23 Ottobre 2026

Intervista al sindaco di Padova, Sergio Giordani, e alla Site Manager del sito Unesco, Federica Millozzi. A cura di Annateresa Rondinella – Cattedra Unesco in Comunità energetiche sostenibili, Università di Pisa.

Entrando nella Cappella degli Scrovegni a Padova, lo sguardo sembra perdere il confine tra architettura e pittura. Il blu intenso della volta, le storie della Vergine e di Cristo, i volti attraversati dal dolore e dalla tenerezza restituiscono la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che ha cambiato per sempre il modo di rappresentare il mondo. Agli inizi del Trecento, Giotto trasformò le pareti di una piccola cappella in uno spazio narrativo di straordinaria modernità, restituendo alle figure il peso dei corpi, la profondità degli ambienti e l’intensità delle emozioni umane. Quella rivoluzione non rimase isolata. Nel corso del XIV secolo Padova divenne uno dei principali laboratori artistici d’Europa. Guariento di Arpo, Giusto de’ Menabuoi, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona contribuirono a sviluppare un nuovo linguaggio figurativo, alimentato dal dialogo tra artisti, committenti e istituzioni. Nella città dei Carraresi, frequentata da Francesco Petrarca e animata dalla presenza di uno dei più antichi atenei europei, la pittura partecipava a una stagione di profonda trasformazione culturale. L’arte non si limitava più a rappresentare il sacro: iniziava a interrogare lo spazio, la natura e l’esperienza umana.

Nel 2021 l’UNESCO ha riconosciuto il Valore Universale Eccezionale di questa straordinaria stagione artistica, iscrivendo nella Lista del Patrimonio Mondiale I cicli affrescati del XIV secolo di Padova. Otto complessi monumentali, religiosi e civili, distribuiti nel centro storico, testimoniano un secolo di innovazioni che avrebbe influenzato profondamente la pittura del Rinascimento.

Eppure, dietro l’apparente immobilità di queste immagini, sopravvissute per oltre settecento anni, si nasconde una realtà in continua trasformazione. Gli affreschi sono opere dalla complessa e delicata struttura materiale, legate agli equilibri fisici degli edifici che le custodiscono. Le variazioni della temperatura, l’umidità, gli eventi meteorologici sempre più intensi e le trasformazioni del clima pongono oggi interrogativi nuovi alla conservazione. Come proteggere opere nate in condizioni ambientali profondamente diverse da quelle attuali? E come conciliare le esigenze della tutela con la necessità di ridurre i consumi energetici? È in questo rapporto tra memoria artistica, responsabilità della conservazione e innovazione scientifica che si collocano le strategie adottate a Padova per accompagnare il patrimonio Unesco nelle trasformazioni del nostro tempo.

È il sindaco Giordani, a spiegare come la città abbia affrontato questa responsabilità: “Il sito seriale di Padova è gestito dal Comitato di Pilotaggio, che include 4 enti proprietari: noi quale pubblica amministrazione, ed enti privati, sia laici che ecclesiastici. Il Comune di Padova è ente capofila del Comitato, in base a un protocollo d’intesa sottoscritto nel 2022, dopo l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale. Il Comitato di pilotaggio è quindi la sede dove i temi della tutela e della transizione ecologica trovano spazio e applicazione concreta, come obiettivi condivisi e strategici del piano di gestione, anche in aderenza alle politiche intraprese dal Comune di Padova. Nel 2024 il Comune ha infatti siglato con la Comunità Europea il Piano d’Azione del Climate City Contract, un documento strategico con il quale l’amministrazione si è impegnata a raggiungere neutralità climatica entro il 2030, attraverso una strategia coordinata e partecipata necessaria a raggiungere questo importante obiettivo”.

La transizione ecologica entra così nell’orizzonte della gestione del patrimonio culturale, trovando nella Cappella degli Scrovegni un’esperienza significativa di conservazione e controllo delle condizioni ambientali.

Federica Millozzi, Site Manager del sito Unesco, individua nella conservazione preventiva uno degli strumenti fondamentali per affrontare i cambiamenti in corso. “La sfida principale è trovare il giusto equilibrio tra la conservazione del bene culturale e la sua valorizzazione in un contesto climatico che sta cambiando”, osserva, sottolineando il ruolo del monitoraggio e della manutenzione programmata. “L’esperienza della Cappella degli Scrovegni costituisce, in questa prospettiva, un modello di riferimento fondato sul controllo periodico delle superfici affrescate e delle condizioni microclimatiche, con particolare attenzione alle variazioni di temperatura e umidità. Un sistema di osservazione che consente di individuare tempestivamente eventuali alterazioni e di intervenire prima che si manifestino danni significativi. Il “modello” di conservazione della Cappella degli Scrovegni verrà esteso e declinato nelle altre sette componenti in base alle specifiche condizioni degli affreschi e del luogo che li conserva”, precisa Millozzi.

“Accanto al monitoraggio – prosegue Millozzi–  nei complessi monumentali padovani sono state introdotte tecnologie Led intelligenti, capaci di modulare l’illuminazione artificiale in relazione alle variazioni della luce naturale esterna. Sensori ambientali e applicazioni software consentono di adattare le condizioni luminose, migliorando la percezione cromatica degli affreschi e riducendo i consumi. Il risparmio energetico raggiunge il 60% rispetto al precedente sistema di illuminazione. Un risultato significativo perché mostra come l’efficienza possa essere perseguita senza separarla dalla qualità della fruizione e dalle esigenze della tutela.”

Ma è soprattutto nella conoscenza digitale che Padova sta aprendo una prospettiva particolarmente interessante.  Come illustra la siti manager “Nel 2025 è stato realizzato un gemello digitale dell’intero sito UNESCO, attraverso tecnologie avanzate di scansione laser e acquisizione di dati relativi agli edifici e alle superfici affrescate. Il progetto permette di documentare con precisione la geometria degli spazi, la disposizione degli elementi decorativi e numerose caratteristiche architettoniche e strutturali, costruendo una base informativa comune per le attività di ricerca e conservazione. Il gemello digitale non sostituisce l’opera e non ne riproduce l’esperienza estetica. Ne diventa piuttosto uno strumento di conoscenza, capace di conservarne una documentazione accurata e di consentire confronti nel tempo. Il programma prevede aggiornamenti periodici, indicativamente biennali, affinché le informazioni raccolte possano contribuire a riconoscere eventuali trasformazioni e orientare gli interventi conservativi”

Accanto alla dimensione scientifica e istituzionale emerge infine quella delle comunità. Il progetto partecipativo Visioni Comuni – Idee che uniscono, luoghi che parlano accompagna l’aggiornamento del Piano di Gestione attraverso l’ascolto di cittadini, studenti, visitatori e gruppi sociali meno rappresentati. Un percorso che riconosce nel patrimonio non soltanto un insieme di monumenti da proteggere, ma una componente dell’identità collettiva. A questa esperienza si affiancano gli Angeli del Patrimonio Mondiale, giovani formati nell’ambito di un progetto finanziato attraverso la legge 77 del 2006, impegnati nell’accoglienza e nella valorizzazione dei luoghi Unesco, anche di quelli meno conosciuti. La loro presenza contribuisce a costruire un rapporto più diretto tra il patrimonio e le persone che lo abitano, lo visitano e saranno chiamate a custodirlo.

A Padova, dunque, la transizione ecologica attraversa la storia dell’arte, la ricerca scientifica e le politiche urbane. Non si tratta soltanto di rendere più efficienti gli edifici monumentali, ma di ripensare il modo in cui una comunità conosce, conserva e trasmette il proprio patrimonio.

C’è un legame profondo tra i personaggi che popolano gli affreschi del Trecento, con i loro gesti e le loro emozioni, e la natura che li circonda. Paesaggi, alberi e animali partecipano a un racconto nel quale l’umano, il divino e il mondo naturale si incontrano in una visione unitaria del creato. Un equilibrio che oggi, di fronte alle trasformazioni ambientali e alle profonde sfide del nostro tempo, assume un significato nuovo, ricordandoci quanto sia fragile e preziosa l’eredità che siamo chiamati a custodire. Dal pigmento disteso sull’intonaco alla sua rilevazione digitale, cambiano gli strumenti, ma resta centrale il valore della conoscenza. Perché conservare non significa sottrarre le opere al tempo, ma comprendere come il tempo agisce su di esse, affinché quella straordinaria rappresentazione dell’uomo e del creato possa continuare a parlare al futuro.

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