2 Novembre 2026

Mercoledì 28 ottobre, alla Camera dei deputati, è stato presentato il Rapporto annuale dell’ASviS, l’undicesimo da quando l’Alleanza monitora l’andamento dell’Italia, dell’Europa e del mondo rispetto ai 17 Obiettivi dell’Agenda 2030. I risultati del Rapporto sono particolarmente preoccupanti. A livello globale, infatti, solo il 15% dei target ambientali, economici, sociali e istituzionali fissati nel 2015 sarà raggiunto entro il 2030, mentre un altro 15% vede addirittura il mondo allontanarsi dai traguardi stabiliti. Tra le cause di questa situazione, decisamente insoddisfacente, ci sono le guerre, il cambiamento climatico e la mancanza di investimenti in educazione e sanità, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Una carenza legata all’aumento del debito, ma anche al taglio degli aiuti allo sviluppo, in particolare da parte degli Stati Uniti.

Anche a livello europeo si registra un rallentamento, frutto delle politiche contraddittorie seguite dall’Unione europea negli ultimi due anni, i cui effetti cominciano a emergere nei dati statistici. In particolare, la spinta verso la decarbonizzazione è stata frenata dalle pressioni in senso opposto di alcuni partiti politici, soprattutto di centrodestra, mentre sono aumentate le disuguaglianze e la povertà.

L’Italia rappresenta un caso a parte, ma non perché il nostro Paese abbia brillato negli ultimi 15 anni. L’indice complessivo che misura la performance italiana rispetto ai 17 Obiettivi, posto pari a 100 nel 2010, nel 2025 si attesta a 103, a conferma di una dinamica molto contenuta. Nell’ultimo anno, tuttavia, l’Italia si è sostanzialmente fermata, interrompendo la significativa ripresa registrata dopo la pandemia.

Le ragioni sono molteplici. Il nostro Paese peggiora in diversi Goal, in particolare quelli sociali, come povertà e disuguaglianze, e registra un nuovo arretramento anche per la qualità degli ecosistemi terrestri. Continuando con questo andamento, quasi il 60% dei target previsti dai regolamenti europei e dalle leggi nazionali non sarà raggiunto entro il 2030: un esito davvero sconfortante. Basti pensare che la quota di giovani laureati dovrebbe salire entro il 2030 al 45%, mentre oggi siamo fermi al 31%. Lo stesso ritardo si riscontra in diversi altri ambiti ambientali, sociali e istituzionali.

Nell’ultimo capitolo, il Rapporto propone un ampio spettro di iniziative nelle diverse dimensioni dello sviluppo sostenibile, in vista della prossima legislatura. Per trasformare un Paese, infatti, serve una visione di medio-lungo termine, non certo una o due leggi di bilancio, e politiche ad ampio spettro, ma coordinate tra loro. Il Rapporto di quest’anno esamina anche 45 target qualitativi e conclude che, per molte delle politiche analizzate, le normative esistono, ma manca l’attuazione. È il caso, ad esempio, del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), approvato a dicembre 2023 e di fatto ancora fermo per l’assenza di fondi destinati alla messa in sicurezza del Paese.

Un dato interessante, pubblicato dall’ISTAT, mostra che quasi il 40% delle imprese italiane con più di tre addetti sta già realizzando azioni a favore della sostenibilità. Si tratta soprattutto di grandi imprese, ma anche le piccole e medie realtà si stanno orientando verso la sostenibilità, per ragioni di competitività e di riduzione dei costi energetici. È un segnale importante, che smentisce quanto spesso affermato anche da rappresentanti del mondo industriale, secondo cui la sostenibilità sarebbe nemica della competitività. Anche in questo caso, le politiche pubbliche devono accompagnare le imprese nella giusta direzione: non soltanto per proteggere l’ambiente, ma anche per far crescere l’occupazione e migliorare la qualità della vita nel nostro Paese.

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