28 Ottobre 2026

La sostenibilità arretra nel mondo, l’Europa rallenta e l’Italia fatica a trasformare gli impegni in risultati concreti. È il quadro che emerge dal “Rapporto ASviS 2026. Un’agenda per la prossima legislatura, e non solo”, prodotto dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile con il contributo di oltre mille esperti ed esperte e oltre 300 aderenti, che mette in evidenza come la distanza dagli Obiettivi dell’Agenda 2030 dipenda tanto dalle crisi internazionali quanto da scelte politiche ed economiche poco lungimiranti compiute negli ultimi anni.

Guerre, tensioni geopolitiche, crisi climatica e riduzione degli aiuti allo sviluppo si sommano infatti a investimenti insufficienti e decisioni che privilegiano i vantaggi immediati rispetto alle conseguenze di lungo periodo. Il risultato è un rallentamento che, in diversi ambiti, si sta trasformando in una vera e propria regressione. “È sempre antipatico ricordare che ‘l’avevamo detto’”, ha commentato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, nella sintesi del Rapporto. In effetti, però, quello che non doveva accadere è accaduto, o il contrario.

Il Rapporto arriva in una fase decisiva per le politiche pubbliche italiane. Questo è infatti l’ultimo Rapporto annuale prima delle elezioni politiche previste nel 2027, a valle delle quali verrà formato il nuovo Parlamento, che a sua volta esprimerà non solo la maggioranza del prossimo Governo, ma anche (assieme alle delegazioni regionali) il nome della persona che assumerà il ruolo di Presidente della Repubblica.

La prossima legislatura assume un’importanza straordinaria in questo senso, sia perché essa coprirà l’ultimo tratto della “staffetta” verso il 2030, sia perché dovrà indirizzare la posizione che l’Italia assumerà in sede ONU sul “post-2030”, cioè sull’agenda che il mondo vorrà darsi per gli anni a venire.

Per questo l’ASviS ha affiancato all’analisi degli indicatori un insieme di proposte rivolte alle istituzioni, alle forze politiche, alle imprese e alla società civile, con l’obiettivo di costruire una visione di lungo periodo.

Soltanto il 15% degli Obiettivi a livello globale è sulla buona strada

Il quadro delineato dalle Nazioni Unite è particolarmente preoccupante. Secondo i dati richiamati dal Rapporto, soltanto il 15% dei Target dell’Agenda 2030 è sulla buona strada per essere raggiunto. Un altro 21% registra progressi moderati, il 32% miglioramenti marginali, mentre il 17% è in stagnazione e il 15% in regressione. Complessivamente, la quota di obiettivi non raggiungibili o rispetto ai quali si registra un allontanamento dai risultati attesi è salita al 35%, dal 32% dell’anno precedente.

Alla base di questa situazione ci sono conflitti armati, instabilità geopolitica, crisi climatica, debito crescente dei Paesi in via di sviluppo e investimenti insufficienti in istruzione e salute. A peggiorare il quadro contribuisce la contrazione degli aiuti pubblici allo sviluppo, diminuiti del 23% nel 2025, soprattutto a causa dei tagli statunitensi. Nel frattempo, la spesa militare mondiale ha raggiunto quasi 2.900 miliardi di dollari, aumentando per l’undicesimo anno consecutivo. La spesa destinata al consolidamento e al mantenimento della pace, invece, ammonta a 49,2 miliardi: appena lo 0,5% di quella militare.

Le conseguenze sono concrete. Alla fine del 2025, secondo l’UNHCR, 117,8 milioni di persone erano costrette ad abbandonare la propria casa, il 39% delle quali minorenni. Una persona su dieci vive ancora in condizioni di povertà estrema, 2,3 miliardi affrontano l’insicurezza alimentare e circa 2,1 miliardi non dispongono di servizi di acqua potabile gestiti in sicurezza.

Anche sul fronte ambientale i segnali sono inequivocabili. Nel 2025 la temperatura media globale ha superato di 1,43 gradi i livelli preindustriali e, secondo il Planetary Health Check 2026, sette dei nove confini planetari risultano oltrepassati. Accelerare la riduzione delle emissioni, diminuire la dipendenza dai combustibili fossili e investire nell’adattamento climatico e nel ripristino degli ecosistemi sono politiche, dunque, ancora più cruciali, che vanno messe in pratica ora.

Questo scenario, tuttavia, non significa che l’Agenda 2030 abbia perso la propria rilevanza. I progressi compiuti nell’accesso all’elettricità e a internet, nella prevenzione di alcune malattie e nella diffusione della protezione sociale dimostrano che gli investimenti e la cooperazione internazionale possono produrre risultati. Il problema, però, è l’inadeguatezza degli interventi rispetto alla portata delle sfide.

L’Europa rallenta e perde terreno sugli SDGs

Anche l’Unione europea mostra segnali di indebolimento. Nonostante il patrimonio normativo e gli impegni assunti sullo sviluppo sostenibile, nel 2024 peggiorano sette dei 17 Obiettivi analizzati dall’ASviS: povertà, salute, istruzione, disuguaglianze, vita sott’acqua, pace e istituzioni e partnership. Rispetto alla media europea, l’Italia presenta un quadro disomogeneo, ma nel complesso preoccupante: su alcuni aspetti ottiene risultati relativamente migliori degli altri Paesi membri, mentre su altri accumula ritardi significativi.

Il Rapporto sottolinea inoltre la contraddizione tra il sostegno formale delle istituzioni europee all’Agenda 2030 e alcune decisioni concrete. Le priorità attuali – difesa, sicurezza energetica, competitività, stabilità di bilancio – rischiano di sottrarre risorse agli interventi necessari per la transizione ecologica e la coesione sociale.

La questione riguarda anche il futuro bilancio pluriennale dell’Unione per il periodo 2028-2034, perché le risorse dovranno rispondere contemporaneamente alle esigenze di difesa, innovazione digitale, transizione ecologica e coesione territoriale. E il pericolo è che, con scelte poco oculate, la transizione rallenti ancora di più.

Italia: il 58% degli Obiettivi non sarà raggiunto

Il nostro Paese non se la passa tanto meglio dell’Ue. Tra il 2024 e il 2025 peggiorano sei dei 17 Goal analizzati, dieci rimangono sostanzialmente stabili e soltanto quello relativo al lavoro registra un miglioramento apprezzabile. Nel periodo 2010-2025, invece, cinque indici compositi relativi agli SDGs peggiorano (povertà, acqua, disuguaglianze, vita sulla terra, pace e istituzioni), per altri cinque (fame, salute, imprese e innovazione, città sostenibili, partnership) i progressi sono pressoché nulli. Miglioramenti limitati si rilevano per cinque Obiettivi – istruzione, parità di genere, energia, lavoro, azione climatica – mentre solo due Goal, economia circolare e vita sott’acqua, registrano un miglioramento significativo.

Il dato più netto riguarda gli obiettivi quantitativi: dei 38 Target esaminati, soltanto 11, pari al 29%, sono raggiungibili o significativamente avvicinabili entro il 2030. Altri cinque presentano andamenti discordanti, mentre 22 (il 58%) non saranno raggiunti se continueranno le tendenze attuali. Le criticità riguardano soprattutto la dimensione sociale, ma colpiscono anche gestione delle risorse naturali, transizione energetica e disuguaglianze territoriali.

Come abbiamo detto, questi dati rappresentano difficoltà concrete. Tra le emergenze più evidenti c’è la povertà assoluta, che nel 2025 coinvolge oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% della popolazione. Di queste, 1,1 milioni sono minori.

L’istruzione mostra invece un quadro contraddittorio. L’abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2%, sotto la soglia-obiettivo del 9%, ma questo risultato non coincide automaticamente con il possesso delle competenze necessarie. Persistono infatti evidenti difficoltà nell’apprendimento della lettura e della matematica, mentre la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni si ferma al 31,1%, lontana dal 45% previsto per il 2030.

Sul lavoro si registrano progressi, che però non cancellano le disparità. Il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni è pari al 58%, contro una media europea del 71,3%. I divari nei carichi di cura, la diffusione del part-time involontario e la carenza di servizi per l’infanzia continuano a limitare l’autonomia economica delle donne.

Anche la transizione energetica procede troppo lentamente: nel 2025 le rinnovabili rappresentano il 20,5% dei consumi finali italiani, meno della metà dell’obiettivo europeo del 42,5% fissato per il 2030. In molti casi, evidenzia l’ASviS, le norme e le strategie esistono già, ma non riescono a tradursi in risultati per la mancanza di risorse, personale e capacità amministrativa. Quindi, cosa fare?

La prossima legislatura deve cambiare metodo

Per Giovannini, i dati non possono essere interpretati come un invito alla rassegnazione. “C’è sempre un’alternativa”, scrive, contestando l’idea che le politiche attuali siano l’unica risposta possibile alle difficoltà economiche e geopolitiche. In particolare in una congiuntura politica che, come ricordato, sarà cruciale per orientare il futuro del Paese.

Ma i cambiamenti possono avvenire già da ora. Il primo passo consiste nel definire urgentemente una Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile (SNSvS) capace di orientare e coordinare le politiche settoriali, comprese quelle economiche e finanziarie. La nuova Strategia, da rivedere entro la fine del 2026, dovrebbe diventare il riferimento per il programma della prossima legislatura e per la programmazione di bilancio.

L’Alleanza propone inoltre di dotare l’Italia di una governance anticipante, in grado di utilizzare sistematicamente la previsione strategica e l’analisi di scenari alternativi nelle decisioni pubbliche.

In questa prospettiva si inseriscono anche la Valutazione d’Impatto Generazionale e la Valutazione d’Impatto di Genere, introdotte dalla legge n. 167 del 2025, per rendere esplicite le conseguenze delle nuove norme sulle giovani generazioni e su quelle future ed evitare che le politiche producano squilibri di genere.

Le proposte dell’ASviS riguardano anche il rilancio degli investimenti (superando la falsa contrapposizione tra competitività e sostenibilità), il contrasto alla povertà, il rafforzamento della sanità pubblica, l’equità educativa, la qualità del lavoro e l’accelerazione della transizione energetica.

La posta in gioco è alta e va oltre la scadenza dell’Agenda 2030. L’ASviS ha lanciato le sue proposte. Ora sta al governo, partiti, istituzioni, accoglierle e renderle parte del dibattito pubblico presente e futuro.

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