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Le proposte Cgil, Cisl, Uil per un futuro sostenibile dell’Italia: serve il 6% del Pil

Con un documento unitario i sindacati indicano le politiche da seguire su investimenti green, territorio e infrastrutture. Grandi benefici per l'economia. 6/11/2019

Ambiente ma anche piena occupazione, giustizia sociale e crescita economica. Per Cgil, Cisl e Uil devono essere questi gli ingredienti per un futuro sostenibile dell’Italia e del mondo. Una presa di posizione illustrata nel documento Per un modello di sviluppo sostenibile redatto il 26 settembre ma pubblicizzato il 5 novembre con una lettera firmata dei tre segretari confederali Gianna Fracassi (Cgil), Angelo Colombini (Cisl) e Silvama Roseto (Uil).

Per i tre maggiori sindacati, l’Italia come sistema-Paese non ha ancora fornito delle risposte concrete a riguardo. Per questo il rapporto prova ad affrontare il problema in modo organico con molte proposte su diversi settori: dalla salvaguardia degli ecosistemi, alle risorse ittiche, dalle città sostenibili fino agli investimenti nel settore produttivo, nelle infrastrutture e nella formazione.

Uno dei concetti-chiave per un futuro sostenibile è la cosiddetta giusta transizione. Per invertire la rotta del riscaldamento climatico è necessaria la decarbonizzazione della nostra economia. Un processo così complesso deve essere però portato avanti in modo graduale per evitare forti impatti negativi a livello occupazionale. Tuttavia le tre sigle sindacali evidenziano la mancanza di una politica industriale nazionale coerente per favorire questo cambiamento. A loro avviso sarebbe, infatti, necessario un investimento più coraggioso sulle energie rinnovabili, un rafforzamento del trasporto pubblico a basse emissioni e un incentivo all’utilizzo dei veicoli elettrici. L’obiettivo a lungo termine deve essere la riduzione delle emissioni di carbonio del 55% entro il 2030 per contribuire al contenimento dell’innalzamento della temperatura mondiale a 1,5 C° e scongiurare una migrazione di massa di oltre 200 milioni di persone per gli effetti climatici.

Il rapporto si concentra poi su alcuni settori specifici. Innanzitutto affronta il problema della salvaguardia dei nostri ecosistemi. Fondamentale è quindi la tutela dell’acqua e del suolo. Sul primo punto vengono suggeriti investimenti nelle strutture idriche e irrigue e il potenziamento degli acquedotti e delle reti fognarie. Inoltre, per evitare danni alla fauna e all’habitat marino è necessario implementare una pesca sostenibile e una corretta gestione dei rifiuti di plastica. Per la salvaguardia del suolo è invece necessario ripristinare l’alveo dei fiumi, promuovere la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico e sismico e incentivare le bonifiche e la lotta contro l’abbandono delle zone interne e montane.

Un focus particolare viene dedicato al futuro dei centri urbani; nelle grandi città avviene il più intenso sfruttamento delle risorse naturali. Per questo è fondamentale arginare al massimo il consumo del suolo, intensificare la riqualificazione delle aree degradate e limitare l’uso dei veicoli privati inquinanti. Ma anche su questo settore i sindacati denunciano i ritardi della politica. La legge sul contenimento del consumo di suolo, ad esempio, è ancora in discussione in Senato mentre i progetti avanzati dalla Commissione d’inchiesta sulle Periferie della Camera della scorsa legislatura non sono più stati più ripresi in quella corrente.

Tutte queste proposte non sono di certo a costo zero. L’intervento pubblico nell’economia verde dovrebbe, infatti, raggiungere una cifra intorno al 6% del Pil. Tuttavia il rapporto non tralascia l’impatto che queste politiche avrebbero sulle casse dello Stato. Secondo la letteratura economica, infatti, per ogni punto di Pil investito si stima un effetto moltiplicatore di crescita di 3 punti percentuali oltre all’eliminazione di una serie di esternalità negative. Lo sviluppo sostenibile e l’agire per il clima avrebbero quindi un impatto positivo sulla spesa pubblica. Inoltre viene suggerita l’esclusione di tutti gli investimenti pubblici a difesa dell’ambiente dai vincoli del patto di stabilità. Infine, i fondi europei vengono indicati come una possibile e importante voce di finanziamento. A breve, infatti, verrà istituito un nuovo ciclo di fondi Ue programmati per il periodo 2021/2027 con un innalzamento degli attuali livelli di finanziamento in settori prioritari come appunto quello ambientale e climatico. All’Italia dovrebbero essere destinati circa 43 miliardi di euro di cui il 30% riservato per gli obiettivi ambientali. Starà poi al nostro Paese usarli in modo virtuoso.

 

di Alessandro Sarcinelli

 

Scarica il documento unitario
Scarica la lettera dei segretari confederali

mercoledì 06 novembre 2019
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