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LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Nel 2017 la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto nuovi livelli record, più di 405,5 ppm (parti per milione), pari al 146% dei livelli pre-industriali Negli ultimi 10 anni sono presenti i sei anni più caldi di sempre, cinque di questi registrati dal 2015 in poi. Tornano ad aumentare le emissioni gas serra dell’Italia dal 2014. Tre quarti di queste provengano dal settore produttivo, mentre il resto è causato dai consumi familiari.

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Con il Covid-19 emissioni ridotte, ma l’impatto a lungo termine sarà irrilevante

Secondo l’Unep, soltanto misure di ripresa economica orientate alla sostenibilità potranno ridurre le emissioni del 25% entro il 2030. I Paesi non Ocse, però, inquinano più che in passato. 27/01/21

“La recente perturbazione socioeconomica ha brevemente rallentato, ma tutt'altro che eliminato, il fardello storico dell'attività umana sul clima terrestre”. Queste le dichiarazioni contenute nell’undicesima edizione dell’Emissions gap report 2020 di dicembre, il documento prodotto annualmente dall’Unep che si occupa di valutare il “gap di emissioni”, ovvero la differenza tra la stima delle emissioni future per Paese e gli impegni di mitigazione stipulati sulla base degli Accordi di Parigi. “La nostra responsabilità nei confronti del Pianeta è visibile ogni giorno tramite l’aumento di eventi meteorologici estremi o lo scioglimento dei ghiacci. L'anno 2020 ha stabilito nuovi record, ma non saranno gli ultimi”.

L’Emissions gap report si pone subito la domanda più significativa di tutte, per quanto riguarda il nostro percorso verso il 2030: “siamo sulla buona strada per colmare il divario?

La risposta è: “Assolutamente no”.

Sebbene le emissioni del 2020 siano nelle previsioni inferiori rispetto a quelle del 2019 (a causa della crisi pandemica), secondo il Rapporto “le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera continueranno ad aumentare”, e la riduzione temporanea delle emissioni avrà un “impatto a lungo termine trascurabile” sui cambiamenti climatici.

Il mondo, in poche parole, “sta ancora andando verso un aumento della temperatura superiore ai 3°C entro la fine del secolo”.

Il Rapporto indica però che i maggiori cambiamenti si sono verificati nei trasporti (a causa delle restrizioni che hanno influito in modo significativo sulla mobilità), mentre negli altri settori i mutamenti sono stati meno rilevanti. Il documento prevede inoltre che l'impatto del rallentamento generale dell'economia dovuto alla pandemia (e alle relative risposte di salvataggio e recupero) ridurrà le emissioni globali di gas serra di circa 2-4 GtCO2 (miliardi di tonnellate di anidride carbonica) entro il 2030 rispetto allo scenario delle politiche pre-pandemiche. “Ciò presuppone un netto calo a breve termine delle emissioni, dopodiché queste seguiranno le tendenze di crescita pre-2020”.

Che cosa implicano, questi dati?

Come sottolinea il documento, non saranno tanto le minori emissioni del 2020 a essere significative per gli Accordi di Parigi, quanto “la portata senza precedenti delle misure di ripresa economica post Covid-19”, a offrire la possibilità di imponenti cambiamenti strutturali, necessari a garantire un’autentica transizione verso economie a basse emissioni. “Cogliere questa apertura sarà fondamentale per colmare il gap”.

Una ripresa pandemica maggiormente orientata verso le energie pulite potrebbe infatti ridurre del 25% le emissioni di gas serra previste nel 2030. “Una ripresa di questo tipo metterebbe il mondo sulla giusta strada per avvicinarsi al percorso dei 2°C”.

Secondo l’Unep, dunque, lo sviluppo più significativo e incoraggiante in termini di politica climatica nel 2020 risiede nel numero crescente di Paesi che si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo emissioni nette zero entro il 2050. “Questi impegni sono coerenti con gli Accordi di Parigi” sottolinea il Rapporto, “a condizione però che siano raggiunti a livello globale”.

E la strada per farlo è ancora lunga.

Nell'ultimo decennio, infatti, i primi quattro emettitori (Cina, Stati Uniti d'America, Ue27 + Regno Unito e India) hanno contribuito al 55% delle emissioni totali di gas serra, mentre i primi sette emettitori (tra cui la Federazione Russa, il Giappone e i trasporti internazionali) hanno contribuito al 65% delle emissioni globali (con i membri del G20 che rappresentano il 78% delle stesse).

“C’è qualche segnale che la crescita delle emissioni globali di gas serra stia rallentando” avverte l’Unep. Tuttavia, le emissioni stanno diminuendo nelle economie dell'Ocse e stanno aumentando in quelle non Ocse. Questo accade perché molte economie del primo gruppo hanno registrato un picco nelle emissioni di gas serra, e una conseguente discesa dovuta a miglioramenti dell'efficienza energetica e crescita delle fonti a basse emissioni di carbonio. Questo non avviene invece nei Paesi non Ocse, i quali, nonostante migliorie nell'efficienza energetica, sono costretti a usare energie inquinanti per soddisfare le esigenze di uno sviluppo frenetico.

Il Rapporto sottolinea inoltre che i Paesi più sviluppati hanno emissioni basate sul consumo (assegnate al Paese in cui le merci vengono consumate, piuttosto che dove vengono prodotte) più elevate, mentre quando si parla di emissioni territoriali le percentuali si ribaltano. Questo vuol dire che i Paesi Ocse consumano prodotti forniti dai Paesi non Ocse tramite fonti energetiche inquinanti.

Dunque, “la crisi Covid-19 offre solo una riduzione a breve termine delle emissioni globali e non contribuirà in modo significativo alla decrescita delle emissioni entro il 2030” conclude l’Unep. “Per raggiungere questo obiettivo, i Paesi dovranno perseguire una ripresa economica che incorpori una forte decarbonizzazione”.

 

di Flavio Natale

 

 

Mercoledì 27 Gennaio 2021

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