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Onu: la partecipazione attiva alla vita politica può ridurre le diseguaglianze

Le disuguaglianze minano i diritti umani, ostacolano la crescita economica e causano disordini sociali. Serve un cambiamento nelle scelte politiche, che coinvolga le fasce più deboli e dia voce ai più emarginati, dice l'Onu. 18/7/2019

In occasione dell’High level political forum, il segretario generale delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto sul tema della sessione del 2019 del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc). La Relazione “Empowering people and ensuring inclusiveness and equality” sottolinea l'importanza della partecipazione politica delle fasce più deboli per favorire l'uguaglianza, l'inclusione e l'empowerment.
Secondo il segretario, le disuguaglianze non riguardano solo il reddito, ma sono un fenomeno multidimensionale che interessa l’accesso ai servizi, all'istruzione, agli alloggi, esacerbando l'iniqua distribuzione della ricchezza. Le disuguaglianze, afferma il Rapporto, sono il prodotto delle scelte politiche che non tengono conto dei diritti dei più emarginati.

Secondo la Relazione misurare le disuguaglianze è complesso. La principale fonte di dati è rappresentata dai sondaggi sulle famiglie relativi al reddito e ai consumi. Negli ultimi quattro decenni i dati dimostrano che la disuguaglianza di reddito globale, misurata dal coefficiente di Gini, è diminuita in termini relativi ma è aumentata in termini assoluti.

Per ridurre le disuguaglianze, occorre esaminare le diversità sociali ed economiche e identificare azioni politiche trasversali a diversi settori in grado di garantire uno sviluppo più inclusivo che riduca la povertà. Servono pertanto un cambiamento radicale e una forte volontà politica affinché anche i gruppi più vulnerabili abbiano voce in capitolo. L'empowerment come mezzo per favorire l'uguaglianza e l'inclusione richiede una combinazione di regole e meccanismi che garantiscano la partecipazione attiva dei gruppi più emarginati.

D'altronde il Target 16.7 sottolinea l’importanza di “un processo decisionale reattivo, inclusivo, partecipativo e rappresentativo a tutti i livelli”. La partecipazione, continua il Rapporto, responsabilizza gli individui ed elimina ogni forma di discriminazione, garantendo che nessuno resti indietro. Quando il processo decisionale è partecipativo, le istituzioni pubbliche diventano più efficaci, responsabili e trasparenti.

La Relazione ruota attorno ad alcuni suggerimenti pratici volti a ridurre le disuguaglianze e favorire l’empowerment dei gruppi più emarginati. Servono innanzitutto una serie di politiche attive in favore dell’uguaglianza, che promuovano la partecipazione attiva al processo decisionale, l’inclusione lavorativa, la protezione sociale e politiche universali che affrontino le sfide e la vulnerabilità di gruppi specifici. Nonostante i molti progressi compiuti, infatti, non sono state definite politiche adeguate per la riduzione delle discriminazioni e della povertà di alcuni gruppi di popolazione. Ad esempio, i migranti sono quasi sempre ignorati nelle politiche pubbliche e sociali di molti Paesi.

Donne, giovani, persone con disabilità sono tra i gruppi più vulnerabili a cui si riferisce il Rapporto, con conseguenze dannose come l'esclusione sociale e l’aggravio della povertà. Problematiche come cambiamenti climatici, crisi umanitarie, conflitti e condizioni di lavoro precarie, rendono i gruppi ancora più esposti e vulnerabili. Le donne subiscono gli impatti maggiori dei cambiamenti climatici, eppure, grazie alle pratiche sostenibili condotte nei contesti familiari e di comunità, potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel contrastarli.

Entro il 2030, evidenzia poi il Rapporto, ci saranno due miliardi di giovani in cerca di lavoro, una sfida importante nella vita di ognuno di loro. Attualmente i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni hanno una probabilità tre volte maggiore di essere disoccupati e ben 19 giovani su 20, nei Paesi in via di sviluppo, lavorano in nero. Un'economia globale in rapida evoluzione richiede competenze sempre più specializzate, ma gli istituti di istruzione e formazione incontrano difficoltà nel preparare i giovani alle competenze richieste dal mercato del lavoro. Con le giuste politiche di investimento e programmi di istruzione, la popolazione più giovane potrebbe contribuire alla crescita economica e sociale dei contesti in cui vivono.

Il Rapporto avanza ulteriori proposte per favorire la riduzione delle disuguaglianze. Tra queste, si segnala che è necessario sviluppare sistemi in grado di generare e analizzare dati pubblici a livello nazionale che forniscano relazioni periodiche sui progressi compiuti verso gli indicatori SDGs.

In ultimo, esplorare le piattaforme open source di e-governance sviluppate dal settore privato e dalle organizzazioni della società civile. Il loro utilizzo può raggiungere minoranze e aree geografiche remote, può ampliare la fornitura di servizi pubblici, migliorare l'impegno civico, aumentare la trasparenza e contribuire a migliorare le risposte dei governi agli shock esterni e alle varie crisi, come accade ad esempio con l'uso delle tecnologie digitali nella gestione delle risposte alle emergenze.


di Tommaso Tautonico

giovedì 18 luglio 2019

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