Disuguaglianze, l’Onu avverte: rinviare gli investimenti sociali costa fino al 12% del Pil

6 Novembre 2026

Il costo delle disuguaglianze non si misura soltanto nelle opportunità perdute da chi resta indietro. Si misura anche nella ricchezza che un Paese non riuscirà a produrre. E più a lungo si aspetta per intervenire, più alto rischia di diventare il conto. È uno dei risultati più significativi del World Social Report 2026 – The New Economics of Social Inclusion: Making Transformations Work for All, pubblicato dal Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite (UN Desa). Il Rapporto affronta una contraddizione destinata a segnare i prossimi decenni: mentre l’intelligenza artificiale modifica il lavoro e la transizione energetica ridisegna interi settori industriali, milioni di persone non dispongono ancora degli strumenti necessari per partecipare a questi cambiamenti. Nel 2025, il 58% degli occupati nel mondo lavorava nell’economia informale, spesso senza adeguate tutele, mentre il 26% della popolazione mondiale non utilizzava Internet. Due indicatori che raccontano quanto sia diseguale la possibilità di beneficiare delle trasformazioni in corso.

Dieci anni di ritardo, un conto più salato

Per misurare il costo dell’inazione, il Report confronta due scenari: nel primo, gli investimenti nella protezione sociale cominciano nel 2025; nel secondo, vengono rinviati al 2035. Secondo una simulazione riportata dalle Nazioni Unite, basata su studi condotti in otto Paesi, investire nella protezione sociale a partire dal 2025 potrebbe generare entro il 2045 benefici economici cumulati equivalenti al 22,2% del Pil iniziale. Rinviare gli interventi di dieci anni ridurrebbe questo beneficio al 10,3%. Una differenza di quasi dodici punti percentuali, che evidenzia il costo economico potenziale dell’inazione. Non si tratta di una previsione sull’andamento del Pil mondiale, ma di una stima dei benefici a cui si potrebbe rinunciare. Il risultato mette però in discussione l’idea che la protezione sociale sia soprattutto una spesa da sostenere quando le condizioni economiche lo consentono. Una persona che perde il lavoro senza disporre di alcun sostegno rischia di interrompere la propria formazione e allontanarsi dal mercato occupazionale. Con adeguate tutele e opportunità di riqualificazione, può invece affrontare il cambiamento e tornare a contribuire all’economia. Moltiplicata per milioni di persone, questa differenza può incidere sulla produttività e sulla crescita.

La tecnologia avanza, ma non tutti partono dallo stesso punto

La sfida diventa ancora più evidente con l’intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie possono migliorare l’accesso all’istruzione e alla sanità, aumentare la produttività e creare nuove professioni. Ma chi non dispone di connessione, competenze e possibilità di aggiornarsi rischia di restare ulteriormente indietro. Una dinamica simile riguarda la transizione energetica. Le rinnovabili possono generare occupazione e migliorare l’accesso all’elettricità, ma le comunità dipendenti dai combustibili fossili rischiano di perdere posti di lavoro senza riuscire a intercettare quelli delle nuove filiere. Anche i costi delle politiche climatiche, se non accompagnati da misure adeguate, possono pesare maggiormente sulle famiglie più vulnerabili. Non basta dunque chiedersi quanta ricchezza verrà prodotta o quanti nuovi posti di lavoro nasceranno, occorre capire chi potrà accedere a queste opportunità. L’analisi di 168 Paesi, condotta da UN Desa sul periodo 2000-2024, conferma che crescita economica e inclusione sociale non procedono necessariamente insieme. Paesi con livelli di reddito comparabili possono ottenere risultati molto differenti nella distribuzione delle opportunità. A fare la differenza sono anche le politiche pubbliche e la qualità delle istituzioni.

L’inclusione non può aspettare la crescita

Da questa constatazione nasce la proposta di una New Economics of Social Inclusion, una nuova economia dell’inclusione sociale. L’idea è superare un approccio che considera le politiche sociali soltanto strumenti per correggere gli squilibri della crescita, integrandole invece fin dall’inizio nelle strategie di sviluppo. Significa investire nella formazione continua, estendere le tutele ai lavoratori informali, rendere accessibili le infrastrutture digitali ed energetiche e accompagnare le persone nei cambiamenti del mercato del lavoro. Il Rapporto cita, tra gli esempi, l’Uruguay, che ha ampliato la protezione sociale ai lavoratori autonomi, informali e a basso reddito. Ma molti Paesi che avrebbero maggiore bisogno di questi interventi sono anche quelli con minori risorse disponibili. Debito, difficoltà di finanziamento e tensioni geopolitiche rendono quindi indispensabile rafforzare la cooperazione internazionale. Il rischio è che la distanza tra le economie non dipenda soltanto dalla velocità con cui adotteranno nuove tecnologie, ma anche dalla possibilità di sostenere i costi sociali del cambiamento.

Leggi il World Social Report 2026

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