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	<title>Tommaso Tautonico, Autore presso ASviS</title>
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	<description>Agenzia Italiana per lo Sviluppo Sostenibile</description>
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	<title>Tommaso Tautonico, Autore presso ASviS</title>
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		<title>Clima, il 35% dell’impronta Ue nasce fuori dai suoi confini</title>
		<link>https://asvis.it/clima-il-35-dellimpronta-ue-nasce-fuori-dai-suoi-confini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 09:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal13]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il trasferimento tecnologico rappresenta un collo di bottiglia per il nostro Paese, nonostante il primato nelle pubblicazioni scientifiche. Servono investimenti sul capitale umano e nel mercato. Lo dimostra lo studio Teha. 06/10/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per <strong>misurare l’impronta climatica</strong> dell’Europa, guardare soltanto a ciò che viene emesso dentro i suoi confini non basta. Bisogna seguire a ritroso i beni che arrivano sul mercato europeo e risalire ai luoghi in cui vengono prodotti. È lì che si genera una parte consistente delle <strong>emissioni legate ai consumi</strong> dell’Unione. A mostrarlo è il <a href="https://emissions.netzerotrade.org/?sel=EU27">Traded Emissions Tracker</a>, sviluppato dalla <strong>European Climate Foundation</strong> (Ecf) insieme alla società di consulenza climatica Matière. Secondo l’analisi, circa il 35% dell’impronta di <strong>gas serra</strong> associata ai consumi dell’Unione europea deriva dalle emissioni generate all’estero per produrre beni e servizi destinati al mercato europeo. Un <a href="https://www.focsiv.it/piu-cooperazione-o-piu-dazi-per-ridurre-le-emissioni-importate/">dato ripreso anche da Focsiv</a>, che lo inserisce nel dibattito sulla <strong>giustizia climatica</strong> e sulla distribuzione delle responsabilità tra Paesi produttori e consumatori.</p>
<h3><strong>Da dove nasce quel 35%</strong></h3>
<p>Più di un quinto delle emissioni globali di gas serra è legato al <strong>commercio internazionale</strong>: molti beni vengono prodotti, e quindi generano emissioni, in Paesi diversi da quelli in cui saranno poi consumati. L’analisi, che prende in considerazione 45 grandi economie, mostra che le emissioni associate agli scambi con Paesi terzi sono cresciute più rapidamente di quelle globali complessive. Nel 2023, all’interno dell’Ue, escludendo il commercio tra gli Stati membri, in Irlanda, Svezia, Austria, Cipro, Malta e Spagna le <strong>importazioni rappresentavano oltre il 40% dell’impronta climatica</strong> nazionale. In altre parole, un Paese può ridurre le emissioni delle proprie industrie e contemporaneamente continuare a consumare beni prodotti altrove con processi produttivi più inquinanti.</p>
<h3><strong>Seguendo le emissioni si arriva in Cina</strong></h3>
<p>Tra i principali Paesi produttori da cui partono i beni destinati al mercato europeo c’è la Cina. Nel rapporto tra Bruxelles e Pechino che Ecf e Matière individuano uno dei maggiori margini di intervento perché un maggiore <strong>allineamento degli standard climatici tra Ue e Cina</strong> potrebbe avere effetti su scambi responsabili di circa il 7% delle emissioni mondiali e di quasi un terzo di quelle legate al commercio internazionale. Invece di intervenire soltanto sulle merci quando arrivano alle frontiere europee, l’Ue potrebbe collaborare con i Paesi produttori per rendere meno emissivi i processi con cui quelle merci vengono realizzate.</p>
<p>È qui che Focsiv richiama il tema della <strong>giustizia climatica</strong>. Se una parte delle emissioni prodotte nei Paesi esportatori serve a soddisfare la domanda delle economie più ricche, attribuire la <strong>responsabilità climatica</strong> soltanto al luogo in cui i gas serra vengono fisicamente emessi restituisce un’immagine falsata.</p>
<h3><strong>Riportare le fabbriche in Europa non basta</strong></h3>
<p>Una prima risposta a questo problema, è stata cercata proprio là dove le merci entrano nell’Unione. Il <strong>Carbon border adjustment mechanism</strong> (Cbam) attribuisce un prezzo alle emissioni incorporate in alcune categorie di prodotti importati, con l’obiettivo di evitare che gli sforzi climatici europei siano indeboliti da produzioni più inquinanti realizzate altrove. Un’altra strada potrebbe essere riportare in Europa una parte delle produzioni. Ma anche questa soluzione nasconde un’insidia. Se una fabbrica viene trasferita nell’Ue senza <strong>rendere meno emissivo il processo produttivo</strong>, le emissioni cambiano semplicemente indirizzo. Entrano nel bilancio europeo, ma non diminuiscono nell’atmosfera. Per questo Ecf e Matière indicano nella <strong>cooperazione internazionale</strong> una delle strade con il maggiore potenziale.</p>
<h3><strong>Quando i consumi entrano nella politica climatica</strong></h3>
<p>Finora gli obiettivi nazionali si sono concentrati soprattutto sulle emissioni prodotte all’interno dei confini. Nessun Paese ha ancora fissato formalmente un <strong>obiettivo di riduzione delle emissioni importate</strong>, anche se Francia, Danimarca e Paesi Bassi hanno iniziato a muoversi in questa direzione. Il 35% evidenziato dal Traded Emissions Tracker mostra però quanto sia difficile separare la transizione europea dalle catene produttive globali. Più le economie sono integrate, più la decarbonizzazione dipenderà anche da come vengono prodotti i beni che attraversano le frontiere.</p>
<p><a href="https://emissions.netzerotrade.org/?sel=EU27">Esplora il Traded Emissions Tracker</a></p>
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		<title>Scuole italiane, la geografia delle opportunità divide ancora il Paese</title>
		<link>https://asvis.it/scuole-italiane-la-geografia-delle-opportunita-divide-ancora-il-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#goal4]]></category>
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		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26esimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente fotografa la situazione scolastica di 7188 edifici. Sicurezza ed efficienza migliorano lentamente. Tra Nord e Mezzogiorno la distanza riguarda anche le opportunità offerte. 29/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La scuola che frequenta un bambino in Italia dipende ancora molto dal luogo in cui vive. Può entrare ogni mattina in un <strong>edificio dotato delle principali certificazioni di sicurezza</strong>, fermarsi a mensa, frequentare il tempo pieno e utilizzare la palestra anche dopo le lezioni. Oppure può studiare in una struttura che necessita di lavori urgenti, dove la mensa non c’è e le attività pomeridiane sono più difficili da organizzare. A separare queste due esperienze è soprattutto il <strong>territorio in cui si vive</strong>, che continua a incidere sulla qualità degli edifici, dei servizi e delle opportunità educative offerte agli studenti. È la fotografia restituita dalla <a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/09/Ecosistema-Scuola-2026-XXVI-Rapporto.pdf">26esima edizione di Ecosistema Scuola</a>, il rapporto di <strong>Legambiente</strong> sulla qualità degli edifici e dei servizi scolastici in Italia. L’indagine, basata sui dati raccolti nel 2025 presso 96 amministrazioni comunali, monitora 7.188 edifici di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, frequentati da oltre 1,27 milioni di studenti. Un osservatorio che, dopo 26 anni, consente di <strong>leggere non soltanto quanto siano sicure e sostenibili le scuole italiane</strong>, ma anche quanto velocemente, e soprattutto dove, stiano cambiando.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_13_.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Stessa scuola, due Italie</strong></h3>
<p>Basta entrare nei <strong>dati sulla sicurezza</strong> per capire quanto il percorso sia ancora lungo. Poco più della metà degli edifici monitorati dispone del <strong>certificato di agibilità</strong> (53,5%) e di quello di prevenzione incendi (56%), mentre il collaudo statico riguarda meno di una scuola su due. Dietro le medie nazionali, però, si aprono distanze molto più profonde: il certificato di agibilità è presente nel 71,9% degli edifici del Nord, contro il 31,6% del Sud e appena il 25,5% delle Isole. Negli ultimi cinque anni oltre la <strong>metà degli edifici ha beneficiato di interventi straordinari</strong>, ma quasi uno su tre necessita ancora di lavori urgenti. Al Nord riguarda il 24,7% delle scuole monitorate; nelle Isole la quota sale al 54,2%. Più del doppio.</p>
<h3><strong>Dove servono più lavori si spende meno</strong></h3>
<p>Proprio nei territori dove si concentra il maggior numero di edifici bisognosi di interventi urgenti, la spesa per la <strong>manutenzione straordinaria</strong> è più bassa: nel Nord vengono spesi in media 54.709 euro per edificio, al Sud appena 4.527. Anche la messa in sicurezza procede lentamente: il 35% degli edifici monitorati si trova in Comuni delle zone sismiche 1 e 2, ma gli interventi di adeguamento o miglioramento realizzati nell’ultimo quinquennio hanno interessato appena il 4% del patrimonio.</p>
<h3><strong>La transizione energetica procede a velocità diverse</strong></h3>
<p>Anche <strong>sul fronte energetico i progressi restano parziali</strong>. L’85,4% delle amministrazioni dichiara interventi di efficientamento negli ultimi cinque anni, ma questi hanno interessato solo il 19,4% degli edifici. E <strong>il patrimonio resta fortemente energivoro</strong>: il 67,5% degli edifici classificati si trova nelle fasce E, F e G. Nella classe peggiore, la G, ricade il 21,5% delle scuole al Nord, contro il 59,1% al Sud e l’83,3% nelle Isole.</p>
<p><img decoding="async" style="display: block;margin-left: auto;margin-right: auto" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_9_.jpg" alt="" width="90%" /></p>
<h3><strong>Duemila ore di distanza</strong></h3>
<p>Quando si supera la porta dell’edificio e si guarda ciò che la scuola riesce concretamente a offrire, le percentuali acquistano un significato diverso. Perché una scuola non è soltanto il luogo nel quale si tengono le lezioni: <strong>mensa, tempo pieno, palestre e servizi di trasporto possono allargare o restringere le opportunità</strong> quotidiane di bambini e ragazzi. Al Nord la mensa è presente nell’88,9% delle scuole monitorate. Nelle Isole la percentuale precipita al 26,8%. Una distanza che si riflette sul tempo pieno, presente in oltre quattro edifici su 10 al Nord e in poco più di uno su 10 nelle Isole. Tradotta nella vita scolastica di un bambino, la differenza diventa enorme. Secondo Legambiente, alla fine della primaria gli studenti delle Isole possono aver ricevuto oltre <strong>2mila ore di formazione in meno</strong>. Una distanza particolarmente significativa in territori che presentano ancora livelli di dispersione scolastica fra i più alti del Paese.</p>
<h3><strong>La prova del Pnrr deve ancora arrivare</strong></h3>
<p>Su questa Italia scolastica a più velocità si è innestato il Pnrr, il più grande investimento pubblico mai realizzato nel Paese sull’edilizia scolastica: quasi 10 mila interventi e circa <strong>14 miliardi di euro mobilitati</strong>, con almeno il 40% delle risorse destinate al Mezzogiorno. Ora che il Piano entra nella fase conclusiva, la questione è capire quanto questi investimenti riusciranno a tradursi in scuole migliori e minori divari. Per Legambiente, il dopo-Pnrr dovrà poggiare su cinque direttrici: rendere pubblica e trasparente l’<strong>Anagrafe dell’edilizia scolastica</strong>, consolidare l’Osservatorio nazionale, varare un <strong>piano per scuole sicure e resilienti al clima</strong>, rafforzare la governance territoriale attraverso i <strong>patti educativi di comunità</strong> e aprire maggiormente gli edifici scolastici ai territori anche oltre l’orario delle lezioni.</p>
<p><a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/09/Ecosistema-Scuola-2026-XXVI-Rapporto.pdf">Leggi il Rapporto</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Copertina: <a href="https://unsplash.com/it/foto/unaula-con-banchi-e-una-grande-finestra-onR0kBj-y0c" target="_blank" rel="noopener">Unsplash</a></em></p>
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		<title>Con l’AI c’è il rischio di una sanità a due velocità</title>
		<link>https://asvis.it/con-lai-ce-il-rischio-di-una-sanita-a-due-velocita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 09:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’intelligenza artificiale può ampliare i divari tra ospedali, aumentare i costi e indebolire il giudizio clinico. Per l’Oms servono controlli continui e sistemi sanitari capaci anche di rinunciare agli algoritmi. 18/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un ospedale può permettersi un algoritmo, ma può permettersi anche di controllarlo per anni, aggiornare i dati, formare medici e infermieri, verificarne gli errori e, se necessario, smettere di utilizzarlo? È da questa domanda che potrebbe passare una <strong>nuova forma di disuguaglianza sanitaria</strong>: non più soltanto tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso, ma tra chi possiede le risorse per governarle e chi no. È una delle chiavi di lettura che emerge dal nuovo “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Report of the knowledge community on responsible artificial intelligence in health: from promise to practice</a>” dell’Ufficio regionale per l’Europa <strong>dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)</strong>, che raccoglie il confronto avvenuto nell’arco di cinque settimane tra professionisti della salute, ricercatori, esperti di intelligenza artificiale, decisori pubblici e specialisti di regolamentazione.</p>
<h3><strong>Un nuovo divario tra gli ospedali</strong></h3>
<p>L’<strong>innovazione</strong> tende a concentrarsi negli ospedali e nei territori che dispongono già di <strong>infrastrutture digitali</strong>, dati e competenze, mentre quelli con meno risorse rischiano di perdere terreno. La disuguaglianza può crescere anche quando l’algoritmo funziona correttamente: un modello validato in un grande ospedale può non adattarsi all’assistenza primaria, alle zone rurali o a strutture meno attrezzate. Il rischio è quindi <strong>ampliare divari già esistenti</strong>. Anche medici e infermieri sono spesso destinatari di strumenti progettati per loro anziché con loro: senza un reale coinvolgimento, aumenta il rischio di introdurre sistemi poco adatti al lavoro quotidiano e alla sicurezza delle cure.</p>
<h3><strong>Comprare un algoritmo è solo l’inizio</strong></h3>
<p>C’è poi un secondo elemento che può allargare le distanze tra i sistemi sanitari: il <strong>costo dell’intelligenza artificiale </strong>non coincide solo con il suo prezzo d’acquisto. Una volta introdotto un sistema, servono risorse per la gestione e la qualità dei dati, gli aggiornamenti, la cybersecurity, le verifiche periodiche e la formazione di chi dovrà utilizzarlo. Per le strutture con infrastrutture digitali o competenze limitate, questi costi possono diventare insostenibili. Il Rapporto mette poi in discussione l’idea dell’<strong>AI come scorciatoia verso una sanità meno costosa</strong>. Molte applicazioni promettenti riescono a funzionare durante la fase pilota, quando dispongono di finanziamenti e risorse dedicate, ma faticano a diventare parte della pratica ordinaria. Il conto continua anche quando l’algoritmo non funziona come previsto. Nella valutazione economica, sostengono i partecipanti, dovrebbe essere considerato l’intero ciclo di vita della tecnologia, compreso il costo della sua eventuale de-implementazione.</p>
<h3><strong>Se il medico smette di mettere in dubbio la macchina</strong></h3>
<p>Il Rapporto individua anche un rischio meno immediato: fidarsi troppo di un algoritmo che funziona bene. È il cosiddetto <strong>automation bias</strong>, la tendenza ad affidarsi alle indicazioni prodotte da un sistema automatizzato anche quando esistono elementi che suggeriscono una valutazione diversa. La Knowledge Community considera il <strong>fidarsi troppo dell’AI</strong> e l’erosione del giudizio clinico, rischi importanti quanto gli errori prodotti dai modelli stessi. Se un professionista deve essere in grado di contraddire l’algoritmo, deve avere competenze, tempo e autorità per farlo. Il paradosso è che il problema diventa più difficile proprio quando l’AI si dimostra affidabile. Più frequentemente un sistema fornisce indicazioni corrette, più diventa importante preservare la capacità dei professionisti di valutarle criticamente.</p>
<h3><strong>Quando spegnere l’algoritmo</strong></h3>
<p>C’è infine una capacità che potrebbe misurare la maturità di un sistema sanitario: saper <strong>rinunciare all’intelligenza artificiale</strong>. Il Rapporto ricorda che buone prestazioni tecniche non garantiscono utilità clinica e che, in alcuni casi, la scelta responsabile può essere non utilizzare l’AI. Anche un algoritmo efficace può subire il cosiddetto <strong>model drift</strong>: con il cambiamento dei dati e delle pratiche cliniche, le sue prestazioni possono deteriorarsi. Per questo servono controlli continui anche dopo l’introduzione nella pratica clinica. Da qui la conclusione più netta del Rapporto: il rischio non è adottare l’AI troppo lentamente, ma farlo più velocemente di quanto i sistemi sanitari siano capaci di governarla. Servono responsabilità chiare, dati di qualità e interoperabili, controlli nel tempo, competenze del personale e partecipazione di pazienti e professionisti. La corsa all’AI potrebbe quindi non ridurre le distanze, ma <strong>favorire i sistemi sanitari che dispongono già delle risorse </strong>necessarie per utilizzarla. La vera frontiera dell’innovazione potrebbe non essere avere più algoritmi, ma sistemi capaci di decidere quali usare, come controllarli e quando farne a meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/55e63b87-b94f-4037-8db9-ba31ce781625/content">Leggi il Rapporto</a></p>
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		<item>
		<title>Clima, cresce l’allarme degli italiani: dai blackout al carovita</title>
		<link>https://asvis.it/clima-cresce-lallarme-degli-italiani-dai-blackout-al-carovita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:14:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’82% considera il riscaldamento globale una minaccia seria per l’umanità. Il Radar SWG fotografa timori crescenti per gli eventi estremi e una richiesta di interventi concreti rivolta soprattutto a governi e imprese. 17/09/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un blackout che colpisce il quartiere a causa dell’eccessiva richiesta di energia, l’auto o la casa danneggiata a causa di una grandinata estrema, una strada resa impraticabile per la pioggia eccessiva. Sempre più spesso gli <strong>italiani</strong> pensano alla <strong>crisi climatica</strong> non come scenari lontani, ma come conseguenze capaci di entrare direttamente nella vita quotidiana. È il cambiamento fotografato dall’ultimo <a href="https://www.swg.it/pa/attachment/6a9fc9ed148f3/Radar_Radar%20SWG,%2031%20agosto%20-%206%20settembre%202026.pdf">Radar SWG</a>: dopo un’altra estate segnata dal <strong>caldo estremo</strong>, il clima viene percepito non soltanto come una questione ambientale, ma come un <strong>rischio per la sicurezza</strong>, le infrastrutture e, sempre più, per l’economia familiare e pubblica.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Radar_clima.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<h3><strong>Otto italiani su 10 vedono crescere gli eventi estremi</strong></h3>
<p>Dietro questa sensazione ci sono numeri molto netti: l’82% degli italiani considera il <strong>riscaldamento globale una minaccia seria</strong> per l’umanità, nove punti percentuali in più rispetto all’inizio dell’anno, mentre l’81% ritiene che negli ultimi cinque anni gli eventi climatici estremi siano aumentati. Ma il dato più interessante riguarda il modo in cui viene interpretato quello che sta accadendo: il 59% pensa che questi fenomeni siano il risultato del cambiamento climatico indotto dall’uomo e possano peggiorare se non si interverrà con decisione. Il 21% riconosce la stessa origine antropica, ma ritiene ormai <strong>troppo tardi per tornare indietro</strong>. Solo un italiano su cinque li considera parte dei “normali cicli climatici”.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/Radar_clima2.jpg" alt="" width="80%" /></p>
<h3><strong>La paura prende la forma di un blackout</strong></h3>
<p>Quando SWG chiede di guardare ai prossimi 2 anni, la crisi climatica assume una dimensione più concreta. La prima preoccupazione non riguarda un generico peggioramento dell’ambiente, ma la possibilità che un evento estremo provochi <strong>blackout energetici</strong> nella propria zona: lo teme il 74% degli intervistati. Seguono i danni alla casa o all’auto (71%) e quelli a strade, ponti ed edifici (68%). Per il 58% entra in gioco persino l’incolumità propria o delle persone care. E la geografia conta: nel Sud e nelle Isole alcune di queste paure risultano ancora più diffuse.</p>
<h3><strong>Dalla casa al portafoglio</strong></h3>
<p>Per il 54% degli intervistati gli <strong>eventi meteorologici estremi</strong> provocheranno un aumento della spesa pubblica necessaria per emergenze e ricostruzioni; il 48% si aspetta un aumento dei costi dei beni primari e dei servizi e il 46% pensa che saremo costretti a modificare alcune abitudini di vita e di lavoro. C’è poi una preoccupazione che allarga lo sguardo: quattro italiani su 10 temono una <strong>crescita delle disuguaglianze sociali</strong>, tra chi potrà permettersi condizioni di vita più sicure e chi non ne avrà la possibilità. Su questo sfondo emerge una richiesta precisa di responsabilità: il 74% ritiene che <strong>gli sforzi principali per sostenibilità e ambiente debbano essere compiuti da governi e imprese</strong> più che dai singoli cittadini, mentre l’80% sostiene che senza l’impegno dei Paesi più popolosi sarà difficile cambiare la situazione.</p>
<p><strong><a href="https://www.swg.it/pa/attachment/6a9fc9ed148f3/Radar_Radar%20SWG,%2031%20agosto%20-%206%20settembre%202026.pdf">Leggi il sondaggio Radar SWG</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/clima-cresce-lallarme-degli-italiani-dai-blackout-al-carovita/">Clima, cresce l’allarme degli italiani: dai blackout al carovita</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Abusi sui minori: il rischio nei social, nelle chat e tra persone conosciute</title>
		<link>https://asvis.it/abusi-sui-minori-il-rischio-nei-social-nelle-chat-e-tra-persone-conosciute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#NewsAderente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Unicef stima 20 milioni di vittime tra i 12 e i 17 anni in 21 Paesi. Oltre quattro casi su 10 non vengono raccontati a nessuno. Tra chi subisce abusi aumentano ansia, autolesionismo e pensieri suicidi. 11/09/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/abusi-sui-minori-il-rischio-nei-social-nelle-chat-e-tra-persone-conosciute/">Abusi sui minori: il rischio nei social, nelle chat e tra persone conosciute</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Può essere una richiesta di amicizia, una fotografia arrivata senza essere stata chiesta, una conversazione che lentamente cambia tono. Oppure una persona di cui ci si fida che comincia a chiedere qualcosa in più. È in questa <strong>quotidianità digitale</strong> che milioni di adolescenti incontrano una <strong>forma di violenza</strong> che spesso, almeno all’inizio, faticano a riconoscere. Secondo <a href="https://www.unicef.org/innocenti/media/13431/file/UNICEF-Innocenti-Through-Children&apos;s-Eyes-report-2026.pdf">through children&#8217;s eyes: how digital technologies enable child sexual abuse</a>, il nuovo Rapporto dell’<strong>Unicef</strong> basato sul progetto di ricerca “Disrupting harm”, in un anno, circa 20 milioni di ragazzi tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet, nei 21 Paesi studiati, hanno subito almeno una forma di <strong>sfruttamento o abuso sessuale</strong> facilitato dalla tecnologia. Una media di quasi uno su cinque. Meno dell’1% dei casi è arrivato alla polizia o ai servizi sociali, mentre oltre quattro su 10 non sono stati raccontati a nessuno.</p>
<p style="text-align: center"><strong><sup>Percentuale di bambini vittime di sfruttamento e abuso sessuale minorile </sup></strong></p>
<p style="text-align: center"><strong><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_12_.jpg" alt="" width="70%" /></strong></p>
<p><strong>Dai social alle immagini create con l’intelligenza artificiale</strong></p>
<p>Le dimensioni cambiano a seconda della forma assunta dall’abuso. In un anno, secondo le stime dell’Unicef, 15 milioni di ragazzi e ragazze sono stati esposti a <strong>contenuti sessuali indesiderati</strong>, nove milioni hanno ricevuto richieste di conversazioni sessuali o immagini contro la propria volontà. Quattro milioni di adolescenti hanno subito la diffusione non consensuale di immagini sessuali che li ritraevano. Quasi il 60% degli episodi rilevati è avvenuto sui <strong>social media</strong> e il 14% nei videogiochi online. A tutto questo si aggiunge l’intelligenza artificiale. Il Rapporto stima che, in un solo anno, più di 1,1 milioni di ragazzi hanno ricevuto <strong>immagini o video sessuali generati artificialmente</strong> che li raffiguravano. Le testimonianze raccolte mostrano come fotografie reali possano essere manipolate e trasformate in contenuti sessuali senza il consenso della persona ritratta, con conseguenze che l’Unicef considera gravi e durature. Ma il Rapporto mette in discussione uno degli stereotipi più radicati sulla sicurezza online: quello dello sconosciuto che cerca vittime in rete. Nel 57% dei casi <strong>l&#8217;autore dell’abuso è già conosciuto dalla vittima</strong>, per esempio un amico, un familiare o un partner; nel 38% il primo incontro è invece avvenuto online. In nove dei Paesi analizzati, più di un caso su quattro coinvolge come autore dell’abuso un altro minorenne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il silenzio è parte del problema<br />
</strong><br />
Più di <strong>quattro episodi su 10 non vengono raccontati</strong> a nessuno. Quando i ragazzi decidono di parlarne, la persona scelta più frequentemente è un amico, nel 23% dei casi, seguita da un fratello, una sorella o dalla madre. La ragione più comune del silenzio è elementare: non sapere a chi rivolgersi o con chi parlarne. Nei Paesi esaminati, i ragazzi che hanno subito queste forme di abuso risultano quattro volte più propensi a riportare pensieri e comportamenti suicidari e quattro volte più propensi all&#8217;autolesionismo, oltre a presentare <strong>livelli di ansia</strong> superiori di circa 11 punti percentuali rispetto ai coetanei. Il Report sottolinea che si tratta di associazioni statistiche, ma evidenzia come gli effetti possano estendersi alla scuola, alle relazioni e alla vita quotidiana.</p>
<p style="text-align: center"><strong><sup>I motivi delle mancate segnalazioni</sup></strong></p>
<p style="text-align: center"><strong><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_2_8_.jpg" alt="" width="70%" /></strong></p>
<p><strong>La sicurezza non può essere lasciata ai giovani</strong></p>
<p>Da qui la conclusione dell’Unicef: chiedere ai ragazzi e alle ragazze di stare semplicemente più attenti non basta. Bloccare un profilo o abbandonare una piattaforma sono strategie che molti giovani già utilizzano, ma la loro <strong>capacità di difendersi non può sostituire sistemi di protezione efficaci</strong>. E limitare semplicemente l’accesso ad alcuni siti rischia di spostare il problema altrove e di aumentare le ragioni per nasconderlo. Il Rapporto chiama quindi direttamente in causa aziende tecnologiche, governi, scuole, famiglie e servizi pubblici. Alle piattaforme chiede privacy attiva per impostazione predefinita per i minorenni, limiti ai contatti indesiderati da parte degli adulti, sistemi di raccomandazione che non espongano i ragazzi a potenziali autori di abusi e strumenti capaci di individuare anche i contenuti generati dall’AI. Ai governi chiede invece regole aggiornate per affrontare fenomeni come il “<strong>grooming</strong>”, cioè l’adescamento e la manipolazione progressiva di un minore a fini sessuali, l’estorsione sessuale e i materiali di abuso prodotto artificialmente. Per l’Unicef, tecnologie, norme e piattaforme possono essere riprogettate: dalla capacità di farlo dipende la possibilità per milioni di giovani di vivere gli spazi digitali senza che quegli stessi strumenti vengano usati contro di loro.</p>
<p><strong><a href="https://www.unicef.org/innocenti/media/13431/file/UNICEF-Innocenti-Through-Children&apos;s-Eyes-report-2026.pdf">Scarica il Rapporto</a></strong></p>
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		<title>Intelligenza artificiale e sostenibilità: la mappa dei rischi che non vediamo</title>
		<link>https://asvis.it/intelligenza-artificiale-e-sostenibilita-la-mappa-dei-rischi-che-non-vediamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 09:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#agenda2030]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre 700mila post mettono l’AI alla prova dei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030. Il 74% delle conversazioni riguarda industria, istituzioni e parità di genere, ai margini povertà, fame, acqua e clima. 9/9/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando pensiamo ai <strong>rischi dell’intelligenza artificiale</strong>, la mappa che abbiamo in testa è piuttosto affollata. Ci sono <strong>algoritmi</strong> che possono sostituire lavoratori, sistemi che raccolgono enormi quantità di dati, software capaci di discriminare, strumenti che producono immagini e notizie false. Ma basta allargare lo sguardo perché la mappa cambi. L’intelligenza artificiale incrocia anche alcune delle grandi sfide dello <strong>sviluppo sostenibile</strong>, dalla povertà alla fame, dall’acqua al clima. Eppure questi temi sembrano rimanere ai margini del dibattito. A provare a disegnare la mappa di questi temi è uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666683926001197">studio pubblicato sulla rivista Geography and Sustainability</a> da Navid Mohammadi, Mehrdad Maghsoudi e Mohammadreza Bakhtiari, che ha messo l’intelligenza artificiale davanti ai <strong>17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030</strong>. Non per stabilire se l’AI sia sostenibile oppure no, ma per rispondere a una domanda diversa: quando le persone discutono, quali <strong>dimensioni della sostenibilità</strong> riescono a vedere e quali rimangono fuori dall’inquadratura?</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/fig_1_11_.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<h3><strong>Una mappa costruita dalle conversazioni</strong></h3>
<p>Per scoprirlo, i ricercatori hanno analizzato oltre <strong>700 mila post</strong> pubblicati su X tra il 2022 e il 2025, attraversando gli anni dell’esplosione dell’AI generativa. Grazie a sistemi di elaborazione del linguaggio naturale, i ricercatori hanno poi analizzato il contenuto dei post per capire a quale dei <strong>17 Obiettivi dell’Agenda 2030</strong> fossero riconducibili le preoccupazioni espresse. Una discussione sulla perdita di posti di lavoro, per esempio, poteva essere collegata agli Obiettivi su lavoro e innovazione; una sull’uso dell’AI nella sorveglianza a quello su giustizia e istituzioni; una sui consumi energetici agli Obiettivi ambientali. Lo studio <strong>non misura l’impatto reale dell’AI sulla sostenibilità</strong>, ma mostra quali connessioni con l’Agenda 2030 emergono nel dibattito online e, soprattutto, quali rimangono invisibili.</p>
<h3><strong>Industria, regole e discriminazioni dominano il dibattito</strong></h3>
<p>Più della metà dei contenuti classificati, il 52,8%, converge su un solo Obiettivo: l’SDG 9, dedicato a <strong>industria, innovazione e infrastrutture</strong>. Qui si concentrano automazione, trasformazione dell’economia digitale e modernizzazione delle infrastrutture, ma anche i timori per la perdita di posti di lavoro e l’accesso diseguale alle tecnologie. A grande distanza c’è l’SDG 16, dedicato a <strong>pace, giustizia e istituzioni solide</strong>, con l’11,8%: l’AI appare sia come possibile strumento contro la disinformazione sia come fonte di rischi legati a sorveglianza, privacy e governance. Il 9,4% riguarda invece la <strong>parità di genere</strong>, soprattutto per i bias degli algoritmi e la sotto rappresentazione delle donne nello sviluppo dell’AI. Insieme, questi tre Obiettivi raccolgono il 74% delle conversazioni classificate. Nelle aree intermedie emerge invece la doppia faccia della tecnologia. Nella salute <strong>l’AI può migliorare diagnosi e telemedicina</strong>, ma solleva problemi di privacy e sicurezza dei dati; nell’istruzione può personalizzare l’apprendimento, ma anche creare nuove disuguaglianze. Energia pulita e città sostenibili restano relativamente marginali, nonostante le applicazioni per reti elettriche, efficienza energetica e pianificazione urbana.</p>
<h3><strong>Ai margini della mappa: fame, povertà, acqua e clima</strong></h3>
<p>La <strong>lotta alla povertà</strong> rappresenta appena l’1% dei contenuti. La <strong>fame</strong> scende allo 0,3%, la stessa quota di <strong>acqua pulita e servizi igienico-sanitari</strong>. L’azione per il clima raggiunge soltanto l’1,4%, mentre la <strong>protezione degli oceani</strong> si ferma allo 0,9% e quella degli ecosistemi terrestri allo 0,8%. Percentuali molto basse, nonostante proprio in questi ambiti esistano applicazioni che vanno dall’agricoltura di precisione agli strumenti di inclusione finanziaria, fino al monitoraggio di acqua, foreste e biodiversità. Secondo gli autori, queste possibilità sono meno visibili anche perché spesso <strong>operano lontano dall’esperienza quotidiana</strong> degli utenti dei social, mentre fame e povertà colpiscono maggiormente popolazioni meno rappresentate sulle piattaforme digitali.</p>
<h3><strong>Il rischio di investire soltanto in ciò che vediamo</strong></h3>
<p>Se l’attenzione pubblica contribuisce a orientare ricerca, finanziamenti e priorità politiche, le applicazioni più visibili possono continuare ad attirare risorse, mentre quelle rivolte ai problemi meno presenti nella conversazione rischiano di rimanere indietro. Per questo gli autori invitano a interpretare questi silenzi come vuoti di consapevolezza e non come segnali di scarsa importanza. Senza interventi mirati, lo sviluppo dell’AI potrebbe finire per <strong>rafforzare squilibri già esistenti</strong> nelle priorità dello sviluppo globale. Per colmare questi vuoti, i ricercatori coinvolti nello studio indicano, tra le possibili soluzioni, piattaforme di microfinanza basate sull’AI, strumenti di <strong>agricoltura di precisione </strong>e sistemi satellitari per monitorare gli ecosistemi. Nei settori già molto discussi, invece, la priorità diventa governare meglio la tecnologia attraverso trasparenza, controllo dei bias e regole etiche.</p>
<p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666683926001197">Leggi la ricerca</a></p>
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		<title>826 milioni di persone vivono con meno di tre dollari al giorno</title>
		<link>https://asvis.it/826-milioni-di-persone-vivono-con-meno-di-tre-dollari-al-giorno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 08:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal1]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 1990 la povertà estrema è scesa dal 43% al 10% della popolazione mondiale, ma la tendenza rischia di essere invertita. Mentre i più poveri avanzano a fatica, diminuiscono le risorse disponibili per sostenerli. 07/09/26</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per oltre trent&#8217;anni il mondo ha potuto raccontare una delle più grandi storie di <strong>progresso sociale</strong> dell&#8217;epoca contemporanea. Nel 1990 il 43% della popolazione mondiale viveva in condizioni di povertà estrema. Oggi quella quota è scesa al 10%. Paesi come Cina, India, Indonesia e Brasile sono arrivati al 4% o meno e in oltre 100 economie l&#8217;incidenza è ormai inferiore all&#8217;1%. Questo successo, però, apre una domanda: ha ancora senso <strong>misurare la povertà mondiale</strong> attraverso una soglia tanto bassa? La Banca mondiale, <a href="https://blogs.worldbank.org/en/opendata/why-an-extreme-poverty-line-is-still-needed">in un&#8217;analisi pubblicata ad agosto</a>, risponde di sì.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/poverta_estrema.png" alt="" width="70%" /><br />
<strong><sup>Fig.1 % di popolazione vicina alla soglia di povertà</sup></strong></p>
<h3>Cosa significa tre dollari al giorno</h3>
<p>La soglia internazionale della povertà estrema è attualmente fissata a tre dollari al giorno per persona, ed è alla base anche del primo target del <strong>Goal 1 dell&#8217;Agenda 2030</strong>, che punta a <strong>eliminare la povertà estrema</strong>. Negli ultimi anni alcuni studiosi hanno proposto di abbandonare questo riferimento o di affiancargli soglie più elevate. Ma cosa significa tre dollari al giorno? La Banca mondiale prova a tradurre la soglia, espressa a prezzi 2021 e a parità di potere d&#8217;acquisto, in valori più vicini a quelli attuali. Per una famiglia di sei persone, dimensione tipica dei nuclei che vivono in povertà estrema, nel 2026 equivale a circa 675 dollari di consumi al mese, ovvero 8.100 dollari l&#8217;anno. In termini di reddito, secondo gli autori, si tratta di circa 810 dollari al mese, poco meno di 10 mila dollari l&#8217;anno.<br />
Da questa prospettiva, l&#8217;idea che la <strong>lotta alla povertà</strong> sia ormai arrivata all&#8217; <em>“ultimo miglio”</em> assume un significato diverso. Perché quell&#8217;ultimo miglio è ancora affollatissimo: sotto la soglia vivono 826 milioni di persone, più della popolazione dell&#8217;Unione europea e degli Stati Uniti messe insieme. Ma c&#8217;è un problema ulteriore: <strong>i Paesi più poveri stanno avanzando molto lentamente</strong>. Se questa tendenza dovesse continuare, nel prossimo decennio il numero delle persone in povertà estrema potrebbe tornare ad aumentare.</p>
<h3>Il mondo avanza, ma gli ultimi sono quasi fermi</h3>
<p>Quando guardiamo a chi è rimasto indietro, la statistica diventa politica: se alziamo l&#8217;asticella con cui misuriamo la povertà globale, verso chi spostiamo lo sguardo? Soglie più elevate permetterebbero di rappresentare altre <strong>forme di vulnerabilità economica</strong>, ma secondo gli autori rischierebbero anche di allontanare l&#8217;attenzione dalle persone con meno risorse in assoluto. Nell&#8217;ultimo decennio il 10% più povero della popolazione mondiale ha visto i propri redditi crescere appena dello 0,1% all&#8217;anno, contro circa il 2% per chi si trova nella parte centrale della distribuzione globale. Il mondo continua ad avanzare, ma chi parte più indietro oggi si muove più lentamente. E mentre i più poveri avanzano a fatica, <strong>diminuiscono anche le risorse disponibili</strong> per sostenerli. Secondo i dati preliminari dell&#8217;Ocse, nel 2025 l&#8217;Aiuto pubblico allo sviluppo è sceso a 174,3 miliardi di dollari, il 23,1% in meno rispetto all&#8217;anno precedente. Gli aiuti bilaterali ai Paesi meno sviluppati sono diminuiti del 25,8% e quelli destinati all&#8217;Africa subsahariana del 26,3%.</p>
<h3>Uscire dalla povertà estrema non significa uscire dalla povertà</h3>
<p>Perché mantenere la soglia dei tre dollari? La Banca mondiale ricorda che non nasce da una cifra scelta arbitrariamente, ma dalle soglie nazionali adottate dai Paesi più poveri, spesso costruite a partire dal <strong>costo necessario a soddisfare bisogni essenziali</strong> come alimentazione e abitazione. Spostarla troppo significherebbe perdere il legame con cui la povertà viene definita nelle società che sperimentano le privazioni più profonde. Questo non significa che tre dollari al giorno possano raccontare tutte le dimensioni della povertà. Servono anche soglie più elevate, indicatori relativi e misure non monetarie. <strong>Uscire dalla povertà estrema non significa automaticamente uscire dalla povertà</strong>. Dopo decenni di progressi straordinari, l&#8217;ultimo tratto della lotta alla povertà potrebbe essere il più difficile. La soglia dei tre dollari non dice dove dovrebbe fermarsi l&#8217;ambizione dell&#8217;Agenda 2030. Dice piuttosto da dove non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo.</p>
<p><a href="https://blogs.worldbank.org/en/opendata/why-an-extreme-poverty-line-is-still-needed">Leggi l’analisi della Banca Mondiale</a></p>
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		<title>Giovani, per otto italiani su dieci le opportunità migliori sono all’estero</title>
		<link>https://asvis.it/giovani-per-otto-italiani-su-dieci-le-opportunita-migliori-sono-allestero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 14:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo ASviS]]></category>
		<category><![CDATA[#giovani]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto di Fondazione RiES registra un nuovo aumento delle disuguaglianze. Il Patto generazionale del Cnel lega lavoro, welfare e partecipazione e chiede politiche costruite e valutate con i giovani. 26/08/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="d-box-info">
<div class="d-box d-box-datapubb">
<p>Se a un adulto italiano si domanda dove un giovane possa trovare le <strong>opportunità migliori per costruire il proprio futuro</strong>, la risposta sembra essere sempre più spesso: fuori dal Paese. È il dato che racconta meglio di altri il rapporto dell’Italia con le nuove generazioni. Secondo l’<strong><a href="https://resources.ipsos.com/rs/297-CXJ-795/images/Education-Monitor-2026.pdf?version=0">Education Monitor 2026</a></strong> di <strong>Ipsos</strong>, il 79% degli intervistati in Italia ritiene che i giovani avrebbero maggiori opportunità trasferendosi all’estero. Tra i 31 Paesi analizzati, soltanto Indonesia e Sudafrica registrano percentuali superiori.</p>
<p>Non è soltanto una fotografia della <strong>mobilità internazionale</strong> o della cosiddetta fuga dei cervelli. Dietro quel numero il Rapporto fa emergere una frattura importante: la <strong>fiducia</strong> nella capacità di una società di offrire alle nuove generazioni prospettive migliori di quelle ricevute dai propri genitori. In molte economie emergenti, soprattutto asiatiche e latinoamericane, prevale l’ottimismo; in diverse economie occidentali mature cresce invece la sensazione che le giovani e i giovani possano avere davanti a sé una vita più difficile. Inflazione, accesso alla casa e riduzione degli standard di vita contribuiscono, secondo Ipsos, ad alimentare questa distanza.</p>
<p><strong><sup><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ipsos_1.jpg" alt="" width="70%" /></sup></strong></p>
<p style="text-align: center"><sup>Fig.1 Percentuale di chi ritiene che i giovani avranno una vita migliore rispetto ai propri genitori</sup></p>
<h2><strong>L’Italia, i giovani e l’economia</strong></h2>
<p>Il 36% degli intervistati considera la <strong>situazione economica del Paese </strong>una delle principali sfide affrontate oggi dai giovani, una quota che colloca l’Italia tra le nazioni nelle quali questa preoccupazione è più diffusa. Ipsos individua una relazione importante: nei Paesi dove l’economia viene percepita maggiormente come un <strong>ostacolo per le nuove generazioni</strong> è generalmente più diffusa anche l&#8217;idea che le occasioni migliori si trovino oltreconfine.</p>
<p>Ma il disagio generazionale non è soltanto economico. A livello globale la <strong>salute mentale</strong> rimane la principale preoccupazione associata ai giovani, indicata dal 33% degli intervistati e delle intervistate. Seguono l’economia del proprio Paese (31%), gli effetti dei social media e delle tecnologie come l’intelligenza artificiale (30%), povertà e disuguaglianze (29%) e disponibilità e costo delle abitazioni (25%). Quasi una persona su due, il 48%, considera inoltre scarsa la salute mentale dei giovani nel proprio Paese. Rispetto all’anno precedente sono aumentate soprattutto le preoccupazioni per l’economia, salite di sette punti percentuali, ma anche quelle per la casa (+6 punti) e per gli effetti dei social media (+5).</p>
<p>È in questo scenario che cambia anche il rapporto con la tecnologia. Il 73% degli intervistati nei 31 Paesi sostiene il <strong>divieto di utilizzo dei social media</strong> per i minori di 14 anni, e dal 2024 il consenso verso restrizioni di questo tipo è cresciuto quasi ovunque. L’Italia registra un aumento di otto punti percentuali. Ma la diffidenza verso i social non coincide con un rifiuto indiscriminato della tecnologia: <strong>soltanto il 39% pensa che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere vietata nelle scuole</strong>. Ipsos legge questa distanza come il segnale di un atteggiamento più selettivo: proteggere i ragazzi e le ragazze dalle tecnologie percepite come dannose, senza rinunciare a quelle che possono contribuire all’apprendimento.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/ipsos_2.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p style="text-align: center"><sup>Fig.2 Divieto di utilizzo dei social media</sup></p>
<h3>L’università resiste come strada verso il futuro</h3>
<p>In mezzo all’incertezza, una delle istituzioni che continua a conservare un ruolo centrale è l’università. In 29 dei 31 Paesi analizzati le persone sono più propense a <strong>consigliare a un giovane di frequentare prima l’università</strong> anziché entrare direttamente nel mercato del lavoro. Solo Germania e Gran Bretagna fanno eccezione. L’Italia si colloca nettamente dalla parte dell’istruzione universitaria, con un saldo di 41 punti percentuali tra chi consiglierebbe prima gli studi e chi suggerirebbe invece l’ingresso immediato nel mondo del lavoro.</p>
<p>Il valore attribuito al titolo di studio, però, non cancella i dubbi sulla capacità dei sistemi educativi di preparare davvero alle <strong>trasformazioni che attendono i ragazzi e le ragazze</strong>. In media, appena il 44% ritiene che i programmi scolastici preparino adeguatamente gli studenti e le studentesse alle professioni del futuro, mentre il 49% non è d’accordo. Curiosamente, chi vive più da vicino la scuola è più fiducioso: tra i genitori con figli in età scolastica la quota positiva sale al 52%, contro il 40% di chi non ha figli a scuola.</p>
<h3>L’<em>optimism gap</em></h3>
<p>Salute mentale, casa, economia, istruzione, tecnologia e mobilità internazionale sembrano questioni separate, ma raccontano tutte la stessa domanda: quanto crediamo ancora che <strong>chi viene dopo di noi possa vivere meglio</strong>? Ipsos parla di un vero e proprio <em>optimism gap</em> tra economie emergenti e mature.</p>
<p>Il Rapporto colloca l’<strong>Italia</strong>, insieme a Francia, Germania, Belgio e Giappone, <strong>nella parte più pessimista</strong>, molto lontana da Paesi come India e Malaysia. Per il nostro Paese, quel 79% convinto che le opportunità migliori possano trovarsi all’estero diventa qualcosa di più di un dato sulla disponibilità a emigrare. È una <strong>misura indiretta della fiducia nel futuro</strong>. E suggerisce che la sfida non sia soltanto preparare meglio i giovani e le giovani alla scuola, al lavoro o alle nuove tecnologie, ma costruire condizioni economiche e sociali capaci di convincerli che il progresso sia ancora possibile anche restando nel proprio Paese. Come osserva Ipsos nelle conclusioni del Rapporto, la fiducia delle nuove generazioni non può essere data per scontata: deve essere costruita attraverso sistemi educativi, mercati del lavoro e società capaci di offrire ragioni credibili per credere nella possibilità di migliorare la propria condizione.</p>
<p><strong><a href="https://resources.ipsos.com/rs/297-CXJ-795/images/Education-Monitor-2026.pdf?version=0">Scarica l’Education Monitor dell’Ipsos</a></strong></p>
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		<item>
		<title>Fondo sociale europeo: il 60% degli investimenti passa dalle città</title>
		<link>https://asvis.it/fondo-sociale-europeo-il-60-degli-investimenti-passa-dalle-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 15:09:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
		<category><![CDATA[#goal10]]></category>
		<category><![CDATA[#goal11]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Patto di Barcellona ai progetti per persone con disabilità, migranti e comunità rom: per Eurocities le città sono il luogo dove investire e il laboratorio in cui l'Europa sociale prende forma. 24/08/26</p>
<p>L'articolo <a href="https://asvis.it/fondo-sociale-europeo-il-60-degli-investimenti-passa-dalle-citta/">Fondo sociale europeo: il 60% degli investimenti passa dalle città</a> proviene da <a href="https://asvis.it">ASviS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le città europee sono attraversate da <strong>confini invisibili</strong> che dividono i quartieri. Bastano poche fermate di autobus perché cambino il tasso di occupazione, la qualità dei servizi, le opportunità educative, la presenza di spazi pubblici e il <strong>rischio di povertà</strong>. È da questa convinzione che parte l&#8217;appello di <strong>Eurocities</strong>, la rete delle principali città europee, rivolto alle istituzioni dell&#8217;Unione: mantenere robusto il <strong>Fondo sociale europeo Plus</strong> (<strong>FSE+</strong>), affinché <a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2020/12/EUROCITIES-policy-paper-Social-Europe-Sept-2020.pdf">continui a finanziare inclusione sociale, occupazione e servizi di prossimità</a>. Una richiesta basata su un dato spesso poco conosciuto: <strong>le città sono destinatarie di oltre il</strong> <strong>60% degli investimenti pubblici</strong> in infrastrutture e servizi sociali. Secondo Eurocities, se le amministrazioni locali rappresentano il principale investitore sociale pubblico in Europa, dovrebbero avere anche un ruolo centrale nella progettazione delle politiche europee.</p>
<h3>I Comuni in prima linea</h3>
<p>Per capire cosa significa concretamente <strong>investire nel sociale</strong> basta guardare a quanto accaduto durante la <strong>pandemia</strong>. Mentre aumentavano disoccupazione, povertà e isolamento, molte città europee hanno ampliato i servizi sanitari territoriali, organizzato la consegna di alimenti alle famiglie più fragili e agli anziani soli, aperto strutture temporanee per le persone senza dimora e per le donne vittime di violenza, distribuito computer e tablet agli studenti privi di strumenti digitali e avviato corsi di riqualificazione professionale per aiutare chi aveva perso il lavoro a trovare nuove opportunità nei settori che continuavano ad assumere, come sanità e istruzione. A Barcellona, ad esempio, la ripartenza è stata costruita attraverso il <strong>Pact for Barcelona</strong>, un accordo che ha coinvolto amministrazione comunale, imprese, università, organizzazioni sociali e cittadini per <strong>definire insieme le priorità economiche e sociali della città</strong> dopo l&#8217;emergenza. Barcellona dimostra quanto gli investimenti possono rendere le comunità più resilienti.</p>
<h3>L&#8217;inclusione si costruisce un quartiere alla volta</h3>
<p>La stessa logica emerge dal <a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2021/02/Euroities-report_A-new-decade-of-making-cities-disability-inclusive.pdf">Rapporto dedicato alle politiche per la disabilità</a>. Le città non si limitano a erogare servizi, ma sperimentano <strong>nuovi modelli di partecipazione</strong>. A <strong>Utrecht</strong>, il piano cittadino per l&#8217;inclusione è stato progettato coinvolgendo direttamente oltre cento persone con disabilità, associazioni e funzionari pubblici, seguendo il principio <em>Nothing about us without us</em>: nessuna decisione sulle persone con disabilità viene presa senza il loro coinvolgimento. A <strong>Vienna</strong>, invece, gli utenti dei servizi sociali eleggono un organismo consultivo che dialoga stabilmente con l&#8217;amministrazione sulle politiche dedicate all&#8217;inclusione. Durante la pandemia, città come <strong>Milano</strong>, <strong>Göteborg</strong> e <strong>Lipsia</strong> hanno adattato informazioni sanitarie e servizi pubblici per renderli <strong>accessibili anche alle persone con disabilità</strong>. Anche sul fronte dell&#8217;occupazione le esperienze raccolte da Eurocities mostrano approcci innovativi. <strong>Berlino</strong> ha sviluppato imprese dedicate all&#8217;inserimento lavorativo delle persone con disabilità come ponte verso il mercato del lavoro ordinario, mentre <strong>Bologna</strong> ha investito nella formazione dei dirigenti comunali e nell&#8217;accompagnamento dei dipendenti con disabilità per rendere gli ambienti di lavoro più inclusivi.</p>
<h3>Povertà, non esistono soluzioni uguali per tutti</h3>
<p>È il documento dedicato all&#8217;<a href="https://eurocities.eu/wp-content/uploads/2020/08/Eurocities-Contribution-to-post-2020-Roma-framework.pdf">inclusione delle comunità rom</a> a spiegare meglio perché le città chiedono un ruolo più forte nella <strong>futura politica sociale europea</strong>. Secondo Eurocities, molte strategie elaborate a livello nazionale hanno prodotto risultati limitati proprio perché non tenevano conto delle profonde differenze esistenti tra un territorio e l&#8217;altro. Le <strong>esigenze di una famiglia rom</strong> che vive in una periferia di una grande città dell&#8217;Europa occidentale possono essere molto diverse da quelle di una comunità presente in un&#8217;altra area urbana. Per questo le amministrazioni locali chiedono di poter costruire interventi integrati che mettano insieme casa, scuola, lavoro, salute e servizi sociali, adattandoli alle caratteristiche dei singoli quartieri invece di applicare modelli standard. Lo stesso approccio, osserva la rete, vale anche per migranti, rifugiati, anziani, giovani a rischio di esclusione e persone con disabilità: le vulnerabilità cambiano da città a città e richiedono risposte costruite insieme alle comunità locali.</p>
<h3>Sostegno all&#8217;Europa sociale</h3>
<p>Da queste esperienze nasce la richiesta di <strong>preservare il ruolo del FSE+ nella prossima programmazione</strong> europea. Le città chiedono che continui a sostenere i percorsi di inserimento lavorativo, il contrasto alla povertà, la formazione, l&#8217;inclusione delle persone con disabilità, l&#8217;integrazione di migranti e rifugiati, i servizi per l&#8217;infanzia e il supporto alle persone più vulnerabili, garantendo al tempo stesso un accesso più diretto e flessibile alle risorse europee. Per Eurocities, se l&#8217;obiettivo è <strong>ridurre le disuguaglianze e rafforzare la coesione sociale</strong>, le città non possono essere considerate soltanto i luoghi dove le politiche vengono attuate. Sono il luogo dove quelle politiche vengono messe alla prova ogni giorno. Se più del 60% degli investimenti pubblici in infrastrutture e servizi sociali passa dalle amministrazioni locali, è da lì che dovrebbe partire il futuro dell&#8217;Europa sociale.</p>
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		<title>La mobilità elettrica frena il petrolio: fino a 40 milioni di barili in meno all’anno</title>
		<link>https://asvis.it/la-mobilita-elettrica-frena-il-petrolio-fino-a-40-milioni-di-barili-in-meno-allanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Tautonico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 15:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[FATTO]]></category>
		<category><![CDATA[#ASviS_Altre_News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo Libro Bianco di Motus-E delinea due scenari al 2035. Al centro non c'è solo la diffusione dei veicoli elettrici, ma la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e la competitività industriale. 30/07/26</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che una crisi internazionale fa <strong>impennare il prezzo del petrolio</strong>, l&#8217;Italia riscopre una delle sue principali fragilità: <strong>la forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili</strong>. È una vulnerabilità che pesa sulle famiglie, sulle imprese e sull&#8217;intero sistema economico. Per questo il futuro della <strong>mobilità elettrica</strong> non riguarda più soltanto il modo in cui ci sposteremo, ma il ruolo che i trasporti potranno avere nella sicurezza energetica, nella competitività industriale e nella transizione ecologica del Paese. È questa la prospettiva con cui <strong>Motus-E</strong> presenta la seconda edizione del <a href="https://www.motus-e.org/wp-content/uploads/2026/06/Motus-E-Libro-Bianco-2026-web.pdf">“Libro Bianco sulla mobilità elettrica”</a>, un Rapporto che raccoglie dati, analisi e scenari per leggere la trasformazione del settore oltre il dibattito sulle <strong>automobili elettriche</strong>. Il documento descrive infatti una transizione che coinvolge energia, industria, infrastrutture e innovazione, mostrando come il veicolo elettrico stia diventando uno degli elementi di un sistema molto più ampio, destinato a intrecciarsi con lo <strong>sviluppo delle reti elettriche</strong>, delle batterie e delle <strong>fonti rinnovabili</strong>.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/1.jpg" alt="" width="50%" /></p>
<p><strong>Il 2035 non è già scritto</strong></p>
<p>Il rapporto costruisce due possibili traiettorie che dipendono dalle decisioni politiche, dagli investimenti e dall&#8217;evoluzione del mercato nei prossimi anni. Nel quadro definito “conservativo”, che ipotizza il mantenimento dell&#8217;attuale impianto normativo, l&#8217;assenza di nuovi incentivi strutturali per i veicoli leggeri e un utilizzo solo parziale delle risorse disponibili per le infrastrutture di ricarica, nel 2035 l&#8217;Italia arriverebbe a circa 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibridi plug-in, sostenuti da quasi 133 mila punti di ricarica pubblici.</p>
<p>Una seconda ipotesi, più ambiziosa, considera invece politiche di sostegno continuative, una maggiore <strong>elettrificazione delle flotte aziendali</strong>, investimenti più consistenti nella rete di ricarica e un impiego delle risorse europee per accelerare la transizione. In questo scenario il parco circolante raggiungerebbe 6,8 milioni di veicoli elettrici e 2,4 milioni di plug-in, mentre i punti di ricarica pubblici supererebbero quota 164 mila. La differenza tra i due scenari non misura soltanto la velocità con cui cambierà il mercato automobilistico, ma soprattutto la capacità del Paese di trasformare una rivoluzione tecnologica in una <strong>leva di sviluppo economico</strong>.</p>
<p><img decoding="async" src="https://asvis.it/wp-content/uploads/public/asvis2/images/2026/2.jpg" alt="" width="70%" /></p>
<p><strong>L&#8217;indipendenza energetica</strong></p>
<p>Il dato più importante non riguarda il numero di auto elettriche che circoleranno sulle strade italiane, ma riguarda il petrolio. Secondo le stime elaborate da Motus-E, anche nello scenario più prudente la <strong>domanda aggiuntiva di elettricità</strong> necessaria per la ricarica dei veicoli rimarrebbe compatibile con il sistema elettrico nazionale e contribuirebbe a sostenere la crescita della produzione da fonti rinnovabili. L&#8217;effetto più significativo sarebbe però la <strong>riduzione delle importazioni di greggio</strong>: entro il 2035 l&#8217;Italia potrebbe evitare il consumo di 34,6-41,5 milioni di barili di petrolio all&#8217;anno, con un risparmio economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro.</p>
<p>In un contesto segnato dall&#8217;instabilità geopolitica e dalla volatilità dei mercati energetici, il Rapporto invita a leggere la mobilità elettrica come uno <strong>strumento di politica energetica</strong> oltre che climatica. Una visione condivisa anche dal presidente di Motus-E, <strong>Fabio Pressi</strong>, che richiama la necessità di utilizzare in modo strategico i 14 miliardi di euro messi a disposizione dall&#8217;Unione europea per rafforzare la sicurezza energetica, elettrificare i consumi e <strong>ridurre la dipendenza dai combustibili fossili</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una trasformazione che va oltre l&#8217;automobile</strong></p>
<p>Il Report evidenzia anche come la transizione sia già entrata in una nuova fase. L&#8217;offerta di modelli elettrici continua ad ampliarsi, i <strong>costi delle batterie sono diminuiti</strong> sensibilmente nell&#8217;ultimo decennio e le infrastrutture di ricarica stanno crescendo con continuità. Parallelamente, il mercato non riguarda più soltanto le automobili private: coinvolge il trasporto commerciale, le flotte aziendali, la logistica, il trasporto pubblico e, sempre più, l&#8217;integrazione tra veicoli e rete elettrica.</p>
<p>Resta però aperta la questione decisiva: gli scenari delineati dal Libro bianco dipendono dalla capacità di <strong>accompagnare la transizione con politiche industriali</strong> stabili, investimenti nelle infrastrutture di ricarica, strumenti di sostegno alla domanda e un quadro normativo coerente. È su queste variabili che si giocherà la possibilità di colmare il ritardo che ancora separa l&#8217;Italia da altri grandi mercati europei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.motus-e.org/wp-content/uploads/2026/06/Motus-E-Libro-Bianco-2026-web.pdf">Scarica il Libro bianco sulla mobilità</a></p>
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