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QUESTA SETTIMANA: Non c’è futuro sostenibile senza governance mondiale

In occasione dei suoi 75 anni e in un momento di crisi della cooperazione, l’Onu riflette e ci interroga sul suo futuro. Quattro scenari, ma uno solo auspicabile. Un segnale di speranza dalla politica italiana. 12/6/20

di Donato Speroni

 

“Estranei che esprimono giudizi sulla nostra salute”. In queste parole di Bolsonaro sull’Oms c’è quasi tutto della nostra epoca: il sovranismo, la diffidenza per ogni forma di autorevolezza scientifica (anche per questo l’ambiente è l’ultimo dei problemi in agenda) il progressivo disfarsi di quello che chiamerei l’associazionismo delle Nazioni, nelle forme che si erano date per rimediare alle catastrofi belliche del Novecento.

Le Nazioni Unite, l’Oms, le istituzioni monetarie, le autorità sovranazionali, l’Unione europea, tutto ciò che cerca (faticosamente) di inquadrare il caos dei popoli in qualcosa che assomiglia un minimo comune denominatore accettabile ovunque viene rifiutato dai nuovi duci nazionalisti come «intrusione di estranei». Reggono solo, per adesso, le alleanze militari, anche perché sostenute dall’immane business degli armamenti.

La riflessione di Michele Serra su La Repubblica tocca un tema cruciale. È possibile raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 senza una adeguata capacità di governo internazionale? Più volte in questi commenti abbiamo sottolineato l’importanza dell’Unione europea, sia per il suo ruolo nell’aiutare i Paesi membri (e soprattutto i più colpiti come l’Italia) a uscire dalla grave crisi provocata dalla pandemia, sia per le sue responsabilità nel contesto globale, su temi come il clima e la cooperazione internazionale. L’impegno della Commissione von der Leyen e i suoi programmi improntati all’Agenda 2030 ci fanno sperare che l’Europa si avvii a un futuro di maggiore coesione e di maggiore impegno per un futuro sostenibile.

Ma che dire delle Nazioni unite, che sono il perno di tutto il sistema di agenzie e organizzazioni internazionali sul quale deve costruirsi la governance globale? L’annuncio di Jair Bolsonaro e di Donald Trump di voler uscire dalla Organizzazione mondiale della sanità è un’ulteriore crepa in un sistema che in questi anni, nonostante l’impegno globale sull’Agenda 2030 dichiarato cinque anni fa da tutti gli Stati del mondo e ribadito nel settembre scorso con la “Decade for action” proclamata dal Segretario generale dell’Onu António Guterres,  ha mostrato molti punti di debolezza: la World trade organization è stata messa in crisi dal ritorno al protezionismo e la stessa Onu rischia la paralisi per la difficoltà di raggiungere decisioni condivise e le ristrettezze finanziarie che impediscono un impegno adeguato sui teatri di crisi.

Dobbiamo dunque chiederci: qual è il futuro dell’Onu? Bisogna segnalare che l’iniziativa di interrogarsi su se stessi proviene dalla stesso Palazzo di vetro di New York, in occasione del 75mo anniversario della organizzazione. Nel pieno della crisi da Covid, le Nazioni unite hanno lanciato la campagna Un75uno sforzo ambizioso per raccogliere dal basso priorità e soluzioni per il futuro. Un’indagine di un minuto, su www.un75.online, è alla base dell’iniziativa, perché si propone di dar voce alla gente. Il sondaggio chiede a tutti di condividere le loro priorità per la ripresa dalla pandemia e di immaginare il futuro che vogliono. I risultati saranno presentati ai leader mondiali a settembre, nel corso della celebrazione ufficiale dei 75 anni dell’Onu.

Tra le domande del questionario, ce ne sono alcune che guardano molto avanti. Per esempio: “Pensando al mondo tra 25 anni, quali sono le tre cose più importanti che vorresti veder realizzate?”, con varie opzioni, da una maggiore uguaglianza tra le nazioni a una migliore protezione ambientale, ma anche con la possibilità di risposte aperte. E anche “Quali saranno le tre tendenze globali che influenzeranno maggiormente il nostro futuro”, anche qui con varie risposte dalle migrazioni forzate al cambiamento climatico e con la possibilità di ulteriori integrazioni.

Vedremo che cosa emergerà da questo sondaggio mondiale, che avrà valore se sarà adeguatamente pubblicizzato. In Italia, per esempio, non mi risulta che se ne sia mai parlato. Nel frattempo, però, diversi istituti riflettono sul futuro dell’Onu. Democracy without borders, un network internazionale di promozione della democrazia, in vista del 75° anniversario ha impostato la discussione su quattro scenari che meritano attenzione.

  • Scenario 1: “Steady State”: in sostanza, la continuazione della situazione attuale, con una scarsa volontà degli Stati nazionali di lavorare insieme e cedere poteri. “L’Onu sopravvivrebbe per raccattare i cocci, ma i politici non si aspetterebbero troppo. L’organizzazione continuerebbe a patire per la mancanza di risorse: Disneyland ha più dipendenti della Segreteria generale dell’Onu”.

  • Scenario 2: “World State”: i governi nazionali, pur mantenendo il controllo dei loro destini, sono disponibili a lavorare insieme perché si rendono conto che ci sono problemi transnazionali che non possono essere risolti da ciascuno di loro e questa disponibilità fa emergere una sorta di global governance. Questa evoluzione può avvenire in vari modi, da un approccio federalista di delega dei poteri, a un movimento grassroots, una spinta dal basso dei popoli del mondo che avvertono il bisogno di nuove istituzioni transnazionali.

  • Scenario 3: “Earth Inc”: i governi locali perdono il controllo e le multinazionali riempiono il vuoto, unificando il mondo in un grande mercato. Governi e istituzioni internazionali possono continuare a esistere, ma accettando il fatto che il sistema degli Stati nazionali è finito e che i veri player globali sono le corporations.

  • Scenario 4: “Wild State”: i governi nazionali perdono il controllo, l’Onu non riesce a riempire il vuoto e anche le multinazionali si sottraggono a questo ruolo. Il risultato è il caos, uno scenario da incubo con un numero in costante aumento di Stati falliti, movimenti di massa delle popolazioni e crescenti problemi ambientali e sanitari, disastro climatico.

È evidente che questi scenari sono costruiti per stimolarci a riflettere e impegnarci verso l’unica prospettiva che consentirebbe di affrontare i problemi globali, cioè se non proprio uno Stato mondiale, comunque una consistente delega di poteri alle istituzioni multilaterali, un obiettivo dal quale oggi siamo molto lontani.

In un articolo su Devex, una piattaforma di informazione a supporto della cooperazione internazionale, Amy Lieberman interroga Fabrizio Hochschild, da poco nominato consigliere speciale di Guterres per la preparazione del 75mo anniversario, che si mostra ben consapevole dei problemi.

Abbiamo di fronte una contraddizione fondamentalmente pericolosa. Da un lato c’è un set crescente di megatrends che possono essere affrontati soltanto con la cooperazione internazionale. Al tempo stesso, c’è una sorta di ritirata dalla cooperazione. Come se ne esce? È quello che stiamo cercando. Ma ci vorranno anni di sforzi. L’Onu è come una superpetroliera, non vira su una moneta. Ma non sottostimiamo la possibilità di cambiare, soprattutto se possiamo dare voce alla gente in tutto il mondo.

Per creare la Lega delle Nazioni ci volle la prima guerra mondiale, per far nascere l’Onu la seconda. C’è solo da sperare che la riforma della cooperazione multilaterale nasca prima e non dopo una nuova catastrofe e magari riesca a prevenirla.

Intanto registriamo, per una volta, un segnale molto positivo che proviene dalla politica italiana. Il Senato ha approvato all’unanimità una mozione, primo firmatario Andrea Ferrazzi del Pd, ma con sottoscrizioni di esponenti di molti altri gruppi, che proclama lo stato di emergenza climatico e ambientale e impegna il Governo ad avviare iniziative pienamente in linea con l’Agenda 2030 e molte proposte dell’ASviS, a partire dall’introduzione in Costituzione del principio di sviluppo sostenibile. Ha commentato lo stesso Ferrazzi:

L’approvazione da parte del Senato della mozione di maggioranza per la proclamazione dell’emergenza climatica ed ambientale nel Paese è un fatto storico. In 22 punti, il Senato impegna il governo ad affrontare la questione dell’incremento della temperatura e dei gas climalteranti in atmosfera, per salvaguardare il pianeta e la vita sulla Terra. E’ una mozione che si inserisce in pieno nel Green new deal varato dalla Commissione europea, che sarà uno dei capisaldi su cui costruire la ripresa economica e sociale dopo la pandemia da Coronavirus. Si tratta di puntare sull’economia circolare, sull’ecoprogettazione, sulla rigenerazione urbana, sulla riduzione del consumo di suolo, sull’innovazione delle produzioni, sull’efficienza energetica.

Dalle mozioni alle politiche il passo non è sempre facilissimo, ma questo è davvero un momento particolare: abbiamo testimoniato, con gli eventi “Tre passi verso il Festival” organizzati dall’ASviS nei giorni scorsi, che nessuno, tra i politici, gli imprenditori, gli esperti interpellati, pensa che si possa ritornare al business as usual pre Covid. Per un mondo nuovo urgono nuove strategie: italiane, europee e anche di promozione al cambiamento globale attraverso un ripensamento delle istituzioni internazionali. 

E INOLTRE…

In questi giorni il sito asvis.it si è occupato di:

 

Il sito futuranetwork.eu si è occupato di:


I video della settimana

di Elis Viettone, montaggio e grafiche di Francesca Spinozzi

  • Quale lezione sulla salute pubblica appresa dopo la pandemia?
    Ne abbiamo parlato con Raffaella Bucciardini, ricercatrice dell'Istituto superiore di sanità, e Carla Collicelli, gruppo di lavoro ASviS sul Goal 3 dell’Agenda 2030: Salute e benessere per tutti, nella nuova puntata di "Oltre la crisi". Conduce Elis Viettone, segretariato ASviS. 

Le best practice sul Goal 2
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a cura di Flavio Natale ed Elita Viola

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  • Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità. “Questa Giornata viene osservata ogni anno per promuovere la consapevolezza pubblica degli sforzi internazionali per combattere la desertificazione” ricordano le Nazioni unite. “La Giornata è un momento unico per ricordare a tutti che la neutralità del degrado del suolo è raggiungibile attraverso la risoluzione dei problemi, un forte coinvolgimento della comunità e la cooperazione a tutti i livelli”.

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