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Gli indicatori Bes nel nuovo Def: “progressi non uniformi, molto resta da fare”

Il documento previsionale varato dal governo analizza l’andamento dei 12 indicatori del benessere approvati dal Parlamento e proietta al 2021 le prime quattro serie sperimentali annunciate un anno fa. Un quadro utile ma con molti interrogativi.

Il Documento di economia e finanza (Def 2018) approvato giovedì 26 dal Consiglio dei ministri fa il punto sulla situazione a legislazione vigente, ma non può pronunciarsi sugli interventi futuri, in mancanza di un nuovo governo e di un accordo programmatico che determini la linea di politica economica. Per quanto riguarda gli indicatori del benessere (Bes, da Benessere equo e sostenibile), il documento contiene comunque importanti novità perché presenta un quadro al 2017 delle 12 serie statistiche scelte da Governo e Parlamento per valutare l’impatto delle politiche, ma avanza anche una proiezione per fino al 2021 dei primi quattro indicatori che erano stati scelti sperimentalmente nel Def 2017.

Il quadro che ne emerge è fatto di luci e ombre. Nel Programma nazionale di riforma, terzo volume del Def, si afferma che

Nel complesso, si evince come la crisi abbia intaccato il benessere dei cittadini, in particolare accentuando le disuguaglianze e aggravando il fenomeno della povertà assoluta, soprattutto fra i giovani. È tuttavia già in corso un recupero dei redditi e dell’occupazione; si attenuano fenomeni di esclusione sociale quali la mancata partecipazione al mercato del lavoro e l’abbandono scolastico precoce; migliorano alcuni indicatori di efficienza del settore pubblico, quali la durata dei processi civili. Molto resta da fare, i progressi non sono uniformi, ma esiste una base su cui proseguire ed allargare lo sforzo di miglioramento del benessere, dell’equità e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale. L’inserimento dell’analisi del benessere nei documenti programmatici è funzionale a una maggiore attenzione dei decisori politici e dell’opinione pubblica verso questi temi così rilevanti per i cittadini.

L’allegato specifico dedicato al Bes esamina l’andamento dei 12 indicatori fino all’anno scorso. In estrema sintesi:

  1. Reddito medio disponibile aggiustato procapite: ponendo il valore del 2006 uguale a 100, l’indicatore in termini reali è sceso a 91, ma con una graduale ripresa dal 2013 /14, quando era pari a 88.
  2. Indice di diseguaglianza del reddito disponibile: il rapporto tra il 20% della popolazione con il più alto reddito e il 20% con il più basso dal 2005 al 2017 è passato da 5,4 a 6,4 mostrando, “per tutti gli anni della serie, una disuguaglianza superiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro e al Nord. Il Nord mostra un profilo piuttosto stabile negli anni, mentre al Centro e al Sud si osserva una maggiore variabilità e una tendenza all’aumento.
  3. Indice di povertà assoluta. “Dal 2007 il tasso di povertà assoluta ha registrato una tendenza al rialzo, che ha rallentato soltanto tra 2013 e 2014”. Secondo la stima provvisoria del 2017 l’8,3% della popolazione si trova in questa condizione. Il Sud ha il tasso più elevato (9,8% nel 2016), ma è significativa la crescita della povertà nell’Italia centrale, che nel 2016 ha superato il tasso del Nord.
  4. Speranza di vita in buona salute alla nascita. Dopo un progressivo aumento fino al 2012, l’indicatore ha avuto un andamento altalenante, rimanendo in sostanza sul valore di 58,5 anni. C’è sistematicamente una disparità a favore dei maschi di circa 1,2 anni, perché la statistica ci dice che le donne vivono più a lungo, ma si ammalano prima. Il Mezzogiorno presenta valori costantemente inferiori, ma in miglioramento, mentre il Centro è l’unica area che ha peggiorato i suoi standard, con una riduzione da 58,8 anni nel 2015 a 58,3 anni nel 2016.
  5. Eccesso di peso. Circa il 45% della popolazione italiana oltre i 18 anni è in sovrappeso o obesa e va peggio nel Mezzogiorno. Il problema affligge più i maschi delle femmine, ma dopo un miglioramento nel decennio 2005 – 2015, “si osserva una dinamica dell’indicatore differente tra i due generi: per i maschi la variazione complessiva è nulla mentre per le femmine si registra un aumento.”
  6. Uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione. Il numero di persone di 18-24 anni che hanno conseguito solo la licenza media e non sono inseriti in un programma di formazione è in progressivo calo, dal 22,1% del 2005 al 14% del 2017. C’è un gap tra maschi e femmine (a favore delle femmine, più studiose) che persiste per tutto il periodo ma tende a ridursi. Il Mezzogiorno ha tassi di abbandono nettamente più alti, seppure con un progressivo miglioramento.
  7. Tasso di mancata partecipazione al lavoro (Tmp). È più significativo del tasso di disoccupazione, perché calcola il rapporto tra la somma di disoccupati e inattivi "disponibili" (persone che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane ma sono disponibili a lavorare), e la somma di forze lavoro (insieme di occupati e disoccupati) e inattivi "disponibili", riferito alla popolazione tra 15 e 74 anni. Dopo un progressivo aumento dal 2005 al 2014, ha cominciato a ridursi tornando a un valore più basso di quello del 2012. Resta comunque oltre il 35% nel Mezzogiorno.
  8. Rapporto tra tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e delle donne di 25-49 anni senza figli. È un misuratore della efficacia delle pratiche di conciliazione casa – lavoro per le donne. Dal 69,7% del 2005 ha toccato il punto più positivo nel 2015 (77,8% per poi ridiscendere al 75,5%. I valori sono particolarmente elevati per le giovani tra i 25 ei 34 anni, segno della difficoltà di mantenere un’attività lavorativa con figli ancora piccoli.
  9. Indicatore di criminalità predatoria. È basato sulla quantità di furti, borseggi e rapine. È cresciuto da 16,9 vittime ogni mille abitanti nel 2005 a 29,3 nel 2013, ma è ora in calo: la stima provvisoria per il 2017 si ferma a 24,1. Non si dispone di disaggregazioni territoriali.
  10. Indice di efficienza della giustizia civile. La durata media effettiva dei procedimenti, dopo essere salita da 461 giorni nel 2012 a 494 nel 2014, è calata a 445 nel 2017. Se si analizzano i dati secondo la ripartizione geografica emerge un quadro fortemente differenziato. Nel Mezzogiorno la durata dei procedimenti è sempre superiore alla media nazionale, con un peggioramento: tra il 2012 e il 2015 la durata dei procedimenti è passata da 684 a 719.
  11. Emissioni di CO2 e altri gas clima alteranti. In progressivo calo da 10,3 tonnellate pro capite nel 2005  a 7,1 nel 2014, anche a causa della crisi economica, si stima sia ritornato a 7,6 nel 2017.
  12. Indice di abusivismo edilizio.Il numero di abitazioni abusive costruite nell’anno per 100 abitazioni legali è passato da 11,9 nel 2015 a oltre 19 negli ultimi tre anni, seppure con una lieve e recente tendenza alla diminuzione. L’indice al Sud e nelle Isole si mantiene su livelli sempre notevolmente più elevati rispetto a quello registrato nelle altre ripartizioni territoriali. Nel 2017 nella ripartizione Nord-Est l’indicatore è pari a 5,5 e nel Sud raggiunge il 49,9. Anche in termini di variazioni nell’ultimo triennio si registrano tendenze divergenti fra le diverse ripartizioni: tra il 2015 e il 2017 a fronte di riduzioni nelle ripartizioni Nord-Ovest (da 7,2 a 5,9) e Nord-Est (da 6,3 a 5,5) si osservano aumenti dell’indice di abusivismo al Centro (da 19,0 a 20,7), al Sud (da 40,0 a 49,9) e nelle Isole (da 45,3 a 47,1).

Questa è la fotografia contenuta nel Def, sulla base dei 12 indicatori Bes di nuovissima introduzione. Ricordiamo che sono stati scelti nell’autunno scorso, sulla base delle indicazioni di un Comitato tecnico al quale ha partecipato anche il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini. Un primo passo per attuare la riforma della legge di bilancio del 2016 che aveva introdotto gli indicatori di benessere era già stato annunciato nel Def 2017 e il documento di quest’anno ne presenta i risultati, anche con una proiezione fino al 2021 con una stima del rapporto con le misure di politica economica. Si tratta di quattro indicatori, presentati in una tabella con cifre che non sempre collimano con quanto contenuto nella parte del documento relativa ai precedenti dodici.

  1. Reddito medio disponibile aggiustato pro capite (Rda): presenta un progressivo aumento (in termini nominali), da 21.525 euro nel 2015 a 22.226 nel 2017, con una stima di crescita fino a 24.585 euro nel 2021. Il documento elaborato dal ministero retto da  Pier Carlo Padoan sottolinea che “il trend crescente dell’Rda pro capite nominale per gli anni 2015-2017 suggerisce che la ripresa economica e l’aumento dell’occupazione, nonché misure di politica economica quali il c.d. ‘bonus 80 euro’ e gli interventi di stimolo all’occupazione (ad es. sgravi contributivi sulle assunzioni attuati a partire dal 2015), hanno avuto un effetto positivo. Per quanto riguarda il periodo 2018-2021, le previsioni indicano la continuazione di una dinamica positiva, che al 2021 produrrebbe un incremento del 10,3 percento rispetto al valore del 2017”.
  2. Indice di disuguaglianza del reddito disponibile. Peggiora leggermente dal 2015 al 2017 (da 6,2 a 6,4) ma dovrebbe ritornare a 6,2 dal 2019, grazie anche agli effetti del Reddito di inclusione.
  3. Tasso di mancata partecipazione al lavoro. Si è ridotto di due punti percentuali nel triennio 2015-2017 e secondo il Ministero “le condizioni del mercato del lavoro dovrebbero continuare a migliorare anche nel periodo di previsione, con una riduzione di ulteriori due punti percentuali al 2021 rispetto al 2017.
  4. Emissioni pro capite. Hanno registrato nel triennio 2015-2017 un aumento di 0,3 tonnellate pro capite. Le stime mostrano un lieve decremento nel 2018 e quindi una sostanziale stabilità nei due anni successivi.

È peraltro evidente che queste previsioni sono redatte a legislazione invariata. Il quadro previsionale potrebbe modificarsi profondamente, nel bene o nel male,  a seconda dell’evoluzione della situazione politica e delle scelte di governo conseguenti.

di Donato Speroni

domenica 29 aprile 2018

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