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Disuguaglianze salariali e retribuzioni insufficienti impediscono una vita migliore

188 milioni di disoccupati, 165 milioni di persone non retribuite adeguatamente e 120 milioni di persone hanno smesso di cercare lavoro o non vi hanno accesso. Ecco i nuovi dati dell’Oil sul mondo del lavoro. 30/1/20

C’è forte discrepanza tra l’offerta e la domanda di lavoro, ma la causa non è attribuibile solo alla disoccupazione. Forza lavoro sottoutilizzata, disuguaglianze di genere, età, posizione geografica e reddito, sono fattori determinanti. Lo dice il Rapporto “World employment and social outlook: trends 2020” diffuso il 20 gennaiodall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil)l.
“Per milioni di persone è sempre più difficile costruirsi una vita migliore attraverso il lavoro”, ha dichiarato il direttore generale dell’Ilo, Guy Ryder. “La persistenza delle disparità e dell’esclusione legata al lavoro impedisce loro di trovare un lavoro dignitoso e di costruire un futuro migliore. Si tratta di una realtà piuttosto preoccupante che ha implicazioni importanti sulla coesione sociale”.
Il Rapporto si concentra su quattro aspetti chiave: crescita economica inferiore alle previsioni e mancanza di inclusione nei Paesi a basso reddito; forza lavoro sottoutilizzata; lavoro dignitoso; disuguaglianze.
Nel 2018, nei Paesi a basso reddito il reddito pro capite giornaliero è stato inferiore a cinque dollari. Negli ultimi 18 anni la crescita è stata solo dell’1,8%, e il divario rispetto ai Paesi a medio e alto reddito è aumentato. Sono necessarie, afferma il Rapporto, trasformazioni strutturali, potenziamento tecnologico e diversificazione delle attività lavorative per favorire un’occupazione con più alto valore aggiunto.
Secondo i dati diffusi nel mondo ci sono oltre 470 milioni di persone divise tra chi non ha accesso al mondo del lavoro (188 milioni), chi non viene adeguatamente retribuito (165 milioni) e chi non riesce a lavorare per il numero di ore desiderato (120 milioni). E per il 2020, le prospettive parlano di disoccupazione in aumento di 2,5 milioni.
Nel 2019 il tasso di disoccupazione globale è stato pari al 5,4% mentre il tasso di forza lavoro sottoutilizzata è circa il 13%, più del doppio rispetto alla disoccupazione. Il rallentamento della crescita economica, dichiara il Report, non riesce ad assorbire l’aumento della forza lavoro. Le ripercussioni dell’incertezza sugli scambi commerciali e delle tensioni geopolitiche sulla fiducia delle imprese e dei consumatori per i prossimi anni complicano le previsioni sul futuro del mercato del lavoro.
Il terzo aspetto su cui si concentra il Rapporto è relativo alle condizioni di lavoro in cui vessano i circa 3,3 miliardi di lavoratori in tutto il mondo. Nel 2019 avere un lavoro retribuito non era garanzia di condizioni lavorative dignitose. La mancanza di reddito costringe spesso i lavoratori ad accettare lavori in nero, con basse retribuzioni e senza diritti sul lavoro. Nel mondo ci sono circa due miliardi di lavoratori sommersi, il 61% della forza lavoro globale, per lo più autonomi o coadiuvanti familiari che vivono in Paesi a basso e medio reddito.  Inoltre, sottolinea il Rapporto, nel 2019, più di 630 milioni di lavoratori in tutto il mondo vivono in condizioni di povertà lavorativa, con un reddito inferiore a 3,20 dollari al giorno. Un dato che secondo le stime aumenterà soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, ostacolando il raggiungimento del primo Obiettivo di sviluppo sostenibile – sconfiggere la povertà.
L’ultimo aspetto su cui si concentra lo studio sono le disuguaglianze. Nel 2019, il tasso di attività femminile è solo del 47%, rispetto al 74% di quello maschile. In alcune regioni come Nord Africa e Stati arabi gli stereotipi secondo cui le donne sono destinate a svolgere lavori di assistenza e cura mentre gli uomini sono i capifamiglia sono ancora molto evidenti.
L’età è un’altra discriminante nel mercato del lavoro. In tutto il mondo ci sono 267 milioni di neet (not in education, employment or training), giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione.
La posizione geografica condiziona fortemente la probabilità di trovare un lavoro retribuito e di buona qualità. Nei Paesi a basso reddito, la vulnerabilità di molti lavoratori li spinge ad occupare qualsiasi lavoro, a discapito della qualità. Questo è il motivo per cui in questi Paesi si registra il più alto rapporto tra il numero degli occupati e il totale della popolazione in età lavorativa (68%).
La disoccupazione è più alta in Nord Africa, Asia centrale e occidentale, mentre i tassi più bassi si osservano nel Sud-Est asiatico, nel Pacifico e in America del Nord. Rimangono evidenti le disparità geografiche all’interno dei Paesi: in tutto il mondo, il tasso di occupazione della popolazione in età lavorativa che vive nelle aree rurali è superiore a quello nelle aree urbane (59% contro il 56%).
Queste disparità tra mondo rurale e urbano, continua il Rapporto, potrebbero aggravarsi in futuro a causa dell’innovazione tecnologica. In Asia e nel Pacifico, ad esempio, il progresso tecnologico e le politiche sull’innovazione favoriscono la creazione di nuovi posti di lavoro soprattutto nelle aree urbane.
Una situazione che costringe i lavoratori a migrare dalle campagne verso le aree urbane, alla ricerca di migliori opportunità. Secondo il Report la percentuale globale di popolazione in età lavorativa che vive nelle aree urbane è passata dal 50% nel 2005 al 55% nel 2019.
Le disuguaglianze e la mancanza di lavoro dignitoso, conclude il Rapporto, portano all’inefficienza economica e rappresentano un rischio per la coesione sociale all’interno dei Paesi.
“Sarà possibile individuare un percorso di sviluppo sostenibile e inclusivo solo affrontando questo tipo di disuguaglianze nel mercato del lavoro e di disparità nell’accesso al lavoro dignitoso” conclude Stefan Kühn, autore principale del Rapporto.

 

di Tommaso Tautonico

giovedì 30 gennaio 2020
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