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FOCUS: Le tante sfide dell’istruzione dopo la pandemia, dal divario digitale alla perdita di apprendimento

La scuola avrà bisogno di innovazione anche finita l’emergenza. Gli strumenti lanciati in tutta fretta in questi mesi andranno integrati e allargati a una platea più ampia. Per non farsi trovare impreparati in futuro. 4/5/20

 

La pandemia avrà una serie di conseguenze per il mondo dell’istruzione. Un gran numero di esperti considera la chiusura prolungata delle scuole un evento senza precedenti in termini di dimensioni, implicazioni occupazionali e natura trasformativa. In tutto il mondo oltre 1,5 miliardi di studenti e 63 milioni di insegnanti sono attualmente senza scuola, stima l’Unesco, dopo che 191 Paesi ne hanno deciso la chiusura per arrestare la diffusione del virus.

Apprendimento da remoto


Il primo tema che caratterizza questa fase è l’apprendimento da remoto. Il passaggio all’e-learning è stato irregolare. Alcuni sistemi scolastici sono stati in grado di formare insegnanti e creare servizi di supporto agli studenti in poche settimane (corsi, lezioni, didattica a distanza). Altri sono in difficoltà, bloccati dalla mancanza di accesso alla tecnologia o alle competenze. Chiaramente il divario vero è tra i Paesi più avanzati e quelli in via di sviluppo ma è anche dentro i Paesi, come evidenzia un articolo della società di consulenza McKinsey. “Gli studenti possono vivere uno vicino all’altro, ma devono affrontare prospettive molto diverse: affrontare queste disuguaglianze in un ambiente di apprendimento remoto è una sfida complessa”, ragionano gli autori. L’articolo guarda all’educazione scolastica americana K12 (cioè i dodici anni della scuola primaria e secondaria), ma offre una panoramica che va ben oltre gli Usa. Si osserva che il blocco globale della scuola colpisce con particolare intensità le categorie vulnerabili: i più poveri e i più giovani. Ma anche gli studenti immigrati, le minoranze etniche o religiose, gli studenti con bisogni speciali, quelli nelle aree remote rurali e in contesti familiari a rischio. Tutte queste categorie, secondo gli analisti di McKinsey, hanno bisogno di strategie su misura. Altrimenti la profondità e l’ampiezza delle disuguaglianze diventeranno più evidenti al ritorno sui banchi. Gli autori fissano infine quattro priorità per i sistemi scolastici: mantenimento della salute e della sicurezza degli studenti; massimizzare l’apprendimento; fornire supporto a insegnanti e personale; stabilire una solida base operativa e finanziaria.

Innovazione

Sarà necessario prestare maggiore attenzione al modo in cui la tecnologia e l’apprendimento possono essere integrati in modo efficace, compreso il ruolo vitale degli insegnanti e le competenze di cui gli studenti hanno bisogno. Formazione online è la parola d’ordine da fine marzo a questa parte. Finita l’emergenza, si dovrà prendere consapevolezza che la tecnologia e l’istruzione si possono e devono intrecciare. Con risultati migliori degli attuali. Alcuni sistemi scolastici sono “posizionati meglio di altri per sfruttare le risorse, le infrastrutture tecnologiche e il mercato della tecnologia dell’istruzione per rispondere alla crisi in modo più efficace”, rileva l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). Garantire che l’apprendimento di qualità continui nelle nuove forme adottate durante l’emergenza richiederà che i docenti abbiano accesso a ambienti di insegnamento adeguati, risorse sicure e condizioni di lavoro dignitose. Scuole degradate e abbandono scolastico vanno di pari passo. Ciò accade anche in Italia, dove, in base ai criteri del ministero dell’Istruzione, ben una scuola su quattro (28%) è classificata come non sicura, perché collocata in zone urbane degradate, vicino a strutture industriali a rischio o a fonti di inquinamento atmosferico (dati OpenPolis).


Divario digitale


Entra qui in gioco la questione del divario digitale tra le regioni più ricche del mondo e quelle in via di sviluppo. Una delle sfide che segneranno il nostro immediato futuro sarà ridurre la forbice che divide in due, in tema di accesso alle tecnologie, i circa 1,5 miliardi di studenti a livello globale. La metà di loro, circa 826 milioni, non ha accesso a un computer domestico e il 43% (706 milioni) non ha internet in casa, in un momento in cui l’e-learning viene utilizzato nella stragrande maggioranza dei Paesi. Come spiega Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco: “Mentre gli sforzi per fornire connettività a tutti devono essere moltiplicati, ora sappiamo che l’insegnamento e l’apprendimento continuo non possono essere limitati ai mezzi online. Per ridurre le disuguaglianze già esistenti, dobbiamo anche supportare altre alternative tra cui l’uso delle trasmissioni radiofoniche e televisive”.

In questa direzione si stanno muovendo alcuni governi, tra cui quello peruviano, che utilizza canali televisivi e radiofonici per fornire lezioni e contenuti agli studenti. Analoghe iniziative sono state adottate dal Camerun e Uganda. Sta di fatto che il digital divide avanza. La crisi, se non governata, sarà un acceleratore di disuguaglianze. In molti Paesi del Sud-Ovest asiatico e dell’Africa subsahariana soltanto una famiglia su cinque dispone di una connessione internet o di un pc (Oil). Negli Stati Uniti, quasi il 20% dei bambini afro-americani e il 21% delle famiglie con meno di 40mila dollari all’anno di reddito non hanno accesso alla rete da casa (Southern education fondation). D’altra parte in Paesi come Danimarca, Svezia e Slovenia la stragrande maggioranza (95%) dei quindicenni ha accesso a un computer a casa, indipendentemente dal contesto familiare.


Perdita di apprendimento


C’è poi il tema della perdita di apprendimento sulla formazione dei giovani. Gli effetti sono ancora tutti da quantificare, ma secondo molti esperti potrebbe avere pochi precedenti nella storia. Le scuole hanno sempre cercato di rimanere aperte durante guerre, carestie ed eventi drammatici. La loro chiusura è chiaramente costosa. Nell’immediato ostacola la produttività dei genitori. Più preoccupante ancora è il danno a lungo termine inferto ai bambini e alle loro prospettive. Un articolo apparso sull’Economist ha cercato di stimare l’entità del learning loss causato dalla chiusura delle scuole. E lo ha fatto scavando sulle perdite di apprendimento che avvengono normalmente nel periodo estivo. Durante le vacanze, i bambini in America perdono tra il 20% e il 50% delle competenze acquisite durante l’anno scolastico. Rapportando il dato alla fase attuale, Matthias Doepke della Northwestern University, valuta che entro la fine di questa estate i bambini americani potrebbero aver perso fino all’equivalente di un anno scolastico. Come riassume l’articolo, “le chiusure colpiscono soprattutto gli studenti più poveri, che hanno meno probabilità di avere tre pasti in tavola al giorno, un computer abilitato a internet, genitori con un livello alto di istruzione, un insegnante a disposizione e uno spazio sicuro per studiare”.


Il dibattito sull’istruzione suggerisce che nei prossimi mesi avremo bisogno di nuovi modelli di riferimento, più inclusivi. Ma c’è un altro tema su cui forse occorre riflettere: davvero possiamo pensare ai bambini e ai ragazzi solo in termini di conciliazione? Ne scrive Chiara Agostini in un editoriale su Secondo Welfare. Nel nostro Paese, ragiona la ricercatrice, i carichi di cura maggiore ricadono sulle donne. Senza adeguate politiche di sostegno, saranno costrette nei prossimi mesi a rinunciare al lavoro per occuparsi dei figli. Saranno necessarie soluzioni di lungo periodo, che vadano oltre i congedi parentali e servizi di baby sitting messi in campo dal governo. Due, secondo l’autrice, le sfide finora non affrontate: una strategia per la prima infanzia e un’azione più ampia per la ripresa dell’anno scolastico da settembre. Rispetto al primo punto, sottolinea la centralità dell’istruzione e dell’educazione pre-scolare. Concetti ribaditi anche dalla sociologa Chiara Saraceno che, in un’intervista sulla Stampa del 29 aprile, ha denunciato la scarsa attenzione per l’infanzia. Sul secondo punto, Agostini riconosce lo sforzo fatto sulla didattica a distanza da parte di governo, insegnanti e realtà del terzo settore. Avvertendo però che le nuove tecnologie possono essere un complemento e non un sostituto della didattica in classe.


Didattica in presenza


Sicuramente la didattica a distanza non accontenta una larga fetta degli studenti italiani. Questa la tendenza emersa dall’ottavo rapporto di ricerca dell’Osservatorio Generazione Proteo, condotto in queste settimane su circa 3mila studenti tra i 16 e i 19 anni, di cui il 24 aprile è stata fornita un’anticipazione alla stampa. Solo un giovane su tre (36%) ha valutato positivamente l’esperienza didattica, da un lato perché funzionale all’avanzamento dei programmi di studio e della preparazione (20,6%), dall’altro perché ritenuta una preziosa occasione per riscoprire l’importanza delle tecnologie al servizio della scuola. D’altra parte, il 43% degli intervistati dichiara di sentire la mancanza della didattica in presenza. Poi ci sono gli studenti insoddisfatti (20,8%), che chiamano in causa l’impreparazione di scuole e docenti ad affrontare e accogliere una sfida così importante (12,5%) e che sono contrari a priori alle lezioni a distanza (8,3%).


Alla riapertura di settembre la scuola saprà farsi trovare pronta? A cercare una sintesi è stato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, intervistato dalla Stampa: “Ridurre il numero degli allievi in classe, immaginare forme di turnazione e accesso differenziato, estendere la frequenza al pomeriggio, modificare il monte ore, utilizzare per la lezione anche altri spazi, inclusi cortili e aree verdi, forse immaginare una selezione delle materie. Penso, però, che in ogni caso si dovrà fare un mix di ingredienti diversi per trovare la ricetta giusta, che per ora nessuno ha”.


di Andrea De Tommasi

Lunedì 04 Maggio 2020
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