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Findomestic e Mark Up: due analisi delle relazioni tra consumatori e sostenibilità

Mentre Thomson Reuters e McKinsey introducono la sostenibilità nei parametri di analisi, diverse aziende modificano le priorità. “Ma è necessario introdurre il valore condiviso nel core business” dice Michael Porter. 10/12/2018

“Agli italiani piace il prodotto sostenibile purché non costi oltre il 10% in più”. Queste le parole tratte dall’Osservatorio mensile Findomestic, documento che studia la relazione tra consumatori e sviluppo sostenibile in Italia. Il 70% degli italiani la pensa in questo modo, mentre solo l’1% degli intervistati è pronto a spendere il 20% in più. L’analisi di Findomestic, condotta in collaborazione con Doxa, si focalizza anche sull’andamento dei singoli settori di acquisto: mentre cala il comparto casa e la soddisfazione generale degli italiani per il proprio stile di vita, resta stabile il reparto veicoli e sperimentano segni positivi i settori dell’informatica, telefonia, elettrodomestici ed energia. In quest’ultimo settore, nello specifico, rispetto al mese di settembre, aumentano le intenzioni di acquisto per le voci infissi/serramenti e impianto solare termico.

“Sebbene il tema della sostenibilità sia sempre più al centro dell’attenzione dei consumatori” puntualizza Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic, “il prezzo rimane il principale driver di spesa per il 64% degli intervistati e ben un cittadino su quattro dichiara di non potersi permettere spese”.

Inoltre, secondo l’Osservatorio Findomestic il 43% degli italiani adotta comportamenti sostenibili per la salvaguardia dell’ambiente, mentre il 37% lo fa perché vuole preservare il benessere delle generazioni future. Il 58% degli intervistati dichiara inoltre di prestare attenzione alla raccolta differenziata, il 42% di ridurre al minimo i consumi, il 23% di limitare riscaldamento e condizionamento. Il 17% degli intervistati preferisce muoversi in modo sostenibile, a piedi o in bicicletta o con i mezzi pubblici (10%), oppure utilizzando servizi di car, moto e bike sharing (4%).

Differente discorso riguarda le imprese. Le aziende sostenibili sono, secondo il campione intervistato da Findomestic, quelle che si sforzano di ridurre le emissioni e l’impatto ambientale (62% con punte del 66% tra le donne). Ci sono altri fattori che secondo gli italiani caratterizzano un’azienda sostenibile: l’adozione di un codice etico di comportamento (28%), priorità a ricerca, sviluppo e innovazione (26%), tutelare le condizioni lavorative dei propri dipendenti (25%), mantenere la produzione sul suolo nazionale (23%). Le aziende pongono invece in secondo piano tematiche come la qualità dei prodotti e servizi a beneficio dei consumatori, lo sviluppo del territorio in cui si opera, la generazione di occupazione e le informazioni trasparenti su prodotti e operato finanziario.

Di questa tematica si è recentemente occupata anche Mark Up, piattaforma di approfondimento economico, che mette sotto la lente alcuni report che riguardano l’Italia e l’estero. “Siamo di fronte a un movimento globale. Le nostre risorse sono limitate, le differenze e le disparità hanno costretto le imprese a ripensare radicalmente il modo di fare business”, dichiara l’articolo. Oggi un’impresa che vuole essere realmente competitiva a lungo termine deve occuparsi di responsabilità sociale e sostenibilità. Lo dimostra lo studio “2017 Csr Study Cone Communication”, che afferma “negli Stati Uniti l’87% dei consumatori acquista un prodotto perché l’azienda è impegnata in una causa che loro considerano importante, mentre il 76% evita il brand coinvolto in problematiche che urtano la propria sensibilità”. In Italia la situazione è simile: una ricerca Ipsos registra che nel nostro Paese i consumatori consapevoli sono aumentati del 65% negli ultimi quattro anni e la percentuale di chi generalmente considera importante la tematica ha raggiunto il 93%.

“Un consenso unanime, guidato soprattutto dalla percezione che prodotto sostenibile equivalga a prodotto innovativo e di alta qualità”, afferma l’articolo di Mark Up. Questa sensibilità non riguarda solo i consumatori, ma anche i dipendenti delle aziende, che chiedono maggiore attenzione. Il 93% delle persone vuole lavorare per un’azienda che si occupi di loro come individui, il 51% dichiara di non voler lavorare per imprese che non abbiano un forte impegno nei confronti del sociale e dell’ambiente. Ad esempio, il 78% dei dipendenti del gruppo Auchan in Italia si è dichiarato orgoglioso della partnership che l’azienda ha avviato con Fondazione Telethon.

Nell’ambito delle politiche sui dipendenti, gli aspetti che richiedono maggiore attenzione sono senza dubbio diversità e inclusione (questioni di genere, orientamento sessuale e culturale, età, religione). Questi fattori influiscono positivamente sulla performance dell’azienda. McKinsey ha analizzato i dati finanziari e la governance di 366 aziende stabilendo che “gli aumenti di fatturato per le imprese inclusive variano dal 15% al 35%”. L’attenzione sulla responsabilità sociale delle imprese è talmente importante da aver indotto Thomson Reuters, gigante dell’informazione finanziaria, a introdurre, a fianco degli indici economico-finanziari, anche valutazioni sull’impatto sociale e ambientale. Questa consapevolezza ha spinto anche il colosso dell’elettronica Philips ad analizzare le competenze, le aspettative e i bisogni dei propri lavoratori, intervenendo con misure specifiche. Tra queste: l’eliminazione del sistema di timbratura dell’orario, il rinforzo del programma di gestione degli obiettivi, di misurazione della performance e di gestione del feedback, il programma Women@Work per lo sviluppo della leadership al femminile, la Philips University sulla formazione e acquisizione di nuove competenze, e molte altre.

Le aziende, naturalmente, sono consapevoli di questa crescente tensione verso il loro nuovo ruolo e hanno iniziato da tempo ad adeguarsi. In Italia questo è un anno di crescita importante per la diffusione della responsabilità sociale. Secondo l’edizione 2018 del Rapporto Socialis quasi l’85% delle aziende italiane medio/grandi (più di 80 dipendenti) dichiara di impegnarsi in iniziative di Csr. La generale consapevolezza e il semplice impegno, però, potrebbero non essere sufficienti. Secondo gli esperti, è necessario un cambio di mentalità, un nuovo approccio al business. Per Michael Porter, accademico ed economista statunitense, è necessario modificare l’approccio al core business, affiancando al profitto i benefici per la comunità, in modo da creare “Valore Condiviso”. Le imprese devono assumersi la responsabilità di portare avanti la loro attività tenendo conto dei diritti di tutti. Come afferma il professore di Harvard, “la responsabilità sociale deve diventare un asset integrato nella strategia dell’azienda per poter rappresentare un reale fattore di competitività”.

 

di Flavio Natale

lunedì 10 dicembre 2018

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