26 Ottobre 2026
Il progresso dell’industria non dipenderà soltanto da tecnologie più intelligenti, ma dalla capacità di governarne gli effetti, le responsabilità e le possibilità future.
di Oliviero Casale, General Manager di UniProfessioni
A pochi anni dal 2030, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile chiedono risultati concreti, mentre decisioni e azioni si distribuiscono tra persone, algoritmi, agenti autonomi e infrastrutture. L’IA può accelerare l’innovazione e amplificare le interdipendenze: le conseguenze raggiungono altri soggetti e territori, complicando l’attribuzione delle responsabilità.
Forse è tempo di pensare all’Industry 6.0: non per annunciare una rivoluzione compiuta, ma per capire come governare autonomia, interdipendenze e propagazione degli effetti tra imprese, territori e generazioni. Conta orientare l’innovazione senza consumare le condizioni del futuro.
Dall’Industry 5.0 a una nuova domanda di governance
L’Industry 4.0 ha valorizzato digitalizzazione, automazione, connettività e produttività. L’Industry 5.0 ha posto al centro la persona, la sostenibilità e la resilienza, aprendo una svolta ancora in attuazione nel dibattito europeo su competenze e politiche industriali. Pensare all’Industry 6.0 non significa superarla, ma affrontare domande rese più urgenti dalla sua attuazione.
Una fabbrica può innovare e restare vincolata a un fornitore digitale; una filiera può ridurre consumi e tempi trasferendo costi alle imprese più piccole; un agente artificiale può decidere velocemente senza che lavoratori e partner sappiano intervenire. Le interdipendenze possono così propagare benefici e fragilità ben oltre il risultato locale.
In questa prospettiva di ricerca, propongo di leggere l’Industry 6.0 come governance delle traiettorie dell’innovazione: non soltanto progetti, ma decisioni, impegni, dipendenze ed effetti che attraversano organizzazioni, società ed ecosistemi nel tempo. Le logiche 4.0, 5.0 e 6.0 possono convivere.
Misurare il presente non basta: la capacità generativa
La produttività rimane essenziale, ma un sistema più efficiente non è sempre capace di creare valore nel tempo. Se un beneficio immediato impoverisce competenze, restringe alternative, compromette risorse o concentra il potere decisionale, il risultato positivo può nascondere una perdita di possibilità future.
Da qui la capacità generativa: attitudine dei sistemi sociotecnici a preservare e rigenerare risorse, conoscenze, relazioni e opzioni da cui dipende il valore economico, sociale, cognitivo, istituzionale e ambientale. Distinta dalle prestazioni innovative e dall’antifragilità (un possibile guadagno sotto stress), riguarda le condizioni per continuare a creare valore nel tempo.
Per l’Agenda 2030 dobbiamo chiederci se l’innovazione rafforzi lavoro e competenze, mantenga infrastrutture affidabili, includa gli attori più deboli e riduca le fragilità ambientali, anziché spostarle lungo filiere e territori. Conta la qualità delle traiettorie, non soltanto degli output.
La cura del vivente come criterio di orientamento
La cura del vivente orienta trasversalmente la governance; non è una settima funzione del GGF né un risultato da sommare alla capacità generativa. Riconosce che l’industria dipende da salute, lavoro, conoscenza, fiducia, acqua, suoli, biodiversità ed ecosistemi, condizioni vitali da preservare e rigenerare quando possibile.
Prendersene cura significa prevenire danni, mantenere le condizioni sociali ed economiche, riparare gli effetti avversi e, quando possibile, rigenerare. Non cancella i conflitti, ma chiede di rendere visibili beneficiari, portatori dei costi e soggetti senza rappresentanza, comprese le generazioni future.
La proposta dei beni comuni multilivello, elaborata con Gilda Farrell e presentata su ASviS, non introduce un nuovo regime proprietario: qualifica condizioni essenziali e interdipendenti della vita collettiva. Devono convergere cinque condizioni: funzione vitale; propagazione degli effetti oltre soggetti, luoghi e tempi; pluralità di scale; insufficienza di un singolo attore o regime; soglie verificabili, monitoraggi e responsabilità condivise, differenziate e coordinate. Le interdipendenze connettono i sistemi; gli effetti si propagano fino a chi non ha deciso. Acqua, suoli, dati e infrastrutture non sono automaticamente beni comuni multilivello: la qualifica richiede la verifica dei criteri.
Dall’autonomia tecnologica all’autonomia responsabile
Nelle organizzazioni agentiche, quando persone, algoritmi e agenti artificiali partecipano a decisioni rilevanti, la supervisione umana dichiarata non basta. Occorre ricostruire chi definisce obiettivi e deleghe, con quali informazioni, e chi possa contestare, correggere o fermare un’azione. Servono competenze, accesso alle evidenze e poteri effettivi.
Un algoritmo può imporre richieste insostenibili ai piccoli fornitori o accentuare pressioni territoriali. Gli effetti si propagano lungo le interdipendenze della filiera, anche quando ciascuna impresa rispetta le proprie procedure. Governare l’autonomia richiede responsabilità attribuibili oltre i confini aziendali, tracciabilità e possibilità di riconfigurazione.
Sei funzioni per una governance generativa
Il Generative Governance Framework (GGF), proposto come modello teorico in uno studio pubblicato su IJBMI, articola sei funzioni interdipendenti. L’orientamento strategico esplicita finalità e criteri di valore, da riesaminare quando necessario. La preservazione delle opzioni contrasta irreversibilità evitabili attraverso interoperabilità, modularità e alternative praticabili. L’agency distribuita tracciabile collega autonomia umana e tecnologica a deleghe, responsabilità e possibilità effettive di contestazione.
Le salvaguardie integrate considerano fin dalla progettazione lavoro, sicurezza, sostenibilità ed esternalità. L’apprendimento ricorsivo e la riconfigurazione consentono di modificare obiettivi, metriche e regole decisionali alla luce delle evidenze. La coerenza e legittimità dell’ecosistema richiedono interfacce compatibili, responsabilità esplicite e sedi credibili per governare le interdipendenze tra gli attori.
Le sei funzioni non sono una checklist o una norma certificabile, ma meccanismi di governance interdipendenti. Troppa tracciabilità può creare burocrazia, troppa reversibilità ostacolare investimenti e un coordinamento senza dissenso rafforzare gli attori dominanti. I risultati intermedi (autonomia responsabile, riconfigurabilità, opzioni praticabili e coordinamento legittimo) restano distinti dalla capacità generativa, risultato di ordine superiore da verificare.
Il bene comune e l’Agenda 2030: dal principio alla decisione
La ISO 56001:2024, studiata da UniProfessioni durante la sua elaborazione, disciplina il sistema di gestione dell’innovazione; il GGF interroga anche la qualità delle traiettorie. La ISO 56000:2025 definisce il bene comune (common good) come beneficio per tutte le parti interessate. La ISO/UNDP 53001:2026, anticipata da UniProfessioni nella fase DIS, riprende la definizione nell’ambito degli SDGs e considera anche ecosistemi, generazioni future e parti interessate che non possono rappresentarsi direttamente.
Il common good delle norme ISO non coincide con i beni comuni multilivello, categoria teorica riferita a specifiche condizioni interdipendenti. Nessuna delle due nozioni risolve automaticamente i conflitti o attribuisce nuove personalità giuridiche. Occorre chiedere chi beneficia, chi decide e dissente e chi sostiene i costi, anche quando è escluso dalle scelte.
Il perimetro della decisione non coincide con quello degli effetti, che possono propagarsi tra imprese, territori, comunità, società, ecosistemi e generazioni future. Nella prospettiva qui proposta, una trasformazione non può dirsi generativa se i benefici tecnologici ed economici impoveriscono territori, accentuano disuguaglianze, indeboliscono relazioni sociali o compromettono le condizioni di vita future.
L’Agenda 2030 connette lavoro dignitoso (Goal 8), innovazione e infrastrutture (9), disuguaglianze (10), città e comunità sostenibili (11), consumo e produzione responsabili (12), clima (13), ecosistemi marini e terrestri (14 e 15), istituzioni inclusive e responsabili (16) e partnership (17). Sono dimensioni interdipendenti: vantaggi locali possono trasferire costi altrove.
Non basta misurare separatamente gli impatti: occorre seguirne la propagazione e valutare se le scelte contribuiscano alla capacità generativa di organizzazioni, comunità e società. La cura del vivente implica responsabilità intergenerazionale: preservare e rigenerare le condizioni perché persone e comunità possano vivere, partecipare, apprendere e scegliere senza impoverire le opportunità future.
Una coerenza dinamica, non una nuova etichetta
La coerenza dinamica richiede che finalità, decisioni, conoscenze e responsabilità restino allineate e rivedibili alla luce delle interdipendenze e della propagazione degli effetti. Un sistema maturo non si limita ad applicare regole: le riesamina quando emergono evidenze, nuove dipendenze o conseguenze avverse, senza generare instabilità permanente.
L’Industry 6.0 non è un paradigma univocamente definito e consolidato; il GGF è una proposta teorica da verificare empiricamente. La sua utilità consiste nel porre domande più rigorose: quale futuro rende possibile una scelta? Chi sopporta i rischi? Quali alternative rimangono? Quali capacità sono rigenerate e quali consumate?
Forse dobbiamo iniziare a pensare all’Industry 6.0 per non ridurre la trasformazione a una corsa alla prossima tecnologia. Governare responsabilmente significa riconoscere le interdipendenze, seguire la propagazione degli effetti e custodire le condizioni umane, sociali, istituzionali ed ecologiche che rendono possibile il futuro delle comunità e del vivente.
*le opinioni espresse impegnano solo l’autore






































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