27 Ottobre 2026

Il benessere in Italia mostra segnali di miglioramento, ma i progressi procedono a velocità diverse. Nell’ultimo anno 54 indicatori su 132 migliorano, 55 restano stabili e 23 peggiorano. Nel confronto di lungo periodo, gli indicatori in crescita sono 70 su 133. Restano profonde le differenze tra Nord e Sud e, rispetto alla media europea, l’Italia presenta risultati migliori nella salute e nella sicurezza, mentre registra ritardi nell’istruzione, nell’occupazione e nell’innovazione.

È il quadro che emerge dal Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia (Bes) – edizione 2026, pubblicato dall’Istat il 26 ottobre. Giunto alla tredicesima edizione, il Rapporto misura ogni anno la qualità della vita attraverso 148 indicatori distribuiti in 12 dimensioni, dalla salute alle condizioni economiche, dalle relazioni sociali all’ambiente. L’obiettivo è osservare il progresso del Paese considerando anche ciò che il Prodotto interno lordo (Pil) non riesce a rappresentare: la distribuzione del benessere, le opportunità delle persone e la sostenibilità nel tempo.

Il divario territoriale continua a pesare

La geografia del benessere conferma una netta distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Tutte le regioni settentrionali e centrali, con l’eccezione del Lazio, registrano risultati superiori alla media nazionale per almeno metà degli indicatori disponibili. Nel Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, prevalgono invece i valori inferiori alla media italiana. Friuli-Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano presentano risultati migliori del dato nazionale in almeno dieci delle dodici dimensioni considerate. All’estremo opposto si collocano Campania, Puglia e Calabria, con risultati peggiori in almeno dieci dimensioni.

Le distanze sono particolarmente marcate nel lavoro, nel benessere economico e nelle relazioni sociali. Il quadro cambia però a seconda del fenomeno osservato: nella sicurezza, per esempio, quasi tutte le regioni meridionali registrano risultati migliori della media nazionale, mentre alcune grandi aree metropolitane del Centro-Nord risentono maggiormente dei reati predatori e delle violenze.

Istruzione e lavoro, le distanze più ampie dall’Europa

Il confronto con l’Unione europea, possibile per 40 indicatori, restituisce un bilancio articolato: l’Italia presenta risultati migliori della media Ue in 12 casi e peggiori in 18. Tra le maggiori criticità emerge l’istruzione. La quota di persone con almeno un diploma è inferiore di 14,2 punti percentuali rispetto alla media europea; per i laureati la distanza è di 13,7 punti. Anche le competenze digitali di base sono meno diffuse: riguardano il 54,3% della popolazione considerata, contro il 60,4% dell’Ue.

Il divario coinvolge i giovani: quelli che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, rappresentano il 13,3%, rispetto all’11% europeo.

Sul fronte dell’occupazione, il tasso italiano è inferiore di 8,5 punti percentuali alla media Ue. La distanza cresce sensibilmente per le donne, raggiungendo 13,3 punti, contro i 3,8 degli uomini. Anche il rischio di povertà resta più elevato rispetto alla media europea, con uno scarto di 2,3 punti percentuali.

Salute e sicurezza tra i punti di forza

Il Rapporto evidenzia anche risultati favorevoli. La speranza di vita alla nascita in Italia supera di 2,2 anni quella media europea. La mortalità evitabile, che comprende i decessi prevenibili attraverso interventi sanitari e di prevenzione efficaci, è pari a 16 ogni 10mila residenti, contro 23,8 nell’Ue.

Anche il tasso di omicidi volontari risulta inferiore alla media europea. Alcuni indicatori ambientali mostrano inoltre risultati relativamente favorevoli, pur in presenza di differenze tra territori e fenomeni osservati.

Più debole appare invece la capacità di investire in ricerca e innovazione: l’Italia destina alla ricerca e sviluppo l’1,40% del Pil, rispetto al 2,26% dell’Unione europea. La quota di lavoratori impiegati in professioni ad alta intensità di conoscenza è inferiore di 8,1 punti percentuali.

Cento anni di cambiamenti, nuove sfide per il benessere

Nell’anno del Centenario dell’Istat, il Bes 2026 propone anche una prospettiva storica: dodici indicatori, uno per ciascuna dimensione del benessere, permettono di osservare alcuni grandi cambiamenti economici, sociali e demografici dell’Italia dal secondo dopoguerra.

La lettura di lungo periodo aiuta a distinguere i miglioramenti strutturali dalle difficoltà ancora presenti. E conferma il valore di misurare il progresso attraverso dimensioni diverse, osservando insieme condizioni di vita, disuguaglianze e opportunità.

Il quadro complessivo restituito dal Bes è quello di un Paese che avanza in numerosi ambiti, con risultati ancora fortemente condizionati dal territorio in cui si vive, dal genere e dalle possibilità di accesso all’istruzione e al lavoro.

Scarica il rapporto BES

 

Copertina: Unsplash

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