I social ci rendono infelici? La fotografia emotiva del mondo secondo Gallup
3 Novembre 2026
Trascorrere più tempo sui social network non significa necessariamente essere meno felici. E utilizzarli poco non garantisce un maggiore benessere. È uno dei risultati più sorprendenti dello State of the World’s Emotional Health 2026, il rapporto realizzato da Gallup in collaborazione con il World Health Summit, che mette in discussione alcune convinzioni diffuse sul rapporto tra vita digitale e salute emotiva. L’indagine, condotta in 97 Paesi tra persone dai 15 anni in su, racconta un mondo in cui le connessioni digitali sono ormai parte della quotidianità, ma il loro rapporto con le emozioni è tutt’altro che scontato. Una mediana dell’81% degli intervistati dichiara di aver utilizzato i social nell’ultima settimana, percentuale che raggiunge il 95% tra i 15 e i 29 anni. Eppure, dietro questi numeri si nasconde una questione più complessa: quanto del nostro benessere dipende realmente da ciò che facciamo online e quanto, invece, dalle condizioni in cui viviamo?
Più tempo online significa meno felicità?
La risposta di Gallup è meno immediata di quanto si potrebbe pensare. Chi trascorre sui social tra 30 minuti e meno di due ore al giorno presenta, su diversi indicatori, un benessere emotivo relativamente migliore rispetto a chi li utilizza pochissimo o per molte ore. Gli utilizzatori più intensivi, quelli che superano le due ore quotidiane, riferiscono più frequentemente rabbia, tristezza, solitudine e preoccupazione. Ma anche chi usa poco o per nulla queste piattaforme tende a riportare meno esperienze positive e una valutazione meno favorevole della propria vita. Le differenze, peraltro, cambiano da un Paese all’altro: nelle economie ad alto reddito un utilizzo intenso si associa a una minore soddisfazione per la propria esistenza, mentre altrove questa relazione non emerge con la stessa evidenza. Non si tratta, avvertono i ricercatori, di dimostrare che i social rendano felici o infelici. L’indagine individua associazioni, non rapporti di causa ed effetto, e non misura che cosa le persone facciano effettivamente sulle piattaforme. Il tempo trascorso davanti a uno schermo, insomma, racconta soltanto una parte della storia.
Un mondo che continua a convivere con lo stress
Per comprendere il resto bisogna allargare lo sguardo. Da vent’anni Gallup chiede alle persone di raccontare le emozioni vissute durante il giorno precedente, costruendo una fotografia del benessere che va oltre il reddito e le condizioni materiali. I dati globali più recenti, riferiti al 2025, mostrano che il 38% degli intervistati ha provato preoccupazione per buona parte della giornata e il 36% stress, mentre il 26% ha sperimentato tristezza. Sono percentuali rimaste sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente, ma sensibilmente superiori a quelle di vent’anni fa. Dal 2006 la preoccupazione e la tristezza sono aumentate di otto punti percentuali, lo stress di sette. Eppure, nello stesso periodo, molte emozioni positive hanno resistito: la frequenza con cui le persone dichiarano di aver sorriso o riso è rimasta pressoché invariata, mentre è cresciuta la quota di chi afferma di aver imparato o fatto qualcosa di interessante. È un’apparente contraddizione che rivela qualcosa di importante: sofferenza e benessere non sono necessariamente condizioni che si escludono. Si può attraversare un periodo difficile e continuare a trovare momenti di gioia, curiosità o vicinanza agli altri.
L’Afghanistan, dove la fine della guerra non ha cancellato la sofferenza
C’è un Paese in cui questa convivenza tra emozioni assume un significato particolarmente profondo. È l’Afghanistan, dove Gallup è tornata a intervistare la popolazione nel 2026, dopo tre anni di assenza. Qui la fine della guerra non ha coinciso con la fine della crisi. Il 62% degli intervistati dichiara di aver provato preoccupazione durante buona parte del giorno precedente, il 56% stress e il 44% tristezza. Soltanto un afgano su quattro riferisce di aver vissuto momenti di piacere o di aver sorriso e riso. Sono dati che raccontano quanto le conseguenze di una crisi prolungata possano continuare a pesare sulla vita quotidiana, anche quando il conflitto armato è terminato. Ma mostrano anche che le emozioni positive, pur diventando meno frequenti, non scompaiono del tutto.
Per il Rapporto la salute emotiva non dipende soltanto dalle abitudini individuali, digitali o meno, ma anche dalla sicurezza, dalle relazioni sociali, dalle opportunità e dalla stabilità delle comunità. Per questo, comprendere come stanno le persone significa guardare oltre gli indicatori economici e sanitari tradizionali, riconoscendo il benessere emotivo come una dimensione essenziale della qualità della vita. La domanda iniziale, allora, cambia prospettiva: non basta chiedersi quanto tempo trascorriamo sui social, ma anche quali condizioni ci permettano, ogni giorno, di vivere meglio.