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L’Italia del 2030: per ridurre gli squilibri serve un contributo di qualità dalle nuove generazioni

di Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, Università Cattolica di Milano

L’attuale composizione demografica italiana, con i suoi attuali 30-34enni italiani che presentano livelli tra i più bassi di laureati e più alti di Neet in Europa, rischia di creare un buco nero nella forza lavoro. Dal report del “Laboratorio futuro” (Istituto Toniolo), ecco gli scenari futuri e le possibili leve di azione.
13 marzo 2020

Le sfide della demografia nel 21esimo secolo

Sul fronte economico e demografico il 20esimo secolo è stato caratterizzato dalla crescita della quantità: dall’ossessione per il prodotto interno lordo all’aumento incontrollato della popolazione. Produrre benessere nel 21esimo secolo significa invece agire sul fronte della qualità come risposta alle sfide poste dalle seguenti quattro “I”.

La prima è quella dell’Impatto ambientale, ovvero la necessità di rendere sostenibile, nell’accezione più ampia, la presenza sul pianeta di altri due miliardi di persone entro il 2050 (secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, World Population Prospects 2019). Se vogliamo vivere meglio alla fine di questo secolo, questa sfida deve diventare una opportunità per mettere le basi di un modello di sviluppo centrato più sulla qualità dei consumi che sulla quantità. La seconda sfida è quella dell’Innovazione tecnologica, che deve essere l’occasione per aumentare, e non compromettere, la valorizzazione del saper essere e fare delle nuove generazioni all’interno di processi di produzione di nuovo benessere in ambienti sempre più automatizzati. La terza sfida è quella dell’Immigrazione. La crescita dei flussi migratori può ridurre squilibri demografici ed economici, diventando stimolo per crescita e mobilità sociale, solo se diventa spinta positiva a migliorare la cooperazione tra stati, le politiche interne di integrazione, lo sviluppo delle competenze interculturali, il valore della diversità nelle organizzazioni. Infine, la sfida dell’Invecchiamento della popolazione, un processo che a regime sarà legato solo all’aumento della longevità (in termini di qualità di vita da aggiungere più che quantità di anni). Questa fase di passaggio è però dominata dall’impatto della denatalità che ridimensiona quantitativamente la componente giovanile e quella al centro della vita produttiva, con implicazioni sociali, economiche e politiche.

Il dossier “World Population Ageing 2019” delle Nazioni Unite mostra come questa sia una sfida che riguarda tutto il mondo e sia in stretta relazione con l’Agenda 2030. Via via che attraversiamo questo secolo la questione demografica andrà a spostarsi dall’eccesso di crescita del numero di abitanti del pianeta, all’impatto pervasivo dell’invecchiamento della popolazione.

Nel 1950 la percentuale di 65enni e oltre era pari al 5,1% sulla popolazione mondiale, mentre l’incidenza degli under 15 era del 34,3%. Alla fine di questo secolo i primi sono previsti salire oltre il 22% mentre i secondi scenderanno sotto il 18%. Ma se questa è la tendenza globale, l’Italia si è autocollocata tra i Paesi che più l’hanno accelerata ed estremizzata. Nel nostro Paese le persone di 65 anni e più hanno già raggiunto la percentuale che il mondo si troverà ad avere a fine secolo. Ma soprattutto abbiamo ridotto la presenza delle più giovani generazioni su livelli che il complesso del pianeta vedrà forse solo in fase avanzata del 22esimo secolo (sono il 13,2% gli attuali under 15 italiani secondo i dati Istat).

La conseguenza più problematica delle dinamiche demografiche italiane non è, infatti, tanto la riduzione della popolazione complessiva, ma il profondo squilibrio tra generazioni che rende più debole l’economia e più instabile il sistema di welfare. La struttura di una popolazione muta lentamente, ma gli effetti sono poi implacabili. Possiamo pensare alla popolazione come un edificio il cui pilastro portante è costituito dalle età centrali adulte, quelle che maggiormente contribuiscono alla crescita economica e al finanziamento del sistema di welfare pubblico. A mettere a repentaglio stabilità e sostenibilità di questo edificio non è l’aumento della longevità, che consente a ciascuna generazione di spingersi più in avanti rispetto alle precedenti (la sfida che essa pone è, semmai, quella di aggiungere qualità agli anni in più guadagnati). Ciò che produce squilibri è, invece, la riduzione del contingente iniziale di ciascuna nuova generazione, ovvero la diminuzione delle nascite.

 

Un buco nero nella forza lavoro italiana

La denatalità italiana ha prima ridotto la popolazione infantile, poi quella giovanile ed ora sta iniziando ad erodere sempre più anche le età adulte (anche tenendo conto dei flussi migratori, senza i quali la riduzione sarebbe ancor più rilevante). Tutto questo avverrà più in Italia che altrove in Europa perché, a parità di longevità, il crollo delle nascite è stato in Italia più consistente e persistente.

Il rischio - come evidenzia il report “Un buco nero nella forza lavoro” pubblicato da Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo (laboratoriofuturo.it) - è ora quindi quello di veder indebolire progressivamente il pilastro produttivo del Paese. Le analisi del report del Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo forniscono chiara evidenza di essere entrati in questa decade in una fase in cui la crescita, oltre che frenata dal peso degli squilibri accumulati (invecchiamento della popolazione e debito pubblico), rischia di trovare anche meno spinta dalle classi centrali lavorative.

Il nucleo centrale della forza lavoro (ovvero l’asse portante dei processi di produzione di ricchezza e benessere) è la fascia dai 40 ai 44 anni. È qui che occupazione e produttività sono più elevate. Attualmente conta 4,4 milioni di persone, le quali verranno però sostituite nei prossimi dieci anni dagli attuali 30-34enni, che sono ben un milione in meno. Si tratta di una delle riduzioni più drastiche tra le economie avanzate. Ma anche qui si inserisce in modo cruciale la dimensione qualitativa, che porta a mettere al centro i percorsi formativi e professionali di chi si sta spostando al centro della vita attiva del Paese. Gli attuali 30-34enni italiani presentano livelli tra i più bassi di laureati e più alti di Neet in Europa. Il loro tasso di occupazione è inoltre sensibilmente più basso rispetto a quello che avevano 10 anni fa gli attuali 40-44enni (67,9% contro 74,8%). Il rischio è quindi di indebolire il pilastro produttivo del Paese per una concorrenza al ribasso non solo della presenza demografica ma anche della partecipazione effettiva al mercato del lavoro.

Il campanello d’allarme - come mostra dettagliatamente il report - non viene suonato solo dalle condizioni oggettive, ma anche dalla percezione che i giovani-adulti stessi hanno delle loro condizioni e delle loro prospettive. Oltre uno su quattro teme di trovarsi senza un lavoro quando avrà 45 anni. Spiccata è però anche la differenza per titolo di studio, in particolare il rischio percepito di doversi rassegnare a non avere una occupazione al centro della vita adulta è tre volte tanto per chi si è fermato alla scuola dell’obbligo rispetto ai laureati.

Risulta evidente che questa sfida combina assieme le trasformazioni demografiche, con il tema della formazione, del lavoro qualificato, dell’innovazione, delle differenze di genere, delle competenze avanzate da aggiornare in tutto il corso di vita, delle diseguaglianze sociali. È quindi fortemente attinente con molti degli Obiettivi dell’“Agenda 2030”.

 

Progettare il futuro a partire dagli scenari

Abbiamo oggi di fronte due scenari. In quello più ottimistico l’Italia prende una via positiva di sviluppo, che richiede di essere alimentata con tutta la forza lavoro qualificata disponibile e aggiungendo il contributo di una immigrazione adeguatamente regolata. In quello negativo, l’Italia semplicemente si porta dietro le sue difficoltà a preparare adeguatamente le nuove generazioni per il mondo del lavoro che cambia e a mettere in atto politiche che favoriscono occupazione femminile e conciliazione con la famiglia. Di conseguenza sarà sempre più difficile crescere, diventerà sempre meno sostenibile la spesa sociale e sempre più gravoso il debito pubblico.

I report del Laboratorio futuro, oltre a contenere una analisi di ciascun tema trattata con stile molto comunicativo ma basata sulle evidenze empiriche più aggiornate, si chiudono delineando quello che possiamo aspettarci tra 10 anni se tutto continua come si è sempre fatto o se invece si inizia ad affrontare la sfida agendo su alcune leve cruciali (nello spirito dell’approccio “Strategic foresight”).

In sintesi, la prima delle leve trattate nel report è quella della formazione di base solida e delle competenze da aggiornare e potenziare. Competenze che non riguardano solo i giovani, ma, a partire dall’entrata del mondo del lavoro, devono poi essere estese, rafforzate e aggiornate in tutte le fasi della vita.

La seconda è quella dell’orientamento e supporto negli snodi del percorso di vita e professionale, attraverso sistemi esperti efficienti. In carenza di tali strumenti troppi giovani rischiano di perdersi e di portare nella vita adulta delusioni e frustrazioni anziché energie e competenze per realizzarsi e far crescere il Paese.

La terza leva è quella della valorizzazione del capitale umano femminile. Le nuove generazioni femminili raggiungono un titolo di studio più alto rispetto ai coetanei maschi ma il loro tasso di occupazione risulta poi più basso. Proprio su questo fronte si possono ottenere i maggiori risultati in termini di riequilibrio generazionale della forza lavoro, ma ciò richiede un riequilibrio sia del rapporto di genere, sia tra vita e lavoro.

Dalla capacità di agire congiuntamente su queste tre leve dipende molta della possibilità di superare gli squilibri attuali (generazionali e sociali) e dar solidità al percorso di sviluppo e benessere dell’Italia nei prossimi 10 anni (e oltre).


Nella sezione “approfondimenti” offriamo ai lettori analisi di esperti su argomenti specifici, spunti di riflessione, testimonianze, racconti di nuove iniziative inerenti agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli articoli riflettono le opinioni degli autori e non impegnano l’Alleanza. Per proporre articoli scrivere a redazioneweb@asvis.it. I testi, tra le 4mila e le 10mila battute circa più grafici e tabelle (salvo eccezioni concordate preventivamente), devono essere inediti. 

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