23 Ottobre 2026

Le spese pubbliche si distinguono tra spese correnti, utilizzate per i servizi generali e per servizi specifici come la scuola, la sanità, il pagamento delle pensioni e così via, e le spese per investimenti. Quelle di natura infrastrutturale puntano a migliorare la qualità delle infrastrutture energetiche, di trasporto, idriche, sociali, ecc. Tipicamente, essi hanno effetti positivi anche sulla crescita economica nel lungo termine, non solo nell’anno in cui si effettua la spesa.

Il Documento finanziario programmatico che il Governo ha inviato a Bruxelles, prima della presentazione della vera e propria legge di bilancio, contiene un’informazione interessante che non mi sembra sia stata sottolineata nei commenti dei media: la spesa per investimenti rispetto al Prodotto interno lordo (Pil) resterebbe intorno al 4% anche l’anno prossimo, dopo aver raggiunto valori di questo tipo negli ultimi anni grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), cioè ai finanziamenti europei.

Il documento inviato alla Commissione europea mostra che, in assenza di interventi, la quota degli investimenti sul Pil tenderebbe a scendere nel 2027, ma grazie ai nuovi finanziamenti europei per l’energia e per la difesa questa quota resterà superiore al 4%. È un dato importante, anche se bisogna ancora capire quali progetti essi andranno a finanziare. Ancora una volta, dunque, è solo grazie alla cosiddetta flessibilità europea, che in realtà significa maggiore debito, l’Italia potrà continuare ad investire in modo significativo senza incorrere nelle sanzioni previste dalle regole macroeconomiche e fiscali europee.

La scelta di investire risorse aggiuntive nel settore energetico nasconde, in realtà, un gioco semantico. Nel documento inviato alla Commissione, infatti, il Governo si impegna a utilizzare i 14 miliardi tra il 2027 e il 2030 per investimenti nella sicurezza energetica. In realtà, l’Europa ci consente di fare questo debito aggiuntivo per accelerare il processo di decarbonizzazione del sistema energetico italiano, esattamente l’opposto di quanto il Governo ha fatto negli ultimi anni. Si tratta, cioè, di ridurre la dipendenza dall’estero del nostro sistema energetico e migliorarne l’efficienza, ma anche di accelerare il passaggio alle fonti rinnovabili, un ambito nel quale l’Italia è decisamente indietro e che è una delle caratteristiche fondamentali del tanto criticato Green Deal europeo.

Se, dunque, dobbiamo realizzare molte più impianti di energia rinnovabile (fotovoltaico, eolico, ecc.), l’esperienza di questi anni dimostra che non basta avere i soldi, bisogna anche cambiare in profondità le procedure di autorizzazione dei nuovi impianti e superare le resistenze di diverse comunità locali. Altrimenti continueremo ad assistere a quello che sta già accadendo: tantissime richieste di installazione di impianti rinnovabili, provenienti anche dal mercato e quindi senza gravare sulla finanza pubblica, bloccate dalla mancanza di autorizzazioni a livello nazionale o regionale.

Conosceremo nelle prossime settimane cosa il Governo intende fare in questo campo, ma si spera che l’Italia faccia investimenti nelle rinnovabili anche di grande scala, piuttosto che erogare bonus a pioggia, ma è importante sottolineare che l’Italia deve finalmente scegliere, senza contraddizioni, la strada della decarbonizzazione, come stanno facendo tanti Paesi in tutto il mondo. A tale proposito, segnalo che il 15 ottobre è uscito il nuovo Future Brief dedicato alle tecniche di valutazione dei rischi e delle opportunità future e all’analisi dei cosiddetti “megatrend”, elaborato nell’ambito del progetto Ecosistema Futuro, lanciato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Il documento mostra come sia possibile anticipare le tendenze e i rischi futuri, ma evidenzia anche la necessità di attrezzarsi dal punto di vista analitico per riuscire a farlo. Spero che la scelta del Governo di investire di più sul futuro sia coerente con le migliori pratiche disponibili e con l’evidenza fornita dalla scienza, un ambito nel quale l’Italia è decisamente indietro rispetto ad altri Paesi. Perché scegliere il futuro vuol dire non solo spendere soldi, ma decidere dove investire e dotarsi di procedure rapide ed efficienti per raggiungere il risultato in tempi certi e possibilmente brevi. Altri lo stanno facendo, perché noi no?

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