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La salute degli oceani può essere riconquistata in 30 anni

Sfruttamento eccessivo degli stock ittici, perdita degli habitat, inquinamento e aumento della temperatura sono alcuni dei problemi che affliggono i mari di tutto il mondo. Il loro futuro è a un bivio. 23/4/20

 

Gli oceani contribuiscono al 2,5% del prodotto interno lordo mondiale, rappresentano un motore economico che fornisce l’1,5% della forza lavoro e la dimensione globale della loro economia, misurata in termini di contributo delle industrie marittime e oceaniche all’output economico e all’occupazione, è significativa, pari a 1.500 miliardi di dollari statunitensi. Tuttavia, molte specie marine, habitat ed ecosistemi stanno subendo un declino catastrofico. Secondo lo studio “Rebuilding marine life” (“Ricostruzione della vita marina”) pubblicato il 1 aprile su Nature da un team di scienziati internazionali, servono tre decenni di sforzi congiunti per salvare gli oceani entro il 2050. E “un investimento dai 10 ai 20 miliardi di dollari all’anno, con un possibile ritorno economico che sarebbe dieci volte tanto”.

“Abbiamo l’opportunità di offrire oceani in salute ai nostri nipoti, abbiamo le conoscenze e gli strumenti per farlo”, ha affermato Carlos Duarte, professore di scienze marine della King Abdullah university of science and technology dell’Arabia Saudita, che ha guidato lo studio. “Non accettare questa sfida significherebbe condannare i nostri nipoti ad avere oceani danneggiati e incapaci di sostenere l’umanità”.

Per raggiungere l’SDG 14 (Vita sott’acqua) sarà fondamentale il recupero di popolazioni marine, habitat ed ecosistemi di tutti gli oceani. Fortunatamente, osserva lo studio, le perdite di biodiversità negli oceani sono meno pronunciate rispetto alla Terra e molte specie marine sono in grado di recuperare una volta che le pressioni su di esse siano ridotte o rimosse.

Nel corso degli anni c’è stata una presa di coscienza crescente sull’importanza degli oceani, con conseguente aumento delle azioni di preservazione e recupero. Basti pensare alla protezione delle specie attraverso la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites), alla moratoria globale sulla caccia alle balene a fini commerciali, alle politiche per ridurre l’eutrofizzazione (processo degenerativo delle acque) e l’ipossia costiera (diminuzione dell’ossigeno), alla Convenzione di Stoccolma per la regolamentazione e eliminazione di inquinanti pericolosi, alla Convenzione Marpol per prevenire l’inquinamento causato dalle navi, fino ad arrivare alla recente mobilitazione per la prevenzione e la riduzione dell'inquinamento da plastica. Fondamentale è il ruolo svolto dalle aree marine protette nella tutela degli habitat più sensibili: nel 2000 solo lo 0,9% della superficie oceanica rientrava in questa definizione, ora le Aree marine protette (Amp) coprono il 7,4% dei mari e la loro superficie cresce di circa l’8% annuo. La strategia Blue carbon, inclusa da un numero crescente di Paesi all’interno dei propri Contributi nazionali (Nationally determined contributions), cuore dell’Accordo di Parigi, viene regolarmente utilizzata per mitigare i cambiamenti climatici e migliorare la protezione delle coste.

Tutte queste misure, continua il Report, hanno contribuito alla riduzione del rischio estinzione di molte specie, così come evidenziato dalla lista rossa Iucn (International union for conservation of nature), che registra una diminuzione di circa il 7% negli ultimi 19 anni. Alcune grandi specie mostrano segnali molto positivi: il numero di megattere aumenta con un tasso variabile dal 10% al 13% annuo, le lontre del Mare meridionale contano diverse migliaia di esemplari, le foche elefante hanno più di 200 mila individui riproduttori e anche le tartarughe marine, pur essendo ancora in pericolo, aumentano di dimensioni e in termini di popolazioni nidificanti.

Anche la gestione sostenibile degli stock ittici registra segnali positivi. L’ultimo Rapporto della Fao sullo stato della pesca e dell’acquacoltura evidenzia che i due terzi degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati in modo sostenibile.

Non esiste un’unica soluzione per ripristinare la salute degli oceani, conclude il Rapporto. Serve un mix di azioni combinate che pongano attenzione all’aumento degli habitat e alla preservazione delle specie marine. Ad esempio, la mitigazione dei cambiamenti climatici è l’azione fondamentale per recuperare le barriere coralline, mentre una migliore protezione dell'habitat e la gestione sostenibile della pesca sono fattori decisivi per il recupero dei vertebrati marini e degli habitat di acque profonde. Nuove tecnologie emergenti sono in fase di sviluppo per ripristinare alcune specie di corallo, ma sono necessari test a lungo termine che ne dimostrino l’efficacia. Gli sforzi per rimuovere le pressioni sulla vita marina causati dal cambiamento climatico antropogenico, dalla caccia, dalla pesca, dalla distruzione dell'habitat, dall'inquinamento e dall'eutrofizzazione devono essere ampliati e resi più efficaci.

Le Amp svolgono un’azione di recupero efficace su molte componenti dell'ecosistema oceanico, dagli habitat costieri alle popolazioni di pesci e megafauna. L'attuale crescita di queste aree testimonia che si è sulla buona strada per raggiungere l’ambizioso obiettivo del 10% delle superficie oceaniche protette entro il 2020, il 30% entro il 2037 e il 50% entro il 2044.

L’obiettivo è il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemi marini, capaci di soddisfare in modo sostenibile le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050. Per farlo sarà necessario ricostruire popolazioni ed ecosistemi impoveriti piuttosto che limitarsi a preservare lo status quo.

di Tommaso Tautonico   

Giovedì 23 Aprile 2020
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