Approfondimenti
Parità di genere tra obiettivi e ritardi. La sfida della Uni/PdR 180 del 2026
Il Goal 5 è al centro delle strategie UE e dell’Agenda 2030, dalla politica al lavoro fino alla violenza. Ma il divario tra obiettivi e realtà persiste: la valutazione di impatto di genere punta a ridurlo.
13 aprile 2026
di Oliviero Casale (consigliere fondazione Communia), Alessia Ciccaglione (Affari istituzionali, Gruppo FS; esperta in politiche pubbliche e sviluppo sostenibile)
La lettura dei più recenti documenti della Commissione europea mostra con chiarezza che la parità di genere non viene più trattata come un tema laterale, ma come una questione che riguarda insieme democrazia, coesione sociale, sicurezza e competitività economica. Nella Gender Equality Strategy 2026-2030 la Commissione afferma che l’uguaglianza tra donne e uomini è un valore fondativo dell’Unione e sostiene che una riduzione più incisiva dei divari potrebbe tradursi in un aumento del PIL pro capite del 9,6% e in 10,5 milioni di posti di lavoro in più entro il 2050, segnalando così che la parità investe non solo il terreno dei diritti, ma anche la capacità dell’Europa di utilizzare pienamente il proprio capitale umano.
L’orizzonte europeo si colloca dentro una cornice ancora più ampia, definita dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che presenta i 17 Sustainable Development Goals come integrati e indivisibili e afferma che nessuno dovrà essere lasciato indietro. In Transforming our world: the 2030 Agenda for sustainable development si legge che la realizzazione della parità di genere e dell’empowerment di tutte le donne e le ragazze costituisce una condizione cruciale per il progresso dell’intera Agenda, perché lo sviluppo sostenibile non è possibile se metà dell’umanità continua a essere privata di diritti, opportunità e accesso alle risorse. Il Goal 5 dedicato alla parità attraversa così il Goal 3 sulla salute, il Goal 4 sull’istruzione, il Goal 8 sul lavoro dignitoso, il Goal 10 sulla riduzione delle disuguaglianze e il Goal 16 sulle istituzioni inclusive, delineando una visione nella quale la qualità dello sviluppo dipende anche dalla capacità di rimuovere i divari di genere.
La forza di un simile impianto rende però ancora più visibile la distanza che separa gli obiettivi dichiarati dalla situazione reale. Il Global gender gap report 2025 del World economic forum stima che a livello globale sia stato chiuso il 68,8% del divario complessivo e calcola che, al ritmo attuale, serviranno ancora 123 anni per arrivare alla piena parità, mentre il sottoindice più arretrato resta quello del potere politico, fermo al 22,9%, seguito dalla partecipazione economica e dalle opportunità, che si arrestano al 61,0%. Anche nel quadro europeo il bilancio resta lontano da un equilibrio soddisfacente, dal momento che il contributo di Equinet, The EU Gender equality strategy 2026-2030: public consultation, ricorda che nel 2024 l’indice europeo di uguaglianza di genere si fermava a 71,0 punti e che, mantenendo l’attuale velocità di avanzamento, occorrerebbero ancora più di sessant’anni per raggiungere una reale uguaglianza nell’Unione.
Il divario tra principi e risultati appare con particolare evidenza nei luoghi della rappresentanza politica, dove la cittadinanza femminile continua a restare parziale. Il briefing dell’European parliamentary research service, Women in politics in the EU. State of play in 2026, mostra che, dopo il picco del 41% raggiunto nel 2019, la quota di donne elette al Parlamento europeo è scesa al 38,5% dopo le elezioni del 2024, mentre alla fine del 2025 soltanto il 15% dei capi di governo dell’Unione era donna e la percentuale di ministre si attestava al 30%. Anche a livello territoriale la presenza femminile resta lontana dall’equilibrio, con una media del 36,4% nelle assemblee regionali e del 34,5% nei consigli locali e comunali, e una simile sottorappresentazione rende difficile immaginare istituzioni davvero inclusive nel senso richiesto dal Goal 16 dell’Agenda 2030.
Un quadro non meno severo emerge sul terreno della violenza di genere, che la Commissione europea continua a descrivere come una minaccia diretta alla dignità, alla sicurezza e alla libertà delle donne. La Gender equality strategy 2026-2030 ricorda che una donna su tre nell’Unione ha subito violenza di genere nel corso della vita, che una donna su cinque ha sperimentato violenza fisica o sessuale da parte del partner o ex partner, di un parente o di un altro componente del nucleo familiare, e che nell’UE vengono uccise in media 18 donne ogni settimana. Alla violenza fisica e domestica si aggiunge ormai quella digitale, dato che la stessa strategia osserva che il 98% dei deepfake presenti online ha natura pornografica e che il 99% di tali contenuti riguarda donne, con effetti che colpiscono reputazione, libertà di espressione e partecipazione alla vita pubblica.
Nemmeno la dimensione economica consente letture consolatorie, perché Equinet ricorda che il gender pay gap europeo resta intorno al 14% e che il gender pension gap si avvicina al 29%. Un report come il Gender pay gap report 2026 di Frontier Economics aiuta inoltre a capire che il divario retributivo non dipende soltanto dal salario a parità di mansione, ma dalla struttura delle carriere e dalla distribuzione del potere nelle organizzazioni, dal momento che in quel caso il gap orario medio è del 40,1% mentre quello mediano scende al 10,2% proprio per effetto della forte sovrarappresentazione maschile nei ruoli apicali. Una conferma più vicina al contesto italiano arriva dal Piano di uguaglianza di genere 2024-2026 dell’Istat, che mostra come la parità possa essere tradotta in obiettivi, azioni, responsabilità e indicatori e rileva, per esempio, che il 78,1% delle donne intervistate considera il lavoro agile uno strumento utile a conciliare meglio vita personale e lavoro, contro il 73,2% degli uomini. La questione di genere riguarda dunque anche il tempo, i carichi di cura, la qualità dell’organizzazione del lavoro e la possibilità concreta di permanere e avanzare nella vita professionale, cioè una parte essenziale del Goal 8 sul lavoro dignitoso e la crescita inclusiva.
La natura trasversale del problema emerge con chiarezza anche in ambiti che troppo spesso restano fuori dal dibattito pubblico. L’issue brief di UN Women, Gender equality in the 2030 agenda: gender-responsive water and sanitation systems, ricorda che 2,1 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in sicurezza e 4,5 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari sicuri, mentre nelle famiglie prive di acqua in casa il peso della raccolta ricade prevalentemente su donne e ragazze. Lo stesso documento segnala che una riduzione di un’ora nel tempo necessario per raccogliere acqua aumenta l’iscrizione scolastica delle ragazze di circa il 19% in Tanzania e del 9% in Yemen, rendendo evidente quanto il Goal 6 sull’acqua, il Goal 4 sull’istruzione, il Goal 3 sulla salute e il Goal 5 sulla parità siano strettamente intrecciati. In un simile quadro la disuguaglianza di genere appare anche come una questione di tempo, di salute, di libertà di movimento e di accesso materiale alle opportunità.
Un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare la persistenza dei divari di genere riguarda il ruolo strutturale dell’economia della cura e la natura intersezionale delle disuguaglianze. Numerosi studi dell’International labour organization e dell’Oecd mostrano che il lavoro di cura non retribuito, svolto in misura prevalente dalle donne, rappresenta una componente essenziale ma ancora largamente invisibile dei sistemi economici, con un valore stimato fino al 9-15% del Pil nei Paesi avanzati. La distribuzione asimmetrica di tali attività incide direttamente sulla partecipazione al mercato del lavoro, sulla qualità delle carriere e, nel lungo periodo, sull’ampiezza dei divari retributivi e pensionistici, confermando che la questione di genere non riguarda soltanto l’accesso al lavoro, ma anche la possibilità concreta di permanervi e progredire.
A questa dimensione si aggiunge la crescente attenzione della letteratura internazionale verso il carattere intersezionale delle disuguaglianze, concetto sviluppato nell’ambito degli studi giuridici e sociologici e oggi adottato anche da organismi come UN Women e l’European institute for gender equality. In tale prospettiva, il genere si intreccia con altri fattori di vulnerabilità, quali l’origine socio-economica, l’età, la disabilità o il background migratorio, producendo forme di svantaggio cumulativo che sfuggono a letture unidimensionali. Ciò implica che le politiche pubbliche orientate alla parità non possano limitarsi a interventi generici, ma debbano essere progettate e valutate tenendo conto della pluralità delle condizioni che attraversano la popolazione femminile, pena il rischio di ridurre i divari medi senza incidere sulle situazioni di maggiore fragilità.
Nel contesto italiano, il collegamento tra strategia europea, Agenda 2030 e qualità dell’azione pubblica potrebbe trovare uno strumento di particolare rilievo nella Uni/PdR 180:2026 “Valutazione di impatto di genere delle misure legislative e dei programmi di investimento ex-ante ed ex-post”, una prassi di riferimento che nasce con l’obiettivo di integrare la prospettiva di genere nelle decisioni pubbliche e di guidare le Pubbliche Amministrazioni nella valutazione preventiva e successiva di politiche, programmi, spese e investimenti rispetto ai loro effetti su donne e uomini. Pur non essendo una norma nazionale in senso stretto, il documento prova a tradurre in metodo amministrativo ciò che la strategia europea e l’Agenda 2030 chiedono da tempo, vale a dire che la parità smetta di essere un principio evocato in astratto e diventi un criterio osservabile nella costruzione concreta delle decisioni pubbliche. La prassi non si limita a richiamare la necessità di considerare l’impatto delle scelte, ma organizza tale compito in un quadro metodologico che collega valutazione ex ante ed ex post, gender mainstreaming, gender budgeting, policy di genere, classificazione della spesa, indicatori minimi di riferimento e verifica dei risultati, mostrando che il tema della parità può essere portato dentro i luoghi nei quali si programmano risorse, si definiscono bandi, si selezionano priorità e si misurano esiti. Se davvero venisse applicata con continuità e non ridotta a un mero adempimento, la prassi potrebbe rappresentare in Italia uno dei tentativi più concreti di trasformare il legame tra strategia europea, Agenda 2030 e qualità dell’azione pubblica in una pratica istituzionale misurabile, capace di far uscire la parità dal registro delle intenzioni e di farla entrare in quello delle decisioni verificabili.
Letti nel loro insieme, i documenti europei, internazionali e nazionali esaminati impediscono risposte semplici alla domanda se la parità di genere sia un’illusione o una realtà, perché mostrano che oggi ci troviamo in uno spazio intermedio nel quale la grammatica dell’uguaglianza è molto più forte di ieri, ma la sua traduzione in vita quotidiana, in istituzioni e in distribuzione effettiva del potere resta ancora incompleta. Parlare di illusione sarebbe sbagliato, dal momento che esistono ormai una strategia europea più definita, un’architettura universale come quella dell’Agenda 2030, dati più raffinati e strumenti più maturi, ma parlare di realtà compiuta sarebbe altrettanto fuorviante, perché salari, pensioni, violenza, accesso al potere e distribuzione dei carichi di cura continuano a mostrare che l’uguaglianza sostanziale è ancora lontana. La distanza tra obiettivi e risultati potrà ridursi solo quando il Goal 5 e le sue connessioni con gli altri Goal dell’Agenda 2030 verranno tradotti in politiche pubbliche misurabili, finanziamenti coerenti, dati accessibili e istituzioni davvero responsabili.
