Se i giovani non credono più nel futuro, il problema riguarda tutti
23 Ottobre 2026
Le immagini degli scontri e dei saccheggi nel centro di Milano hanno occupato le cronache degli ultimi giorni. Episodi gravi, che hanno comprensibilmente suscitato condanne e richieste di intervento. Ma sarebbe un errore lasciare che quelle immagini esauriscano la discussione sulla protesta pacifica di tanti giovani, anche in altre parti d’Europa e del mondo, che manifestano una profonda insoddisfazione.
Sul Corriere della SeraFederico Rampini ha descritto una questione generazionale che interessa società molto diverse. In Francia gli studenti protestano contro le condizioni della scuola pubblica, in Spagna i giovani chiedono case a prezzi accessibili, negli Stati Uniti il costo della vita e le disuguaglianze alimentano nuove mobilitazioni. In Cina la sfiducia assume altre forme: il rifiuto di una competizione lavorativa esasperata e la difficoltà di riconoscersi nel modello di successo delle generazioni precedenti. E si potrebbe continuare con le manifestazioni in Belgio per il clima, in India per la democrazia, in Nepal per lo stop ai social.
Non c’è un’unica ideologia dietro queste proteste. Ma, come osserva Rampini, “le nuove generazioni sono un termometro dello stato di salute delle società”. E quel termometro, oggi, segnala qualcosa che va oltre le singole rivendicazioni: la crescente difficoltà di credere che il futuro possa offrire condizioni di vita migliori del presente.
Per molti giovani si è incrinata una promessa fattagli dalla società degli adulti: studiare, trovare un lavoro, impegnarsi, diventare economicamente indipendenti e vivere meglio dei propri genitori. Una promessa che non si è mai realizzata per tutti, naturalmente, ma che per decenni ha contribuito a tenere insieme le società, alimentando la fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione. Oggi, per dirla con l’economista Leonardo Becchetti, dobbiamo fare i conti con i “ladri di futuro” che rischiano di sottrarre alle giovani generazioni quella speranza. Anche in Italia.
Il 15 ottobre l’Istat ha pubblicato i dati sulla povertà nel 2025: 5,4 milioni le persone in povertà assoluta, il 9,3% della popolazione, una quota sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. L’incidenza raggiunge il 12,5% tra i minori e il 12,1% tra i 18-34enni, contro il 6,1% tra gli ultrasessantacinquenni. Quasi un milione e 200mila giovani adulti non hanno risorse sufficienti per i beni e servizi essenziali. Il dato colpisce ancora di più se consideriamo che negli ultimi anni l’occupazione è aumentata. È una buona notizia, ma evidentemente non sufficiente. La povertà continua a riguardare anche famiglie in cui si lavora: l’incidenza raggiunge il 14,3% quando la persona di riferimento è operaia.
La questione salariale italiana ha radici lontane. Da oltre vent’anni il nostro Paese registra una dinamica delle retribuzioni reali particolarmente debole nel confronto europeo. L’inflazione degli ultimi anni ha aggravato difficoltà preesistenti, mentre la crescita dei prezzi delle abitazioni, soprattutto nelle grandi città, ha reso ancora più complicato il passaggio all’indipendenza. Come abbiamo raccontato sul sito ASviS, in Italia circa sette giovani tra i 18 e i 34 anni su dieci vivono ancora con i genitori. Contano le tradizioni familiari e le scelte personali, certo, ma anche ostacoli economici difficili da ignorare. E il malessere economico non riguarda soltanto i giovani, come ricordano in questi giorni le proteste degli autotrasportatori contro il caro carburante.
Possiamo discutere a lungo sulle responsabilità dei governi, sulle differenze tra generazioni, persino sulla fondatezza delle aspettative dei giovani. Ma proviamo a metterci nei panni di chi, dopo anni di studio e di lavoro, deve ancora fare i conti con un affitto che non può permettersi, un contratto a termine, la prospettiva di rinviare ancora una volta una scelta di vita. È così difficile capire da dove nasca la sfiducia nella politica e nelle classi dirigenti?
C’è poi una questione sottovalutata nel dibattito pubblico: il peso delle nuove generazioni nelle decisioni collettive. Luigi Manconi, su Repubblica, ha ricordato che nel 1968 gli under 24 rappresentavano il 41,5% della popolazione italiana. Cinquant’anni dopo erano scesi al 21,7%. È una trasformazione demografica profonda, che incide anche sulla rappresentanza politica e sulle priorità pubbliche.
Quando i giovani diventano numericamente minoritari, rischiano di contare meno nelle scelte di bilancio, negli investimenti e nella costruzione del consenso politico, soprattutto se i benefici di una decisione sono immediati e i costi ricadranno su chi oggi ha venti o trent’anni. E se le opportunità dipendono sempre più dalla famiglia in cui si nasce, come può non risentirne la coesione sociale?
Michele Serra, commentando i fatti di Milano, ha descritto una società nella quale i centri storici si arricchiscono mentre le periferie si impoveriscono. Una frattura visibile in molti Paesi europei, dove gruppi sociali vicini nello spazio vivono realtà sempre più distanti. Sarebbe una semplificazione ricondurre a queste condizioni ogni episodio di protesta. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il contesto sociale in cui maturano rabbia e insoddisfazione.
Di fronte a questo scenario, il livello del confronto politico italiano appare francamente inadeguato. La maggioranza insiste soprattutto sulla sicurezza e sull’ordine pubblico, questioni certamente rilevanti, ma che non rispondono alle difficoltà materiali di milioni di persone. L’opposizione tende spesso a concentrare le responsabilità sull’attuale governo, ma la stagnazione salariale, la debolezza degli investimenti sociali e la bassa mobilità sociale attraversano almeno due decenni.
La risposta non può limitarsi a nuove misure emergenziali, a qualche incentivo o a interventi assistenziali, per quanto necessari a proteggere chi si trova in maggiore difficoltà. Serve una visione d’insieme: nella vita delle persone, le difficoltà economiche, abitative e sociali si intrecciano, mentre la politica continua troppo spesso ad affrontarle separatamente.
Da dove ripartire, allora? Da una politica economica che non misuri i risultati soltanto con la crescita del Pil, ma anche con la qualità del lavoro, la riduzione delle disuguaglianze e le opportunità offerte alle nuove generazioni. L’Europa, pur con le sue debolezze, ha compiuto progressi significativi, se si considerano i parametri oltre al Prodotto interno lordo.
Servono poi interventi per sostenere i redditi più bassi e contrastare la povertà lavorativa, investimenti nell’istruzione e nella formazione, politiche abitative che aumentino l’offerta di alloggi accessibili, soprattutto nelle città dove si concentrano studio e occupazione, e servizi pubblici più efficienti. Il prossimo 28 ottobre la presentazione del Rapporto ASviS 2026 offrirà un’occasione importante per misurare lo stato del Paese, ma anche per proporre un possibile programma per la prossima legislatura capace di far fare al nostro Paese un salto di qualità nella prospettiva dello sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista.
Ma c’è anche un problema di metodo. Chi vivrà più a lungo le conseguenze delle decisioni di oggi deve poter contribuire a prenderle. Per questo la giustizia tra generazioni deve orientare leggi e investimenti. Occorre dare piena attuazione, con trasparenza e dati solidi, alla Valutazione di impatto generazionale (Vig), introdotta dal nostro Paese anche sulla spinta dell’ASviS, che alcuni Comuni hanno già iniziato a integrare nelle loro politiche.
In questa direzione va anche il percorso di Ecosistema Futuro verso la prima Assemblea Nazionale sul Futuro, prevista nel 2027 e presentata recentemente alla Camera: coinvolgere cittadini, soprattutto giovani, chiamati a elaborare proposte per le istituzioni. Un grande esperimento di democrazia deliberativa sulle scelte di lungo periodo.
Non sappiamo che sviluppi avranno le proteste di questi giorni e se daranno vita a movimenti duraturi. Ma il malessere non scomparirà con la fine delle manifestazioni. Ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ieri ha invitato a non guardare ai giovani con “indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione”. Quella dei giovani è una “grande questione sociale”, che chiama in causa le istituzioni e l’intera società.