Al via la COP31: contenere il superamento di 1,5°C è l’ultima sfida possibile

5 Novembre 2026

Per la prima volta, i Paesi si ritroveranno a una COP sul clima con la consapevolezza che il superamento della soglia di 1,5°C stabilita dall’Accordo di Parigi è ormai inevitabile. A non essere ancora determinate sono però l’entità e la durata dello sforamento. Il punto di ritorno dipenderà dalla capacità dei governi di aumentare gli impegni trasformandoli in politiche concrete e, quindi, in riduzioni effettive delle emissioni, a partire da oggi. Meno profondo sarà il superamento della soglia e minori saranno gli impatti che sperimenteremo. Prima riusciremo a riportare il riscaldamento globale al di sotto di questo limite e minori saranno i rischi di innescare gli effetti irreversibili descritti dalla scienza dei tipping points.

I progressi nell’attuazione degli impegni del primo bilancio globale, il Global Stocktake (GST) avvenuto durante la COP 28, restituiscono un quadro contrastante. Da una parte, assistiamo a una significativa espansione dell’energia solare ed eolica a livello globale: la capacità rinnovabile è cresciuta a un ritmo tre volte superiore rispetto alle stime formulate nel 2015. Se questa tendenza proseguirà, l’obiettivo di triplicare la capacità rinnovabile entro il 2030 potrebbe essere raggiunto. Dall’altra, emerge un problema strutturale: le rinnovabili vengono utilizzate soprattutto per soddisfare la nuova domanda di energia, ma non stanno ancora sostituendo in misura sufficiente le fonti fossili, principale causa del riscaldamento globale. Il consumo complessivo di carbone, petrolio e gas continua infatti ad aumentare. Anche sul fronte della deforestazione i progressi sono insufficienti: per rispettare l’impegno di arrestarla entro il 2030, il ritmo di riduzione dovrebbe accelerare di oltre dieci volte.

È questo lo scenario in cui si apre il negoziato della COP31, in programma dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia. Le premesse non sono incoraggianti. L’Emissions Gap Report dell’UNEP ricorda che le emissioni globali di gas serra non stanno diminuendo: sono rimaste pressoché invariate negli ultimi anni. Nel 2025 hanno raggiunto 58,4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, con i Paesi del G20 responsabili del 76% delle emissioni globali, che hanno registrato un ulteriore incremento dello 0,7%. Il rapporto introduce uno scenario che considera il minore superamento possibile della soglia di 1,5°C (intesa come aumento medio della temperatura rispetto ai livelli preindustriali). In questa traiettoria, il riscaldamento globale raggiungerebbe un picco compreso tra 1,7°C e 1,8°C, per poi tornare a 1,5°C entro il 2100. Per rendere probabile questo percorso, le emissioni globali dovrebbero diminuire del 18% entro il 2030 e del 45% entro il 2035, fino al raggiungimento delle emissioni nette zero nel 2050. Il messaggio dell’UNEP è chiaro: senza un’accelerazione immediata e sostanziale dell’azione climatica questa possibilità di limitare lo sforamento rischia di svanire rapidamente.

Al momento, se le politiche attuali rimanessero invariate, il riscaldamento globale raggiungerebbe i 2,8°C entro il 2100, continuando ad aumentare anche successivamente. Persino nell’ipotesi di una piena attuazione degli NDC attuali, cioè gli impegni di riduzione delle emissioni presentati dai singoli Paesi alle COP, la temperatura globale salirebbe comunque di circa 2,6°C. Anche lo scenario più ottimistico legato agli impegni già assunti, dunque, rimane molto lontano dall’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5°C.

È su questo divario tra promesse e realtà che si misurerà la COP31. Un negoziato che parte dall’eredità irrisolta della precedente conferenza in Brasile, dove ancora una volta non è stato raggiunto un accordo per una roadmap verso un’uscita “equa, giusta e ordinata” dai combustibili fossili. Il tema tornerà inevitabilmente al centro dello scontro tra i Paesi, insieme a quello della finanza climatica. Resta infatti inadeguato l’impegno delle nazioni sviluppate nel fornire sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo, sia per le politiche di mitigazione delle emissioni sia per gli interventi di adattamento, particolarmente urgenti nelle nazioni più povere e vulnerabili agli impatti della crisi climatica.

Intanto, la Turchia, Paese ospitante del vertice, che sarà invece presieduto dall’Australia, ha lanciato un’iniziativa volontaria sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella lotta al riscaldamento globale. Il patto, che sarà presentato ad Antalya, punta a riconoscere il potenziale dell’IA nel contrasto alla crisi climatica, nonostante la crescente domanda energetica dei data center rischi di alimentare ulteriormente le emissioni derivanti dai combustibili fossili. Non è ancora chiaro quali Paesi aderiranno all’iniziativa. A complicare il quadro c’è l’assenza degli Stati Uniti, tra i leader globali per la produzione di data center.

Appare controversa anche l’iniziativa della presidenza australiana della COP31 per accelerare l’elettrificazione dei consumi energetici mondiali, portandola al 35% entro il 2035. La proposta, che punta a incentivare soprattutto la diffusione dei veicoli elettrici e delle pompe di calore, ha infatti sollevato una serie di perplessità dato che non prevede alcun vincolo affinché la nuova domanda di elettricità sia soddisfatta esclusivamente da fonti rinnovabili.

Infine, il Brasile ha diffuso il primo “manuale d’azione globale” per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili. Il documento offre a ciascuna nazione un ventaglio di misure concrete per sganciare l’economia da petrolio, carbone e gas, distinguendo i piani d’azione a seconda che si tratti di grandi produttori, nazioni consumatrici o economie dipendenti dalle importazioni. Gli autori avvertono che le infrastrutture estrattive già autorizzate a livello planetario esauriranno di sette volte il budget di carbonio compatibile con il contenimento del riscaldamento entro 1,5 °C, rendendo indispensabile arrestare sia la domanda energetica inefficiente sia l’offerta di idrocarburi.

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