischio spopolamento</strong>. Quindi c’è bisogno di una ristrutturazione che parta dalle disponibilità di risorse endogene, individuando percorsi originali di sviluppo su base territoriale, modulati secondo i principi dello sviluppo sostenibile.</p>
<p>Particolare attenzione bisogna poi rivolgere alle <strong>aree interne</strong>. È necessario semplificare il sistema di finanziamento e aumentare le risorse per l’assistenza tecnica (oggi solo al 5%), rafforzare la Cabina di regia per lo sviluppo delle aree interne come hub di coordinamento e condivisione di best practice, adottare indicatori di risultato per monitorare l’efficacia dei singoli interventi (come copertura della banda ultra larga o riduzione dell’ospedalizzazione evitabile).</p>
<p>Infine, c’è bisogno di <strong>combattere i fenomeni di gentrificazione</strong> ripensando le politiche abitative, preservare gli <strong>ecosistemi urbani</strong> integrandoli con quelli naturali (mettendo in pratica i principi della Nature restoration law), <strong>potenziare il ruolo delle città nei processi di decarbonizzazione</strong>, seguendo iniziative europee come “100 resilient cities” o “100 climate-neutral cities”.</p>
<p>Molto lavoro da fare, insomma. Ma quando si sa dove farlo si è già a metà dell’opera.</p>
<p><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Rapporto_Territori/2025/Report_TERRITORI_2025_WEB.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Scarica il Rapporto</strong></a><u> </u></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/rapporto-territori-asvis-litalia-procede-a-velocita-differenziata-verso-il-2030/">Rapporto Territori ASviS: l’Italia procede a velocità differenziata verso il 2030</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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		<title>Barometro del Futuro: italiani concentrati sul presente, i giovani pensano al domani</title>
		<link>https://asvis.it/barometro-del-futuro-italiani-concentrati-sul-presente-i-giovani-pensano-al-domani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Flavio Natale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 18:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie Alleanza]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[#giovani]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_News_Alleanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il futuro è, per sua natura, un territorio ignoto. Non sappiamo con certezza cosa accadrà, ma possiamo elaborare scenari sufficientemente precisi. Ma cosa ne pensiamo, oggi, del domani? Siamo ottimisti o pessimisti? Quali sono le minacce maggiori? Il futuro è già scritto o è nelle nostre mani? Queste sono solo alcune delle domande a cui ha  ...</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/barometro-del-futuro-italiani-concentrati-sul-presente-i-giovani-pensano-al-domani/">Barometro del Futuro: italiani concentrati sul presente, i giovani pensano al domani</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><div class="fusion-fullwidth fullwidth-box fusion-builder-row-1 fusion-flex-container nonhundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling" style="--awb-border-radius-top-left:0px;--awb-border-radius-top-right:0px;--awb-border-radius-bottom-right:0px;--awb-border-radius-bottom-left:0px;--awb-flex-wrap:wrap;" ><div class="fusion-builder-row fusion-row fusion-flex-align-items-flex-start fusion-flex-content-wrap" style="max-width:1216.8px;margin-left: calc(-4% / 2 );margin-right: calc(-4% / 2 );"><div class="fusion-layout-column fusion_builder_column fusion-builder-column-0 fusion_builder_column_1_1 1_1 fusion-flex-column" style="--awb-bg-size:cover;--awb-width-large:100%;--awb-margin-top-large:0px;--awb-spacing-right-large:1.92%;--awb-margin-bottom-large:0px;--awb-spacing-left-large:1.92%;--awb-width-medium:100%;--awb-spacing-right-medium:1.92%;--awb-spacing-left-medium:1.92%;--awb-width-small:100%;--awb-spacing-right-small:1.92%;--awb-spacing-left-small:1.92%;"><div class="fusion-column-wrapper fusion-flex-justify-content-flex-start fusion-content-layout-column"><div class="fusion-text fusion-text-1"><p>Il futuro è, per sua natura, un territorio ignoto. Non sappiamo con certezza cosa accadrà, ma possiamo elaborare scenari sufficientemente precisi. Ma <strong>cosa ne pensiamo</strong>, oggi, del <strong>domani</strong>? Siamo ottimisti o pessimisti? Quali sono le minacce maggiori? Il futuro è già scritto o è nelle nostre mani? Queste sono solo alcune delle domande a cui ha risposto l’indagine “<strong><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/indagine_Piepoli.pdf">Barometro del Futuro</a></strong>”, prodotta dall’Istituto Piepoli in collaborazione con ASviS e lanciata in occasione del <strong>Future Day</strong>, l’evento organizzato nell’ambito di Ecosistema Futuro che si è svolto all’Ara Pacis di Roma il 2 dicembre.</p>
<p>Cominciamo quindi con i numeri. <strong>Otto italiani su dieci dichiarano di pensare al futuro</strong>, ma solo la metà di loro lo fa spesso. A rifletterci di più sono i giovani, ma non i giovanissimi (under 20), proiettati nel presente. In generale la priorità di italiani e italiane resta il qui e ora: <strong>due persone su tre si dichiarano concentrate soprattutto sull’oggi</strong>. La propensione a pensare al futuro è più alta al Sud che al Nord, e raggiunge il suo massimo nei grandi centri.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/PensanoAlFuturo_BarometroFuturo_2025.png" alt="" width="100%" /></p>
<p>Per quanto riguarda l’umore verso i prossimi dieci anni, è prevalentemente negativo: quasi un italiano su due si dichiara <strong>pessimista</strong> sulla traiettoria futura del Paese, e questa sensazione pervade un po’ tutte le età. <strong>Ma quando si parla di futuro personale la situazione si ribalta</strong>, e la maggioranza delle persone si dice positiva. “Viviamo il paradosso di un Paese in cui, nella percezione, la somma delle traiettorie personali è migliore della traiettoria collettiva”, si legge nell’indagine. Il Nord, inoltre, è più ottimista del Sud.</p>
<p><strong>Ma questo futuro</strong> <strong>lo decidiamo noi?</strong> La risposta per quattro intervistati su dieci è sì. Una convinzione particolarmente salda tra i giovani, che si mostrano più propositivi. Tra i trend del prossimo decennio, quello che preoccupa di più è il <strong>costo della vita</strong>. Riguarda un po’ tutte le fasce d’età, ma raggiunge il picco negli under 35. “L’inflazione percepita, la precarietà economica e il timore di una riduzione delle opportunità plasmano un sentire generazionale che <strong>guarda avanti con ansia più materiale che tecnologica</strong>, tanto che l’AI viene considerata meno rilevante rispetto al tema del potere d’acquisto”, si legge nell’introduzione allo studio.</p>
<p>Siamo però troppo <strong>ego-riferiti</strong>. Quando l’indagine Piepoli ha chiesto chi stesse veramente pensando al futuro la risposta è stata molto significativa: nessuno. Forse un po&#8217; i giovani per motivi generazionali, ma politica e scuola no. Secondo due italiani su tre siamo un popolo di individualisti.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/Notizie_2025/ChiPensaAlFuturo_BarometroFuturo_2025.png" alt="" width="100%" /></p>
<p>Quindi in cosa riporre fiducia? Nella <strong>scienza</strong>, prima di tutto. A seguire istituzioni internazionali e le persone, i vicini di casa, la nostra rete relazionale, la gente che incontriamo per strada. Mentre la frattura con <strong>istituzioni nazionali</strong> e <strong>media</strong> si allarga. I giovani hanno poca fiducia nei media tradizionali (e anche i social non godono di ottima salute), ma si nota una grande apertura verso le istituzioni sovranazionali, considerate più capaci di affrontare le sfide dei prossimi anni.</p>
<p>In Italia <strong>si parla troppo poco di futuro</strong>, è un altro dato che emerge dalla ricerca dell’Istituto Piepoli in modo chiaro. Sette italiani su dieci lo pensano, e tre su quattro chiedono di introdurre una “<strong>Scuola dei Futuri</strong>” capace di combinare tecnologia, intelligenza artificiale, cooperazione, cittadinanza consapevole e comprensione dei cambiamenti strutturali del Paese. Un’iniziativa, quella della “Scuola dei Futuri”, che è partita <a href="https://ecosistemafuturo.it/educazione-e-cultura/scuole-di-futuri/">proprio in questi mesi</a> grazie a Ecosistema Futuro.</p>
<p>Altro dato interessante: <strong>i giovani sono considerati da tutte le età i più svantaggiati</strong>, e solo un italiano su quattro crede che i governi agiscano nel loro interesse. Il principio di <strong>tutela delle generazioni future</strong>, inserito nel 2022 in Costituzione come modifica dell’articolo 9, è ancora poco conosciuto (solo un italiano su tre) e questo ne smorza la possibile efficacia. Ma tra i giovani la consapevolezza sale al 57%, confermando che il futuro, in Italia, “abbia un suo centro di gravità spiccatamente generazionale”.</p>
<p>Scienza e innovazione, nel complesso, raccolgono la fiducia di due terzi degli italiani. La spaccatura si apre invece sull’<strong>intelligenza artificiale</strong>: mentre per gli under 35 è motivo di speranza, gli over 54 sono preoccupati. L’AI piace molto al Sud, mentre il Nord la boccia.</p>
<p>Quali priorità per il futuro, quindi? Guardando al 2030, italiani e italiane ne indicano due: <strong>migliorare i servizi</strong> e restituire <strong>dignità al lavoro</strong>. Tema, quest’ultimo, particolarmente sentito dai più giovani. A livello territoriale, il Nord richiede più servizi, mentre il Sud più lavoro, affiancato a una concreta lotta alle diseguaglianze. Ma siamo tutti d’accordo che di cambiamenti, da fare, ce ne sono molti.</p>
<p><strong><a href="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/indagine_Piepoli.pdf">Scarica l’indagine dell’Istituto Piepoli</a></strong></p>
</div></div></div></div></div></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/barometro-del-futuro-italiani-concentrati-sul-presente-i-giovani-pensano-al-domani/">Barometro del Futuro: italiani concentrati sul presente, i giovani pensano al domani</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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