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Parità di genere: il 90% della popolazione ha pregiudizi verso le donne

Nonostante i passi avanti compiuti, secondo il Gender social norms index, nessun Paese al mondo ha raggiunto l’uguaglianza uomo-donna. Politica, economia, istruzione e integrità fisica mostrano segni di rallentamento. 1/4/20

A 25 anni dall’anniversario della Dichiarazione di Pechino, che ha adottato la risoluzione per l'emancipazione e il miglioramento della condizione delle donne in tutto il mondo, il Programma di sviluppo delle Nazioni unite (Undp), ha pubblicato il primo Gender social norms index all’interno del “2020 Human development perspectives: Tackling social norms, a game changer for gender inequalities”, il Rapporto che misura il modo in cui le credenze e le norme sociali ostacolano la parità di genere. L’indice considera quattro dimensioni: politica, istruzione e educazione, economia, integrità fisica ed è stato costruito sulla base di alcune domande del World values ​​survey.

Con il passare degli anni, afferma il Rapporto, si sono moltiplicati i movimenti sociali in tutto il mondo dedicati all’uguaglianza di genere e all’emancipazione femminile: #MeToo dà voce alle vittime di abusi, in India #IWillGoOut chiede pari diritti per le donne negli spazi pubblici, in America Latina #NiUnaMenos fa luce sui femminicidi e sulla violenza contro le donne.

Eppure, nonostante i progressi in alcune aree, nessun Paese al mondo ha raggiunto l’uguaglianza di genere. Secondo il Gender social norms index, il 91% degli uomini e l'86% delle donne mostrano almeno un chiaro pregiudizio verso l'uguaglianza di genere. Ad esempio, durante gli anni dell’istruzione le società incoraggiano spesso le ragazze a diventare tutto ciò che vogliono e di cui sono capaci, ma le stesse società tendono a bloccare l’accesso delle donne alle posizioni apicali. A livello globale, quasi il 50% delle persone intervistate afferma che gli uomini siano leader politici migliori e più del 40% ritiene che siano dirigenti aziendali più capaci rispetto alle donne. Nei 50 Paesi in cui le donne adulte hanno un livello d’istruzione superiore rispetto agli uomini, ricevono in media il 39% in meno dei guadagni, pur dedicando più tempo al lavoro. Eppure, continua il Rapporto, la disuguaglianza di genere è strettamente correlata allo sviluppo umano. Nessun Paese è mai riuscito a migliorare lo sviluppo umano senza ridurre le disuguaglianze. Investire sulle donne, innalzare il loro tenore di vita e responsabilizzarle sono processi fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Non solo per i 45 obiettivi e i 54 indicatori specifici sull’uguaglianza di genere, ma anche per un impatto positivo su tutte le dimensioni della crescita.

Quando si parla di maggiori responsabilità, leadership politica e profitti, ancora oggi le donne si scontrano con un vero e proprio “soffitto di vetro”. In politica uomini e donne votano con gli stessi diritti ma, nonostante ci sia parità alla base della partecipazione politica, nel momento in cui si parla di potere politico, le donne appaiono gravemente sottorappresentate. Maggiore è il potere e la responsabilità, maggiore è il divario di genere. Per i capi di Stato è quasi del 90% in favore degli uomini. Nel 2019 le donne hanno occupato solo il 24% dei seggi parlamentari e  solo il 5% dei capi di governo erano donne. A livello economico, le donne rappresentano solo il 21% dei datori di lavoro e il 12% degli imprenditori miliardari. In campo agricolo le donne rappresentano il 43% della forza lavoro nei Paesi in via di sviluppo, mentre la percentuale di donne titolari di terreni agricoli arriva appena al 18%.

Anche in ambito educativo emergono grosse differenze. Nonostante le donne di oggi siano le più qualificate nella storia e le nuove generazioni abbiano raggiunto la parità numerica nell'iscrizione all'istruzione primaria, questo potrebbe non essere sufficiente per raggiungere la parità in età adulta. Persistono grandi divari nelle scelte professionali, con la percentuale di laureate in materie scientifiche, tecnologiche e matematiche inferiore al 15% nella maggior parte dei Paesi. Le donne, sottolinea il Rapporto, affrontano aspettative sociali che le vedono casalinghe e badanti, mentre ci si aspetta che gli uomini siano i capifamiglia. Queste norme sociali, così radicate, escludono le donne dal processo decisionale familiare e comunitario, limitandone le opportunità, con il risultato che in molti Paesi donne e ragazze non possono esprimere il loro pieno potenziale.

Ancora più preoccupante, nonostante decenni di progressi nella promozione dei diritti delle donne, è che in alcuni Paesi la tendenza ai pregiudizi verso l'uguaglianza di genere sia in aumento, con i giovani meno recettivi rispetto agli adulti. Ma come possono cambiare le norme e i comportamenti? Secondo il Rapporto le norme possono cambiare man mano che le economie si sviluppano, con le nuove tecnologie legate alla comunicazione, con nuove leggi o con l’attivismo sociale e politico. L'esclusione sociale si verifica quando le persone non sono in grado di partecipare pienamente alla vita economica, sociale e politica perché escluse per motivi culturali, religiosi, razziali o di altra natura. Le politiche possono fornire una solida base ma potrebbero non essere sufficienti per eliminare le disuguaglianze più radicate. Cambiare le relazioni di potere tra gli individui all'interno di una comunità, conclude il Rapporto, o sfidare ruoli di genere può fare la differenza, così come può farlo includere gli uomini nelle politiche di uguaglianza. Ad esempio, il congedo parentale non trasferibile per i padri del Québec nel 2006 ha spostato gli incentivi in ​​modo che i padri fossero maggiormente coinvolti nell’assistenza domiciliare. Con questi nuovi benefici gli uomini hanno aumentato la loro partecipazione alla vita famigliare e hanno trascorso il 23% del tempo in più in casa, invertendo la norma sociale secondo cui devono essere solo le madri a prendersi cura dei bambini. Bilanciare la presenza dei genitori, soprattutto nelle prime fasi della vita, è cruciale proprio perché gran parte della differenza nei guadagni durante il ciclo lavorativo si genera prima dei 40 anni, portando le donne a rinunciare a molte opportunità di lavoro in caso di maternità.

Ma, conclude il Rapporto, la partecipazione alle scelte politiche delle minoranze è fondamentale per il loro successo. Ad esempio, anche se la Tunisia è una giovane democrazia (la sua prima Costituzione è stata ratificata nel 2014), oggi ha una delle leggi sulla parità di genere più avanzate al mondo, con quote che garantiscono pari opportunità tra donne e uomini a tutti i livelli di responsabilità e in tutti i settori.

Scarica il Rapporto Undp

 

di Tommaso Tautonico

Mercoledì 01 Aprile 2020

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