Sviluppo sostenibile
Lo sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

L'Agenda 2030 dell'Onu per lo sviluppo sostenibile
Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità.

Goal e Target: obiettivi e traguardi per il 2030
Ecco l'elenco dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals - SDGs) e dei 169 Target che li sostanziano, approvati dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile
Nata il 3 febbraio del 2016 per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitare allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

I nostri Progetti per orientare verso uno sviluppo sostenibile

L'Asvis produce ogni anno un Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile, un report di analisi della legge di bilancio e altre pubblicazioni rilevanti. Il Rapporto ASviS rappresenta la pubblicazione principale dell’Alleanza per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia. 

Contatti: Responsabile Comunicazione - Claudia Caputi

Editoriali

Questa Italia non può reggere la prossima pandemia da sviluppo insostenibile

Forse il mondo si rimetterà a correre, con Biden, i vaccini e qualche conflitto in meno, ma l’allarme crescente per il futuro dell’umanità imporrà governi saldi ed efficienti. Per non restare al palo l’Italia, come la Ferrari, deve essere ridisegnata. 

di Donato Speroni

Da quando se n’è andato l’ineguagliabile Massimo Bordin, la rassegna stampa di Radio radicale è affidata a rotazione ad altri giornalisti. In questi giorni “Stampa e regime” è stata condotta da Carlo Romeo, direttore generale della Radiotelevisione di Stato di San Marino, sempre molto stimolante nei suoi commenti. Martedì 10 Romeo se n’è uscito con un’idea folgorante che prendeva spunto dall’inserto settimanale “Buone notizie” del Corriere della Sera, un supplemento che tra l’altro è sempre molto attento alle attività dell’ASviS.

Che bello se si potesse fare tutti i giorni un quotidiano di Buone notizie, con un inserto settimanale per le cattive!

Ovviamente il collega si riferiva alle buone notizie vere, non ai giornali che nascondono le cose spiacevoli perché il governo glielo impone, come accade per i media dei regimi dittatoriali.

Questa settimana il sogno di Romeo è sembrato avverarsi: Joe Biden con Kamala Harris ha vinto le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i vaccini contro il Covid sembrano a portata di mano, nel Nagorno-Karabakh non si spara più e persino in Libia le fazioni hanno concordato una data per nuove elezioni.

Sappiamo che tutto può ancora andare storto. I capricci di Donald Trump e i farraginosi meccanismi istituzionali americani impediscono l’avvio del passaggio delle consegne alla Casa Bianca; molti esperti ci avvertono che prima di disporre davvero di vaccini sicuri per una protezione di massa potrebbe passare un altro anno; le armi dei combattenti non sparano più, ma sono ancora cariche. E purtroppo le cattive notizie non mancano, nell’immediato: gli ospedali pieni, il nuovo blocco dell’economia, un altro morticino nel Mediterraneo, una mezza guerra civile in Etiopia. 

Proviamo però a immaginare che il sogno di Romeo, che è anche il nostro sogno, possa davvero avverarsi e chiediamoci come potrebbe essere il mondo tra cinque anni se le cose andassero per il verso giusto. È un esercizio che all’ASviS facciamo spesso, considerando anche che, con altri soggetti che guardano avanti, abbiamo creato il sito Futuranetwork.eu proprio allo scopo di discutere oggi le scelte necessarie per un futuro economico, sociale, istituzionale e ambientale che sia sostenibile per l’intera umanità e per il pianeta.

“Futura” è il plurale latino di futurum, perché gli scenari sono sempre molteplici e non è detto che quello che sto per proporvi si realizzi. Ma ragionarci può essere un utile esercizio e un articolo di William Valentini che raccoglie le opinioni di esperti di tutto il mondo ci aiuta a coglierne i diversi aspetti.

Primo elemento dello scenario 2025: il grande sogno. Tra cinque anni una conduzione più responsabile e condivisa della politica mondiale e la riparazione dei molti danni arrecati all’Onu e alle sue agenzie dall’amministrazione Trump potrebbero aver consentito un grande progresso sulla strada del raggiungimento dei 169 target contenuti nei 17 Obiettivi della Agenda 2030 firmata da tutti i Paesi dell’Onu nel 2015. Anzi, l’Agenda 2030 sarà vicina alla scadenza: se ne analizzeranno punti di forza e debolezza e in un nuovo spirito di collaborazione multilaterale la società civile, le imprese, le istituzioni locali, nazionali ed internazionali cominceranno a discutere i nuovi impegni da assumersi fino alla metà del secolo. È quello che avvenne all’avvicinarsi della scadenza dei Millennium development goals (MDGs), fissati dall’Assemblea dell’Onu per il periodo 2001 – 2015. Negli anni di preparazione dei Sustainable development goals (SDGs), per il periodo 2016 – 2030, si registrò per la prima volta una partecipazione globale molto intensa, che coinvolse i mondi della cultura, della società civile, dell’imprenditoria, anche perché i nuovi Obiettivi erano e sono validi non più soltanto per i Paesi sottosviluppati ed emergenti (come gli MDGs), ma per tutti gli Stati. Infatti “siamo tutti Paesi in via di sviluppo sostenibile”, come alla nascita dell’ASviS nel 2016 dichiarò Enrico Giovannini, promotore e portavoce dell’Alleanza che è sorta proprio per unire gli sforzi dei soggetti italiani impegnati nel raggiungimento degli Obiettivi.  

In questo ipotetico ma auspicabile scenario mondiale al 2025, aspettiamoci un progresso della collaborazione tra gli Stati. Possiamo sperare in un avanzamento negli impegni contro la crisi climatica e per la tutela della biodiversità marina e terrestre. E poi: meno palesi violazioni dei diritti umani; meno povertà e meno fame, più educazione per tutti i bambini, più rispetto per le donne, politiche più umane per i migranti, una attenzione adeguata alla sostenibilità economica anche per i Paesi più svantaggiati e indebitati. Pur nel contesto di regimi molto diversi, dalla Nuova Zelanda alla Turchia, dagli Stati Uniti alla Cina. La drammatica crisi economica del 2020 potrebbe essere diventata solo un brutto ricordo, grazie a nuove strategie keynesiane, ma anche a politiche di sostegno dei più deboli.

Secondo elemento: la grande minaccia. In questi cinque anni anche la visione del mondo da parte dei popoli sarà cambiata. A fronte dei faticosi ma importanti progressi della comunità politica, si saranno aggravate le sfide. L’opinione pubblica mondiale, sempre più interconnessa e bombardata di messaggi, sarà allarmata per gli effetti tangibili delle politiche insostenibili con le quale abbiamo gestito i primi due decenni del secolo, pur conoscendo i problemi: la crisi climatica, l’aumento delle diseguaglianze, la spinta a migrare di popoli che non possono più restare nei luoghi d’origine per l’inaridimento di vaste aree e l’innalzamento dei mari, il consumo indiscriminato delle risorse. Tra cinque anni, un’ampia porzione della popolazione mondiale non accetterà di pagare per la crisi un prezzo più alto di chi l’ha provocata con la politica del business as usual.

Si percepirà, già sta avvenendo, basta vedere lo spazio crescente dedicato anche sui media italiani a questi temi (anche grazie all’ASviS ma non solo), che il mondo si avvicina a quei tipping point, punti di non ritorno dell’equilibrio sostenibile, che secondo molti esperti abbiamo già in parte superato. In sintesi, a meno di improbabili miracoli tecnologici a brevissimo termine, la gente avvertirà molto più di oggi la minaccia di una Grande Pandemia Socioeconomica che secondo studi che abbiamo riportato potrebbe entro il 2050 provocare effetti cento volte superiori alla terribile tragedia che stiamo vivendo adesso con un totale finora stimato a 1,3 milioni di morti da Covid. Del resto, il Club di Roma, nel suo “The limits to growth”, quasi cinquant’anni fa già faceva proiezioni catastrofiche per la metà di questo secolo se non fossero intervenute politiche globali adeguate.

Che succederà dunque nel 2025? Ricordiamoci che stiamo percorrendo insieme lo scenario “buono”. Le istituzioni mondiali che avranno ricominciato a funzionare si impegneranno al massimo, anche con risorse adeguate, per fronteggiare il diffuso allarme per un futuro ricco di insidie, un allarme che può scatenare rivolte e precipitare il mondo nel caos. Tutto dipenderà dalla capacità della classe dirigente (non solo i politici) di fare le scelte giuste per contenere i danni, investire nelle tecnologie necessarie in modo molto più massiccio di quanto non si è fatto finora, ma anche in politiche di protezione e resilienza. Le istituzioni, a tutti i livelli, dovranno definire una visione di medio e lungo termine e avere il coraggio di fare le scelte che ne derivano. Dovranno anche riuscire a comunicare questo impegno alle loro opinioni pubbliche, evitando che l’aumentata percezione dei rischi ambientali e sociali e la rabbia delle nuove generazioni per il mondo degradato che gli stiamo consegnando si trasformi nella famigerata tempesta perfetta, cioè nel collasso della nostra civiltà.

Una sfida molto difficile che però la classe dirigente dei maggiori Paesi, ammaestrata anche dagli errori commessi nella gestione sanitaria ed economica della attuale pandemia (si veda su questo anche il dibattito ad “Alta sostenibilità”, la rubrica dell’ASviS a Radio radicale, questa settimana condotta da Valeria Manieri ed Elis Viettone con Carla Collicelli, Ranieri Guerra  e Stefano Vella) potrebbe riuscire a vincere, convincendo la gente che il mondo deve pagare un prezzo, ma sta reagendo. Che, per ripetere una frase ormai logora, “ce la faremo”. Ma veramente.

La condizione essenziale per “farcela””” è dunque che le istituzioni funzionino, decidano rapidamente, sappiano fare scelte di lungo termine magari dolorose ma percepite come giuste, e che tutto questo possa avvenire anche nei nostri sistemi democratici attraverso forme che garantiscano la partecipazione dei cittadini alle decisioni necessarie. Stroncando con corrette campagne informative le follie delle fake news e contrapponendo riforme democratiche sensate all’illusione della democrazia diretta che vorrebbe affidare le scelte a chi non sa e neppure vuole davvero “conoscere per deliberare”.

Un vasto programma, direbbe le General. Ma non impossibile, se nelle istituzioni mondiali e nei diversi Paesi la macchina della politica funziona e c’è una squadra coesa che la guida.  

L’incubo. Come si collocherebbe l’Italia di fronte a questa sfida? Anche da noi le persone avranno capito i rischi della Grande Pandemia Socioeconomica e chiederanno risposte adeguate. Quello che però si è visto in questi mesi di Covid è che il sistema pubblico del Paese non è in condizioni di funzionare adeguatamente. Ci sono state risposte politiche in parte coraggiose e in parte sbagliate, grandi eroismi ma anche grande incoscienza che non si è avuto il coraggio di reprimere. E ancora: una quantità innumerevole di chiacchiere di tutti contro tutti, con molti responsabili dei media (con eccezioni, per fortuna), che badavano più alla spettacolarizzazione del loro programma o alla risonanza di un titolo piuttosto che alla presentazione di una verità comprensibile su questioni oggettivamente molto complesse. Il fact checking, che è stato uno dei pochi aspetti positivi emersi nel corso della campagna elettorale americana, da noi è praticato da siti poco conosciuti e da pochissimi programmi come il Data room di Milena Gabanelli

Non è un problema di destra o sinistra: basta fare un po’ di zapping tra i canali o scorrere la mazzetta dei giornali (ammesso che qualcuno abbia ancora la mazzetta dei cartacei), per non parlare dei social, per accorgersi che anche quando non si dicono menzogne si raccontano comunque mezze verità, perché i meccanismi della politica e della comunicazione oggi lo impongono.

Il fallimento della strategia italiana contro la seconda ondata della pandemia da Covid, dopo le coraggiose e opportune decisioni prese dal governo quando all’inizio dell’anno l’Italia fu investita dal virus prima degli altri Paesi europei, è sotto gli occhi di tutti: i tiramolla sulla scuola, dai banchi a rotelle all’istruzione on line senza attrezzature e preparazione; i palleggi di responsabilità tra Regioni e Stato su chi deve prendere le decisioni impopolari eppur necessarie; i ritardi nelle erogazioni degli aiuti a chi davvero rischia la fame o il fallimento dell’impresa; la sconvolgente vicenda dei due Commissari alla sanità in Calabria e cento altri casi specifici. Tutti questi errori non sono (esclusivamente) colpa dei governanti, ma sono figli di un modo perverso di far politica guardando solo al consenso immediato. A sua volta, questo modo di far politica è figlio di meccanismi istituzionali inceppati: un sistema elettorale nazionale che non premia la competenza e non favorisce governi stabili; una ripartizione cervellotica e ambigua di ruoli tra Stato, Regioni e Città; una burocrazia bravissima nel valutare che cosa non firmare anziché assumersi rischi; una magistratura che in certi casi pretende di sostituirsi alla politica contribuendo alla paralisi.

Tutto questo è una palla al piede del cambiamento.

Ci sono anche ottusità ed egoismi nel privato, nel mondo delle imprese, forse anche in certi settori del Terzo settore a noi così vicino. Ma non c’è dubbio che se la macchina del Sistema Italia non funziona più, è innanzitutto perché a furia di ritocchi è venuto fuori un mostro, come la Ferrari in questo anno di fallimenti raccontata da Crozza sbeffeggiando (affettuosamente) il povero Mattia Binotto, team principal della casa di Maranello. Non basta che ci sia qualcuno che cambia le gomme, qualcun altro che riempie il serbatoio, un altro che fa il fine tuning della strumentazione, se poi il motore non parte o addirittura non si trova il volante.

Se le cose da noi non cambiano, rischiamo che tra cinque anni tutti gli altri grandi Paesi (i membri di quel G20 che siamo orgogliosi di presiedere dal prossimo mese) in questo decennio (il Decade of Action di António Guterres), metteranno in campo le loro risorse migliori non solo di soldi, ma anche capacità di conduzione e di creazione del consenso per rispondere all’allarme dell’opinione pubblica che vede l’avvicinarsi della Grande Pandemia socioeconomica, mentre l’Italia resterà al palo.

Ma che stiamo dicendo? Facciamo tanto per promuovere lo sviluppo sostenibile! Noi dell’ASviS siamo giustamente orgogliosi del lavoro compiuto in poco più di quattro anni, dei risultati che abbiamo raccolto nelle interazioni con l’opinione pubblica, con i giovani, le scuole, le imprese, per non parlare dei nostri soggetti aderenti e associati. Ma non vorremmo tra cinque anni fare la figura di una Cassandra che aveva ragione, diceva cose giuste ma antipatiche (come noi quando per esempio parliamo di misure fiscali per la sostenibilità), ma che non è riuscita a tenere il Cavallo fuori dalle mura di Troia. Ursula von der Leyen ha ammonito che contro il cambiamento climatico non c’è vaccino. Il concetto si può estendere a tutte le conseguenze di un fallimento dei preparativi per combattere la Grande pandemia socioeconomica.

La speranza. C’è un modo di far sì che il sogno proposto nel mio scenario non diventi un incubo per l’incapacità di affrontare in Italia le sfide della Grande pandemia socioeconomica? In questo momento abbiamo una occasione unica di cambiamento che è rappresentata dall’insieme dei programmi europei: quelli strutturali per i prossimi sette anni e quelli specifici di risposta alla crisi, che hanno spinto l’Unione a essere, nonostante tutto, più coraggiosa e più coesa. Tra questi stanziamenti, i mitici 209 miliardi che l’Italia si aspetta come manna dal cielo. Attenzione però: tutti questi programmi sono legati a condizionalità precise e tra esse c’è l’attuazione di riforme in tutti i campi della pubblica amministrazione necessari per far funzionare il Sistema Italia.

Molti progressi negli ultimi cinquant’anni sono stati fatti in base al principio del “vincolo esterno”: a Roma i governanti potevano fare scelte economiche sgradite perché “l’Europa ce lo imponeva”. Si trattava principalmente di vincoli di austerità, sfociati nei famosi parametri di Maastricht. Oggi esiste un altro “vincolo esterno” perché l’Unione europea, se vogliamo i soldi, ci impone di riparare la nostra macchina, di tornare a farla correre come una Ferrari dei bei tempi.

Se la classe dirigente di questo Paese non saprà cogliere questa opportunità, mi chiedo come potrà (come potremo) guardare in faccia i figli e i nipoti.

Venerdì 13 Novembre 2020

Aderenti