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Conferenza per l’uscita dalle fonti fossili di Santa Marta, il punto di vista della CGIL
di Simona Fabiani, CGIL
La conferenza di Santa Marta rilancia l’uscita dalle fonti fossili come leva per clima, pace e giustizia sociale. Un processo multilaterale e partecipativo che punta su transizione giusta, diritti e nuove politiche energetiche. 19/05/26
La conferenza di Santa Marta, che si è svolta in Colombia dal 24 al 29 aprile, ha aperto uno spiraglio di speranza, che non riguarda solo l’uscita dalle fonti fossili ma più in generale la possibilità di generare un cambiamento sistemico. Si è svolta in un momento di profonda crisi, generata da un modello capitalista che antepone il profitto alla vita, spingendo lo sfruttamento e l’estrattivismo oltre i limiti della natura, generando profonde disuguaglianze e una violenta lotta geopolitica per il controllo delle risorse energetiche e non solo, guidata anche dall’avanzare di una destra imperialista, colonialista e che nega il cambiamento climatico, mentre continua il genocidio in Palestina. La chiusura dello stretto di Hormuz, a seguito dell’attacco USA/Israele all’Iran, è l’ennesima conferma della connessione fra sistema produttivo fossile e guerre e di quanto uscire dalle fonti fossili sia un imperativo urgente per contrastare il cambiamento climatico, ridurre i conflitti, raggiungere la sovranità energetica e ridurre i costi dell’energia. La conferenza ha contrapposto alla profonda crisi democratica e del multilateralismo, un processo costruito con i governi che hanno risposto all’appello, ma anche con organizzazioni sindacali, popoli indigeni, movimenti sociali, comunità locali, parlamentari e accademici, organizzazioni di afrodiscendenti, donne, giovani, contadini e pescatori. Ha alzato il livello dei negoziati sul clima dando per acquisita la necessità di abbandonare petrolio, gas e carbone, responsabili del 75% delle emissioni climalteranti, per mantenere vivibile il pianeta ma anche per motivi economici e di stabilità geopolitica, concentrando il confronto su come farlo, con quali tempi, strumenti, risorse e garanzie per tutelare le comunità e i lavoratori.
Il movimento sindacale ha partecipato attivamente al processo partecipativo della conferenza. I quattro giorni di assemblea, che hanno preceduto i due giorni di incontri istituzionali, hanno portato alla definizione del posizionamento politico “Giusta Transizione e democrazia energetica”, sottoscritto da tutti i sindacati presenti, fra cui la CGIL.
Il lavoro del movimento sindacale mostra evidenti risultati nelle conclusioni finali della conferenza, a partire dal riconoscimento del coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità nella pianificazione della profonda trasformazione economica necessaria per l’uscita dalle fonti fossili, nella ristrutturazione finanziaria e nella diversificazione economica e per garantire una giusta transizione fondata sui diritti e l’accesso all’energia e in grado di offrire benefici tangibili ai gruppi marginalizzati per ridurre le disuguaglianze, garantire la tutela dei diritti, la riqualificazione professionale, la trasformazione industriale. Le conclusioni sottolineano anche l’importanza di piani territoriali per la transizione giusta e dello sviluppo della forza lavoro con finanziamenti definiti attraverso il dialogo sociale e con le principali parti interessate e le comunità, piani che devono includere la reindustrializzazione e il ripristino ambientale e includere i principi della giusta transizione dell’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro).
A Santa Marta è stata lanciata anche la Dichiarazione dei Popoli per una transizione rapida, equa e giusta verso un futuro libero dai combustibili fossili. Rappresenta il frutto di un lavoro di convergenza di organizzazioni della società civile, comunità in prima linea, popoli indigeni, persone di origine africana, donne, giovani e lavoratori. È un documento eccezionale che mostra la maturità del movimento climatico, sintetizza il lavoro e le rivendicazioni di anni e rappresenta una piattaforma collettiva per le lotte del futuro.
Santa Marta ha avviato un nuovo processo multilaterale di rilevanza globale a cui hanno partecipato 57 paesi, grandi produttori di idrocarburi, grandi importatori, paesi che subiscono gli effetti del cambiamento climatico, paesi convinti e altri meno. Le conclusioni sono firmate dai paesi che hanno co-organizzato la conferenza (Colombia e Paesi Bassi) e non sono vincolanti. Eppure, la conferenza segna un punto di svolta rispetto alle prevedibili delusioni che accompagnano ormai ogni anno le conferenze ONU sul clima e ci consegna alcuni progressi effettivi:
- il metodo partecipativo che ne ha caratterizzato lo svolgimento;
- il lancio del panel scientifico per la transizione energetica che garantirà raccomandazioni autorevoli per la definizione di politiche nazionali di uscita dalle fossili nel rispetto del limite di 1,5°C;
- l’impegno di continuità, con la convocazione di una seconda conferenza nel 2027 Tuvalu, la costituzione di un coordinamento permanente e l’interazione con i lavori dell’Unfccc;
- l’istituzione di tre linee di lavoro su: definizione road map nazionali per l’uscita dalle fonti fossili, sistemi commerciali liberi dalle fonti fossili, dipendenze macroeconomiche e finanza per la transizione energetica.
È partito un processo positivo che deve essere coltivato e rafforzato, che richiede impegno e mobilitazione dal basso per garantirne continuità, allargamento e coerenza, con effetti positivi per la pace, il clima e il lavoro. Per rendere operativa la scelta di uscire dalle fonti fossili, servono azioni concrete e urgenti, per questo è essenziale il lavoro collettivo della società civile e dei sindacati per:
- contrastare le false soluzioni, come la CCS, il nucleare, l’idrogeno non verde, i biocombustibili, ecc. che rallentano lo sviluppo di efficienza energetica e produzione energetica da fonti rinnovabili, prolungando il sistema energetico fossile;
- rivendicare l’adozione di un trattato di non proliferazione delle fonti fossili; pianificazioni nazionali per l’uscita dalle fonti fossili, a partire dai paesi del nord globale che hanno maggiori responsabilità ma anche maggiori capacità tecnologiche e finanziarie; l’uscita dai sistemi “privati” di arbitraggio che limitano la libertà degli stati di adottare politiche pubbliche a tutela dell’ambiente e dei lavoratori;
- reclamare il rispetto della pronuncia della Corte internazionale di Giustizia del 23 luglio 2025 che sancisce la responsabilità degli Stati per le violazioni illecite degli obblighi internazionali in materia di clima;
- esigere l’apertura di un processo democratico e partecipato per definire politiche di giusta transizione.
L’Italia ha partecipato alla conferenza di Santa Marta ma le politiche energetiche portate avanti dal governo sono del tutto divergenti rispetto al processo avviato in Colombia: espansione di progetti e infrastrutture fossili, anche attraverso le grandi partecipate pubbliche Eni e Snam, spostamento del phase out dal carbone al 2038, contrasto a tutte le politiche europee per il clima, ostacoli allo sviluppo delle energie rinnovabili, sostengo alle false soluzioni, fra cui quella antidemocratica e irrealistica del ritorno al nucleare. Le politiche energetiche del governo italiano non solo contribuiscono a peggiorare la crisi climatica, ma sono la causa strutturale di una insostenibile dipendenza energetica fossile che determina instabilità, prezzi energetici fuori controllo, a causa delle tensioni geopolitiche e della speculazione, perdita di competitività e crisi del sistema produttivo, aumento della povertà energetica. I risultati di Santa Marta devono guidarci in un’azione collettiva per contrastare le politiche energetiche del governo italiano, dobbiamo unire le forze perché il momento del cambiamento è adesso e non agire avrebbe ripercussioni sociali, economiche e ambientali insostenibili.
