29 Ottobre 2026

È sempre antipatico ricordare che “l’avevamo detto”, ma i più recenti dati relativi al mondo, all’Europa e all’Italia riguardanti lo sviluppo sostenibile sono incontrovertibili: non solo non raggiungeremo la gran parte degli Obiettivi fissati dall’Agenda 2030, ma le scelte politiche ed economiche assunte nel recente passato, specialmente dopo la pandemia, e nel presente stanno determinando un significativo rallentamento, in vari casi un arretramento, nella difficile marcia verso uno sviluppo più sostenibile. La consapevolezza di tale condizione è ormai generalizzata: nei Paesi G20, circa sette persone su dieci ritengono eccessive le disuguaglianze e quasi altrettante considerano necessaria una trasformazione profonda del sistema economico. Eppure, soltanto il 31% confida nella capacità del proprio governo di assumere decisioni vantaggiose per la popolazione nel lungo periodo. Non ci si può quindi stupire se questa “mancanza di futuro” spinge tanti giovani, non solo europei, a scendere in piazza, chiedendo un radicale cambio delle politiche.

I segnali premonitori che avevamo evidenziato nel Rapporto Annuale di un anno fa e nel Rapporto di Primavera di maggio di quest’anno si sono trasformati in dati statistici: a livello globale, l’ONU segnala che un terzo dei Target dell’Agenda non sono raggiungibili. Le cause sono ben note: guerre, tensioni geopolitiche, crisi climatica, insufficienti investimenti in istruzione e salute, inflazione causata dall’aumento delle quotazioni delle materie prime, energetiche in primo luogo, crescita del debito dei Paesi in via di sviluppo e riduzioni senza precedenti degli aiuti allo sviluppo, specialmente di quelli degli Stati Uniti. Di fronte a tutto ciò il/la nuovo/a Segretario/a Generale dell’ONU si troverà in una posizione molto difficile: non solo dover ricostruire la fiducia nell’Organizzazione, ma anche definire un percorso credibile, ancorché ambizioso, per la fase post-2030.

Anche l’Unione europea ha rallentato il suo impegno per lo sviluppo sostenibile: sulla spinta di forze populiste e nazionaliste, in vari Paesi sono state adottate scelte in contrasto con lo spirito e i contenuti dell’Agenda 2030, nonostante il continuo supporto ad essa espresso nelle dichiarazioni ufficiali dai leader europei. Il risultato è che nell’ultimo anno per cui sono disponibili i dati sono ben sette i Goal per i quali si registra un peggioramento rispetto all’anno precedente. A livello di Unione, se negli anni post-pandemia l’indice che sintetizza gli indicatori compositi relativi ai 17 Goal (a loro volta basati su oltre 90 indicatori elementari) era cresciuto mediamente di 0,7 punti, nell’ultimo anno la variazione è pari a 0,2 punti, cioè il valore registrato nel 2020. In termini di obiettivi quantitativi fissati da normative europee, rispetto a un anno fa la quota di quelli raggiungibili scende dal 53% al 47% e aumenta nettamente quella degli obiettivi con andamenti contrastanti (dal 10% al 32%).

Analoghi risultati si rilevano per l’Italia: per ben sei Goal su 17 gli indici compositi diminuiscono tra il 2024 e il 2025, mentre l’indice sintetico complessivo mostra un netto rallentamento nell’ultimo biennio rispetto alla positiva progressione osservata nel periodo 2021-2023. Dei 38 obiettivi quantitativi analizzati, solo il 29% sono raggiungibili o avvicinabili, mentre il 58% (soprattutto quelli della sfera sociale) non saranno raggiunti: si tratta di percentuali identiche a quelle evidenziate un anno fa, nonostante gli effetti positivi del PNRR su alcuni dei fenomeni considerati.

Dietro a questi dati ci sono persone, imprese, istituzioni ed ecosistemi che vedono la propria condizione peggiorare o non migliorare anche per scelte politiche dannose o, nella migliore delle ipotesi, miopi. Scelte che privilegiano la condizione dei già ricchi e non dei più poveri, il ritorno economico immediato invece che investimenti lungimiranti, vantaggi politici di breve termine invece che il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e della qualità dell’ambiente. Insomma, scelte che stanno determinando una vera e propria “regressione insostenibile” per gran parte dell’umanità.

Grazie all’impegno degli scienziati, degli istituti di statistica, dei centri di ricerca, delle organizzazioni internazionali e del Terzo settore, i dati parlano chiaro e, nonostante gli attacchi portati quotidianamente a tutte queste istituzioni da leader politici, influencer, utenti (umani e non) dei social media, gran parte del mondo sa bene cosa sta accadendo, anche perché lo vive sulla propria pelle. E dunque, non ci si può stupire che oltre due terzi delle persone che vivono nei Paesi del G20 (in Italia l’80%) ritengono che i rispettivi governi non agiscano per migliorare la condizione della popolazione e in un’ottica di lungo periodo. Da notare, poi, che la sfiducia delle donne è più alta di sette punti rispetto a quella degli uomini, quella dei giovani 15-29enni di dieci punti rispetto agli ultracinquantenni.

Contrariamente a ciò che alcuni pensano, noi crediamo che disegnare le politiche pubbliche nell’ottica dello sviluppo sostenibile non vuol dire “buttare la palla in tribuna” a fronte delle tante emergenze che caratterizzano questa fase storica. Per questo l’ASviS propone alle forze politiche e alla società italiana un ampio insieme di azioni per l’immediato, ma anche per la prossima legislatura, la quale ci porterà a traguardare la scadenza del 2030, ma vedrà anche le Nazioni Unite definire, come già ricordato, la strategia globale post-2030 e l’Unione europea (la cui presidenza di turno l’Italia assumerà nella prima metà del 2028) assumere decisioni sulla sua governance, fondamentali per il suo presente e il suo futuro.

Nel Rapporto sono presentate sia proposte per interventi “di sistema”, sia per politiche specifiche. Le prime rispondono alla domanda di cambiamento di metodo della politica che tanti gruppi sociali esprimono nelle forme più diverse:

  • definire urgentemente una strategia nazionale di sviluppo sostenibile capace di orientare e coordinare le singole politiche settoriali;
  • dotare l’Italia di una governance anticipante, così da renderla capace di affrontare i rischi, ma anche di cogliere le opportunità future;
  • scegliere l’equità intergenerazionale come principio guida per tutte le politiche, coerentemente con la modifica costituzionale avvenuta del 2022 e l’introduzione della Valutazione d’impatto generazionale delle nuove leggi, innovazioni fortemente promosse dall’ASviS.

Le seconde affrontano i tanti ritardi dell’Italia rispetto all’Agenda 2030. Visto quanto ricordato con riferimento al quadro europeo, tali proposte sono presentate secondo le priorità identificate dall’Unione per il periodo 2024-2029. Ovviamente, il focus delle proposte è sull’Italia, ma la scelta di richiamarsi alle priorità europee vuole sottolineare la convinzione profonda delle circa 300 organizzazioni che aderiscono all’ASviS che la prospettiva di una più forte integrazione europea sia, come spesso ripete il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’unica con cui deve operare il nostro Paese, tanto più nel mondo attuale, denso di conflitti e scarso di cooperazione multilaterale.

L’anno scorso aprivamo questa sintesi ricordando che “siamo ostinati, non siamo ciechi e neanche stupidi”. Un anno dopo siamo ancora più convinti della necessità, ma anche della possibilità, di cambiare strada e realizzare uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista: le rilevazioni demoscopiche indicano che, nonostante le forti e crescenti preoccupazioni per le guerre, l’inflazione, la sicurezza, ecc., chi vive in Italia desidera fortemente una politica capace di affrontare le emergenze, ma anche di indicare una prospettiva realisticamente positiva del Paese, dell’Europa e del mondo.

Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, invita il mondo a seguire l’esempio del profeta Neemia, il quale “ascolta il grido di una città ferita … organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme”. Il Papa invita, quindi, credenti e non credenti a essere “non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia -laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”.

È in questo spirito che continueremo a operare per indicare come trasformare in realtà i principi e le aspirazioni presenti nella nostra Costituzione e nei Trattati internazionali, così da raggiungere quegli Obiettivi di sviluppo sostenibile che il nostro Paese ha liberamente sottoscritto e, anzi, contribuito a definire. Ed è in questa prospettiva che l’ASviS ha lanciato il progetto Ecosistema Futuro, al cui interno, tra l’altro, sta prendendo forma, grazie al lavoro della “Costituente” formata da 40 ragazze e ragazzi under-35, l’Assemblea Nazionale sul Futuro, che avrà la sua seduta inaugurale nel 2027 a Parma quando la città sarà la Capitale europea dei giovani. Una nuova istituzione, una sorta di Parlamento parallelo, composta prevalentemente da giovani, per indicare alla politica e a tutta la società le azioni da intraprendere per costruire un’Italia più equa e sostenibile.

C’è sempre un’alternativa, contrariamente a quanto diceva Margaret Thatcher nei primi anni ’80 del secolo scorso per giustificare le politiche che realizzava e a quanto tanti commentatori nostrani ripetono nei talk show. Anche oggi dobbiamo affermare con chiarezza che c’è un’alternativa alla “regressione insostenibile” che stiamo sperimentando. A questo l’ASviS crede e lavora incessantemente, indicando come fornire risposte credibili ed efficaci a chi esprime un insopportabile disagio e una forte domanda di cambiamento.

di Enrico Giovannini

Dalla sintesi del Rapporto ASviS 2026

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