Approfondimenti
L’impatto dimenticato delle guerre sulla sostenibilità ambientale
di Elisa Anna Fano, Federazione Italiana Scienze della Natura e dell’Ambiente
Le guerre lasciano un’impronta profonda sugli ecosistemi: deforestazione, perdita di biodiversità e degrado ambientale si intrecciano con crisi umanitarie, generando effetti duraturi ben oltre i territori di conflitto. 27/07/26
“Sull’orlo del baratro: i cambiamenti climatici accelerano, le guerre si diffondono, la biodiversità si riduce, incendi e siccità aumentano mentre anneghiamo nella plastica”. È la fotografia restituita dallo studio di Angelini et al. (2024), che sintetizza la convergenza di crisi globali sempre più intrecciate. Tra queste, l’impatto dei conflitti armati sugli ecosistemi resta uno dei temi meno considerati, nonostante le sue implicazioni profonde e durature.
Parlare di ecosistemi significa includere anche l’essere umano. Dall’Africa centrale all’Ucraina, da Gaza al Medio Oriente, intere regioni e popolazioni risultano indebolite e impoverite dalle guerre. I crimini non si esauriscono nel presente: la trasformazione, spesso irreversibile, degli ecosistemi compromette le basi stesse della sopravvivenza futura. Gli effetti ambientali dei conflitti si manifestano infatti su più livelli, estendendosi ben oltre le aree di combattimento e persistendo per lunghi periodi, anche dopo la fine delle ostilità.
Il territorio subisce gli effetti sia delle azioni belliche dirette sia delle operazioni militari preparatorie. L’uso di bombe e missili provoca la formazione di crateri, la compattazione e l’erosione del suolo, oltre alla contaminazione da sostanze tossiche. La presenza diffusa di mine antiuomo e residui bellici altera l’uso del territorio per decenni, mentre l’impiego di armi biologiche, chimiche e nucleari può rendere vaste aree inutilizzabili per secoli.
L’analisi condotta da Meaza et al. (2024), basata su 193 casi studio distribuiti sull’intera biosfera, evidenzia come i principali impatti delle guerre includano la deforestazione, la perdita di fauna selvatica, la degradazione del suolo e l’inquinamento delle acque e dell’aria. Si tratta di fenomeni interconnessi, che producono alterazioni ecosistemiche persistenti nel tempo.


La distribuzione dei casi (193 totali) analizzati riguarda l’intera biosfera, come evidenziato nella mappa
Tra gli effetti più rilevanti, la deforestazione rappresenta uno degli indicatori più immediati. Gli interventi deliberati sugli ambienti forestali modificano profondamente i regimi del suolo e dell’acqua, con conseguenze a cascata sull’intera biosfera. Il caso dell’Ucraina, analizzato da Cazzolla Gatti et al. (2025), fornisce un esempio emblematico. Attraverso dati satellitari e tecniche di intelligenza artificiale, gli autori dimostrano che la perdita di foreste ha raggiunto 807,56 km² nel 2022 e 771,81 km² nel 2023. Le regioni maggiormente colpite dal conflitto mostrano un incremento significativo rispetto al 2021 - perdita biennale a Donets: 180,25 km² 214,14 km²; Kiev: 268,37 km²; Luhans: 195,4 km²; Kharkiv: 181,38 km²; Kherson: 214.14 km²; Kyiv: 268.37 km² -, con una perdita complessiva che rappresenta il 65,8% del totale nazionale. Nelle aree non interessate direttamente dalla guerra, invece, non si registrano variazioni rilevanti, rafforzando il legame diretto tra conflitto e degrado ambientale.


Accanto agli effetti diretti, emerge un tema spesso trascurato: la relazione tra conflitti, migrazioni forzate e pressione sugli ecosistemi, in particolare nelle aree protette dell’Africa subsahariana. Alla fine del 2024, il numero di persone sfollate a livello globale aveva raggiunto i 123,2 milioni, con un incremento di sette milioni rispetto all’anno precedente. Nonostante un lieve rallentamento nella crescita e una stima di 122,1 milioni entro aprile 2025, si tratta del primo calo in oltre un decennio, la tendenza resta strettamente legata all’evoluzione dei conflitti e alla capacità di garantire condizioni di ritorno sicure.
Le prospettive per il futuro dipenderanno in larga misura dall’andamento delle crisi in aree chiave come Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Ucraina, nonché dalla stabilità del Sud Sudan e dal miglioramento delle condizioni in Paesi come Afghanistan e Siria. Un ulteriore elemento critico riguarda i tagli ai finanziamenti internazionali, che rischiano di compromettere la gestione delle crisi umanitarie e ambientali.
In questo contesto, lo studio di Luiselli et al. (2026) analizza gli effetti dell’occupazione di aree protette da parte di popolazioni sfollate, evidenziando le conseguenze su habitat e specie vulnerabili.

Tra i casi più emblematici figura la tartaruga nubiana dal guscio molle (Cyclanorbis elegans), considerata la più rara dell’Africa e classificata come in pericolo critico dall’Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). Dopo essere stata ritenuta estinta, è stata riscoperta nel 2017 lungo il Nilo Bianco nel Sud Sudan e nell'Uganda settentrionale, con popolazioni estremamente ridotte e frammentate. Decenni di instabilità hanno degradato gli habitat acquatici e aumentato la pressione della pesca da parte delle comunità sfollate, rendendo la specie particolarmente esposta.

Minacce analoghe interessano l’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis), anch’esso classificato in pericolo di estinzione, e soggetto agli stessi fattori di stress ambientale.

Un altro caso emblematico è quello della giraffa del Kordofan (Giraffa camelopardalis antiquorum), che un tempo occupava vaste aree dell’Africa centrale e settentrionale e oggi sopravvive in popolazioni piccole e frammentate tra Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. La specie è classificata in pericolo critico e ad alto rischio di estinzione.

I conflitti armati e le crisi dei rifugiati hanno aggravato ulteriormente queste dinamiche, riducendo la capacità di gestione delle aree protette, indebolendo i sistemi di controllo e favorendo il bracconaggio. Allo stesso tempo, gli spostamenti di popolazioni e attività pastorali hanno intensificato la pressione sulla vegetazione, alterando gli equilibri ecologici e creando nuove opportunità per la caccia illegale. Studi condotti, tra gli altri, nel Parco Nazionale di Benoué in Camerun e nel Parco Nazionale di Garamba nella Repubblica Democratica del Congo dimostrano che anche livelli relativamente bassi ma costanti di prelievo possono condurre all’estinzione locale.
Fenomeni analoghi si osservano nel bacino del Congo, dove scimpanzé, bonobo e altre specie di primati sono sottoposti a una pressione di cattura ormai insostenibile, segno di un equilibrio ecosistemico sempre più fragile, in cui guerra e ambiente si intrecciano in modo indissolubile.
