Il consumo di suolo e il paradosso italiano: meno abitanti ma sempre più cemento
30 Ottobre 2026
Nel 2025 l’Italia ha consumato 102,4 km² di suolo, il 22,4% in più rispetto al 2024. L’attività di ripristino, che ha interessato 7,5 km² del nostro territorio, non è bastata a compensare le nuove trasformazioni: il consumo netto ha così raggiunto 95 km², il valore più alto dal 2012. È come perdere oltre 280mila m² di suolo al giorno, 3,2 m² al secondo.
Gli ultimi dati del rapporto del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale (SNPA) dell’ISPRA non lasciano spazio a interpretazioni. Edifici, infrastrutture e altre coperture artificiali occupano ormai 21.644 km², il 7,19% del territorio italiano, contro una media europea del 4,4%.
Il consumo di suolo pro capite è aumentato di quasi 2 m² rispetto al 2024 e, mentre la popolazione diminuisce, in un anno sono state realizzate oltre 50 mila nuove abitazioni a fronte di oltre 9,5 milioni di abitazioni non occupate (non tutte immediatamente disponibili per viverci). “La relazione tra il consumo di suolo e le dinamiche della popolazione conferma che il legame tra la demografia e i processi di urbanizzazione e di infrastrutturazione non è diretto e si assiste a una crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi di decrescita, della popolazione residente”, sottolinea lo studio.
Le cause del consumo di suolo
Il consumo di suolo deriva da molteplici fattori e i dati sulle nuove coperture artificiali permettono di distinguere la frazione di cambiamenti riconducibili a impermeabilizzazione (consumo di suolo permanente) dalle altre forme di rimozione del suolo (consumo di suolo reversibile).
Nel 2025 i nuovi cantieri hanno interessato 5.387 ettari, il 52,6% del consumo annuale. Essendo cantieri, si tratta di superfici “in transizione”, la maggior parte è però destinata a diventare copertura permanente. Per quanto riguarda gli edifici, sono aumentati di 725 ettari, le aree estrattive hanno invece guadagnato 392 ettari, le infrastrutture 506 ettari. Se dal conteggio si escludono i cantieri, il consumo permanente rappresenta il 35% del totale e interessa soprattutto edifici, piazzali pavimentati e strade.
Per quanto riguarda il capitolo energia, i pannelli fotovoltaici a terra hanno interessato 2.798 ettari. Si tratta di un “consumo reversibile” che ha “impatti diversi secondo gli impianti”, ricorda lo studio, che però consiglia di “privilegiare dove possibile tetti, aree dismesse e superfici già artificializzate”.
Le conseguenze ambientali non sono secondarie: il buono stato del suolo ci protegge dagli eventi estremi, regola il ciclo dell’acqua, sostiene la biodiversità, contribuisce a mitigare le temperature e rende possibili le produzioni agricole. La sua impermeabilizzazione riduce queste funzioni, aggravando i rischi legati alle inondazioni e alle ondate di calore. Secondo lo studio, la perdita di questi servizi ecosistemici si traduce in un costo per la collettività che, nel periodo 2006-2025, è variato da un minimo da un minimo di 9,3 miliardi a un massimo di 11,3 miliardi di euro persi, ogni anno.
Le regioni del cemento
La pressione cambia da territorio a territorio. In generale, la copertura artificiale è maggiore in Lombardia (12,27% del territorio), Veneto (11,87%) e Campania (10,65%). Nell’ultimo anno, guida la classifica la Sicilia, con 1.619 ettari consumati, seguita da Lazio (1.436), Puglia (1.198), Lombardia (1.093), Piemonte (854), Campania (740) e Veneto (584). Si consumano soprattutto suoli accessibili, lungo le coste, nelle pianure e nei fondovalle, comprese le aree agricole ai margini delle grandi città.
A differenza di quanto si pensi, neppure le aree protette sono immuni, basti pensare che in queste zone il consumo di suolo è stato pari a 0,34 m² per ettaro (quasi il 25% in più rispetto al 2024). Un fenomeno che si riflette anche nelle aree Natura 2000, la principale rete ecologica dell’Unione Europea per la tutela e la conservazione della biodiversità, dove nel 2025 sono stati consumati ben 285 ettari, quasi 100 in più dell’anno precedente.
Nelle città, a un anno dall’entrata in vigore del Regolamento europeo sul ripristino della natura – Nature Restoration Law – che impone a 2.761 comuni di azzerare entro il 2030 la perdita netta di verde urbano e copertura arborea rispetto al 2024, le cose non sono cambiate: quasi l’80% dei comuni ha registrato un incremento netto del consumo. Ciò ha portato a una perdita di 4.231 ettari di spazi verdi urbani e 320 ettari di copertura arborea. Tra i grandi comuni, le maggiori perdite di verde riguardano Roma (53 ettari), Bari (28), Venezia (27), Milano (26) e Cagliari (25).
Eppure di possibilità per cambiare la rotta ne esistono parecchie. La mappatura ISPRA individua 212.327 ettari potenzialmente idonei al ripristino, oltre 35mila prevalentemente pubblici, e altri 328.122 ettari nei quali aumentare la copertura arborea urbana. Lazio, Lombardia e Veneto dispongono delle superfici maggiori, mentre tra le grandi città guida Roma. Le azioni previste comprendono la rimozione delle pavimentazioni, la tutela della vegetazione negli spazi naturali interclusi (spazi che non hanno più una connessione con il verde circostante) e il miglioramento ecologico degli ecosistemi urbani.
L’ISPRA infine ricorda che il ripristino non sostituisce l’attività di prevenzione: occorre dare priorità alla rigenerazione urbana e al riuso del patrimonio esistente. Anche perché il territorio non è una risorsa inesauribile e tutelarlo significa preservare la capacità dell’Italia di affrontare la crisi climatica. Una crisi che colpisce sempre più duramente.