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Parità di genere e salute delle donne: due facce della stessa disuguaglianza
La certificazione di genere nelle imprese è lenta. La salute delle donne è sotto-finanziata: solo il 6% degli investimenti privati va a un settore che riguarda la metà della popolazione. Per la parità servono politiche strutturali. 9/02/26
Due studi pubblicati nelle ultime settimane raccontano, da prospettive diverse, la stessa storia. Se da un lato l’analisi di LaVoce sulla certificazione di genere nelle imprese italiane mostra una diffusione ancora limitata degli strumenti per promuovere l’uguaglianza sul lavoro, dall’altro il rapporto “women’s health investment outlook 2026” del World economic forum e di Boston consulting group, evidenzia come solo una quota minima degli investimenti globali in sanità sia destinata alla salute delle donne. Due ambiti diversi, ma un unico filo conduttore: la parità di genere resta fragile quando si passa dalle dichiarazioni ai dati.

Fig.1 La parità di genere nelle imprese italiane
Il primo segnale arriva dal mondo delle imprese
Secondo l’analisi pubblicata su LaVoce, a fine 2024 le imprese italiane in possesso della certificazione di genere erano poco più di 4.000, a fronte di oltre 1,3 milioni di imprese attive. In termini percentuali, si tratta quindi di meno dello 0,4% del totale, una quota che rende evidente come lo strumento, pur formalmente centrale nelle politiche pubbliche, sia ancora lontano dall’essere un fattore di trasformazione reale del mercato del lavoro. Anche considerando solo le imprese di dimensioni medio-grandi, la diffusione resta limitata: la maggior parte delle certificazioni riguarda aziende con meno di 50 addetti, mentre le grandi imprese, che concentrano una parte rilevante dell’occupazione femminile, restano una minoranza tra i soggetti certificati.
Un altro elemento critico riguarda la qualità dell’impatto. La certificazione misura dimensioni come parità salariale, opportunità di carriera, tutela della maternità e conciliazione tra vita privata e lavoro, ma l’adesione resta volontaria e non comporta obblighi vincolanti. I principali incentivi sono di tipo reputazionale e procedurale, come i punteggi aggiuntivi negli appalti pubblici e alcune agevolazioni contributive, ma non esistono ancora meccanismi che colleghino in modo diretto la certificazione a miglioramenti misurabili su indicatori strutturali, come il gender pay gap o la presenza femminile nei ruoli apicali.

Fig.2 Investimenti nella salute delle donne
La salute femminile come mercato invisibile
Lo stesso squilibrio emerge in modo ancora più netto se si guarda alla salute. Il report del World economic forum e di Boston consulting group mostra che, nonostante le donne rappresentino quasi il 50% della popolazione mondiale, solo il 6% degli investimenti privati in sanità è destinato specificamente alla loro salute. Le risorse si concentrano soprattutto su ambiti tradizionali come fertilità, maternità e tumori, lasciando scoperti settori ad alto impatto come malattie cardiovascolari, menopausa, disturbi metabolici e salute mentale femminile.
Secondo il rapporto, questa scarsa destinazione di risorse non è solo una questione di diritti, ma anche di inefficienza economica. Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma trascorrono in media il 25% della loro vita in condizioni di cattiva salute o disabilità. Questo si traduce in una perdita stimata di circa 75 milioni di anni di vita sana ogni anno a livello globale, con effetti diretti su produttività, partecipazione al lavoro e sostenibilità dei sistemi sanitari.
Stessa logica, stessi divari
Letti insieme, i due studi mostrano una dinamica comune: ciò che riguarda le donne tende a essere considerato “specifico”, “di nicchia”, e quindi meno prioritario negli investimenti pubblici e privati. La certificazione di genere resta marginale nelle imprese; la salute femminile resta un “white space” nei mercati sanitari. In entrambi i casi, la disuguaglianza non è solo il risultato di discriminazioni dirette, ma di modelli economici e organizzativi costruiti storicamente su bisogni e standard maschili. Finché questi modelli non cambiano, la parità rischia di restare una promessa incompiuta.
