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Assemblea Onu sull’ambiente: a rischio il benessere di 3,2 miliardi di persone

Nairobi: un quarto delle morti premature è dovuto all’inquinamento e gli ecosistemi sono vicini alla crisi globale. Al termine di una mobilitazione straordinaria, i Paesi si impegnano ad adottare misure sostenibili. 19/3/2019

L'attività antropica non è più sostenibile, i limiti planetari sono ormai raggiunti e gli ecosistemi sono sull'orlo di una crisi globale. Non c'è più tempo: bisogna agire subito. È la conclusione a cui è giunta la quarta sessione dell'Assemblea delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unea) di Nairobi, andata in scena tra l'11 e il 15 marzo.
Mai come questa edizione la Conferenza ha attirato un numero record di partecipanti. Oltre ai cinque capi di Stato presenti, si sono recati in Kenya 157 ministri dell'ambiente (e viceministri), e quasi 5 mila addetti ai lavori di 179 Paesi diversi.

Economia circolare, servizi ecosistemici, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, a Nairobi si è discusso di ogni aspetto che incide sul capitale naturale, cercando soluzioni che fossero in linea con quanto stabilito dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Dopo cinque giorni di negoziazioni i delegati hanno sintetizzato le proprie intenzioni nel documento dal titolo "Innovative solutions for environmental challenges and sustainable consumption and production”, una dichiarazione condivisa, firmata da tutti i Paesi presenti.

"Siamo molto preoccupati per la situazione in cui versano i nostri ecosistemi" si legge al punto tre della dichiarazione. "Nonostante esistano soluzioni da mettere in campo per le sfide ambientali, il nostro pianeta diventa sempre più inquinato, in balia degli eventi estremi ad opera del cambiamento climatico e afflitto dal numero di zone degradate, in costante crescita, e dalla perdita di biodiversità".

Una situazione che era stata ben descritta dal rapporto "cardine" della Conferenza, quello che in pratica ha alimentato maggiormente il dibattito, diffuso durante i lavori del secondo giorno.
 Parliamo della versione aggiornata del "Global Environment Outlook" (Geo-6), studio condotto dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep), definito come "la più completa analisi sulla condizione mondiale in cui versa l'ambiente".

Per il Geo-6 i danni generati agli ecosistemi da cui dipendiamo sono talmente profondi da compromettere la salute delle popolazioni. Il rapporto, frutto di un lavoro di un team composto da 250 ricercatori di 70 Paesi, presenta numeri che non possono essere più ignorati dalla classe dirigente.

Un quarto delle morti premature in tutto il mondo è dovuto all'inquinamento. Parliamo di nove milioni di persone che hanno perso la vita nel 2015 per motivi riconducili alle polveri sottili, alle sostanze chimiche presenti nell'acqua che beviamo e, in generale, a tutte le pratiche nocive per l'ecosistema agricolo e forestale.

Per quanto riguarda il degrado dei terreni, si è esteso a tal punto da mettere a rischio il benessere di 3,2 miliardi di persone, in pratica quasi la metà dell'attuale popolazione mondiale.
Joyce Msuya, direttrice dell'Unep, sulla situazione ha dichiarato: "I dati che arrivano dal mondo scientifico sono chiari. Salute e prosperità delle persone dipendono in modo diretto dalla qualità dell'ambiente. Siamo dunque a un bivio: continuare su questa strada che porta a un futuro oscuro per l'intera umanità, o puntare forte sullo sviluppo sostenibile? Non c'è più tempo, è una scelta che i politici devono fare immediatamente".

 Secondo il rapporto per costruire un futuro sostenibile bisogna puntare su un modello economico in grado di garantire l'obiettivo "spreco zero" entro il 2050: il 33% degli alimenti prodotti nel mondo viene attualmente buttato e i Paesi industrializzati sono responsabili per il 56% dello spreco totale.
Inoltre, se ogni Paese investisse una quota pari al 2% del Pil in sostenibilità, si potrebbe beneficiare di un livello di crescita pari a quella preventivata oggi rispettando maggiormente gli ecosistemi.

Sulla questione climatica e sugli investimenti da dedicare al settore il rapporto è chiaro: se vogliamo sperare di centrare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi (limitare l'aumento medio della temperatura terrestre al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto i livelli del 1880, facendo il possibile per restare nel target di 1,5 gradi centigradi) servono investimenti pari a 22mila miliardi di dollari. Una cifra che, però, non deve scoraggiare, perché sarebbe in grado di portare a benefici per la salute collettiva pari a 54mila miliardi di dollari in più.

In base al Geo-6, e agli altri documenti messi sul tavolo del dibattito (ad esempio il Global Resources Outlook 2019, sempre a firma Unep), i delegati hanno manifestato l’intenzione di intensificare gli sforzi a tutela dell’ambiente comune.
 Nella dichiarazione finale, infatti, si legge che qualsiasi azione in grado di vincere le sfide relative alla salute della popolazione e degli ecosistemi sarà messa in campo, prediligendo soluzioni indirizzate verso l’uso efficiente e sostenibile delle risorse. Tutto ciò sarà possibile soltanto coinvolgendo e mettendo al centro la società civile, i cittadini, i popoli indigeni, le comunità locali, il settore privato e il mondo accademico, determinante nella raccolta e nell’esposizione dei dati di riferimento.
 Tenendo quindi ben presente le diverse situazioni in cui versano gli Stati nel mondo, ecco in sintesi ciò che i Paesi che hanno aderito all’Assemblea intendono fare:

  • migliorare le strategie nazionali improntate sull’uso efficiente delle risorse;
  • proporre modelli di consumo e di produzione che siano sostenibili e inclusivi;
  • promuovere innovazione e know how basati su prodotti privi di sostanze chimiche, in modo da ridurre gli impatti sul capitale naturale e garantire una produzione meno nociva;
  • incoraggiare la diffusione di sistemi alimentari sostenibili e maggiormente resilienti, in modo da garantire la riproduzione dei servizi ecosistemici;
  • implementare misure a sostegno della biodiversità per combattere i fenomeni del degrado del suolo e della siccità;
  • ripristinare le aree marine protette;
  • lavorare per la costruzione di un unico database ambientale insieme all’unep entro il 2025;
  • definire migliori sistemi di monitoraggio per le diverse tipologie di inquinamento;
  • lavorare su politiche di gestione virtuosa dei rifiuti;
  • sviluppare politiche di ripristino per quelle zone marine e terrestri che hanno subito gli effetti dell’inquinamento da plastica;
  • orientare le aziende verso una produzione sostenibile, fornendo maggiore consapevolezza ai consumatori attraverso etichette ambientali di prodotto;
  • investire in ricerca ed educazione aumentando così la consapevolezza ambientale tra la popolazione;
  • incentivare iniziative di finanza sostenibile.

 

di Ivan Manzo

martedì 19 marzo 2019

Aderenti

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